Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Paradossi d'amore - Storie di amori non comuni spiegati dalla psicologia

Paradossi d'amore - Storie di amori non comuni spiegati dalla psicologia
85%
30 copie
all´obiettivo
67
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Agosto 2022

I percorsi che la mente intraprende per mantenere l’equilibrio e l’integrità sono a volte misteriosi e indecifrabili. Viviamo spesso attraverso paradossi che per loro natura sono illogici, eppure possono salvare dal perdere il senso dell’esistenza. In queste nove storie, narrate da una scrittrice e commentate da uno psicoterapeuta sistemico, si raccontano amori che hanno stravolto intere vite. Nove storie che aiutano a capire qualcosa di più su questa grande forza trasformista che è l’amore.

Introduzione di C. Bogliolo, psichiatra, fondatore e presidente onorario dell’istituto di psicoterapia relazionale.

Prefazione di G. Filosa, giornalista, musicista e artista teatrale.

Perché abbiamo scritto questo libro?

Caterina Saracino: “Perché la fragilità è qualcosa che mi spaventa e mi affascina da sempre. Scrivere di questi amori così complessi, a volte irrealizzabili, a volte insostenibili, e leggere il “responso” dello psicologo, mi ha aiutato a comprendere meglio alcune dinamiche della mente umana. Ho scritto questo libro perché vorrei che anche i lettori provino la stessa emozione nello scoprire che ciascun comportamento umano, anche e soprattutto in amore, è frutto di qualcosa che sboccia e matura”.

Claudio Fratesi: “Perché mi occupo di psicoterapia da molti anni e ho incontrato nel mio lavoro tante storie d’amore “strane”, imprevedibili, dove questo sentimento, come i liquidi, si adattava alle più diverse forme restando in fondo sempre lo stesso. Ho voluto raccontare alcune storie in modo semplice e fruibile da tutti perché è un argomento che interessa la vita di tutti. Probabilmente niente come l’Amore rappresenta l’aspetto più entusiasmante della vita ma anche, quando finisce in modo traumatico, la negazione della vita stessa”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Premessa

L’obiettivo sperato di questo libro è duplice: la semplicità della lettura, pochissime citazioni e nessuna nota a piè di pagina e poi commentare storie di vita, dove i protagonisti hanno vissuto amori eccezionali, utilizzando uno sguardo sistemico relazionale fruibile per tutti e non solo per gli addetti ai lavori.

Un doppio intento difficile da coniugare, quasi un ossimoro, come a volte succede nella pratica psicoterapeutica quando dobbiamo aiutare i pazienti ad uscire dal proprio universo e concepire un multiverso di verità.

Per quanto riguarda il primo intento, quello della bella lettura, mi sono affidato a una scrittrice molto brava che ha in attivo diverse pubblicazioni che hanno riscosso un ottimo successo, quindi obiettivo raggiunto.

Per quanto riguarda il secondo intento mi sono trovato più difficoltà perché per essere ‘leggero’ e interessare il lettore ho dovuto fare una necessaria semplificazione del pensiero sistemico relazionale che è molto più complesso; ogni storia meritava una vasta analisi sistemica ma ho voluto limitarmi a brevi accenni con la speranza di stimolare una curiosità verso un linguaggio e un pensiero diverso da quello psicanalitico che gode di una vasta letteratura.

Continua a leggere

Continua a leggere

Le relazioni devono essere considerate come fossero esseri viventi, da nutrire, coccolare, educare e a volte anche rimproverare. Prendersene cura perché come tutti gli esseri viventi si possono ammalare e possono essere malattie passeggere o malattie mortali o peggio ancora croniche.

In queste storie trattiamo di relazioni ammalate che hanno avuto evoluzioni diverse, alcune doloranti alla ricerca di un equilibrio migliore, altre bloccate e incapaci di evolvere dove si evince che il loro motto silenzioso èResistere ad ogni costo”. Una maniera ‘folle’ di cercare in nuovo perpetuando il vecchio.

Quando si parla di storie umane è impossibile essere netti e precisi, la scienza è una materia esatta ma le persone sono molto inesatte, in effetti non possiamo mai Condannare o Condonare una persona perché non possiamo mai arrivare nella profondità dei suoi pensieri ma solo attenerci ai comportamenti visibili.

Concludo ribadendo che ciascuna di queste storie contiene innumerevoli aspetti di indagine sistemica; in ciascuna ho privilegiato l’aspetto che ritenevo più centrale e più facilmente intuibile anche per un lettore inesperto e a tal fine ho anche pensato a una sequenza, un filo conduttore che le renda, pur nella grande differenza, pertinenti una di seguito all’altra.

La prima storia non può non essere che Sirenetta perché è la più complessa e la più ricca di stimoli e anche di riflessioni contrastanti;

La seconda storia è Trofeo con la sua forza disperata e rinuncia ad una soluzione;

La terza è Luna, un esempio di come l’amore nelle sue infinite sfumature abbia una radice unica;

Per quarta storia ho scelto Cheesecake, un esempio di resistenza e di contenimento del conflitto;

La quinta storia è Melograno, l’amore vissuto nei silenzi e nei sogni;

Sesta storia Ceramica, la nascita e la morte di un sogno che non è mai diventato progetto ma che ha cambiato una vita;

Per settima storia ho pensato a Spugna, la fusione che diventa quasi simbiosi e la dimostrazione di quanto possa essere forte una donna.

L’ottava è Paguro, la storia dove i sintomi si sostituivano al cambiamento;

Nona e non ultima è Pulcino, la storia di una giovane ragazza che era arrivata sull’orlo del precipizio e invece di cadere si fa spuntare le ali e vola via.

CERAMICA

Quando mia madre ordinava a Suni di tirare fuori dalla credenza i piatti di ceramica giapponese, sapevo che saresti arrivato tu.

Non lo faceva per nessun altro. La nostra villa era spesso teatro di incontri con gli ospiti più disparati: medici, assessori, pubblicitari, fotografi, attori; ma i piatti di ceramica giapponese, quelli blu con i gelsomini, erano riservati a te.

Mio padre si metteva in agitazione già una settimana prima.

“Ho preso questo vino per Emilio”, “Bisogna richiamare il giardiniere, Emilio deve trovare tutto perfetto”, “Ho prenotato al (e nominava il ristorante più costoso della regione) per quando viene Emilio”.

Io e Luca, il mio gemello, assistevamo attoniti alla frenesia di mamma e papà, chiedendoci ogni volta che cosa avessi fatto di tanto speciale per meritarti la loro gioiosa ansia di accoglierti come una specie di dio.

Sapevamo che, diversi anni prima, ti eri fatto carico, come avvocato, della difesa di mio padre in un processo di cui avevamo notizie vaghe e confuse; i miei si riferivano malvolentieri alla faccenda, liquidandola con: “una cosa di soldi”. Di soldi non si parlava mai nella nostra famiglia: sapevo che il loro marchio di pellicceria volava, il nostro stile di vita ce lo dimostrava ogni giorno. Quella causa doveva essere qualcosa di grosso, perché da quando papà l’aveva vinta grazie a te, tu avevi smesso di essere il suo carissimo ex compagno di scuola ed eri diventato Emilio con ogni onore e gloria.

La prima volta che venisti a trovarci nella nostra villa, io avevo tredici anni. Nella mia memoria, in mezzo al cabaret che era casa nostra, ti etichettai come “quello di David Bowie”. Avevi quest’abitudine di portare sempre regali, oltre a una quantità spropositata di olio della Puglia, la terra tua e di papà. Quella volta mi portasti la musicassetta di “Heroes”, l’ultimo lavoro di David Bowie. Mi rifiutai di ascoltarlo, anzi: lo trovai un regalo di pessimo gusto. Come osavi fare un regalo del genere a una tredicenne? Un bracciale, una camicetta colorata… non sarebbero stati doni più adatti?

La seconda volta, un paio di anni dopo, la tua posizione nella mia classifica degli ospiti scese ancora, toccando forse il penultimo posto (all’ultimo c’era sempre quel fotoreporter che puzzava di sudore da tre metri). Avevi lasciato nel piatto quasi tutta la torta di ciliegie che Suni mi aveva concesso di preparare al posto suo: per me era un affronto gravissimo e non ti rivolsi più la parola per tutto il dopocena. Non che avessimo parlato granché, prima: tu parlavi solo con i miei genitori. Odiavo quando, ogni tanto, tu e mio padre vi mettevate a rivangare episodi della vostra giovinezza, parlando quel dialetto barese che in casa sentivamo di rado, solo quando papà si inalberava per qualcosa. Lo trovavo orribile, volgare, sembrava stravolgervi i connotati. 

