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Pezzi di Anita

Pezzi di Anita
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Consegna prevista Novembre 2021
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Anita si trasferisce, cinque anni fa, in un’ altra città per seguire gli studi, vive la sua vita destreggiandosi tra l’università, gli amici e un amore mai dichiarato.
A pochi esami dalla laurea e a ridosso dell’inizio di una relazione, una visita inaspettata stravolge i suoi progetti per il futuro e Anita si ritrova a dover fare una scelta che la costringerà a ricostruirsi pezzo dopo pezzo.
Riuscirà a conciliare passato, presente e futuro senza intaccare quelli che erano i suoi piani e senza farsi condizionare sempre da quella maledetta paura che ha?
Paura di sbagliare, paura di soffrire, paura di vivere le emozioni, paura di lasciarsi andare… O verrà travolta dalla vita stessa alla quale dei piani che hai, in fondo, non importa niente.

Perché ho scritto questo libro?

Due anni fa ho aperto il cassetto dei sogni e lì c’era ancora quello di scrivere un libro, così decisi di tentare l’impresa che fino a quel momento era stato solo un hobby, ed è nato ‘Pezzi di Anita’ che si è rivelato essere un viaggio di introspezione alla scoperta di quello che si cela dietro una singola scelta, una parola, un gesto o anche solo ad un sorriso.
Questo libro mi ha costretta a mettermi nei panni degli altri, nei personaggi che io stessa avevo creato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. La chiamata di mamma

Firenze era buia e cupa.
Su di lei aleggiava il maltempo da giorni e sarebbe stato così per tutto Novembre, dicevano.
Provavo a studiare da ore, ma le parole del libro di storia dell’Arte erano diventate un insieme di zeri e di uno, una sorta di sistema numerico binario che, ovviamente, non sapevo decifrare.
Cominciava ad appannarsi la vista.
E poi avevo in mente una cosa sola.
Mi tormentava da giorni.
Si era insinuata prepotentemente nel mio cervello e pulsava.

Continua a leggere

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Potevo fingere di non sentirlo, ma quel pensiero era lì.
Non mi lasciava dormire, mi rendeva difficile studiare, mi torturava durante il giorno…
Più tentavo di non pensarci, più lui era lì.
Lui…
Sì perché quella ‘cosa’ che mi faceva rigirare lo stomaco e mi teneva sveglia la notte, era il pensiero di lui.
Patrick.
L’avevo conosciuto quattro anni prima, in facoltà.
Frequentavamo lo stesso corso e lui, gentilmente, mi aiutò con una tela particolarmente difficile da eseguire.
Lui era un portento.
Un vero talento artistico.
Mi perdevo guardandolo disegnare, rimanevo ammaliata dal suo sguardo immerso nelle sfumature dei quadri che dipingeva.
Aveva la capacità di dare anima ai soggetti che immortalava con una precisione impressionante.
Ed io c’ero rimasta… Impressionata da lui, intendo.
Comunque, non so come, diventammo amici.
Non era un tipo che socializzava con tutti, anzi, era riservato e silenzioso.
La maggior parte del tempo la passava in disparte, disegnando o leggendo un libro.
Raccontava poco di sé ed evitava accuratamente gli inviti a cene, feste… Party.
Ma con me era diverso.
Non sapevo bene il motivo, ma mi aveva presa in simpatia.
Così ci ritrovavamo a chiacchierare, lavoravamo vicini quando avevamo lezioni in comune e nelle ore libere passeggiavamo per i corridoi dell’università, ripetendoci quello che avevamo studiato o semplicemente mangiando merendine dal distributore al primo piano, quello che dava sempre il resto sbagliato o, come spesso capitava, non te lo dava affatto.
Era così tra di noi, fin dal primo anno di università.
Io e Patrick eravamo amici, buoni amici, ma amici e basta.
A me comunque andava bene così.
C’era sintonia, affinità…
Perché rompere questo equilibrio perfetto che si era creato tra noi con una relazione amorosa?
No.
Che se mai fosse andata male si sarebbe rovinato tutto quello che avevamo creato insieme.
No.
Eravamo amici e andava bene così.
Però…
Però nelle ultime settimane, stava diventando tutto complicato.
Stavo perdendo il controllo sulle mie emozioni.
Patrick, stava diventando un pensiero costante, un senso di angoscia, un peso nel petto che non andava via.
Forse ci voleva solo un altro po’ di tempo e questa malinconia se ne sarebbe andata via da sola.
Ecco, ci voleva solo quello: tempo.
Iniziò a piovere.
Lo sentivo dal suono della pioggia che cadeva su Firenze, e sul vetro della finestra della mia camera che man mano si riempiva di piccole gocce d’acqua.
Sospirai profondamente.
Non avevo nessuna voglia di studiare.
Mi appoggiai con la testa sul libro.
Se avessi chiuso gli occhi, anche solo per un momento, avrei riposato la mente e magari dopo sarei riuscita a farmi entrare in testa le opere che avevano segnato il rinascimento, le date, i nomi degli artisti e i paesi che…
Ero esausta.
Immaginai di essere in un posto lontano dall’università, lontano da quel libro indecifrabile, lontano da Firenze, un posto dove c’era un sole caldo e la spiaggia bianca luccicava sotto ai miei piedi.
Avevo un cocktail in mano e guardavo le onde infrangersi sulla riva.
Percepivo l’aria che sapeva di salsedine e… Patrick camminava vicino a me.

