Accedi

Il Pangioco di Xul Solar

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
93% Completato
15 Copie all´obiettivoi
Al raggiungimento dell’obiettivo il libro verrà pubblicato
46 Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Aprile 2020

Toni fa il maestro di tango argentino a Roma, ma la scuola che ha fondato non riesce a districarsi dalla palude della mediocrità. Un’avaria della macchina sul Raccordo Anulare segna l’inizio di una crisi che mette in discussione i punti fermi del protagonista, spingendolo verso il luogo mitico che ogni maestro di tango è tenuto a visitare ma che Toni, per un groviglio di paure congenite, ha sempre rimosso dall’orizzonte: Buenos Aires. Ad accelerare il processo è una versione alternativa degli scacchi, il Pangioco, opera criptica dell’artista Xul Solar, che Toni compra per caso in una ludoteca e che proietta il nostro eroe in una vicenda losca di ladri da museo e collezionisti di Tarocchi.
Una storia sul Tempo che oscilla fra Roma e Buenos Aires, sempre accompagnata dalle note di un tango, e che getta una luce inedita su uno dei creativi più geniali del ventesimo secolo: Oscar Agustín Alejandro Schulz Solari, noto come Xul Solar, artista poliedrico e amico intimo di Borges.

Perché ho scritto questo libro?

Vi è mai capitato di pensare a un amico che non vedete da vent’anni e di ritrovarvelo di fronte svoltato l’angolo? Di ascoltare una canzone alla radio che ripete alla lettera ciò che vi eravate detti un secondo prima? Di parlare del vostro maestro di tango argentino mentre fate zapping col telecomando e un attimo dopo vederlo apparire sul canale 24 del digitale terrestre? Ecco, se vi fosse capitato, anche voi probabilmente avreste scritto un romanzo così.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il Pangioco di Xul Solar

 

“Pensai a un labirinto di labirinti, a un labirinto sinuoso e crescente che abbracciasse il passato e l’avvenire, e che implicasse in qualche modo anche gli astri”.

Jorge Luis Borges, Finzioni.

UNO

Una qualità non accessibile alla gente normale quella di manipolare il tempo, di saper dosare passato, presente e futuro all’interno di uno stesso recipiente, che sia un acceleratore di particelle, la palla di vetro di una maga, un’opera d’arte o l’abitacolo di una Panda verde immatricolata a fine ventesimo secolo. Ecco, Roberto Goyeneche, detto el polaco per il fisico smilzo e i lunghi capelli rossicci che lo facevano somigliare a uno dei numerosi immigrati polacchi a Buenos Aires, quel potere speciale riusciva a sprigionarlo in un tango, grosso modo tre minuti di tempo-orologio, attraverso un gioco incessante di compressioni e stiramenti del tessuto del brano che suscitavano in chi ascoltava – come sta capitando a me in questo momento, mentre ascolto Uno, orchestra Aníbal Troilo, dalla sua voce baritonale, – emozioni altrettanto dissonanti: da una parte la nostalgia, il rimpianto per un passato che le attese studiate del cantante plasmavano in un oggetto così vivido da poterlo toccare; dall’altra l’aspettativa, la speranza verso un futuro che in condizioni abituali sarebbe risultato irraggiungibile ma che la voce del polaco, sottraendo istanti preziosi alla cadenza lineare del brano, rendeva straordinariamente attuale. Tremendo, Goyeneche, di tutti i cantanti di tango che a forza di macinare brani ho imparato a riconoscere da pochi accenni di voce, lui era senz’altro l’interprete più originale: la frase parlata non coincideva quasi mai con quella dell’orchestra, lui era sempre in anticipo o in ritardo, un autentico manipolatore di tempo. Mentre io, che impreco da quasi un’ora a bordo della Panda verde, bloccato sulla corsia d’emergenza del Grande Raccordo Anulare nel tratto compreso fra le uscite Trionfale e Boccea, scopro con profondo rammarico che passato, presente e futuro sono i lati di uno sgorbio geometrico su cui esercito un controllo precario, come mi ricorda dallo specchietto retrovisore il triangolo d’emergenza che ho piazzato alle spalle dell’auto, in attesa che il carro attrezzi convenzionato con l’assicurazione si decida a comparire.

