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Estate 1951. Dal suo campo di grano, Romeo può osservare i resti dell’Abbazia di Montecassino, distrutta da una guerra catastrofica. Annientati i suoi sogni, dilaniati i suoi affetti più cari, l’uomo si lascia consumare da sette lunghi anni dai ricordi e dal rimpianto, nutrendosi morbosamente della sua stessa disperazione.
Le rovine della guerra, le rovine dell’anima: come si può rinascere? Il destino può assumere diverse sembianze: un vecchio cane nero, un carabiniere dall’aria invadente, un giudice sospettoso.
Una storia del secondo dopoguerra, la storia intima di un uomo, del suo sogno d’amore spezzato e di speranze distrutte, come il Paese in macerie; ma anche di inaspettata rinascita.

CAPITOLO 1

Era stato un anno eccezionale, quello. Dovunque, a perdita d’occhio, apparivano, sotto il sole, i campi di grano a distese. Biondi, opulenti, raggianti. Le spighe ondeggiavano tozze, ampiamente ricurve sotto il peso del loro carico di pane, della generosa offerta di Dio agli uomini, delle lacrime commosse che soppiantavano ormai il sudore, le schiene piegate, i muscoli dolenti, le paure. L’uomo osservava il suo campo dall’alto del posto di manovra del suo trattore: di lì a poco il motore avrebbe intonato il suo orgoglioso canto e la mietitrebbiatrice avrebbe accompagnato con il suo ritmo cadenzato, ticchettante; l’aria intorno si sarebbe agghindata di festoni di paglia, di polvere e pula. Osservava il suo campo, e i campi vicini, i vitigni sornioni, indifferenti per ora, con il loro impeto sopito nella promessa imminente; i pescheti esausti per lo sforzo appena compiuto dormivano al sole del mattino di luglio e si cullavano al vento di levante che mitiga l’afa.

Gli pesavano il tempo, i ricordi, la disperazione in quell’aria di festa, e di colpo l’abbondanza strideva con i ruderi ancora sul monte, dilaniati dalle ferite sacrileghe di una guerra impensabile nella sua crudeltà, nella sua devastazione. Una guerra assassina, ladra di affetti, di speranze e di vita. E ancora, a distanza di anni, non solo le rovine di pietra ma, su tutte, quelle dell’anima testimoniavano l’orrore. E il sorriso stentava a mezzo di fronte all’opulenza, l’aria faticava a riempire il petto, gli occhi socchiusi brillavano tristi e la mano esitava sulla chiave d’avvio del trattore.

Ripetitivo, allarmato, l’abbaiare insistente del bastardo richiamò il padrone all’attenzione, a quella figura che, ai bordi del campo, sfiorava le spighe e con esse si confondeva, avanzando con passo dubbioso, riverente, quasi non volendo arrecare danno alla messe preziosa.

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«Buongiorno!» il grido dovette competere con l’assordante istinto del cane.

«Buongiorno! Chi è?» rispose l’uomo dall’alto del suo sedile. La sua voce lusingò il cane e ne placò l’ira.

«Carabinieri…» bastò.

Il fattore solo allora riconobbe nel riverbero dorato la divisa che sfumava il suo colore nel grano maturo, che nell’avvicinarsi risaltava il bianco della bandoliera. Poteva distinguere il secco disegno del volto dell’intruso, lo sguardo curioso, la minaccia possibile. Scese dal trattore con movimenti attenti, studiando i pioli a uno a uno, e giunse a toccar terra sull’incalzare del militare.

«Cerco Sacco Romeo, è lei?»

«Sono io, cosa c’è?»

Il carabiniere esitò. L’altro ne comprese il disagio e fece strada tra i solchi e le zolle, fino a raggiungere un corto viottolo sterrato e da lì una modesta abitazione rurale, tufo, tegole e castagno alle finestre. Il cane entrò precedendoli.

Nel tinello accogliente ma essenziale sedettero a un tavolo rustico, sgombro, ma con la tovaglia ancora intrisa e lorda della cena precedente, o di chissà quante prima. Il carabiniere rovistò rapido nella valigetta, estraendone alcuni fogli ingialliti e altri candidi, una penna, fotografie e appunti.

«Signor Sacco, lei è sposato?» fu la domanda, illuminante e in qualche modo attesa, rivolta all’uomo che lo fronteggiava, .

«Sì.»

«Lei denunciò la scomparsa di sua moglie… Elvira Pennesi, vero? Qualche anno fa.»

«Sette anni fa.»

«Ha avuto più notizie?»

«No.»

Non era turbato. Rispondeva deciso e indagava a sua volta, nelle carte adagiate ordinatamente sul tavolo, negli occhi colmi di sfida del maresciallo, nei suoi pensieri. Un solo sussulto gli percosse lo stomaco alle domande: «Cosa ha fatto, in seguito alla denuncia? L’ha cercata anche per conto suo?».

Rispose: «Sì, per un po’. C’era la guerra. L’ho cercata negli ospedali, a casa dei suoi, ho sperato che tornasse. La guerra me l’ha portata via. Ora non spero più».

«Avevate… avete figli?»

«No, vivo solo, ora… e forse è una fortuna… Dover spiegare a dei bambini una tale cosa è… Siamo io e questo vecchio bastardo, da anni ormai, io e lui.» Indicò il cane solo con un lieve cenno degli occhi; il meticcio, disteso su un fianco, vigile, sollevò appena un orecchio, forse perché i cani sanno quando si parla di loro.

