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Piccadilly Blu

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Consegna prevista Marzo 2021
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Ed eccoti qua John Dandy, chiuso in un camicione bianco che ti imprigiona il braccio, scalzo sul nudo selciato del ponte di Westminster, attraversato centinaia di volte con la tua Morgan potenziata. Dov’è l’affascinate, impenitente playboy dagli abiti firmati, la lunga basetta bionda e l’occhiale con la montatura nera? Dov’è l’arrogante agente segreto, così poco amato dai burocrati quanto segretamente invidiato? Svanito come un elefante effervescente, dissolto come Alka Seltzer nell’acqua trasparente mentre il Tamigi scorre implacabile sotto di te. E c’è solo la saliva che cola, il volto paralizzato in una smorfia di dolore e paura. La gola afona come in un incubo post alcolico, bianco fantasma che nessuno vede, nessuno che ti aiuti a risalire dal baratro leggero in cui sei finito. Un passo, solo un passo e poi la liberazione.
Ma cos’è accaduto John Dandy, agente Numero Sei? Solo tre giorni ti separano dal resto del mondo, solo quei tre maledetti giorni…

Perché ho scritto questo libro?

Piccadilly Blu è un’avventura iniziata più di dieci anni fa. Volevo raccontare la mia grande passione per gli anni Sessanta mescolando e citando film, telefilm, romanzi, musiche che appartenevano al mio immaginario in una storia originale, visionaria e piena di invenzioni che potesse essere goduta da tutti. E così è nato John Dandy che ha la faccia di Michael Caine e vive folli avventure in una Londra immaginaria del 1967, psichedelica e un po’ metafisica.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Londra, Estate 1967

I

“Laura Hashley ha aperto la sua prima boutique a Kensington” la ragazza dal caschetto biondo si rigira nel letto sfatto leggendo l’ultimo numero di Harper’s Bazaar con indosso una camicia da notte di raso lucido color carta da zucchero. Si è appena rifatta il trucco e passato il lucidalabbra con un’ossessiva meticolosità. Ha una bella voce piena, impostata con un perfetto accento inglese, anche se nel leggero sillabare si intuisce l’origine russa.
“Notizia alquanto sconcertante” commenta annoiato John Dandy in piedi a torso nudo di fronte allo specchio di una lussuosa suite all’Hilton di Regent’s Street. S’infila gli occhiali dalla montatura nera. Pare più interessato al proprio corpo che alle parole della ragazza. Un vero narciso che rimira le cicatrici sul proprio petto come le tacche incise da un bounty killer sul calcio del fucile Remington.
“Perché non resti ancora un po’, John, è così presto” e getta a terra la rivista, apparentemente distratta, anche se lo sguardo appena accennato da quegli occhi di un blu particolare, profondi come una voragine eppure colmi di una strana delicatezza rivela una vivissima attenzione.
“Devo, hanno chiamato dal quartier generale” John Dandy parla in un impeccabile inglese, dall’inconfondibile cadenza appresa a Eton. Prima di essere buttato fuori, naturalmente.
“Devi salvare il mondo anche stanotte?”
Dandy si allaccia la camicia bianca a righe azzurre acquistata da Turnbull & Asser:
“No, non stasera, darlin’, ma devo” guarda il suo Oyster Perpetual “è mezzanotte passata”
“Lo so, è una scusa…con chi ti vedi?”
Lui impassibile si annoda il foulard di seta:
“Sono in servizio stanotte …” e indossa la fondina ascellare Berns-Martin in dotazione con la pistola Walther PPK dal manico in madreperla, intonato con i bottoni della camicia anch’essi dello stesso pregevole materiale. Una piccola raffinatezza, questa, di Anthony Sinclair, il suo sarto di Jeremy Street.

