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Presente e futuro dei Beni Comuni

Presente e futuro dei Beni Comuni
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Consegna prevista Novembre 2021
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Cosa sono i Beni Comuni? Una domanda, questa, che ha interessato giuristi, sociologi ed economisti di tutto il mondo. Il pensiero va subito a quello che è il bene comune per eccellenza: l’acqua. Quella dei Beni Comuni è allora una categoria in cui è possibile far rientrare molti beni ritenuti fondamentali per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’essere umano.
Tra i Beni Comuni è possibile inserire non solo i beni materiali, ma anche quelli immateriali come la salute o il lavoro. Il tema diventa allora come garantire al meglio la sopravvivenza e l’accesso a questi beni, e se essi vadano tutelati tramite la proprietà privata o la proprietà pubblica.
Risulta quindi fondamentale disegnare un quadro storico dei beni comuni e dell’evoluzione del concetto di proprietà nel corso dei secoli, per poter analizzare un dibattito che negli ultimi anni sta interessando grandi accademici ma che riveste un’importanza assoluta anche per noi cittadini, italiani ed europei.

Perché ho scritto questo libro?

Il tema dei Beni Comuni ha interessato accademici di levatura eccezionale, uno su tutti il prof. Stefano Rodotà. Mi sono allora ripromesso, tramite la scrittura, di rendere questo tema accessibile a chiunque si interessi per la prima volta di Beni Comuni, accompagnandolo nella consapevolezza storica, sociale, economica e politica di un tema, quello dei Beni Comuni, di cui si sentirà sempre più parlare in futuro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

Negli ultimi anni, in Italia, in Europa e nel Mondo si è accesso un florido dibattito intorno al tema dei Beni Comuni.

La definizione di “Bene Comune” può avere due significati. Il primo riguarda più in generale il “bene” come categoria morale, e quindi il bene comune come quello globale a cui tutti dovrebbero tendere. In questo breve contributo, invece, si affronta il tema del “Bene Comune” inteso come bene, cioè elemento, di proprietà comune.

La questione investe direttamente il diritto di proprietà. I Beni Comuni rappresentano una grande occasione per introdurre nel campo della proprietà nuovi elementi e proporre una tutela rafforzata di alcuni beni essenziali alla vita e allo sviluppo umano.

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Il concetto di Bene Comune può quindi applicarsi a vari settori e in varie discipline: dall’economia alla sociologia al diritto.

Serve inoltre condurre un’indagine tramite un itinerario storico che approfondisca il legame tra Beni Comuni e Sovranità.

In particolare cercheremo di analizzare le forme di proprietà pubbliche e collettive europee per valutare quanto sia possibile inserire anche i Beni Comuni all’interno della sfera pubblicista o se, invece, non sia più opportuno proporre una lettura dei Beni Comuni come un tipo di “non-proprietà” gestita autonomamente dalle comunità in cui quei beni insistono.

Infatti il dibattito si è concentrato sull’individuare quali beni possano intendersi come “comuni” e quali no. In questo senso è bene notare subito che la categoria di beni deve essere variamente intesa: si può parlare del principale bene ritenuto comune, l’acqua, ma anche dell’applicazione di questa categoria di appartenenza a beni immateriali, come il lavoro, o la salute.

Il dibattito si è poi concentrato sulla natura di tale proprietà, se essa debba essere considerata come pubblica o come una via di mezzo tra il pubblico e il privato. In queste pagine si propende per la prima ipotesi, per le ragioni che si vedranno.

L’indagine riguarderà quindi anche le varie forme di esercizio della sovranità e del potere statale, e i legami che quest’esercizio ha con le forme di partecipazione democratica del popolo.

