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Consegna prevista Agosto 2022
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Luca Morante è un docente un po’ sui generis e insegna matematica al Liceo Scientifico Lagrange, nel cuore di Roma.
Di carattere forte, irascibile, e dal linguaggio piuttosto sboccato, si ritrova nei guai a causa della sua più grande passione: l’AS Roma. A seguito di una scazzottata allo stadio, infatti, viene condannato al DASPO a partire dalla stagione calcistica 2017/2018.
Deve anche seguire un percorso di analisi, per volere del giudice, e viene affidato alle cure del dottor La Marmora.
Ha una sorella, Penelope, e due grandi amici, Gabbo e Leo.
I suoi sonni sono spesso tormentati da un personaggio inanimato di nome Zoe che ha il potere di destabilizzarlo anche nella vita reale.
Un giorno, mentre attende i suoi studenti in aula, nota un lembo di carta ingiallita spuntare dal buco di una parete e, incuriosito, lo estrae. Si tratta del tema scritto vent’anni prima da una studentessa di nome Emma Vicentini.
Da quel momento nulla sarà più come prima ed emergeranno inquietanti verità.

Perché ho scritto questo libro?

Insegno alle scuole superiori e vivo a stretto contatto coi miei ragazzi per dieci mesi all’anno.
Assorbo le loro storie, condivido le mie. Un incessante scambio che quotidianamente ci trasforma.
Un giorno di tre anni fa mi sono imbattuto in un articolo su Repubblica in cui si raccontava del ritrovamento di un tema scritto nel 1952 e nascosto all’interno di una parete, in un’aula di un liceo milanese.
Mi sono chiesto cosa avrei fatto se a ritrovarlo fossi stato io e ne è nato un giallo-commedia

ANTEPRIMA NON EDITATA

Roma, 11/12/1997

Emma Vicentini, III A

Liceo Scientifico Lagrange

Traccia 2: “Racconta un episodio che ti ha cambiato la vita, valutando le conseguenze positive e/o negative che ne sono scaturite.”

Svolgimento

È stata Flaminia a uccidere Emiliano, sei anni fa.

Non si è trattato di un incidente!

Ce l’ha portato lei in cucina e sapeva benissimo che era allergico alle noci. Quei biscotti glieli ha dati di proposito!

Tanto di quello che succede negli orfanotrofi non gliene frega niente a nessuno…

Però è così che è andata e io ho visto tutto!

Lei mi crede prof?
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Controlli, è successo il diciannove marzo del novantuno. L’orfanotrofio si chiama Il Girasole, sta in zona Trastevere.

Sa benissimo dove vivo, non mi sto inventando niente.

Quella è una pedofila, un’assassina! Altro che educatrice.

È completamente matta!

Mi maledico per non aver trovato il coraggio di intervenire, ma ero sicura che se l’avessi fatto avrebbe ucciso anche me.

Capisce?

Perciò sono scappata via.

Cos’altro avrei potuto fare? Avevo solo dieci anni!

E adesso che sono cresciuta ho la sensazione di essere ancora lì, nel dormitorio, a tentennare di fronte alla porta della maestra Sonia con l’intenzione di raccontarle tutto e la certezza che non ci riuscirò mai.

Mi sento complice, odio me stessa!

Da quella notte è come se dormissi con un occhio solo. Temo che Flaminia possa entrare nella mia stanza per strangolarmi.

Spesso sogno di essere io a ucciderla, invece. Immagino di entrare in cucina, mentre si prepara il caffè, afferrare un coltello e pugnalarla alle spalle. Dieci, cento, mille volte e ancora.

Provo piacere, quando visualizzo la scena. Lo ammetto.

Allo stesso tempo ringrazio Dio per non esserne capace. Se così non fosse, sarei esattamente come lei: una strega.

Non è una bella vita, la mia.

Non sarò mai felice.

Si può dimenticare una cosa del genere?

Me lo dica lei, prof, la prego. È possibile?

Penso sempre a Emiliano, al suo sorriso e a quegli occhi che implorano aiuto.

Rivedo spesso i suoi occhi. Gli stessi che mi guardavano mentre mi raccontava che da grande avrebbe voluto fare il veterinario.

