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Per mille denari

Per mille denari
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Consegna prevista Agosto 2021
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In un mondo in decadenza dove la magia è ormai quasi dimenticata, le streghe sono esseri mostruosi dall’aspetto umano dotati di grandi poteri. Un tempo rare, ora stanno aumentando a dismisura, corrompendo intere regioni e soggiogando i deboli. L’unica speranza sono i Cacciatori, una gilda di esperti ammazza mostri. Ma la banale dicotomia bene-male e la linearità fiabesca della sfida tra eroe e mostro iniziano presto a mutare: la struttura autonoma dei primi capitoli cambia, e ogni episodio si rivela un tassello importante per svelare il mistero che circonda le streghe. Per mille denari è dunque una serie di racconti che converge in romanzo, un dark fantasy frammentato e oscuro che costringe il lettore ad adeguarsi a continui cambi di stile e punto di vista. Il presente si alterna ai ricordi e a brani di antichi documenti, riproducendo nel lettore la frustrazione di personaggi costretti a cercare la verità in un mondo condannato alla distruzione dalle menzogne del passato.

Perché ho scritto questo libro?

Non ho deciso di scrivere questo libro. Lo so, sembra la solita frase ad effetto da scrittore, ma è andata così. La strega del mare, il racconto che occupa il primo capitolo, l’ho scritto di getto dopo uno strano sogno. Doveva finire lì, ma di tanto in tanto, mi ritrovavo a tornare in quel mondo oscuro, aggiungendo un nuovo episodio. In breve i racconti hanno iniziato a legarsi tra loro e la trama ha preso vita, svelandomi il suo mistero poco alla volta, proprio come succederà al lettore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La strega del forte (estratto)

Il cacciatore avanzò con passo furtivo nella sala grande del piccolo castello, ricalcando le impronte di chi l’aveva preceduto: probabilmente una precauzione inutile ma, dopo che il nemico se n’era portato via uno, non aveva altri occhi per pagare una nuova distrazione. Arrivato in cima alla scala, vide che c’erano due porte su ogni lato, dove la sala si stringeva nei loggioni. Quella in fondo a destra era aperta e le impronte conducevano lì. Dall’interno provenivano dei fruscii irregolari. Il cacciatore si fermò in cima alla scalinata, usando l’inizio della balaustra come copertura.

Dalla vetrata la luce del giorno entrava in un caleidoscopio di schegge colorate. Silenzio. Possibile che l’altro si fosse accorto di lui? Era difficile mettere a fuoco, con un occhio solo in quella penombra multicolore. Un’ombra avanzava verso la soglia, precedendone il proprietario. Il cacciatore credeva di essere stato impercettibile, come aveva fatto l’intruso a sentirlo? Prese la mira. Una figura vestita di nero oltrepassò di scatto la porta, gettandosi in avanti e rotolando sul pavimento con una capriola. Il cacciatore sparò due colpi in rapida successione. Il primo si conficcò nello stipite, mentre l’altro scheggiò il pavimento. Era colpa solo in parte della sua visione ridotta. Con rapidità e precisione, l’individuo terminò la sua giravolta in ginocchio, in perfetta posizione di tiro. Aveva un arco corto e stava già incoccando. Il cacciatore aggiustò la mira, ma un istante prima di premere il grilletto si arrestò.

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– Risparmiate…! – gridò.

– … i vostri colpi per il nemico – terminò l’altro, abbassando l’arma e riposizionando la freccia nella faretra con un unico gesto fluido. Era una frase di riconoscimento tra cacciatori, non un vero e proprio codice, più una sorta di saluto rituale durante le missioni. Tra l’altro era piuttosto raro che due cacciatori si incontrassero durante un incarico ordinario. L’uomo si mise l’arco a tracolla e si avvicinò. Aveva i capelli e la corta barba completamente grigi, nonostante non sembrasse affatto anziano, ma ad attirare tutta l’attenzione era la spessa fascia di stoffa nera decorata di rune cangianti che gli bendava gli occhi.

– Voi siete quello che chiamano Orios! – esclamò il cacciatore, senza riuscire a mascherare l’ammirazione. – Siete una specie di leggenda.

– Non sono un Maestro e sono uno solo, quindi smettila con questo voi – commentò l’altro. Nonostante il commento aspro, la voce era bassa e pacata, quasi un sussurro. – In ogni caso non mi piace quel soprannome. C’è un motivo se i cacciatori non hanno nome e si rivolgono l’uno all’altro solo con questo appellativo. Troppe gilde sono collassate sotto il proprio stesso peso, rese marce e fragili dal desiderio di potere o dall’avidità personale. Invece è difficile fare politica quando non si ha un nome, quando si è uno indistinguibile da tanti. Persino i Maestri si fanno chiamare solo con il nome della città in cui ha sede la Gilda, e a ragione.