La Sovranità intesa come esercizio di potere da un soggetto su un determinato territorio si afferma storicamente con modalità intrinsecamente legate alle attribuzioni fondiarie. Partendo da questo presupposto, sulla proprietà agraria prima e su quella industriale poi si manifesta l’intreccio tra sovranità e proprietà. Da questo intreccio è possibile rinvenire la concezione di proprietà pubblica e privata e, infine, il concetto di Beni Comuni, che attraversa i secoli arricchendosi e adattandosi ai vari momenti storici.

Non sarebbe possibile un’analisi puntuale del Diritto di Proprietà, il “Terribile Diritto”, senza prima evidenziarne le evoluzioni storiche che lo hanno reso quello che oggi è. Se è vero che “il futuro ha un cuore antico”, è bene allora partire da una sintetica analisi dell’istituto iniziando dal diritto che in maniera più pervasiva ha inciso il diritto dei Paesi Europei moderni: il Diritto Romano.

Questo breve manuale serve allora a comprendere cosa siano i Beni Comuni, a cosa possono servire, insomma a non trovarsi impreparati in un contesto dove il tema della proprietà pubblica e del ruolo dello Stato rischiano di diventare sempre più cruciali.

Ad esempio, i vaccini anti-covid ad oggi (inizio 2021) pubblicamente vengono definiti come Beni comuni, in realtà non lo sono. Infatti nulla è stato fatto per evitare la corsa all’acquisto di brevetti, come pure invece si poteva fare (pag 131), il che ha provocato in primo luogo uno scontro frontale tra Governi e Multinazionali, e in secondo luogo dei ritardi ingiustificabili, mentre le dosi del vaccino vengono profumatamente pagate alle case farmaceutiche. Il che avviene, chiaramente, solo quando gli Stati possono permetterselo. Un Bene Comune è invece un bene accessibile a tutti, perché necessario allo sviluppo e alla sopravvivenza, è quindi inconciliabile con la proprietà esclusiva di alcuni Stati a svantaggio di altri. Lo stesso argomento si può usare per la natura, Bene Comune supremo che va tutelato e difeso perché dalla sua difesa dipende la sopravvivenza di tutti. In questo caso l’esempio che tipicamente si riporta è quello della Foresta Amazzonica: essa rappresenta un vero e proprio polmone verde, ma insiste sul territorio statale. In questo caso, la concezione della natura come bene comune, apre a nuovi scenari di cooperazione internazionale e di intervento a tutela dello Stato che ne verrebbe maggiormente compromesso (il Brasile) a tutela però della salute globale, appunto, comune.

Capitolo I

L’origine della Storia dei Beni Comuni

Occorre ribadire la premessa tipicamente adottata da chi affronti nei suoi studi istituti storicamente risalenti e cerchi di adattarli alla sua contemporaneità. Lo studio del diritto con sensibilità storica impone, infatti, di riuscire a tenere distinte le fattispecie del diritto che furono, senza per forza legarle a quelle che oggi invece sono. Questo approccio è tanto più imposto quando si discute del Diritto di Proprietà, un diritto particolarmente incline a invasioni nel campo della filosofia, della politica, dell’economia e della sociologia. Tuttavia il voler rintracciare nelle forme storiche del diritto la matrice che causa le fattispecie future e presenti non è da considerarsi una forzatura, tenendo conto del legame consequenziale che lega ogni vicenda storica. Fatta questa premessa, è innegabile che il sostrato del diritto moderno europeo, ma non solo, poggia le sue fondamenta sul Diritto Romano.

L’attuale concezione del Diritto di Proprietà ci porta a definirlo come diritto reale, assoluto e soggettivo, individuato come “la facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento giuridico” , secondo l’art 832 del codice civile italiano.