Mi chiedo se ovunque sia, potrà mai perdonarmi.

Driiin!

(Roma, 30 ottobre 2017, Liceo Scientifico Lagrange)

«Giorno prof…»

«Bella professo’!»

«Prof il compito glielo porto domani: ieri sera il gatto di mia nonna ha pisciato sul quadernone…»

«Ha visto che Roma, professo’? Grande Faraone, ce l’ho pure ar Fantacalcio!»

«Professor Morante, i miei rispetti.»

«Sedetevi ragazzi, tra poco cominciamo.»

12 settembre 2017

Ciao amico,

quello là ha detto che devo iniziare a scriverti perché scrivere fa bene. La chiama “inchiostro-terapia”.

Per me sono tutte cazzate, sia chiaro, ma devo fare come dice perché alla fine del percorso stilerà una relazione su di me o qualcosa del genere e il giudice ne terrà conto.

Capirai, apposto.

Be’ da qualche parte dovrò pur cominciare, credo, quindi meglio essere onesti: non ho la più pallida idea di come riempire questo foglio. I numeri sono il mio forte, non le parole. Invece mia sorella Penelope… lei sì che è brava in queste cose.

Che ti dicevo? Ho appena googlato la parola “apposto”, perché m’era venuto un dubbio, e vaffanculo avevo ragione: si scrive “a posto”.

Comunque ci siamo capiti.

Infondo ho quarantaquattro anni e… “in fondo” ho quarantaquattro anni e insegno matematica, per Dio: cosa centro con la scrittura?

Non che io sia un ignorante, per carità, ma…

“Ci” apostrofo “entro”, porca puttana!

E tre.

Suppongo che sarà così fino alla fine. Sentirò una specie di voce nell’orecchio che mi ricorderà di scrivere “qual è” e non “qual’è”, “a volte” e non “avvolte”, “a parte” e non “apparte”, “davanti” e non “d’avanti”, e poi “gli” se si tratta di un uomo, “le” se si tratta di una donna e via discorrendo.

Bella rottura di coglioni!

Il tutto per aprire il vaso di Pandora e vedere cosa c’è dentro: grandioso!

Ho deciso che a Leo e Gabbo non dirò niente di questa roba. Mi prenderebbero per il culo nei secoli dei secoli.

Non ti offendere, non ho molto da dirti al momento. Tuttavia ho l’obbligo di scrivere almeno cinquecento parole, ti rendi conto? Quella specie di Freud avrebbe dovuto fissare il limite in numero di pagine: fosse stato così, sarebbe bastato scrivere più largo.

Invece no. Bastardo.

Magari posso raccontarti di una conversazione tra due donne che ho sentito stamattina in tram. Vediamo…

Sì! Le ho contate, finora sono trecentosedici parole: forse ce la faccio.

Insomma, c’erano queste due tizie sulla quarantina, in piedi davanti a me, al centro della carrozza. Una era alta e magra, taglio a caschetto, viso carino, vestita come una teenager (la chiamerò Claudia, perché mi ricorda una collega di filosofia). L’altra superava di poco il metro e sessanta, formosa, capelli mori lunghi e lisci, abbronzatissima, con un vestitino bianco di cotone di quelli che lasciano intravedere qualcosa (la chiamerò Monica, perché mi ricorda la Bellucci).

Quattrocentotré parole, cazzo: funziona!

L’aria condizionata non funzionava, invece. Si soffocava ed entrambe si sventolavano con il giornalino che distribuiscono in metropolitana. Puzza d’ascelle ovunque, intorno a noi.

«Oggi è il compleanno di Guerino» ha esordito Monica, rompendo un silenzio che rendeva l’afa ancora più opprimente.

«Guerino chi? De Simone, per caso?» ha risposto Claudia.

«Sì! Lo conosci?» ha chiesto l’amica.

«Cavolo, Guerino… andavamo a scuola insieme! Be’, insomma? È lui il tipo sposato con cui hai una tresca?» ha domandato Claudia voltandosi verso di lei con le guance rosse di curiosità, abbassando il tono della voce.

«“Avevo”. Poi l’ho accannato perché non si decideva a lasciare la moglie» ha bisbigliato Monica.