Ignorando quella sorta di rimprovero, il cacciatore chiese a Orios (non lo avrebbe più chiamato così ad alta voce, ma nella sua mente avrebbe continuato a riferirsi a lui con quel soprannome) se anche lui fosse stato assoldato per ripulire il castello.

– Sì, lavoro con la Gilda di Laganta, al nord.

– Io vengo da parte del Maestro di Nisai. È strano che abbiano mandato due cacciatori per lo stesso lavoro.

Orios annuì brevemente, aggiungendo: – Ora che abbiamo fatto le presentazioni che ne dici di proseguire? Ho già esaminato la stanza da cui mi hai visto uscire, è la biblioteca. Lì la corruzione è ancora lieve, invece nelle altre stanze…

– E poi dicono che la sua benda sia un antico artefatto magico in grado di potenziare i suoi sensi all’inverosimile. È per questo che può continuare a cacciare mostri anche da cieco.

– Ma dai, è evidente che è solo una diceria. Anche se avesse l’udito di un pipistrello, come farebbe a sparare? Sarebbe come accecarsi ad ogni colpo.

– Vi dico che è vero! Infatti combatte con l’arco.

– Io invece ho sentito dire che ha un revolver che non fa rumore quando spara, una pistola magica.

– In molti dicono di avercela, ma non vuol dire che sia vero.

Sopprimendo in fretta una breve salva di risate, i tre apprendisti si guardarono intorno furtivamente; nessuno dei loro Maestri era nel refettorio, per fortuna. Ripresero la conversazione.

– A parte gli scherzi, quante possibilità ci sono che un solo cacciatore, per quanto fortunato, riesca a recuperare non uno, ma ben due oggetti magici? Ci sarà anche del vero in questa storia, ma è sicuramente gonfiata.

– Conosco un compagno della Gilda di Laganta, è lui che me l’ha raccontato. Sì, vi dico! È inutile che mi guardate così.

– E sentiamo, perché non si ritira? Se fossi io, mi trasferirei subito in città e vivrei colla rendita dell’indennizzo. Dicono che siano un bel po’ di soldi.

– Lo sappiamo che sei un parassita, ma non tutti qui lo facciamo per i soldi, sai? Ci sono decine di mestieri più redditizi e di certo meno letali, per chi vuole solo arricchirsi.

– E comunque dicono che voglia vendicarsi. Il mostro che gli ha fatto quello…

– Cacciatore! – Orios aveva smesso di parlare e lo fissava – hai ascoltato una sola parola del mio resoconto?

– Scusa, sono rimasto alla corruzione lieve nella biblioteca.

Orios strinse le labbra ed espirò dal naso. – Vogliamo concentrarci? – aggiunse poi. Ancora quel parlare lento e il tono innaturalmente calmo, in netto contrasto con il significato delle sue parole.

Il cacciatore si scusò di nuovo, poi vincendo la vergogna: – Essere al cospetto di una leggenda come te mi mette agitazione.

L’altro sembrò squadrarlo in silenzio per qualche secondo. Si comportava a tutti gli effetti come se ci vedesse.

– D’accordo, ma ora basta con ‘sta storia della leggenda. – Poi si avvicinò al giovane cacciatore porgendogli una manciata di proiettili che aveva tirato fuori con un gesto fulmineo.

– C-cosa…? – balbettò il cacciatore, incerto, distratto dal fatto che, se l’altro invece dei colpi avesse estratto la pistola per colpire, lui sarebbe morto senza neanche accorgersene.

– Colpi silenziati. Ti prego di usare questi finché restiamo insieme. Con quelli normali avrei qualche problema, – disse, facendo un cenno noncurante alla benda.

– D’accordo.

– Mi stavi dicendo della corruzione, – riprese il cacciatore, ripromettendosi di mostrarsi meno sprovveduto da quel momento in poi. – È probabile che si tratti di una strega quindi, o di un abominio maggiore. Girano certe voci ultimamente…

– Sì, girano, – tagliò corto Orios. – E ho motivo di credere che siano vere, quindi massima attenzione. – Poi, come ripensandoci, aggiunse: – Sei in grado di continuare? Con quell’occhio potresti avere problemi.

Il cacciatore iniziò a chiedersi se la benda non servisse solo a disorientare il nemico e a fargli abbassare la guardia, poi si rese conto che contro i mostri una tattica del genere non avrebbe avuto alcun senso.

– L’odore della polvere è più forte vicino al tuo viso, l’ho sentito quando ti sei avvicinato a prendere i proiettili, – commentò Orios, ben interpretando il suo silenzio. – E poi il ritmo dei tuoi passi mi ha fatto pensare a una lieve mancanza di equilibrio… – interrompendo la frase a metà, tacque un istante, poi: – Coprimi le spalle! – Prima ancora di aver finito la frase aveva estratto l’arco corto e incoccato.

Il cacciatore non fece domande e ruotando di centottanta gradi estrasse la pistola e scaricò il tamburo. Le due porte di fronte a lui cedettero all’unisono con uno schianto e iniziarono a uscirne gli abitanti del castello in uno sciame di corpi deformi. Alle sue spalle, sentì il sibilo di una freccia e capì che sul lato opposto stava accadendo lo stesso.

Il cacciatore ricaricò con i colpi di Orios, che aveva ancora in mano. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Poi fece fuoco. Non ci furono i caratteristici scoppi degli spari, ma una serie di tonfi attutiti. Come sempre, il tempo oltre il mirino sembrò rallentare, consentendogli di distinguere ogni dettaglio con la massima chiarezza.

Sei: la sguattera crolla a terra con un proiettile nell’occhio. Le mani segnate dall’acqua gelata che usava per lavare salgono al volto, le dita si contorcono come zampe di ragni morti intorno alla ferita. Tutta la mano sinistra, così come il polso, almeno fin dove la manica lo copre, sono gonfi e anneriti, ricoperti di protuberanze lucide come bolle di catrame.

Cinque: il maniscalco ha ancora addosso il grembiule di cuoio tipico della sua professione, con la parte inferiore che si divide a coprire anche le gambe fino al ginocchio e una tasca capiente sul davanti. La corruzione è salita dal petto alla gola come una mano limacciosa che emerge dal colletto della pesante camicia di lana che protegge dal freddo dell’inverno e dal caldo della forgia. Il proiettile silenzioso colpisce alla base del collo ormai annerita. Invece del sangue, un getto nero e oleoso schizza sulle pietre della sala grande.

Quattro: il proiettile va a vuoto, sibilando sulla sinistra di una testa ridotta ormai a una massa informe di carne marcia. Il cacciatore maledice l’occhio ormai perduto, non avrebbe mai mancato un bersaglio così facile in condizioni normali.

Tre: una guardia in armatura avanza con la lancia in mano, a passo lento, come se fosse di ronda. Il proiettile trapassa la cotta di maglia all’altezza del cuore. Di solito i fitti anelli di metallo sono ottimi contro le armi da fuoco, ma questa è una pallottola perforante, pensata per trapassare la spessa pelle dei mostri. Prima di morire con la faccia per terra, la guardia cade in ginocchio e manda un grido gorgogliante. Dalla bocca escono piccoli tentacoli violacei, come dita indagatrici.

Due: un altro proiettile sprecato, finisce la sua corsa con la scintilla del piombo sulla pietra. Due colpi a vuoto in una stessa salva. Non gli accadeva dal primo anno di addestramento, quando aveva dieci anni. Lo sconforto lo assale, minaccia di annullare la sua concentrazione, ma anni di allenamenti quotidiani al limite delle possibilità umane hanno rotto qualcosa (o creato qualcosa) e le emozioni sono deboli e distanti quando si innescano gli automatismi marziali.

Uno: un’altra sentinella, armata di spada, cerca di estrarre l’arma mentre scatta in avanti, ma l’elsa è ricoperta di escrescenze nere. Il proiettile entra poco sopra il ginocchio, dove finiscono gli schinieri. La guardia inciampa in avanti e si schianta al suolo con un frastuono metallico. Ha la parte posteriore della testa ricoperta di grosse mosche panciute che si sollevano in una nube rivelando il cranio nudo, privo della pelle.

Il tempo riprese a scorrere normalmente. Nel ricaricare, il cacciatore gettò un rapido sguardo alle proprie spalle. Il suo compagno aveva abbattuto undici nemici e continuava a scoccare frecce senza interruzione. Dal suo lato, nel frattempo, restavano una mezza dozzina di avversari, che si avvicinavano con aria minacciosa. Sembrava che ci fossero quasi tutti gli abitanti del castello. Una nuova raffica abbatté tre guardie e un servitore, con solo un colpo andato a vuoto. Aveva finito i proiettili. Il coltello si prese cura degli ultimi due, una cuoca e un giovane stalliere. Quest’ultimo aveva grosse larve che gli infestavano le cavità oculari; nere anziché bianche, brulicavano tra i residui liquefatti degli occhi. Il cacciatore dovette sforzarsi per non distogliere lo sguardo. La lama penetrò in mezzo alla fronte con innaturale facilità e un suono liquido vagamente osceno. Terminati i suoi avversari, il cacciatore si voltò per aiutare Orios, ma questi aveva già riposto l’arco a tracolla e si aggirava tra i cadaveri deformati dalla corruzione, recuperando le frecce.

– Basandosi sul racconto del committente, dovremmo aver eliminato buona parte delle persone che vivevano qui.

– Correggimi se sbaglio, ma non mi sembra che i padroni di casa ci abbiano degnato della loro presenza, – commentò Orios.

Il cacciatore esaminò in fretta i nemici abbattuti dal suo compagno d’arme; non spiccavano abiti particolarmente lussuosi.

– Hai ragione.

– Le streghe tendono a tenere presso di sé le prede più succulente. Ma ormai si sarà accorta che costituiamo una minaccia, sta’ pronto.

– Sembra che tu conosca bene quegli esseri. Ne hai già affrontati?

Orios non rispose, ma smise per un istante di lottare con un dardo che era rimasto incastrato tra le costole di un servo. Nonostante la benda, aveva l’atteggiamento di chi ha lo sguardo perso nel vuoto. Che la sua condizione fosse dovuta proprio a uno di quegli abomini? Il cacciatore lo non seppe mai. In quel momento Orios si alzò di scatto, dimentico della freccia che stava recuperando, e imbracciò in fretta l’arco corto.

– Lo senti.

Il suo solito tono pacato si era increspato appena, non tanto da formare una domanda, quanto piuttosto a tradire una tesa curiosità.

Dapprima, silenzio, interrotto soltanto dal proprio respiro ancora leggermente ansimante; poi il cacciatore lo udì. Era il suono di un flauto, una melodia allegra e ritmata che cresceva di intensità. Il suonatore si stava avvicinando, forse percorrendo a passo di danza la serie di stanze concatenate che formavano il piano superiore del palazzo. In questa immagine festosa e surreale evocata dalla musica, c’era però un che di dissonante che il cacciatore non riusciva a identificare. Ebbe il tempo di voltarsi verso Orios e vederne l’espressione sgomenta. Il cacciatore cieco era sempre qualche secondo avanti a lui. Ora lo sentiva: sommesso e vibrante, nascosto dietro le note acute del flauto, il rumore di migliaia di minuscoli passi. I ratti sciamarono nella sala grande come un’onda, accavallandosi gli uni sugli altri nel passare le quattro porte.

A centinaia, emergendo dalle cantine, scendendo dai tetti nei cui solai avevano dimora, ricoprendo strade e piazze. Lui avanti suonando, passo a passo lo seguivano danzando. E si riversarono nel fiume, ipnotizzati dalle note del suo piffero fatato.

– Fuggi! – gli ordinò Orios, gridando per sovrastare la moltitudine degli squittii, ormai assordante.

Il cacciatore non aveva tempo per riflettere, i ratti avevano invaso tutta la sala e altri ancora si accalcavano per entrare. Già sentiva i primi, ammassati sui suoi stivali, che iniziavano a rosicchiare con morsi feroci. Ben presto ne sarebbe stato sommerso.

– Vieni con me, – tentò, intuendo la risposta dalla postura dell’altro. Intanto aggirò in fretta la balaustra, portandosi sulla sommità della scalinata. I primi ratti iniziavano ad ammucchiarsi anche lì, erano come una marea, liquida e inarrestabile.

– Vai, avverti i Maestri, – disse Orios. Nessuna battuta pungente, nessuna ultima frase eroica, – se non resto ci travolgeranno entrambi.

Detto questo estrasse una fiala di fuoco alchemico e la scagliò all’indietro, creando un muro di fiamme tra loro due. Il cacciatore non perse tempo e si precipitò giù dalle scale. Quel piccolo incendio non gli avrebbe dato più di qualche secondo. Lanciando un’ultima occhiata tra le colonnine in marmo della balaustra, gli sembrò di intravedere, appena oltre la soglia di una delle porte, una bambina in lussuosi abiti di velluto che suonava un flauto di legno con occhi vitrei.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Andrea Fenice
Andrea Fenice è nato a Genova ma vive da molti anni a Viterbo. Laureato in lingue e letterature, lavora come traduttore. Scrive poesie e racconti da quando andava al liceo.
È appassionato di storie in tutte le forme e lo affascinano la metatestualità e la complessità narrativa, per cui la sua narrazione tende a uscire dagli schemi classici del racconto e a procedere in modo non lineare e sorprendente. Ne è prova questo suo primo libro, che sfugge alle definizioni, riuscendo ad essere allo stesso tempo una serie di racconti e un romanzo.
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