Continua a leggere

  Uno, musica di Mariano Mores e testi di Enrique Santos Discépolo, parla di un uomo deluso nelle speranze che finisce per diventare arido, con un cuore così freddo da non riuscire più ad amare la donna per cui aveva sempre spasimato. Che sia destinato pure io a un futuro così meschino? Nel giro di pochi giorni ho perso l’amore, la casa dove abitavo. Ora perfino la macchina. La vita mi si è scatenata contro e io non capisco perché. Sempre che esista un perché. A volte uno si scervella per trovare una ragione logica dietro avvenimenti in apparenza correlati, ma dimentica che il mondo, questo mondo qua, è dominato dal caos. Fortuna che mi rimane la scuola, se Mister Destino o chi per lui mi togliesse anche quella non saprei più dove sbattere il cranio.

Il carro attrezzi invade la corsia d’emergenza e manovra per allineare la piattaforma di carico col muso logoro della Panda verde. Spengo lo stereo sul finale di Uno, smonto dall’auto e mi vado a piazzare a ridosso della barriera di plastica antirumore, da cui filtra sbiadito un paesaggio di campagna stepposa mista a chiazze di periferia, al riparo dalle macchine che solcano come meteore le tre corsie del Raccordo Anulare.

«Salve caro, che è successo?» il meccanico del soccorso stradale, un ragazzo sui vent’anni dai capelli neri e il volto spigoloso, mi lancia un sorriso arrogante, come se l’avaria fosse già retrocessa dal tempo presente al passato remoto.

«Si è spento il motore mentre viaggiavo» allargo le braccia impotente: mi ha abbandonato così, senza preavviso. «Sono riuscito ad accostare nella corsia d’emergenza».

Il tizio sale a bordo, prova ad avviare ma ottiene in cambio lo stesso raglio, forse un po’ più asmatico, che aveva risposto alle mie sollecitazioni. Fa scattare il meccanismo di apertura del cofano, scende dall’auto, solleva il portellone e affonda le braccia nelle viscere del motore. Nemmeno cinque minuti ed emana il verdetto.

«È la benza, caro. Sei rimasto a secco».

La notizia mi lascia a secco di fiato.

«Batteria e impianto elettrico funzionano. Avviamento e cinghia di distribuzione sono a posto» afferma con la sicurezza di un meccanico di formula uno. «Può essere solo la benza».

In quarant’anni di vita sarebbe la prima volta che prendo un abbaglio di simili dimensioni.

«Magari il galleggiante è tarato male o si è rotto. Capita. Uno pensa di avere benzina, invece il serbatoio è vuoto» chiude il portello del vano motore con un gesto perentorio. «Se vuoi, caro, montiamo la macchina sul carro attrezzi. Ti do un passaggio fino all’officina dell’area servizio Pisana Esterna».

«Altrimenti?».

«Telefoni a qualcuno e ti fai portare la benza. A me paghi solo la chiamata».

Fosse successo dieci giorni fa avrei saputo a chi rivolgermi, ma adesso come faccio, se la chiamassi lei mi direbbe che una volta messa una pietra sul passato, anzi sul presente, quella pietra non si sposta più; che come lei riesce a sopravvivere da sola, altrettanto dovrei dimostrare io con i miei comportamenti, senza infrangere il silenzio bilaterale per colpa di un volgare galleggiante rotto.

«E va bene. Andiamo all’autogrill».

Il tipo del soccorso stradale sale a bordo del carro attrezzi e aziona il meccanismo che fa inclinare la piattaforma. Lo controllo mentre assicura il gancio di traino alla scocca della Panda, poi svolge il cavo e lo collega al gancio; torna al camioncino e accende il congegno di richiamo. Rimango incantato a osservare la mia auto che risale la china fra gemiti e stridori.

Fino alla settimana scorsa tiravo avanti senza intoppi confidando in una riserva accettabile di carburante, non il pieno, certo, comunque in quantità sufficiente per tagliare i miei traguardi.

«Ehi, caro… Che fai, vieni o no?».

Oggi per un imperdonabile errore di valutazione vengo a sapere che sto a secco.

«Ti senti bene?».

Il meccanico, una gamba a bordo, agita il braccio a tergicristallo per richiamare la mia attenzione. Scopro che il pianale del carro attrezzi è di nuovo orizzontale; la Panda verde, in cima, è immobile come un malato terminale su una barella. Giro intorno all’automezzo e salgo dallo sportello del passeggero. Sono circa le diciotto e trenta, arriverò in ritardo per la lezione, sicuro, ma in questo caso le ansie di natura professionale passano in secondo piano rispetto a un pensiero fisso che mi martella la testa da quando l’addetto del soccorso stradale ha emesso la sentenza.

Si è rotto il galleggiante della mia vita.