“Anita! Sei a casa?”
Trasalì.
Guardai l’orologio che avevo al polso.
Mi ero addormentata!
“Anita!”
Mi alzai dalla sedia ancora un po’ scoordinata per colpa del sonno.
Andai in soggiorno, dove trovai la mia amica in una situazione difficile.
Noemi litigava con un ombrello che non ne voleva sapere di chiudersi, incastrato nel manico del borsone della palestra, mentre perdeva acqua dai capelli, dai vestiti e dalle scarpe, creando sotto di lei una pozza d’acqua non indifferente.
“Ma sei fradicia!”
“Aiutami! ”
Corsi in bagno e ritornai con un paio di asciugamani.
La avvolsi nel telo di spugna per scaldarla e misi l’altro a terra per asciugare l’acqua.
Tremava.
“Ma cosa ti è successo?”
“Un disastro!” disse lei battendo i denti per il freddo.
“Sono uscita dalla palestra e mi sono ritrovata il finestrino dell’auto rotto.”
Riuscì finalmente a chiudere l’ombrello e riprese a spiegare.
“Devono aver scambiato la trousse per i trucchi che avevo dimenticato sul sedile della macchina per un portafogli e hanno pensato bene di spaccarmi il finestrino… Dal lato del guidatore, poi!”
Disse poi una parola nel suo dialetto che non desidero tradurre.
“Mi sono beccata tutta l’acqua mentre tornavo a casa! C’è il diluvio fuori! È pazzesco!”
Aiutai Noemi a togliersi gli abiti bagnati.
“Tutto per un mascara e degli ombretti, porca vacca, mi viene una rabbia!!”
“Vai a farti una doccia calda, a pulire qua ci penso io.”
Mentre camminava in punta di piedi verso il bagno, continuava ad inveire contro i ladri.
“I soldi che spenderò per riparare il vetro, quei porci li devono spendere in medicine! Chiunque sia stato gli auguro una dissenteria fulminante! Anzi, il colera!”
In quel momento, non avrei voluto essere al posto di chi gli aveva rotto il finestrino.
“Ah, ma vedrai che scoprirò chi è stato! Mi faccio dare i filmati delle telecamere di sorveglianza e…”
Noemi si chiuse nel bagno e non riuscii a capire cosa disse ma non era certamente nulla di carino.
Quella era decisamente una serata da pizza a domicilio.

Quando Noemi uscì dal bagno era finalmente asciutta e in pigiama, si buttò vicino a me sul divano, stremata.
“Che serata, mamma mia.”
“Mentre facevi la doccia, io ho ordinato la pizza.”
Con uno scatto lei sollevò la testa e sbarrò i suoi grandi occhioni celesti mostrandomi il sorriso che volevo vedere.
“Dici davvero? L’hai presa da Antonio?”
Noemi amava la pizza di Antonio.
Solo un suo compaesano poteva fare la pizza come chi viene dal posto in cui la pizza è nata.
“Ovvio che l’ho presa da lui.”
Si accovacciò vicino a me, appoggiata al mio braccio.
“Grazie amica.”
I suoi lunghi capelli ramati profumavano di shampoo alla camomilla.
“Dai, raccontami qualcosa di bello. Com’è andata la giornata a te?”
Feci un resoconto mentale, mentre cambiavo canale alla televisione.
“Stamattina a disegno dal vero abbiamo ritratto un modello.”
Noemi sussultò.
“Un modello vero?”
“Verissimo, e molto nudo.”
“Nudo?!?”
Risi.
“Si, era nudo.”
“Non mi dire!”
“Oh, sì che te lo dico”.
“E com’era? Eh? Descrivimelo, dai!”
Mi guardava ansiosa di ascoltare i dettagli del ragazzo che avevo ritratto.
Feci un’espressione loquace. Lasciai a lei immaginare le linee del suo fisico scultoreo, i capelli sciolti sulle spalle, il chiaro scuro della penombra che delineava i muscoli del petto, e le braccia e…
Anche se Noemi non poteva sapere che il ‘nudo’ che stava immaginando era candidamente coperto da un lenzuolo di raso.
Non glie lo dissi però.
Lasciai che fantasticasse un po’.
“Amica mia, se ci fossi stata…”
Sogghignai, divertita nel vederla rosicare.
“Proprio oggi che non c’ero, accidenti! È il destino, vedi? E’ il destino che mi vuole punire… Mi odia! L’ho capito sai? Mi odia!”
le passai il telecomando, perché in televisione non c’era nulla che mi interessasse.
“E poi sono andata a pranzo con Patrick, prima di tornare a casa, abbiamo preso un panino. Ah, ti saluta a proposito.”
Lei smise di guardare lo schermo e mi scrutò attentamente.
“A pranzo?”
Il suo tono insinuava qualcosa, che finsi di non cogliere.
“Si, a pranzo.”
“Con Patrick?”
“Si, con lui. Ma la vuoi finire di ripetere tutto quello che dico?”
Non aggiunsi altro.
Se le davo corda, ricominciava con la storia che io e lui eravamo fatti per stare insieme e che ci dovevamo dichiarare.
Non avevo bisogno anche di questo, ora, era già abbastanza difficile lottare con me stessa, figurarsi contro Noemi.
“E di cosa avete parlato? Del fatto che vi amate e non ve lo dite?”
Guardavo lo schermo come se le riparazioni dei trattori, che stavano trasmettendo su un canale che nemmeno sapevo esistesse, mi interessasse più della nostra conversazione.
“Io e Patrick non ci amiamo, siamo amici, lo sai!”
Noemi sospirò rumorosamente.
“Sì, certo che lo so. Sono anni che andate avanti a fingere di essere solo amici. Dal primo anno di università ad oggi quanti anni sono? Quasi cinque, no? Siete solo due cretini, ve lo dico io e lo dicono tutti.”
“Tutti chi?”
Noemi si fermò su un canale che trasmetteva qualcosa che sembrava interessarle.
“Tutti. Solo un cieco non vedrebbe quello che provate l’uno per l’altra. Un cieco e voi due!”
Il citofono suonò così forte da farmi saltare.
“Le pizze!”
Sul sei davano ‘Paura e delirio a Las Vegas’.

Erano da poco passate le 10.
Avevo già affrontato due ore di lezione con la professoressa Eschini.
Insegnava metodologia della pittura in facoltà e giuro che mi odiava.
Non che la cosa non fosse reciproca, sia chiaro, ma fin dal primo anno lei mi ha sempre trattata male.
Ignorava, se poteva, le mie domande, non mi guardava quasi mai in faccia e urlava.
Aveva già di suo un tono di voce alto e stridulo, ma con me urlava proprio.
Per lei ogni cosa che facevo era sbagliata, sbagliavo a tenere il pennello, sbagliavo le tecniche, sbagliavo nella scelta dei colori, sbagliavo le sfumature…
Come mettevo piede nella sua classe, sbagliavo!
“Cos’hai, Anita?”
Patrick ed io avevamo avuto lezione insieme quella mattina, e stavamo andando alle macchinette per prendere un caffè.
“L’Eschini mi ha appena detto che non pagherebbe un euro per un mio quadro, mi ha insultata gratuitamente davanti a tutta la classe, c’eri! L’hai sentita, no?”
Ero furibonda.
“Dai, te la stai prendendo troppo, lo sai che è vecchia e anche un po’ matta.”
Mi misi davanti a lui bloccandogli la strada, obbligandolo a guardarmi negli occhi.
“Non mi interessa che sia vecchia, lei non è professionale! E se è matta… Beh.. Non fatela insegnare! Mandatela in pensione, prendetene una che sia lucida di mente!”
Mi sentivo incompresa.
Nemmeno lui sembrava essere dalla mia parte.
Patrick rideva mentre mi guardava.
Rideva di me.
“Ha solo dei modi duri, ma alla fine non ti ha mai dato un’insufficienza, lei ti sprona! E’ fatta così, è una di quelle insegnanti dai metodi di una volta.”
Mi bloccai.
“La stai giustificando?”
Lo fissai negli occhi.
Dritta nelle profondità di quegli occhi color nocciola, cercando una risposta.
Una risposta vera.
“No, ma…”
“Non ci posso credere, Patrick, ora sono io dalla parte del torto?”
Non lo lasciai terminare.
Ripresi a camminare a passo svelto, allontanandomi da lui.
“Anita, dove vai?”
Non risposi e superai la macchinetta del caffè.
Feci solo pochi passi però, perché mi sentii afferrare per il braccio da dietro e tirare.
“Calmati un secondo, per favore. Non hai torto, tutt’altro…”
Mi girò verso di e sé, con un gesto secco, e questa volta fù lui a costringermi a guardarlo.
“Solo non ti impuntare che ci stai male tu.”
“Lei mi tratta di merda da cinque anni! Sono stanca!”
“Ha dei brutti modi, è vero, e devo dire che li ha particolarmente con te, ma è un’ottima insegnante, infatti con la pittura sei migliorata o sbaglio? Ti ricordi cosa combinavi con i colori ad olio all’inizio?Ho ancora una maglietta rovinata da quella volta, lo sai?”
Girai la testa per non guardarlo in faccia.
Ero arrabbiata.
Lui minimizzava il problema ed io mi sentivo incompresa.
“Andiamo a prendere il caffè, vieni.”
Mi prese per mano e mi riportò davanti alla macchinetta.
Lui aveva questo potere su di me: quando ribollivo di rabbia lui sapeva calmarmi.
Selezionò un espresso senza zucchero.
“Amaro… Come la vita!”
Disse lui ridendo.
Dio… Com’era bello quando rideva!
Bevve metà del suo caffè, poi mi allungò il bicchiere.
“Un goccio?”
Io e Patrick dividevamo sempre il caffè, era come un rituale, una cosa che facevamo spesso.
Gli presi il caffè dalle mani, lo bevvi in più sorsi perché era molto caldo, poi buttai il bicchiere nel cestino.
Quando alzai lo sguardo, lui mi stava sorridendo.
“Sei ancora arrabbiata?”
Lo scrutai attentamente.
Volevo scegliere con cura le parole da usare per rispondergli.
La luce del sole che entrava dalla finestra risaltava il colore di un ciuffo di capelli ormai troppo lungo e schiarito dall’estate che era appena passata.
Non riuscii a trattenere un sorriso.
“Io sono SEMPRE arrabbiata con te!”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sara Lisa Beretti
Piacere, sono Sara Lisa, nata sotto il segno dell’acquario, ascendente vergine. Per chi crede negli influssi dei pianeti e dei cicli lunari, non ho bisogno di aggiungere altro. Per gli altri posso dire che sono una persona solare, a tratti malinconica, mi emoziono guardando un tramonto, rido con poco, piango altrettanto, critica soprattutto con me stessa, pignola, amante degli animali, amo prendermi cura della casa e dei miei gatti, disegnare, leggere, scrivere, fare yoga, camminare, bere un buon vino con le amiche, chiacchierare, fare shopping, guardare film, mangiare ma non cucinare e, più di ogni altra cosa, amo fare la mamma del mio meraviglioso ragazzo in fase preadolescenziale.
Parrucchiera da quando avevo quattordici anni, gioisco del sorriso delle mie clienti quando mi ringraziano per averle fatte diventare come loro desiderano.
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