Continua a leggere

“Dai, John, devo tornare all’ambasciata solo nel pomeriggio.”
“I russi noteranno la tua assenza” dice Dandy infilando l’arma nella fondina con un unico fluido movimento, studiato e provato allo specchio per ore in modo da renderlo assolutamente naturale.
“Sbagli. Leonov, mi deve un favore. Non farà storie.”
“No, lui no. Ma qualcun’ altro potrebbe” e ricorda il suo primo incontro con Sergei Leonov poco prima che diventasse il numero due dei servizi segreti sovietici in Europa. Lo aveva battuto a golf e non aveva molto apprezzato. Un uomo di potere con poco senso dell’umorismo e ora andava a letto con la sua segretaria.
“Il KGB sa che vado a letto con lui. Non vogliono grane.”
“Sono paranoici quelli” dice lui, mentre pensa che scoparsi l’amante del numero due del KGB in Europa sia un bel rischio. Ma lui adora queste cose.
“Anche tu”
“Che intendi, Serena?
“Se non lo sei, lo diventi. Se vuoi restare vivo, intendo.”
Lui s’infila la giacca doppiopetto di velluto blu dal taglio impeccabile anch’essa cucita su misura da mister Sinclair. Si guarda allo specchio e se la aggiusta. La pistola è perfettamente mimetizzata poi si volta verso la ragazza:
“Sono ancora vivo, mi pare” e il tono questa volta ha una sfumatura di leggera sfida
“Lo credi davvero?”
Dandy si volta:
“Non ho prove schiaccianti, ma d’altronde chi le ha?” parla con quell’understatement britannico che tanto affascina la ragazza che viene da un grigio quartiere di Leningrado.
“Temo di avercele io invece” e fa una pausa versandosi altro champagne. Lo porta alla bocca. Il gesto è stranamente lento, controllato, troppo… Dandy la vede dal riflesso dello specchio.
“E poi mi chiamo Selena, non Serena. Dasvidaniya, Numero Sei.”
Dandy ha come un sussulto, un tremito leggero e il senso di pericolo lo avvisa un attimo prima che il foulard si stringa attorno al collo come un cappio e infila l’indice cercando di contrastarlo.
“Smjert Shpionam!” sente questa voce dietro che grida.
“Smjert Shpionam, Pavel” grida Selena e l’agente inizia a rantolare. La persona dietro di lui ha una forza tremenda e Dandy non riesce a svincolarsi. Vede soltanto i suoi scarponi militari. Li riconosce, sono in dotazione all’Armata Rossa. Prova a raggiungere la sua pistola Walther nella fondina, ma la ragazza si avventa su di lui e gli blocca la mano stringendogli il polso con forza insospettabile. Le salta fuori un capezzolo dalla camicia da notte. Ha un seno abbondante, dettaglio questo che piace evidentemente a Leonov, ma non entusiasma il raffinato agente che preferisce piccole coppe, anche se in quell’istante la cosa non lo riguarda troppo. Dandy cerca di bloccare la presa del russo provando a spezzargli le dita. Pavel urla, ma lui incomincia a sentirsi annebbiato. Sente la carotide che sta per cedere sotto quella furia. Allora utilizza una vecchia tecnica di combattimento imparata proprio da un agente sovietico che aveva eliminato cinque anni prima a Praga. Solleva entrambe le gambe da terra sbilanciando Pavel e contemporaneamente dando un calcio alla ragazza. Selena rovina a terra contro il tavolinetto di cristallo che esplode con il cestello del ghiaccio e il Bollinger Maison.
Un Millenovecentocinquantanove…pensa Dandy, mentre estrae la pistola. Ma l’individuo alle spalle blocca la sua mano.
“Hai mollato la presa, Pavel” e riesce a voltarsi. È vestito da cameriere dell’Hilton, ma il fisico massiccio sembra quello di un portuale.
“È soddisfatto del servizio in camera, Dandy” lo fissa con occhi azzurri gelidi che sembrano quelli di un lupo siberiano e colpisce nuovamente. L’agente rotola sul tappeto.
“Finiscilo Pavel, finiscilo!” grida la ragazza seminuda e l’uomo si avventa nuovamente su Dandy che è a terra. L’odore dello champagne che ha impregnato il bel tappeto gli da un’idea. Allunga la mano e a tentoni cerca i frammenti di vetro. Sente un acuto dolore alla mano. È il collo spezzato della bottiglia. Non si è infilzato per puro caso e lo raccoglie, mentre Pavel si avventa sopra di lui. Un colpo secco e il russo fa un rantolo, gli occhi diventano cristalli. Si porta la mano alla gola cercando di estrarre il frammento di vetro. Si alza e barcolla come Buster Keaton in un film muto poi rovina a terra. Ha qualche convulsione poi si blocca. L’odore della morte e del sangue si mescola al raffinato champagne in una mistura dolciastra e nauseante. L’agente si rialza.
“Ottimo il servizio in camera” e gli tira una monetina che va ad infilarsi incredibilmente nell’orbita dell’occhio come un antico monocolo. Poi si avvicina a lei minaccioso.