***

Supero i battenti spalancati del cancello, percorro la rampa in discesa fino al cortiletto interno, lancio la solita occhiata di rispetto misto a timore agli alveari di dieci piani più terrazza, gialli monocolore con le persiane verdi, che incombono su di me facendomi sentire microbo e indifeso. M’incammino nella stradina fiancheggiata dalle saracinesche dei garage, in lontananza scorgo quella della scuola, tirata su e con l’insegna rossa illuminata.

TodoTango.

Il posto dove ho stabilito la sede legale della mia attività, al civico 22 di Via Gabriello Chiabrera, in zona San Paolo, non ha mai funzionato come autorimessa, in origine era un magazzino import-export di capi di abbigliamento, una succursale interrata del punto vendita che ancora oggi si affaccia sulla strada. Con la crisi che infuriava i proprietari decisero di tagliare i costi, si tennero il negozio e misero in affitto il magazzino. Mi risulta sia passato attraverso parecchie mani, i dettagli non li conosco, so solo che prima che lo rilevassi io l’avevano trasformato in uno spaccio di materiali edili. Ancora ricordo le cataste di sacchi, casse di legno e scatoloni che gravavano sui muri la prima volta che lo visitai. Non mi fece una grossa impressione ma nei dintorni era l’unico locale con una superficie adatta per impiantare una scuola di ballo.

L’ho ristrutturato da cima a fondo, ho sostituito il pavimento in maioliche con un parquet in legno massello trattato con vernici antiscivolo. Le doghe le ho fatte venire da una falegnameria di Buenos Aires, perché io sono convinto che le materie prime che provengono da là, dalla mecca del tango, conservino ancora un barlume residuo della magia che si respirava nei caffè fumosi della epoca de oro. Ho ricomprato i mobili, montato i controsoffitti e installato l’impianto d’aria condizionata. Insomma, attingendo dal tesoretto della liquidazione del lavoro precedente ho trasformato una cantina buia e polverosa nel gioiello che avevo sempre sognato: la mia scuola di tango.

Entro annotando un ritardo di venti minuti, per come si era messa la faccenda lo considero un miracolo. Circumnavigo il bancone della segreteria, le tessere dei soci sono tutte nel cestello di vimini, la mia non sarà l’accademia più affollata di Roma ma sulla costanza degli alunni del lunedì non ho nulla da eccepire. Se anche le signore ultrasessantenni, quelle che si fanno vive ogni tanto per le lezioni private, dimostrassero la stessa continuità, arriverei a fine mese con le spese coperte e senza troppi patemi. Prelevo le tessere, una a una siglo la casella che corrisponde alla lezione di oggi e le rimetto nel cestino. Vado nella stanzetta sul retro, attacco il giubbetto sull’attaccapanni, mi siedo e sostituisco le scarpe da passeggio con quelle da lavoro. Mi avvio alla sala da ballo seguendo il filo musicale di un tango.

Quell’idiota ha messo Pugliese.

L’ho chiamato dall’officina dell’area servizio. Quando gli ho annunciato che sarei arrivato in ritardo a causa di un problema tecnico, che pertanto avrebbe dovuto incaricarsi lui di recuperare la chiave di riserva dal negozio di abbigliamento e di guidare in mia assenza gli esercizi di stretching, ha esultato col solito grido di battaglia, probabilmente battendosi il petto con la mano da gorilla.

Pensa a tutto Max!

Fosse per lui oltre al riscaldamento si fregherebbe anche il resto della lezione: sono due anni che ha iniziato e già si considera un fenomeno, se solo sapesse quanti chilometri di pista bisogna sudarsi prima di guadagnare le mostrine da docente, quante ore investire tra lezioni di gruppo, private e stage di tecnica. Gliel’avrò detto un milione di volte che i tanghi di Osvaldo Pugliese in un corso è meglio evitarli, sono brani con una struttura musicale troppo complessa, ritmi e timbri che saltano da bava di vento a mare in burrasca, una stratificazione che i piedi poco esperti di un apprendista assimilano con difficoltà. Per insegnare il tango bisogna scegliere fra bianco e nero, mai cortocircuitare gli opposti: se si vuole tenere un ritmo elevato per esaltare la camminata e i controtempi, la soluzione ideale è l’orchestra Juan D’Arienzo con la sua cadenza sostenuta; altrimenti, se si cercano soluzioni più melodiche, coi brani che concedano momenti di calma per testare adorni, ganci e boleos, l’alternativa più adatta è Carlos Di Sarli.

Quando mi affaccio sull’uscio della sala, i componenti stabili del corso intermedi-avanzati del lunedì si presentano nella seguente configurazione: Max che si atteggia a maestro con Ramona; i due pensionati, Alfredo e Rosita, che volteggiano in autonomia, incuranti dei mali del mondo; Annamaria, seduta su una sedia a bordo pista, le gambe accasciate sul parquet, che osserva la scena con le braccia conserte e il muso imbronciato.

Tolti Alfredo e Rosita che conducono vita a parte, i rimanenti tre alunni del corso di gruppo sono legati a vicenda da una forma di equilibrio estremamente instabile. Max, mio coetaneo, uomo imponente sia per stazza che autostima, pende dalla bocca al silicone di Ramon; se lei gli chiedesse di scalare l’Everest a piedi nudi sono certo che Max si rimboccherebbe le maniche e partirebbe più in tromba di uno sherpa. Il problema è che Ramona è tanto bella quanto passiva: il suo viso truccato fino a sembrare una maschera, con quel sorriso perenne stampato sulle labbra rosso fuoco che contrastano col nero intenso dei lunghi capelli lucidi, non lascia mai filtrare parvenze di sentimento. Tosta di fisico, abbronzata quattro stagioni su quattro, Ramona è avvolta da un’impenetrabile aura di mistero, nessuno è mai riuscito a scucirle dettagli sulla vita privata; ogni domanda, diretta o indiretta, lei la elude con abili stratagemmi. E poi, mistero nel mistero, non si capisce perché arrivi sempre con un quarto d’ora di ritardo e abbandoni la lezione un quarto d’ora prima della fine, in queste anomalie è più precisa di un orologio atomico. A sua volta Max è oggetto delle attenzioni esplicite di Annamaria, divorziata, un tipetto carnoso ed esuberante che si presenta a lezione sempre al massimo del tiro, capelli mogano gonfi di permanente, seni prosperosi in bellavista, il che lascia intendere che sia a caccia di un individuo di sesso maschile da trasformare in compagno fisso di ballo e magari qualcosa di più.

Tirando le somme, il parquet in legno massello dell’associazione sportivo-dilettantistica TodoTango di Toni De Mastrangelo è lo scenario di una telenovela parallela fatta di sospiri, frecciate e tremori che la mia presenza fisica a lezione riesce più o meno a tenere sotto controllo, ma che in caso di ritardi o vacanze ingiustificate degenera puntualmente in tragedia.

11 settembre 2019

Aggiornamento

L'idea di scrivere un romanzo con al centro la figura di Xul Solar nacque in seguito a una mostra che ebbi modo di visitare a Barcellona all'inizio degli anni 2000. Dalla mostra un catalogo. Dal catalogo la notizia dell'esistenza del Pangioco (Panjuego o Panajedrez).
Consiglio vivamente di procurarsi questo volume a chi volesse approfondire il profilo artistico di un personaggio situato sulla linea di confine tra aldiqua e aldilà.
 
12 luglio 2019

Aggiornamento

Un'intervista a cura di Luigi Annibaldi e Lucia Pappalardo di "Genius scuola di scrittura", in una rovente giornata di luglio, fuori al Palazzo del Freddo di Fassi, nota gelateria romana: potete guardarla a questo link.
09 luglio 2019

Aggiornamento

"Il Pangioco di Xul Solar" è un romanzo musicale che comincia con questo tango del 1943, eseguito dall'orchestra Aníbal Troilo: "Uno", musica di Mariano Mores e testo del poeta Enrique Santos Discépolo (al quale è legato uno dei misteri del romanzo).

Vi invito ad ascoltarlo mentre leggete l'incipit del libro.
https://www.youtube.com/watch?v=Gf2BmOwMFlg

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il Pangioco di Xul Solar”

Mario Abbati
Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Laureato in Ingegneria Elettronica e poi in Filosofia, è autore dei saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale” (Euroma, 1994) e “Manifesto del movimento reticolare” (Musis, 1996).
Con Terre Sommerse ha pubblicato la raccolta di racconti “La donna che ballava il tango in senso orario” (2011) e il romanzo “Il paradiso delle bambole” (2014).
Con Alter Ego ha pubblicato le raccolta di racconti “Vado a comprarmi le scarpe da tango” (2015), “TanguEros – Storie di ballerini tormentati” (2017) e il romanzo “Decimo piano, interno quattro” (2016).
Da anni studia le applicazioni dei Tarocchi alla scrittura creativa, tenendo corsi e workshop presso scuole di scrittura ed associazioni collegate.
Mario Abbati on sabwordpressMario Abbati on sabtwitterMario Abbati on sabfacebook

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie