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Passaggio della Vittoria

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Consegna prevista Marzo 2021
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L’ispettore della sezione omicidi della polizia di Bucarest, Razvan Ursuleanu, ipovedente, famoso per la sua capacità di indagare le ombre e la storia, viene incaricato di ritrovare un uomo scomparso, un barbone come ce ne sono tanti in Romania. È un incarico anomalo, che il suo capo gli trasmette con profondo disprezzo. L’uomo scomparso viene ritrovato morto e allora il caso assume un senso per l’ispettore. Nel passato della vittima Razvan scopre parte del passato inquietante della nazione. La storia di una famiglia, separata dagli eventi, si intreccia alla Storia dell’epoca della dittatura e dei tanti suoi residui che ancora pervadono la democrazia. Accanto all’ispettore appare anche una donna elegante, funzionario del Ministero degli Interni, e un professore di Storia dal passato ingombrante e dal presente misterioso. Sullo sfondo la Bucarest di oggi, moderna e fatiscente, che corre veloce verso il futuro senza rimuovere “le scorie” del passato.

Perché ho scritto questo libro?

Ho camminato per Bucarest per 9 anni, ho preso bus, tram, la metro, ho visto tanta umanità e tantissima Storia, vita e decadenza. Passaggio della Vittoria e la piazza omonima sono il cuore di questa metropoli; qui il popolo protesta davanti al palazzo del governo.
Sentivo l’urgenza di immaginare il presente e il passato attorno a questa piazza. La storia di uomini perduti, di donne scappate, di giovani abbandonati, di vecchi in ombra, di crudeltà che potrebbero sempre tornare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Parte prima
Scomparso

Razvan

Su un punto il suo capo aveva ragione: amava Bucarest.
Amava girare a vuoto per le strade di questa città, annusare gli odori che salivano dai cortili abbandonati, sentire le voci stridule delle donne zigane e le grida roche degli uomini che parevano sempre ubriachi.
Amava le ombre perché di colori ne vedeva ben pochi.
Invece non gli piaceva la centrale di polizia, non sopportava i colleghi, se doveva scrivere un verbale preferiva dettarlo al telefono ad Adina. Da molto tempo non aveva più un ufficio, l’aveva lasciato ad Adina e lei lo custodiva nella speranza che lui tornasse più spesso possibile. Razvan appariva in centrale solo per estrema necessità, quando il capo lo obbligava.
Tutto quel mondo lì gli ricordava l'apparato. Certo era anche il suo passato. Un passato che non era servito a nulla.
Il passato non è altro che il presente andato a male. Solo che il cibo si può buttare mentre la propria vita non va in discarica. Ti resta addosso puzzolente. Questo era il suo pensiero.
Un uomo non sceglie l’epoca in cui vivere e se avesse potuto scegliere Razvan non avrebbe saputo decidersi. Non era così ingenuo da pensare che l’umanità fosse mai stata migliore.
Ogni giorno che trascorreva al mondo si rafforzava in lui la convinzione di essere nel posto sbagliato e nel momento peggiore, tuttavia l’unica alternativa possibile era il non esistere.

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Sì, non esistere doveva essere proprio una buona condizione. In molti momenti aveva la forte sensazione di essere completamente assente al mondo, di guardarlo da un angolo buio, non da sopra, piuttosto da sotto.
Diversamente la città gli piaceva perché era concreta, fatta di volumi di pietra anche se le trasformazioni moderne lo infastidivano con tutti quei palazzi di vetro. Il vetro era sinonimo di inganno: finta trasparenza.
E le persone? Le persone erano un’altra faccenda. Nella città anche loro gli sembravano un po’ più vere, o forse era solo una sua speranza.
“Non è cambiato niente.”
Gli disse un insegnante di italiano che aveva il suo stesso nome.
“L'ideologia non significa più nulla, liberali… psd…o partito del popolo…prima si arricchivano dentro l'apparato con l’arroganza di chi sa di approfittare della posizione di potere, con la democrazia invece rubano con la convinzione di essere nel giusto per volere del popolo.”
L’ispettore Razvan Ursuleanu taceva, ascoltava scettico, non tanto perché il suo omonimo non avesse ragione, quanto perché quell’uomo non lo convinceva. C’era qualcosa in lui che riconosceva come una tara del suo popolo, una delle tante e lui le conosceva bene.
“Mio nonno…”
L’insegnante fece una lunga pausa prima di continuare, come se non riuscisse a trovare un verbo adeguato ad esprimere quel che voleva attribuire a suo nonno, che essendo vissuto sotto il regime, o lo aveva subito oppure l’aveva appoggiato, di opposizione ce n’era stata poca, molto poca.
“Mio nonno dice che almeno a quel tempo avevamo un forte senso dello Stato, oggi invece lo Stato è solo un magazzino da saccheggiare.”
Il suo amico sorseggiò la birra. Non era proprio un amico. Razvan non aveva amici, perché non aveva mai avuto tempo per gli amici. Lo aveva incontrato qualche giorno prima all’ospedale di oftalmologia. L’altro non aveva problemi agli occhi, aspettava sua madre che stava facendo una visita, mentre lui doveva fare il solito controllo, il medico gli aveva confermato la sua evidente cecità.
“Rubano, questo lo sanno fare bene, quel che è più shoccante è che si sentono quasi giustificati per il fatto stesso di essere uomini di potere e il popolo si potrebbe dire li giustifica per lo stesso motivo.”
Si erano rivisti alla sera per bere una birra in un bistrot vicino piazza Romana. Era stato il prof a proporre di rivedersi e Razvan aveva detto di sì, convinto. Non l’aveva mai fatto. Forse gli piaceva il fatto che parlava sempre l’altro e lui doveva solo ascoltare.
Aveva grandi occhi scuri che pendevano agli angoli, begli occhi, Razvan glieli invidiava. Un viso largo, mento squadrato e sguardo bonario, eppure lui continuava a percepire una tara. Finalmente quando il prof smise di parlare e con un lieve sorriso di compiacenza bevve un altro sorso di birra guardando Razvan senza tuttavia dare l’impressione che attendesse la sua opinione sulla questione, l’ispettore capì di cosa si trattasse.
Durante il discorso continuava a rimuginare sulle informazioni che con orgoglio il prof aveva dato di sé. Aveva più di 50 anni e doveva ancora terminare la tesi di dottorato, aveva lavorato per 10 anni su una tesi poi per un diverbio con la professoressa relatrice l’aveva abbandonata, ne aveva iniziata un’altra e gli anni passavano e da sette stava ancora studiando per finire la nuova tesi. Nel frattempo aveva insegnato, ora faceva il segretario perché non c’erano tanti studenti di italiano.
Abitava con i suoi genitori e suo nonno, un reduce del comunismo. Un quadro personale di cui sembrava orgoglioso come se fosse un ragazzo di 25 massimo 30 anni.
L’immaturità cronica! Rifletteva Razvan.
“Non c’è speranza!” Concluse il prof.
I due Razvan si salutarono senza che nessuno proponesse di rivedersi, come se quel che era stato detto fosse tutto, non c’era nulla da aggiungere per quella serata né per altri momenti.
Seguendo l’ombra del grosso amico che si allontanava, faceva sempre così dopo aver incontrato una persona, rimaneva fermo e con la sua debole vista cercava di cogliere il ritmo della siluette che se ne andava, come se dal movimento della schiena e dall’andatura potesse ricavare qualche informazione, Razvan pensava che non era d’accordo, che l’altro Razvan aveva ragione sui politici ma non sul fatto che non ci fosse speranza, perché era un modo come un altro per togliersi dalle responsabilità: un'altra tara.
“Un ispettore di polizia è comunque un servitore dello Stato.” Non poteva permettersi di avere un'opinione drastica sul sistema.
In ogni caso Razvan preferiva evitare la centrale di polizia. Quello era sicuramente un luogo senza speranza.

Razvan

Razvan Ursuleanu da troppi giorni gironzolava per le vie di Bucarest senza riuscire a mettere a fuoco un pensiero. Stava solo perdendo tempo. Non gliene importava nulla di quel che i suoi colleghi pensavano e dicevano di lui. Non vedeva i loro sorrisetti di scherno, non lo irritavano le frasi sussurrate a mezza bocca.
Era l'ispettore più famoso della città e il meno rispettato dentro la polizia. Sui giornali elogiavano il suo fiuto e la sua capacità di “vedere”. Non importava che fosse quasi cieco. I giornalisti mettevano sempre le virgolette per far capire che era una dote straordinaria, che andava ben oltre i limiti dell’organo della vista.
Quel giorno ascoltando le voci della città era finito a Lipscani, quel poco che era rimasto del centro storico dopo il folle progetto del palazzo di Ceausescu.

