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Ossessione
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Una sera Rachele esce con il fidanzato Giacomo: sono ubriachi, euforici e un momento di distrazione provoca un incidente d’auto. La ragazza è ferita, ma viva. Il suo ragazzo invece, non ce l’ha fatta ed i genitori di lei rischiano la prigione per proteggerla.
Rachele è convinta che le cose non possano andare peggio di così, quando all’improvviso una chiamata da uno sconosciuto irrompe nella sua vita. Non si sa chi sia, né che cosa voglia, ma la costringe a compiere gesti che non vorrebbe, a mentire alle poche persone che le sono rimaste accanto e la incastra per cose che non ha commesso. Allo stesso tempo, però, quest’individuo le apre gli occhi e Rachele scopre un lato di sé che non credeva esistesse. Accetterà ogni sfida, trovando così il coraggio di affrontarlo. Quando finalmente si ritroveranno faccia a faccia, scoprirà cosa ha spinto lo sconosciuto ad agire. Per affrontare il suo nemico, Rachele dovrà prima affrontare i suoi demoni e la verità sulla morte di Giacomo verrà svelata

Perché ho scritto questo libro?

“Ossessione” è nato da un desiderio di rinascita, perché in ognuno di noi esistono due tipi di luce: la luce che illumina e il bagliore che oscura. Io ho accettato entrambi e, attraverso la mia storia, volevo mostrare che tutto ciò che proviamo è giusto e solo noi possiamo capire per cosa vale la pena vivere. Apparentemente l’antagonista e colui che tormenta Rachele, ma in realtà è un mentore, perché l’aiuterà a sconfiggere il suo vero nemico: se stessa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ci sono due tipi di luce: la luce che illumina, e il bagliore che oscura.

James Thurber

Capitolo uno

Un “caldo” risveglio.

Avere il vento tra i capelli e sentire la musica a tutto volume mi dava la sensazione di essere indipendente e soprattutto libera. Credevo di poter fare qualunque cosa: un salto mortale, scalare una montagna o addirittura trovare la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno.

Io ci sarei riuscita.

Tutto quello che avevo sempre desiderato era proprio accanto a me: Giacomo o, come a me piaceva chiamarlo, Jack, il mio ragazzo.

Era così che a volte passavamo i nostri sabati: vagavamo senza meta, per ore e ore fino a perdere la strada. Eravamo insieme, solo questo contava.

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L’alcool ci dava coraggio e l’adrenalina ci spingeva ad agire. Quando accesi il motore, la macchina prese vita e fu incredibile. Stringere il volante mi procurò delle scariche elettriche che arrivavano fino al cuore. Non avevo mai guidato prima di quel momento, ma a Jack non importava. Mi disse che sarebbe andato tutto bene e ogni nervo del mio corpo si sciolse.

Mi accarezzò la gamba e mi voltai verso di lui: ammirai i contorni del suo viso, gli occhi marroni leggermente arrossati e le labbra piene, così morbide al contatto. Ricominciai a guardare la strada, ma una luce accecò entrambi.

Dolore alla testa.

Jack che diceva di amarmi e dopo quelle parole, solo nebbia.

Mi svegliai di soprassalto. Erano mesi che la mia mente riviveva quel momento, quel triste e orribile momento che mi aveva portato via ogni cosa. Sentendomi la testa pesante e la vista offuscata, barcollai quando provai ad alzarmi dal letto. Feci scorrere la porta dell’armadio a muro e presi la prima cosa che mi capitò tra le mani. Ormai non davo più peso al mio aspetto: prima cercavo ogni giorno di sembrare perfetta, di essere perfetta, solo per lui, per il mio Giacomo, ma ora che non c’era più che senso aveva? Non mi truccavo da mesi e il verde dei miei occhi diventava sempre più spento.

Presi degli anfibi e, non avendo voglia di pettinarmi i capelli, mi feci una coda di cavallo. Mi guardai allo specchio, ma non mi riconobbi.

“Sei così bella Rachele.” Mi diceva sempre Jack “Amo i tuoi capelli rossi”

Gli occhi mi divennero lucidi e scacciai quei pensieri. Posai la mano sulla maniglia della porta, ma d’istinto mi voltai verso la scrivania. Nonostante fosse nascosto tra libri e quaderni, scorsi il mio vecchio diario che ormai avevo seppellito, come il mio cuore.

Era come se mi chiamasse, ma lo ignorai.

Attraversai la soglia e scesi le scale. Dal profumo di toast e caffè, capii che mia madre era in cucina, ma erano giorni che non mangiavo niente e nonostante l’aroma invitante e il leggero brontolio dello stomaco, uscii di casa correndo.

Mentre addentavo voracemente un biscotto, la mamma si sedette accanto a me per fare colazione insieme, come ogni mattina. C’erano pacchi da trasloco ovunque nella nuova casa, ma la cucina era pressoché in ordine. Qualche volta capitava di raccontarci i sogni della notte precedente, ma erano settimane ormai che mi poneva sempre la stessa domanda:

“Tesoro,” iniziò a dire appoggiando la tazza sul tavolo e già intuii dove volesse andare a parare “ti sta bene il trasferimento?”

Capivo la sua preoccupazione e la conoscevo così bene da sapere che in realtà voleva essere rassicurata. La proposta di lavoro che aveva ricevuto in uno studio legale di Milano era arrivata all’improvviso e, nel giro di appena un mese, avevamo dovuto impacchettare tutto e andare via dalla nostra vecchia vita. Mio padre aveva richiesto ed ottenuto il trasferimento all’ospedale di Monza ed eccoci qui.

Mi mancavano molte cose e molte persone: gli amici, i familiari, persino gli insegnati, ma la mia nostalgia doveva passare in secondo piano. Mia madre aveva lavorato duramente per anni, spesso sottopagata e con orari impossibili. L’offerta che aveva ricevuto era la sua grande occasione.

“Sì, mamma tranquilla,” le accarezzai la mano “staremo bene qui.”

E per un periodo fu così.

Tutto quello di cui avevo bisogno era nascosto nello zaino e dopo neanche dieci minuti di cammino verso scuola, aprii la cerniera alla ricerca della fiaschetta che avevo preso di nascosto da mio padre. Girai il tappo nervosa, con l’improvvisa sensazione di avere la gola secca. Avide le labbra sfiorarono il bordo, ma una voce interruppe bruscamente quel momento d’intimità tra me e l’alcool.

Il mio migliore amico Nico, gridò il mio nome e mi raggiunse. Lo salutai a mia volta senza girarmi e continuando a camminare. Non potevo rimettere la fiaschetta nello zaino senza farmi scoprire, così la nascosi nella manica della giacca.

«Sempre le mani sporche di motore, eh?» Chiesi, indicandogli le unghie annerite.

«Mio padre ha voluto che cambiassi le candele alla sua auto» Rispose arrotolandosi le maniche della camicia a quadri e strofinandosi le nocche sui jeans.

«Il vantaggio di avere un padre meccanico non è quello di sapersi aggiustare la macchina da soli?»

«Rachele Scotto! Hai appena detto qualcosa d’ironico?»

Un angolo della mia bocca si sollevò, ma lo feci tornare al suo posto.

«Non hai notato, invece, il mio nuovo profumo di rose?» Mi prese in giro cambiando argomento e tese il collo verso il mio viso. Il ciuffo biondo gli cadde sulla fronte e se lo tirò indietro mostrando degli occhi azzurri che avevo sempre invidiato.

«Come stai?»

La realtà mi ripiombò addosso.

Ricominciai a camminare trattenendo uno sbuffo: «Il solito e tu?»

Mi rispose, ma la mia mente era altrove.

Ad un certo punto Nico mi prese un braccio e la fiaschetta cadde a terra. La raccolsi subito nella speranza che non la notasse, ma fu inutile. Non appena alzai gli occhi, vidi nel suo sguardo: sorpresa, delusione, rabbia…

«Credevo fosse finita»

Aggrottai le sopracciglia confusa, così specificò:

«Credevo che avessi smesso di bere, che avessi deciso di voltare pagina, ma a quanto pare, mi sbagliavo»

Mi sentii ferita.

«Bevo ogni tanto, che c’è di male?» Gridai all’improvviso e sperai che nessuno mi avesse sentito.

Il viso di Jack privo di vita ormai era inciso nei miei ricordi e non passava giorno senza che ci pensassi. L’unica cosa che mi distraeva, anche solo per qualche ora, era l’effetto di quel liquido che mi riscaldava la gola, pizzicava la lingua e ogni sorsata mi sembrava la prima.

Vidi il suo petto alzarsi e abbassarsi, come se stesse per esplodere:

«Ma falla finita! Bevi ogni tanto? Tu ormai non fai altro: bevi prima di andare a scuola, quando sei a scuola e anche dopo la scuola. Credi che non me ne sia accorto?»

Non essendomi ancora ripresa dalla sbronza della sera prima, la sua voce mi rimbombò in testa.

«Credi che non ti veda?» Continuò. «Non ti sei accorta di quanto spesso ti tremi il polso, che sudi, cammini come una sbandata o che sei uno scheletro? Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato?»

Nel momento in cui pronunciò quelle parole, mi accorsi della mano tremante e la nascosi dietro la schiena. Feci un passo avanti verso di lui e notai la sua collana a forma di freccia che tintinnava al contatto con la zip della giacca.

Mi chiesi il suo significato, visto che non la toglieva mai.

Raccolsi tutta le energie che riuscii a trovare e ribattei:

«Ascolta Nicolò, sono felice che ti preoccupi per me, dico davvero, ma non sei mio padre, non sei mio fratello e tanto meno il mio ragazzo, quindi fatti i cazzi tuoi» Sbottai.

Mi sembrò che le sue pupille si dilatassero. Mi guardò dall’alto in basso e prima di rispondere fece un sospiro.

«Hai ragione» Fece un passo indietro e se ne andò.

Provai a raggiungerlo, ma mi venne il fiatone dopo pochi passi. Gridai il suo nome chiedendogli di tornare indietro, ma era andato troppo in là perché mi potesse sentire.

Capitolo due

Un “amichevole” dibattito in corridoio

Solo una strada mi separava dall’ingresso della scuola e le auto scorrevano ad alta velocità. Spesso era difficile passare, ma l’alternativa era percorrere un sottopassaggio buio che puzzava di pipì. Corsi dall’altra parte della carreggiata e raggiunsi il cancello. Le mura erano state appena ritinteggiate, a causa dei graffiti che comparivano una volta ogni due mesi, ma ciò nonostante l’edificio aveva un aspetto malmesso. Vicino alla segreteria c’erano appesi dei poster che servivano a coprire qualche crepa, mentre le pareti delle classi erano decorate con dei disegni creati dagli studenti. Le aule si potevano paragonare a dei corridoi chiusi, dato che erano strette e lunghe e, prima di entrare nella mia, mi sentii gli sguardi addosso accompagnati da fastidiosi sussurri.

«Guardala, è lei!»

«Sì, quella con il fidanzato morto»

«Ma come è successo?»

«Un incidente d’auto, il ragazzo si è spezzato l’osso del collo, credo»

Dopo quella dannata sera, frasi del genere mi perseguitavano, mi spingevano a chiudermi in bagno per gridare fino a perdere la voce, ma alla mia gola serviva ben altro: presi di nuovo la fiaschetta, andai in un angolo nascosto del corridoio ed ebbi un dèjà-vu.

Un giorno, mi ritrovai seduta, con le ginocchia che mi coprivano il volto, in un angolo buio e polveroso del corridoio. Nico mi vide e mi raggiunse poco dopo.

“Guardali, mi fissano tutti.”

Si piegò verso di me e mi mise una mano sulla spalla restando in silenzio.

“È colpa mia, Nico.” Mi lasciai sfuggire, ma subito rimediai al mio errore: “Se non avessimo deciso di uscire, non avremmo preso l’auto e lui non…”

“Non è stata colpa tua e neanche di Giacomo. Si è distratto per un secondo, poteva capitare a chiunque. Non. È. Stata. Colpa. Tua.” Affettuosamente mi mise una ciocca di capelli dietro l’orecchio e mi asciugò le lacrime. D’istinto lo abbracciai e quel contatto mi fece respirare di nuovo. Non era giusto che mi consolasse: neanche lui sapeva com’erano andate veramente le cose quella notte, ma in quel momento non desideravo altro che un abbraccio.

Ritornata alla realtà, entrai. Mi sedetti al banco più esterno per poter uscire dall’aula il prima possibile a lezione conclusa. Sentivo i soliti commenti dei compagni e i loro occhi su di me. Soffocavo, ma m’imponevo di ignorarli.

Dovevo farlo.

Frugai nella borsa per bere anche solo un sorso di alcool, certa che mi avrebbe aiutata ad affrontare meglio la prossima ora, ma quando sollevai lo sguardo verso la porta dell’aula, mi fermai di colpo.

Anna.

Ci fissammo e nessuna delle due sembrava voler cedere: i miei occhi esprimevano vergogna, i suoi rabbia e risentimento.

“Ciao! Vuoi partecipare al nostro corso di teatro?” Chiese una voce squillante. Mi voltai e vidi una ragazza più alta di me, con i capelli castani raccolti in due trecce e gli occhi grigi. Indossava una gonna di jeans che le arrivava sopra il ginocchio abbronzato come il resto della pelle e una maglietta con su scritto: “Dio è femmina” Quella frase mi fece scoppiare a ridere.

La ragazza alzò un sopracciglio aspettando una risposta e mi schiarii la voce:

“Ciao, scusa. La tua maglietta è molto divertente.”

Si mise le braccia sui fianchi: “Grazie! Me l’ha regalata mio fratello. Allora sei interessata?” Mi porse il volantino di una compagnia teatrale della scuola. “Ti divertirai, vedrai.”

“In realtà non sono molto brava.”

“Ci vediamo una volta alla settimana per due ore in aula magna, non mancare.” Indietreggiò come se avesse all’improvviso fretta.

Mi avvicinai ad un cestino, accartocciai il volantino e tesi il braccio per buttarlo, ma qualcosa mi fermò. In fondo quella ragazza era stata gentile e con un po’ di fortuna avrei potuto avvicinarmi a lei e farmi un’amica, visto che ero nuova. Ripiegai il manifesto e me lo misi in tasca.

Anna mi lanciò un ultimo sguardo truce e poi si andò a sedere il più lontano possibile da me.

Il professore di storia iniziò a fare una serie di domande sulla prima guerra mondiale. Le mie palpebre si appesantirono e appoggiai la testa sulle braccia, improvvisamente stanca. Usai un paio di libri per non farmi vedere, finché il professore mi chiamò. Alzai gli occhi al cielo, mi girava la testa e percepivo le mani addormentate. Strinsi i pugni e mi schiarii la gola secca. Chiesi, con voce impastata, di ripetere la domanda e per fortuna riuscii a rispondere.

«Allora a qualche domanda rispondi ubriacona» Esclamò all’improvviso Anna.

Senza pensare le ordinai di tacere e tutti si voltarono verso di me.

Anna sembrava sul punto di alzarsi dal banco e saltarmi addosso, ma il professore intervenne prima che la situazione degenerasse. Disse ad entrambe di uscire dall’aula e vidi quella punizione come un’opportunità, forse da sole avremmo potuto avere una conversa

«Anna» mi rivolsi a lei mentre camminava avanti e indietro per il corridoio, ma lei mi zittì con un gesto della mano. Respirai a fondo: «non puoi ignorarmi così» Si girò verso di me. «Soffro quanto te per la morte di Jack»

Smise di camminare di colpo: «Non chiamarlo in quel modo! Anzi, non pronunciare il suo nome. Se mio fratello non fosse uscito quella sera con te, sarebbe ancora qui»

La ragazza simpatica con le trecce, i vestiti appariscenti, dalla risata contagiosa che avevo incontrato qualche tempo fa, ormai non c’era più. Era stata la prima persona che mi aveva rivolto la parola nella nuova scuola, l’unica che mi aveva fatto sentire parte di qualcosa quando avevo iniziato a frequentare il corso di teatro.

I suoi occhi erano spenti: anche il suo modo di comportarsi, di camminare, di truccarsi, persino i suoi vestiti non erano più gli stessi.

Quando mi svegliai, ogni centimetro del corpo sembrava addormentato. Cercavo di ascoltare un suono, un rumore, qualcosa che mi facesse capire dove mi trovassi: c‘erano dei fili attaccati alle mie braccia, sentivo un “bit” alla mia sinistra, il cui ritmo si alternava ogni secondo, indossavo uno strano indumento che assomigliava alla carta per quanto fosse leggero e da lì capii.

Ero in ospedale, distesa su un letto.

Un dolore perforante mi attraversava la testa ed essere circondata da luci non aiutava. Vidi mia madre e Anna piangere per il sollievo, mentre mio padre, con il suo solito camice da medico, mi controllava il polso.

“Dove sono?”

“All’ospedale.” Rispose mia madre tra i singhiozzi.

“Che cosa è successo? Cos’è successo a Jack?”

Restarono tutti in silenzio.

“Non ricordi nulla?” Domandò Anna.

All’improvviso, la mente rivide delle immagini.

La mano di Jack sul ginocchio.

Una luce accecante davanti a me.

Il mio piede sull’acceleratore.

Dolore.

Sangue.

Il viso di Jack senza vita.

Come avrei potuto dirle com’erano andati realmente i fatti?

In quel momento decisi: Anna, Nico, tutti sarebbero rimasti all’oscuro.

“Non…non mi ricordo.”

“Va bene, ora basta,” intervenne mio padre “è sotto shock, lasciatela riposare.”

“Dimmi solo una cosa.” Intervenne Anna, prima di uscire e la guardai in attesa: “Avevate bevuto?” Notai gli sguardi cupi dei miei genitori. Mi limitai ad annuire e qualcosa nello sguardo di Anna mi fece capire che le cose non sarebbero più state le stesse tra noi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una storia scritta in modo fluido e coinvolgente, un crescendo di mistero che tiene il lettore incollato alle pagine, nell’attesa ardente di sapere cosa succederà a Rachele. Un pizzico di thriller per un finale decisamente inaspettato, che decreterà finalmente chi è l’ossessione del titolo!
    Bravissima Letizia!

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Letizia Antinolfi
Letizia Antinolfi nasce a Napoli nel 1996. Dopo mille giri per l’Italia, finalmente si stabilizza a Monza dove pregava i suoi genitori, di andare al cinema, ogni weekend. Trascorre la sua infanzia a imparare battute tra un laboratorio teatrale e l’altro, a dipingere quadri e prende il diploma in scenografia. Le viene la passione per la scrittura e pubblica il suo primo libro: “Con gli occhi dell’amore” nel 2018. Nel 2020 si diploma in storytelling e performing art alla Holden, scuola di scrittura a Torino.
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