«Questa è la fotografia che lei allegò alla denuncia, signor Sacco?» Il carabiniere sollevò la foto dal mucchio di carte e la porse all’altro come si porge un cucchiaio di sciroppo a un bimbo, aspettandosi una qualsivoglia reazione, di gioia o disperazione, commozione o rifiuto.

Era il bel volto di Elvira, bianco, ovale, sorridente; gli occhi erano grandi, anelanti d’attesa, di vita, di speranza. Lei che non era più. E l’uomo raccolse la sfida. Impassibile, inespressivo, ingerì l’amara medicina, rispose «Sì» e riconsegnò la fotografia al militare.

«Sono venuto a notificarle che il procuratore dovrà decidere se dichiarare la morte presunta di sua moglie. Come saprà… dopo qualche anno… È un giudice nuovo, il dottor Boscolo, e non è di qua. È del Nord, lui… ha deciso un supplemento d’indagine, prima di chiuderla… capisce?» Il maresciallo osservava con finta indifferenza il suo interlocutore, e stavolta non gli sfuggì un sussulto fin troppo evidente e una quasi impercettibile inflessione d’incertezza nella voce che gli rispose.

«Io… feci a suo tempo la mia deposizione al comando e da allora, come le ho detto, non ho saputo più niente. C’era la guerra, i bombardamenti, ricorda? Era il febbraio del ’44, un disastro! Ha visto l’abbazia com’è ridotta, ancora? E i morti? Quanti morti…»

«Ma il corpo della signora Pennesi non venne ritrovato.»

«No, è vero.»

L’incertezza era via via svanita e il contadino indossava di nuovo la sua maschera d’impassibilità.

«Impazziva di paura, sotto le bombe. Fuggì. Tentai di trattenerla, di cercare un riparo con lei, ma eravamo da soli nei campi, all’aperto, ed era in preda al panico. Non ci fu neanche il tempo… l’allarme antiaereo non ci avvisò. Fuggì e non la vidi più.»

«Bene, signor Sacco, sappia che il dottor Boscolo potrebbe avere necessità di convocarla.»

Sibilando appena quest’ultima avvertenza il carabiniere ripose nella borsa i fogli con attenzione. Poteva forse trattarsi di una semplice suggestione, ma gli parve di avvertire nella mano che stringeva all’altro un incontrollato tremore e nei suoi modi urgenti un palese disagio.

«Arrivederla» salutò e si diresse a passi misurati verso la porta.

Anche il cane si alzò e muovendo l’aria con la coda andò ad annusargli l’orlo dei pantaloni. Il padrone lo richiamò: «Fritz…» poi «Arrivederla, maresciallo».

Chiudendo la porta dietro la figura asciutta che gli dava le spalle, l’ultima occhiata si posò sulle spighe mature e urgenti di attenzioni; il pensiero si soffermò su quel mistero, quel pane ogni volta consumato e rinnovato, quel miracolo inconfutabile, nonostante la morte, nonostante tutto.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Letto tutto d’un fiato..l’attesa di arrivare fino in fondo mi ha tenuta incollata al libro.
    Riferimenti storici precisi e reali.
    Scittore emergente che, a mio avviso, promette bene.

  2. (proprietario verificato)

    Linguaggio raffinato ed evocativo in uno scenario difficile emergono i sentimenti umani che coinvolgono il lettore. Romeo e Michele si ergono come giganti nella loro umanita in netto contrasto con l’arida figura del magistrato. Il libro termina con un messaggio di speranza a nuova vita. Sempicemente meraviglioso.

  3. susanna.binotto

    Anteprima molto promettente, crea attesa per il resto del libro. Molto gradevole la forma della narrazione. L’ho ordinato e non vedo l’ora di leggerlo.

  4. Letta l’anteprima del libro e già è aumentata in modo esponenziale la curiosità di leggerlo tutto. Già dalle prime righe si può apprezzare la semplicità e il modo di esporre dell’autore che rendono la lettura leggera e gradevole.

  5. Angelo Benedetti

    Your comment is awaiting approval

    Chiedo scusa, Silvia: ho risposto al suo commento utilizzando involontariamente l’account di un’amica per la quale avevo preordinato una copia del libro.

  6. (proprietario verificato)

    Grazie Silvia. Sono contento che lei abbia apprezzato il ritmo della narrazione: era mio intento evidenziarla.

  7. silvia.2rif

    Mi piace molto la forma. Dire che è fluente è poco… E’ elegante, corretta e in alcuni punti quasi musicale. Un grosso pregio per la scelta dell’ambientazione intuire la Sua propensione alla poesia.

  8. Angelo Benedetti

    (proprietario verificato)

    Grazie Leonide per le belle parole. Non ti deluderò.

  9. (proprietario verificato)

    Anteprima di lettura scorrevole….Non vedo l’ora di leggerlo fino in fondo all’anima…perché sicuramente è lì che andrà a toccare….

  10. Angelo Benedetti

    (proprietario verificato)

    Grazie Marco Nencioni per il commento. Spero apprezzerai tutto il libro. Ciao.

  11. Ho letto l’anteprima lettura scorrevole …storia molto intensa interessante!!!!

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Angelo Benedetti
Angelo Benedetti è nato a Roma nel 1966. Dopo il diploma al liceo linguistico si iscrive alla facoltà di Lettere con indirizzo in Antropologia culturale ed etnologica. Si dedica alla ricerca etnologica sul campo in Congo nel 1992, ma presto abbandona l’università per conseguire il diploma di infermiere. Pane è il suo romanzo d’esordio.
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