“John” è terrorizzata ”mi hanno costretto.”
“Ma davvero? E chi, Leonov?”
“No, non lui” e prende una Lucky Strike, le mani tremanti.
“Pavel allora?”
Lei annuisce.
“Ma guarda un po’. E come potrebbe confermarlo ora, visto che ho prove schiaccianti della sua dipartita?”
Selena prende il Ronson dorato. Prova più volte ad accendere la fiammella, ma le mani non stanno ferme. Riprova finché accende la sigaretta.
“Ho informazioni” è diventata stranamente fredda.
“Uno scambio?”
“Un accordo” ora Selena è tornata ad essere sicura di se. Dandy si appropinqua a lei, sempre minaccioso. Non si fida. Sta solo cercando di prendere tempo per salvarsi. Lei però insiste:
“Qualcuno dei vostri fa il doppio gioco”
Dandy ride:
“Mi aspettavo qualcosa di meglio”
“È la verità” dice, mentre la sigaretta lentamente si consuma, senza che lei aspiri creando una colonna di cenere.
“La tua vita per quel nome?” sa che è un trucco, ma vuole vedere il suo gioco “non hai garanzie”
“Non voglio garanzie. Voglio solo uscire da quella porta.”
Dandy esita, si rende conto che mentre sta parlando il sottile tubo della sigaretta è puntato verso la sua testa. Un pop e lo specchio dietro di lui esplode gettando i frammenti come al rallentatore nello spazio, la sigaretta ancora fumante.
“Smjert bastardo inglese!” grida lei, ma John si è buttato a terra. Non ha intenzione di farsi prendere nuovamente alla sprovvista.
“Dotazione standard del KGB, direi” e appare la sua scintillante Walther PPK. Spara un unico proiettile sette e sessantacinque. Una rosa rossa si apre nella fronte della ragazza e l’espressione si congela. Poi cade all’indietro sul letto. Dandy si alza, la pistola ancora in pugno e la guarda. Gli occhi blu lo fissano e raccontano la storia di una ragazza di Leningrado finita in una suite di Londra. Pensa che sia stata molto stupida. Un accordo si trova sempre. Basta avere pazienza e negoziare. Qualità rara in una donna, pensa. Ripone l’arma ancora calda nella fondina sotto l’ascella cercando di immaginare la faccia di Leonov. Raccoglie da terra il foulard e se lo aggiusta al collo ancora dolorante per nascondere i segni dello strangolamento. Non vuole dare l’impressione di praticare tecniche erotiche estreme. Prende dalle dita contratte di Selena il suo accendino Ronson, con le iniziali incise. Guarda fuori per accertarsi che il corridoio sia libero. Quando è sicuro esce dalla stanza. Mette il cartellino non disturbare e scende nella hall.
Mister Maxwell, concierge dell’albergo è stato informato dal direttore in persona della missione in atto e si occuperà della pulizia della suite. Ma nel frattempo ha un’altra grana. Una ragazza con l’impermeabile in vinile fucsia è alla reception con borsetta coordinata anch’essa in vinile e delle scarpette di vernice bianche con laccetti. Si aggiusta nevroticamente, i capelli rossi sotto il berretto, mentre insiste con lui.
“Mr. Dandy è qui, l’ho visto entrare.”
“Spiacente, milady, ma non sono autorizzato.” È la laconica risposta di mister Maxwell, abituato alle bizzarrie dell’agente e delle sue gelose amanti.
“Lei, cosa? Non è autorizzato?”
“No, milady”
“E io le ho detto che sono Lady Emily Davenport e ho visto entrare John Dandy, il mio ragazzo.”
“Sono spiacente”
“Ed era con una ragazza bionda.”
“Temo di non aver visto, milady, ma se preferisce la accompagno all’uscita”
“Quella ragazza non ero io.”
“Sono costernato, davvero un comportamento disdicevole”
“Il mio ragazzo si scopa un’altra, non è disdicevole è uno stronzo”
Con la coda dell’occhio ha come l’impressione. Si volta di scatto.
“È lui, il bastardo” e infila una mano nella borsetta. Ma il portiere le stringe il polso.
“Devo invitarla ad uscire o chiamo la polizia”
“Quello è il mio ragazzo” urla “è quel figlio di puttana di John Dandy e io lo ammazzo.”
“Temo che dovrà aspettare per portare a termine i suoi propositi.”
Il concierge fa un cenno e due individui in divisa scura della security la bloccano. Lei si divincola e sbraita isterica.
“Voi non sapete chi sono!”
“Temo che la cosa non mi riguardi”
“Mio padre è Lord James Davenport”
“Ne sono lusingato, ma non cambia la questione”
“E sa che si potrebbe comprare questo posto e mandarvi tutti sotto i ponti.”
“Miss Davenport la avevo avvertita” dice Mister Maxwell con il suo aplomb e i due la portano via di peso. Emily scoppia a piangere come una bambina mentre Dandy strizza l’occhio al concierge e di corsa esce dal retro. Si fa consegnare dal ragazzo in livrea le chiavi della sua Morgan giallo fiammante che appena lo vede dice:
“Nuove avventure mister Dandy?”
“A casa presto stasera” e finge un atteggiamento di modestia poco consona alla sua mania egocentrica. Adora in realtà essere riconosciuto, ma è un atteggiamento poco consono a un gentleman e così si trincera dietro queste frasi di circostanza.
Il ragazzo sorride:
“Non le credo ”
“Stasera solo un buon brandy e a letto presto” e allunga un paio di sterline al ragazzo che accenna un inchino:
“Grazie mille e alla prossima avventura”
“Già” e si avvicina alla sua Morgan. Ammira quell’auto sportiva dallo stile così antico, il cofano allungato chiuso da cinghie di cuoio e tubi di scarico cromato che da lì sgorgano in grovigli futuristi e ruote a raggi scintillanti. Si posiziona nello scomodo abitacolo a due posti e osserva la propria immagine riflessa e moltiplicata dall’ammasso di specchietti retrovisori. Sistema il foulard e gira la chiavetta. Tira un sospiro, mentre riprendono vita gli otto cilindri sovralimentati. Il canto dei pistoni e delle valvole gli ricordano Mozart. Sgomma via lasciandosi trasportare dalla piccola sinfonia. Si gode la dolce sonorità per qualche minuto. Poi, svolta in Piccadilly passando sotto l’insegna luminosa del Cinzano. Attiva lo schermo video-com nascosto nel cruscotto di radica:
“Numero Sei a Dipartimento Sigma conferma eliminazione agenti nemici. Il mondo è un po’ più sicuro” gli piacciono queste frasi a effetto. L’operatrice resta imperturbabile dietro gli occhiali neri che ne occultano lo sguardo. L’immagine in bianco e nero tremola un attimo, scariche d’elettricità statica graffiano lo schermo:
“Qui Dipartimento Sigma. Temo che per stasera il mondo non sia ancora al sicuro, Numero Sei” la voce esce disturbata dal piccolo altoparlante. Dandy si rabbuia per un attimo poi torna impassibile:
“Spiacevole, direi.”
“Abbiamo una segnalazione dall’elaboratore centrale Alpha Sessanta. Lei è l’agente più vicino.”
“Che segnalazione?”
“Un club di Soho, il Lilly Lollypop. Fenomeno sospetto. La gente sembra impazzita.”
“Allucinogeni? Non sarebbe la prima volta negli ultimi mesi” si rende conto che i suoi propositi di una tranquilla serata si stanno infrangendo.
“Probabile, ma non è solo questo. Si tratta di un fenomeno non conosciuto. Interferenze ESP.”
“Fenomeni extra sensoriali?”
“E’ l’unica ipotesi.”
“Altro?”
L’operatrice resta in silenzio alcuni attimi, mentre altre scariche rigano lo schermo poi aggiunge:
“Agenti esterni sono in azione.”
“KGB?”
“Sconosciuti.”
“Sconosciuti?”
“Non abbiamo alcun dato dall’elaboratore centrale”
“Sarò lì tra pochi minuti”
“Numero Sei le comunico che il codice di allarme è rosso, ripeto, rosso. Accetta la missione?”
Lui tace qualche secondo valutando se valga la pena rinunciare ad un brandy scozzese. Poi però la curiosità ha il sopravvento. Sono mesi che a Londra avvengono fenomeni misteriosi e questo non è il primo. Sembra che tutta la città sia pervasa da questa magia allucinogena che in un attimo si trasforma in un incubo senza fondo. Altri agenti hanno riferito, ma nessuno ha mai compreso. Lui in questo è il migliore e ha l’occasione di rimarcarlo.
“Accetto”
“Bene, faccia attenzione” e nella monocorde voce si percepisce una sottile increspatura di preoccupazione.
“Farò attenzione. Come sempre” e si domanda se l’operatrice sia davvero umana o un cibernauta.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Romanzo godibile anche dai non appassionati del genere. Per chi ama queste atmosfere psichedeliche assolutamente consigliato.

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Alessandro Miciano
Quando sono nato fuori c’era il sessantotto e forse da qui nasce la mia inquietudine. Ero piccolo quando siamo volati da Milano alla terra dei tulipani, della libertà e tutto quanto. All'epoca non sapevo che l’Olanda fosse così ma io assorbivo tutto e quando siamo tornati ho iniziato a scrivere cercando di ritrovare quel senso di libertà perduto. Poi si diventa grandi e il mondo bussa alla tua porta e appena apri ti tira un pugno in faccia. E sanguini per davvero. Allora devi imparare a vivere e le storie rimangono in un cassetto del cervello e crescono insieme a te. E così ho avuto molte vite. Sono stato chitarrista e lupo di Wall Street, sprofondato nell'inferno delle assicurazione e consulente finanziario fino al crack, il telefono e poi il disco. Infine, in Vietnam a prendere mio figlio con la moglie che non mi ha mai abbandonato e ora inizia la mia settima vita. Sarà fantastica.
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