Comunque, quel giorno diventasti: “Quello a cui fanno schifo le mie torte”.

Il 3 giugno 1982 annotavo sul mio diario segreto: “Assurdo. Mi piace l’avvocato di papà! Ha solo ventotto anni più di me”.

Frequentavo l’ultimo anno di Ragioneria, che detestavo con tutte le mie forze, ma che avevo scelto di fare per dimostrare ai miei genitori che Luca, liceo classico, era il diamante della famiglia, ma io potevo essere uno smeraldo.

Tutta quella matematica mi dava la nausea, anche se me la cavavo. Il mio obiettivo era il diploma. Dopodiché, messa a tacere la mia voglia di rivalsa sui miei genitori, mi sarei concentrata su quello che davvero volevo fare: la ballerina. Avevo studiato danza classica, da piccola, ma da qualche anno ero passata alla danza moderna, senza nessun entusiasmo da parte dei miei, che mi pagavano il corso, tre volte a settimana, ma che non mi chiedevano mai niente. Dopotutto, anche io non mi interessavo alle loro pellicce: mi facevano orrore.

Avevo un paio di ragazzi che mi corteggiavano, anche se io con questi due non avevo mai parlato direttamente: ma funzionava così, all’epoca. Mio fratello mi aveva portato il messaggio di un ragazzo, mia cugina dell’altro. Se mai io avessi accettato di uscire con uno di loro, mamma e papà permettendo, avrei dovuto incaricare il messaggero di portare al fortunato la risposta.

Era la terza volta che venivi ospite da noi. Ricordo che portasti una sorta di tortine di ricotta, i dolci più buoni che avessi mai mangiato in vita mia: dicesti che si chiamavano bocconotti, che nel tuo paese si mangiavano spesso e non erano considerati così speciali, ma per noi marchigiani erano una novità.

Tu e papà quella sera vi metteste a parlare di politica e a un certo punto la discussione si accese. Temevo che avreste finito per litigare e così preferii andarmene in cucina ad aiutare Suni a lavare i piatti. Erano belli, quei piatti di ceramica blu. Li asciugavo come fossero neonati.

Quando Suni si ritirò, io rimasi in cucina a bere un tè freddo. Di là, in salotto, le voci si erano spente. La finestra si affacciava su quella che io e Luca chiamavamo “la piantagione”; un modo per prendere in giro papà, che aveva la mania del basilico e ne coltivava tanto quanto odiava trovarlo nelle sue pietanze. Tu eri lì, sotto il cielo che si scuriva. Mi sembrò di spiarti, perché intuivo che ti credessi non visto. Fumavi una sigaretta ed eri di profilo rispetto a me. Portavo alle labbra il mio bicchiere di tè freddo, cercando di indovinare i tuoi pensieri. Forse ti era dispiaciuto avere quella discussione con il tuo caro amico. O forse volevi solo ritagliarti un momento tutto tuo, dopo tre giornate trascorse con noi, prima di ritirarti nella stanza d’hotel.

Per la prima volta ti guardai davvero. Se, fino a tre anni prima, ti avrei descritto di media altezza, con capelli e occhi neri, in quel momento notai che il tuo naso non era lungo però era come se non avesse ben capito che direzione prendere. “Arzigogolato”, l’avrei definito. Anche il tuo mento era irregolare: lo percorreva una sorta di incisione, su cui i peli della tua barba non crescevano più, o forse non erano mai cresciuti. Avevi la fronte alta che spesso si associa ai pensatori, tanti capelli e delle basette che mi facevano pensare a certi attori americani. Non eri bello come un attore, proprio no, ma il modo in cui portavi quella sigaretta alle labbra mi suggeriva oscenità. Perché la tenevi a lungo fra le labbra, perché dopo la guardavi. Eri attento a lei, ma lei sapeva che il padrone eri tu.

A un certo punto ti voltasti verso la finestra della cucina. Spingesti lo sguardo oltre il vetro e, ingannato dal semibuio, non mi notasti subito, ma solo dopo qualche istante.

Alzai una mano per salutarti. Tu sorridesti e tornasti alla tua sigaretta.

“Adesso mi credi una spiona”, e così posai il bicchiere sul tavolo e mi alzai dalla sedia con l’intenzione di ritirarmi in camera mia. Tu, però, ti voltasti di nuovo verso di me e mi sorridesti ancora. Era come se avessimo innescato un gioco a cui mi accorsi di non potermi sottrarre. Così, anziché uscire dalla cucina, avanzai verso la finestra. Tu mi guardavi ancora e sorridevi. Muovesti qualche passo anche tu, nella mia direzione. Mi avvicinai al vetro, poggiando i palmi sul davanzale, tra i vasetti di orchidea di cui papà l’aveva ingombrato. Lì, diceva, c’era la luce perfetta per loro, e non importava a nessuno se quella finestra non si poteva più aprire. Forse anche per questo mi sentivo sicura, avvicinandomi al vetro: c’era una barriera fra noi, la sola comunicazione possibile era lo sguardo.

Iniziammo a studiarci. Il tuo sorriso si fece meno giocoso. Aspirasti dalla sigaretta e io guardai quella nuvola azzurrina avvolgerti le labbra, salire verso il tuo naso così strano. Deglutii. Il tuo sorriso agitò le mie acque: quella sigaretta ero io.

Era l’ultima sera della tua permanenza. Sapevo che la mattina successiva saresti ripartito per la Puglia e ti avrei rivisto dopo altri due anni. In fondo, era solo un sorriso e uno sguardo ciò che ci eravamo scambiati. Saresti ritornato il semi-sconosciuto di sempre, avrei dimenticato quella sensazione e saresti diventato solo la paginetta del diario di una vergine.

Di lì a una mezz’ora, mi ritrovai in camera mia, a fare un esercizio di danza davanti allo specchio dell’armadio. Sentii il grosso anello di mamma picchiettare sulla porta chiusa.

– Lara! Emilio va via, vieni a salutare!

Come ci saremmo guardati, dopo quel momento? Fui tentata di fingere di stare già dormendo, per risparmiarmi il saluto. All’ultimo, però, mi precipitai verso la porta, abbassai la maniglia e volai sulle scale, scendendo dabbasso.

– Oh, eccola! – esclamò mamma, tradendo un lieve fastidio nella voce.

Aspettavano solo me, per chiudere la porta alle tue spalle. Mio padre ti richiamò indietro. Quando pensavo che non ritenessi necessario salutarmi, facesti di nuovo capolino dalla porta.

– Arrivederci, Lara.

Mi stringesti la mano. Fu l’azzanno di un lupo. Seppi con certezza che quel momento aveva agitato anche le tue acque…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Paradossi d’amore – Storie di amori non comuni spiegati dalla psicologia”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Caterina Saracino e Claudio Fratesi
Caterina Saracino: "Ho trentanove anni e sono mamma di un bambino splendido. Sono nata in Puglia, ma prima gli studi e poi l'amore mi hanno portata nelle Marche. Nella vita ho fatto tanti lavori: ho recensito film, inventato ricette, lavorato in uno studio pubblicitario, appeso cappotti, fatto archivi digitali, illustrato per una piccola azienda, insegnato tecniche di scrittura creativa in una scuola, editato libri. Il cambiamento è stato sempre il mio karma (o la mia maledizione, a seconda delle stagioni della mia vita), ma una cosa che non è mai cambiata, in me, è l'amore per la scrittura, che mi accompagna da decenni come una gemella siamese. Tra le mie pubblicazioni, ci sono quattro romanzi e alcuni libri illustrati per bambini".

Claudio Fratesi: "Sono uno Psicologo Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, oltre alla clinica mi occupo anche di formazione, di mediazione familiare e sono docente universitario a contratto. Ho voluto tenacemente fare questo lavoro che amo e anche oggi, dopo oltre trent'anni di attività, provo la stessa forza e entusiasmo nello scoprire i pensieri e le emozioni più profonde delle persone. Ho imparato quanto è difficile cambiare perché siamo attaccati alla nostra immagine, qualunque sia, e soprattutto perché siamo appartenenti ai nostri sistemi di riferimento, in primis la famiglia, che cantano con noi nel coro delle nostre vite.
Sono padre di due figlie che mi riempiono di soddisfazione e forza, che è la forza dell'amore".
Caterina Saracino e Claudio Fratesi on FacebookCaterina Saracino e Claudio Fratesi on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie