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Il passo del codardo

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Il passo del codardo è il passo del protagonista, che non ne conosce nessun altro. È come un fratello gemello che lo segue come un’ombra, è l’unico passo che può compiere.
Il romanzo racconta di una storia d’amore affamata di lieto fine, uno spaccato di realtà quotidiana che si vorrebbe dimenticare, un periodo buio nel quale ci si ostina a trovare una luce. Il protagonista perde l’amore della sua donna e mette in atto mille tentativi, anche biechi, vigliacchi, e colpi bassi feroci, per riaverla indietro.
Sullo sfondo c’è un toccante fatto di cronaca realmente avvenuto e tematiche quali la depressione, la morte, la sconfitta, il diventare adulti, i voli low cost e la musica hip hop, il tutto giocato sul sottile filo della dialettica coraggio-codardia.

CAPITOLO UNO

Era il primo di luglio. Un caldo discreto e una notte che sembrava essere insonne. L’umanità aveva saturato goccia dopo goccia il mio personalissimo vaso e io, be’, dovevo pisciare. Aprii gli occhi e presi il computer. Schiacciai una zanzara attirata dalla flebile luce dello schermo. Non mi presi nemmeno la briga di pulire i resti. Dallo schermo. L’indomani mattina presto, avevo un cartellino da timbrare e un turno da coprire. Trent’anni fa avrei potuto ancora lamentarmene, oggi lo faccio ugualmente solo perché non me ne frega un cazzo. Ma sono fuori tempo e fuori luogo.

Soffrivo come un cane per una serie piuttosto lunga di ragioni. Più o meno valide. Più o meno motivate. Ma qualcuno, in passato, aveva detto che si era trovato a un certo punto della propria esistenza, con la consapevolezza di non poter accettare una sola goccia in più di quella sofferenza. Roba da sentirsi meno soli, roba come il cameratismo, come le seghe in compagnia e la complicità nelle rapine ai supermercati. Come ogni volta, come ogni altra volta in cui il livello di sofferenza aveva raggiunto i parapetti, aprivo il computer e cercavo di scrivere qualcosa. Prevedibile come la merda dopo il cappuccino delle nove. Poi sarebbe arrivato il sonno e poi ancora il mattino. Otto ore di tempo occupato e pensieri e stanchezza e il ritmo circadiano sballato e le partite di calcio alla TV, le corse di automobili, i videogames, i porno, le spese condominiali, il telegiornale, la prostata e il cancro, i fiori, il matrimonio, la morte.

Soffrivo perché in fin dei conti la vita era come un vialetto erboso colmo di merde di cane. Erano tante e ben nascoste, ed erano pronte a insozzare ogni singolo passo compiuto verso la porta di casa.

CAPITOLO DUE

Un’altra alba, un altro cazzo di giorno. Umani, volti, peli del naso, gel e suoni che qualcuno aveva codificato come parole. Tutta roba buona per mandarti in pappa il cervello, il pensiero, ogni buona idea che nella veglia poteva anche proporsi. Se le persone potessero esistere solo in quei venti minuti prima di cedere al richiamo del sonno, Dio a quest’ora si sarebbe già impiccato. Tutte le menate sull’Eden, il Paradiso, nuvole di panna e smoking bianchi svanite come neve al sole. Pittori, scrittori, filantropi, guide spirituali, vagoni di buoni propositi in rotta verso un campo di concentramento. Poi il risveglio, la luce del giorno, un programma radiofonico qualsiasi delle sette del mattino, la coda in auto e il posto di lavoro. Le otto ore e il ciclo dei rimpianti, il ciclo della vita.

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Io non ero diverso da chiunque avessi attorno. Avrei voluto esserlo, davvero, ma la verità era che mi rifugiavo continuamente nel domani come tutti gli altri. Ero un difensore scarso, il sangue freddo di un adolescente al primo appuntamento con l’imene. Mi proponevo di spaccare il mondo con le parole, poi giuravo che l’avrei fatto l’indomani. E poi ancora mi svegliavo un giorno, alla fine di ogni mese, come una scatoletta di tonno, immobile, sullo scaffale di un supermercato. Un prezzo attaccato sulla pancia, l’industria, il consumismo, le lobby e forse anche i Rettiliani che compravano ogni parte di me, per una cifra da loro stabilita.

Inizialmente avevo pensato fosse solo una mera questione di soldi. Valevo uno smartphone e tre pieni di benzina al mese e questo non poteva andare bene. C’erano faccende come il cibo, i viaggi, i vestiti, gli orologi, auto, moto, il parquet in legno di noce, il mutuo. Roba che se a trent’anni non ti eri ancora indebitato per i successivi quaranta, per una casa che una volta finita di pagare sarebbe stata null’altro che un tugurio merdoso e decadente, non eri nessuno. Eri un diverso, un pazzo, Osama Bin Laden, l’irresponsabile. Be’ comunque quelle erano faccende che a quel ritmo avrei anche potuto gestire, realizzare, sì, certo, ma per farlo avrei necessitato di centotrenta, centoquarant’anni, e davvero non era nei miei piani quello di campare così tanto.

Ho cambiato ripetutamente il prezzo esposto. Credevo che fosse quello il nocciolo di tutta la questione. Un generale delle SS davanti alla corte di Norimberga. Negare, negare, negare. Negare il fatto che mese dopo mese lasciavo che mi comprassero come la peggior puttana. Si prendevano il meglio, che non era poi molto. Si prendevano tutto.

E se proprio volete una testimonianza del fatto che ciò che dico è vero, be’, prendetela direttamente dalle righe qui di sopra. Quelle nate oggi, dopo otto ore faticose. Parole e prosa mediocri, espulse con più sforzo di una cagata dopo settecento cambiamenti d’aria. Forse scrivere è come avere l’Alzheimer. A volte funziona tutto, altre, invece, ti accontenti di quello che passa il convento.

CAPITOLO TRE

Era una di quelle estati. Una di quelle, ogni due, dove per venti giorni mi mettevo in silenzio radio, sottomarino, pena il linciaggio della folla impazzita. Si giocavano gli europei di calcio e io, be’, adoravo il calcio. Ma la nazionale, tifare per lo Stato che mi aveva dato i natali, senza che io avessi avuto il benché minimo potere d’influenzare quella scelta, tifare per il successo di undici uomini, avamposto di un popolo che avrebbe vinto, sì, nel calcio, ma che sarebbe tornato a perdere, giorno per giorno, dall’indomani, be’, era qualcosa che avrei anche potuto fare, se avessi avuto una pistola puntata alla tempia, o un palo a due centimetri dallo sfintere principale. Visto che assomigliavo ancora a un uomo libero, però, silenziosamente pregavo partita per partita di veder finire presto quello strazio. Tifavo gli avversari, tutti, indistintamente. Tedeschi, francesi, nazi-fascisti, coreani, venusiani, stupratori seriali, preti, non mi importava affatto. In silenzio, fingendo pacato distacco e una sportività fuori dal comune, roba da premio fair play, roba che alla Clericus Cup, sarei stato premiato con una beatificazione fast track. È che avevo paura, e io, ero un tipo facile a quel maledetto sentimento.

Ma il fatto era che un uomo capace di spendere tutto il suo stipendio per pittarsi una bandiera sulle guance e volare all’estero per gioire nel vedere stabilita la superiorità della propria Nazione, sia pure dentro un rettangolo da gioco, a me faceva una paura fottuta. E non ci potevo fare niente. Era una persona pronta a tutto, dimostrava di esserlo nei fatti. Io, che per il mio Paese non sarei stato disposto a sacrificare nemmeno una mezza scatola di fiammiferi e questa gente. Era grazie a loro che si combattevano le guerre. Fossero tutti come te, mi dicevo, due eserciti si incontrerebbero sul campo di battaglia, si guarderebbero negli occhi e poi probabilmente dopo un cenno di saluto/assenso con la testa, tornerebbero a casa per un po’ di sana pornografia sul personal computer.

Il mio unico ideale era vedere tutto crollare. Cadere. Distruggersi. Perché solo sotto montagne di cenere ritenevo possibile trovare un piccolo bagliore di speranza per il genere di cui facevo parte. Perché era tutto effimero, costruito, finto, fin dal primo vagito, anzi no, fin dalle prime scelte senzienti, vendute per consapevoli e invece pilotate senza realmente averne il benché minimo controllo.

Tutti questi pensieri mi facevano sentire molto solo, e lo ero, ma un vecchio saggio diceva che la cosa migliore era essere soli, sì, ma mai veramente soli1. E ancora non ero arrivato a quel punto della storia. E questo andava bene.

Be’ comunque per dovere di cronaca vinsero i tedeschi. A volte perfino a loro capitava. Avevo due anni di pace davanti. Anche questo andava molto, molto, bene.

1 Citazione di Charles Bukowski: “The best thing is to be alone, but not quite alone”. (Il Capitano è fuori a pranzo, Feltrinelli, Milano, 2000, p. 16)

12 giugno 2018

Spettakolo.it

Sulla testata online Spettakolo.it un articolo su Il passo del codardo, libro d'esordio di David Bandini.
28 Febbraio 2018
"Il passo del codardo" su Il Nuovo Terraglio! Potete leggere la recensione con intervista a David Bandini a questo link https://bit.ly/2FBddcZ

Commenti

  1. fdrico89

    (proprietario verificato)

    Complimenti per il risultato raggiunto. Sono molto contento che questo progetto andrà avanti. Essendo uno dei primi sostenitori lo voglio consigliare a tutti. Se vi piace leggere qualcosa di nuovo, da un autore emergente, con una forte personalità allora “il passo del codardo” è quello che fa per voi!

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David Bandini
David Bandini è nato quasi trent’anni fa e cresciuto nella periferia est di
Milano. Il passo del codardo è il suo primo romanzo.
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