Nel 1980 Nicolae Ceausescu, il conducator, chiamò il primar, il sindaco, di Bucarest, un certo Gheoghe Pana, un fedelissimo del regime. Il palazzo della primaria era un edificio maestoso in stile impero francese costruito a fine ottocento di fronte all’ingresso del parco Cismigiu, lungo viale Regina Elisabeta: una sede regale.
Ceausescu voleva una capitale che riflettesse il periodo d’oro della sua Romania, pensava che la presidenza dovesse avere una sede degna dell’immagine mondiale del paese, del prestigio internazionale che lui si sforzava di costruire tra occidente e oriente.
“Palazzo Cotroceni è degno di un boiero d’altri tempi.” Lamentò Ceausescu ricevendo il primar alla sede del comitato centrale del partito comunista in piazza della Rivoluzione oggi, all’epoca piazza Gheorghe Gheorghiu Dej, intitolata al fondatore della repubblica comunista.
“E questo palazzo è la sede del comitato centrale non della presidenza né del popolo! Perché il presidente è il popolo.”
Pana era nato a Gheorghita da una famiglia di contadini poveri, judicatoria di Prahova, a 14 anni era entrato nella grande fabbrica siderurgica romeno americana di Ploiesti come tornitore e da lì aveva iniziato la sua carriera politica sempre dentro le organizzazioni della propaganda del partito. Sapeva che il capo voleva una Versailles romena e lui un’idea ce l’aveva.
Senza dir nulla aprì sul tavolo della presidenza una grande mappa del centro di Bucarest e indicò un cerchio rosso che recintava un’area vasta comprendente almeno 3 o 4 quartieri popolari, i più antichi della città: tante case basse costruite tra il sette e l’ottocento, alcune anche prima.
“Il cuore della città!” Constatò quasi ammirato Ceausescu. “E queste…perché no?” Chiese indicando le stradine attorno a Lipscani.
“Troppo vicine alla banca Nazionale.” Suggerì il fedele Pana dagli occhietti furbeschi.
Il conducator comprese e fu d’accordo. Anche il palazzo di giustizia sarebbe rimasto fuori.
In pochi mesi fu redatto il progetto di distruzione del cuore storico della piccola Paris, la Parigi dell’est.

Il grande portone di legno di Hanul lui Manuc era chiuso. L’antico albergo che il ricco mercante armeno Emanuel Marzaian, più noto alla turca come Manuc Bei, amico dell'imperatore ottomano e in buoni rapporti con i russi, aveva fatto costruire nel 1808 dopo la sua fuga da Istanbul.
Manuc Bei aveva perso la protezione del grande generale ottomano Alemdar Mustafa Pasha e non voleva perdere anche la testa.
Nello stesso anno infatti Alemdar Mustafa Pasha, potente visir di origine albanese, fu ucciso nel suo palazzo da un complotto di giannizzeri, la guardia personale dell'imperatore Mehmed II, che si opponeva alle iniziative modernizzatrici del Pasha.
Razvan conosceva bene la storia di Manuc Bei e ci ripensava spesso, almeno tutte le volte che passava davanti al palazzo, perché gli ricordava che con i potenti il passaggio dalla fortuna alla sfortuna è sempre stato molto rapido.
Il sultano, pochi anni dopo, nel 1826 si liberò dei giannizeri, corpo militare antico e privilegiato, sterminandoli tutti, più di 30000, la maggior parte radunati nell'ippodromo di Costantinopoli. Il massacro passò alla storia come “il giorno del fortunato incidente”-Vaka-ı Hayriye.
Il fortunato incidente: ogni volta che ripensava a quel fatto gli veniva da sorridere, considerando che ogni epoca rivela una certa fantasia nel trasmettere alla storia le sue nefandezze.
A pochi passi da Hanul lui Manuc il busto di Vlad III Tepes, figlio di Vlad II Dracul, membro dell'ordine del drago, ordine fondato per difendere il cristianesimo dalla avanzata dei turchi, troneggiava imperioso sui ruderi del suo palazzo.
Da qualche parte un cane abbaiava e delle donne gridavano. Il cane smise, le donne continuarono la loro indolente cantilena: erano zingare che cercavano ferri vecchi.
Nel miscuglio di voci Razvan fu colpito dalla voce di una vecchia, seduta su una panchina in piazza Sant'Antonio antistante Hanul lui Manuc. Brontolava che non si poteva andare avanti cosi, che la sua vita era diventata un inferno.

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Federico Collesei
Sono nato a Legnaro (PD) il 04/04/1960. Sin da piccolo ho seguito mio nonno commerciante, andavo con lui a pulire la bottega a Padova e poi al cinema a vedere solo film western, meglio se con John Wayne.
Mi sono laureato in Lettere nel 1985 con una tesi su Woody Allen e per mio nonno ero comunque il dottore. Ho diretto per alcuni anni il cineclub Cinema1 e ho frequentato la scuola di Cinema di Ermanno Olmi: Ipotesi Cinema a Bassano del Grappa.
Nel frattempo ho iniziato a insegnare, continuando a svolgere attività di organizzazione di eventi culturali per il Comune di Padova-Progetto Giovani.
Nel 2008 ho pubblicato “Il silenzio di Guo Yo”: diario di un anno di scuola con alunni cinesi nel nord est italiano; nel 2017 “A Bucarest non c’è niente da vedere” ed. ExCogita il primo romanzo ambientato a Bucarest, dove ho lavorato come insegnante per 9 anni.
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