«Ah be’, conoscendolo non mi stupisce: è attaccatissimo a sua figlia. Quello che mi sorprende, semmai, è che abbia tradito Sandra: li ho sempre visti così innamorati» ha osservato Claudia.

«Sì, come no. Infatti mi cerca ancora, lo stronzo» ha tuonato Monica.

«Be’ vorrei vedere, con le tette che ti ritrovi» ha chiosato Claudia, ridacchiando.

«Comunque Termoli è grande come un buco di culo» ha aggiunto un attimo dopo, amara, prima che la loro conversazione si spostasse su altri argomenti.

Che dire, caro amico, ti ho appena raccontato la storia di una

troia che stava confessando alla sua amica, probabilmente troia anche lei, di essere andata a letto col marito di una conoscente.

Niente male come esordio, non trovi?

Comunque ho controllato su Google Maps e posso confermare: Termoli è grande come un buco di culo.

Seicentocinquantuno parole: ho sballato!

Piccola considerazione personale: trovo davvero stressante il dover specificare i nomi e le azioni compiute dagli interlocutori, di volta in volta, quando descrivo un dialogo. “Monica ha detto”, “Claudia ha domandato”, “Monica ha risposto”, “Claudia ha osservato”… Preferisco i film, cazzo, dove non ci sono tutti questi sbattimenti perché lo spettatore capisce da solo chi è che sta parlando.

Se posso farti una confidenza, non mi sento un granché meglio dopo questa seduta d’inchiostro-terapia.

Anzi, forse mi rode un po’.

Tanto ti dovevo.

Un saluto

Luca Morante

15 settembre 2017

Ciao amico,

bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla.

Cinquecento parole esatte: sto!

Direi che per oggi può bastare.

Un saluto

Luca Morante

19 settembre 2017

Ciao amico,

quello là ha detto che devo imparare a dominare la rabbia, il che va di pari passo con l’essere in pace con le mie emozioni.

Ha detto anche che tendo a giudicare con troppa facilità e questo non mi aiuta, in termini di autocontrollo.

Interessante, ma non ci ho capito un granché.

Penso sia un brav’uomo, ma mi sta sul cazzo. Voglio dire, suona alquanto ipocrita sentir dire a una persona che ti sta giudicando, che non devi giudicare. Non credi? Peggio ancora se lo fa con aria perennemente accigliata, scansandosi il ciuffo di capelli dalla fronte a intervalli regolari e tenendo gli occhiali da lettura calati sulla punta del naso come gli insegnanti acidi di un tempo.

Cosa avevo detto, infondo? Che una donna che si sbatte il marito di una sua amica, o comunque di una conoscente, è…

Porca troia!

Scusa. Comunque sono rimasto in tema.

Dicevo, “in fondo” ho solo affermato che una donna che si sbatte il marito di una sua amica, o comunque di una conoscente, è fondamentalmente una zoccola: più che un giudizio mi sembra una constatazione di fatto.

Lui invece ha attaccato un pippone sulla vita che non è una scienza esatta come la matematica, che due più due non fa quasi mai quattro, che possono esserci un trilione di motivi per cui un uomo o una donna decidono di cercare conforto tra le braccia di una terza persona, eccetera. Storie vecchie, insomma, nulla di cui non avessi già letto sulle riviste che sfoglio dal dentista mentre sono in sala d’attesa (hai presente quelle rubriche in cui il dottor o la dottoressa Stocazzo ci illuminano con le loro ricette per una vita felice, piena e appagante? Ecco, quella roba lì).

Mi sono sentito anche un po’ schernito, in realtà, e gli avrei mollato volentieri un bel destro sulla punta del naso, frantumandogli quegli odiosissimi occhiali bluette.

Occhiali da finocchio, peraltro.

“Così la smetti di giocherellarci mentre parli, testa di cazzo”, ho pensato tra me e me.

“Vedi? Vorrei spaccarti il muso ma non lo sto facendo: ci riesco benissimo a dominare la rabbia, se voglio”, ho osservato poi concentrandomi sulle sue espadrillas blu, per non cadere in tentazione.

Cosa abbiamo noi matematici che non va? Forse siamo colpevoli di riuscire in qualcosa in cui la maggior parte delle persone fallisce, cadendo nella frustrazione. Sappiamo fare bene i conti, e allora? Ics sta a dieci come trenta sta a venti, dunque ics vale quindici e il tetto della tua casa non crolla. E laddove ciò dovesse accadere, se andassi a controllare scopriresti che venti non era poi venti, ma un pochino di meno, dunque il valore dell’incognita è stato sottodimensionato e alla prima scossa di terremoto quel cazzo di tetto è venuto giù.

Il guaio però non l’ha combinato il matematico, ma il costruttore, che come il dottor Stocazzo della rivista di cui sopra non capisce nulla di numeri, tradisce la moglie e finanzia le sue scorribande con talune escort facendo la cresta sul capitolato.

Perciò, mio caro amico, non solo resto dell’idea che Claudia e Monica siano due troie, ma ho la sensazione che con quegli occhiali bluette, le scarpine in tinta, i discorsi progressisti e il ciuffo ribelle, quello là stia cercando di dirmi che ha il culo chiacchierato. Certo, sulla sua scrivania ho notato un ritratto di famiglia e pare sia sposato con una bella signora dai capelli rossi, ma potrebbe trattarsi di una copertura.

Non sarebbe il primo, del resto.

Sai, devo riferirgli gli argomenti di cui ti scrivo, sia pur senza scendere troppo nei particolari. È per questo che è venuto a sapere di quelle due che ho incontrato sul tram e mi ha fatto la paternale.

A proposito, ti ho già detto che faccio una fatica boia a seguirlo, durante le sedute?

Parla troppo complicato, per i miei gusti.

A volte, ti giuro, mi irrita. Dico, se il tuo obiettivo è farmi capire le cose, non usare quella terminologia da espertone, vaffanculo. Non stai mica facendo una dissertazione davanti a una platea di tuoi pari!

Sudo, durante le nostre conversazioni. Mi sento come il criceto che corre sulla ruota: parlo, parlo, parlo… ascolto, ascolto,

ascolto… e alla fine mi ritrovo sempre al punto di partenza.

Un momento. E se avesse ragione lui? Magari mi sono perso qualche pezzo ed esiste davvero la possibilità che Claudia e Monica non siano due troie.

No, non può essere.

Sai cosa non sopporto più di ogni altra cosa, tuttavia? L’attimo in cui l’orologio segna il cinquantesimo minuto dall’inizio della seduta e quello là chiude bruscamente il discorso, dicendo: «Ci vediamo martedì prossimo.»

È come se sulla sua fronte comparisse la scritta closing time, mi spiego? Non ammette repliche, mi fa sentire come se per lui fosse un peso, parlare con me. Un atto dovuto.

Suppongo sia proprio così, ma in fondo la psicoterapia è stata una decisione del giudice, non una mia libera scelta: fosse per me, col cazzo che mi farei tutta quella strada per starlo a sentire!

Ti giuro, è come andare a mignotte: entro, faccio, pago, esco.

Coinvolgimento emotivo da parte sua prossimo allo zero, se non fosse per il sorriso che gli spunta in faccia quando afferra le banconote.

Toh, ho quasi raggiunto le novecento parole: nuovo record.

Qualcosa deve avermi ispirato.

Un saluto

Luca Morante

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Giovanni Antonucci
Giovanni Antonucci è nato a Roma il 15 agosto 1974.
Ha una laurea in ingegneria elettronica e insegna matematica ed elettronica nelle scuole superiori.
Grande appassionato di pop art, ama dipingere quadri, t-shirt e talvolta murales.
Sogna di girare il mondo in lungo e in largo, e ha come la sensazione che una volta raggiunte le isole delle Hawaii non tornerà più indietro.
Nel frattempo si accontenta di perdersi per le vie del centro della sua città natale, concedendosi lunghe passeggiate rigorosamente senza ombrello, poiché ritiene che ripararsi dalla pioggia significhi perdersi l’essenza del viaggio.
Adora il cinema, il teatro, lo sport, la natura, gli animali, la buona musica e le donne.
Scrive da sempre. Ha cominciato con poesie e testi di canzoni, per poi dedicarsi alla narrativa. Ha vinto diversi premi partecipando a concorsi letterari.
Giovanni Antonucci on FacebookGiovanni Antonucci on Instagram
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