Un primo punto da chiarire riguarda la concezione del Diritto da parte dei Romani. Furono i Romani a dividere il diritto teorizzando aspetti del Diritto Pubblico e aspetti del Diritto Privato. Tra i due, contrariamente a quanto affermato in altri studi ormai superati, pare che il primo a manifestarsi sia stato il Diritto Pubblico. L’episodio a cui si fa riferimento è quello della prima divisio ed adsignatio, realizzata da Numa Pompilio per la divisione delle terre conquistate da Romolo. Queste terre si trovano prima in una situazione di possesso del popolo, appartengono cioè al populus, entità strettamente connessa con la civitas e consistente nelle persone “unite” da un vincolo di appartenenza concreto. Solo in un secondo momento quella terra viene attribuita tramite il mancipium. Questo elemento è importante, perché le forme di proprietà esercitate sui fondi rappresentano un elemento sociale e politico di assoluta rilevanza nella vita degli individui e degli Stati.

Già dal lessico appare inoltre possibile affermare che il termine “Privato” sita a indicare una sezione del diritto di cui il Pubblico è stato, appunto, privato.

Da ciò deriva la presunzione della preventiva formulazione di un concetto di proprietà pubblica comune a tutto il popolo. Il legame tra il popolo e la terra che lo ospita viene rappresentato come cruciale da molti studiosi, tra cui anche Schmitt.

Ecco perché l’analisi del Diritto di Proprietà e la nascita delle forme di beni comuni incidono proprio il rapporto con la proprietà fondiaria, elemento fondamentale di sostentamento nonché primaria risorsa economica.

Nelle fonti romane si rintracciano tre definizioni ,almeno, inerenti all’attuale concezione di diritto di proprietà. Nelle fonti più risalenti appare il termine erus, di etimologia incerta e infine soppiantato dal termine dominus. Nell’antica lex Aquilia (III sec a.C.) il termine erus appare a indicare i proprietari di beni e persone, in virtù del modo di produzione schiavistico adoperato a Roma. Oltre al dominium, è presente l’uso dei termini proprietas e mancipium, che differiscono a secondo dai periodi storici per indicare proprietà “patrimoniali” o “sulle cose”.

I romani, a conferma della tradizione pragmatica della loro giurisprudenza, non costituirono forme astratte precise di definizione del diritto di proprietà. Se appare possibile a una parte della dottrina individuare addirittura una sorta di proprietà individuale da contrapporre a una sociale e collettiva, essa non riguarda tanto le categorie del diritto di proprietà, quanto gli strumenti processuali atti a tutelarla.

L’evoluzione del Diritto Romano procede simultaneamente con le evoluzioni sociali e politiche che lo interessarono. Ed è normale che sia così, tanto che gli stessi giuristi romani partorirono il brocardo “Ubi societas ibi ius”, proprio a simboleggiare il legame serrato presente tra diritto e società.

La società romana varia composizione nei corsi dei secoli, seguendo la divisione classica in età monarchica, età repubblicana, principato e infine dominio. Nella prima fase, segnata invero da fonti perlomeno nebulose, si può affermare la sussistenza di un ordinamento costituito da gentes, grandi raggruppamenti familiari che condividevano antenati illustri. Al sistema gentilizio si sostituì quello delle familiae, dove la familia rappresenta un entità nucleare più ristretta della gens, in cui grandi poteri sono affidati al paterfamilias. L’assetto nucleare si afferma come modello storicamente vincente. La figura del paterfamilias rappresenta quindi il principale centro di imputazione, ma va segnalato che i romani diedero a quello oggi conosciuto come diritto di proprietà un carattere sicuramente non reale, e più improntato all’oggettività del rapporto materiale con il bene più che a situazioni di diritto soggettive giuridicamente individuate, almeno fino al tardo impero. Vi era inoltre un maggior interesse al fatto relativo all’appartenenza del bene, piuttosto che all’atto che la conferiva. L’organizzazione dell’assetto familiare con ricadute civiliste non fu ostacolo per la concettualizzazione di tipi di proprietà soprattutto inerenti a beni immobili. Citando il Grosso: “Il dominium, […] è un precipitato storico in cui convergono quell’antico potere del pater, con carattere di sovranità, come proprietà della res mancipi (onde il carattere assoluto della proprietà fondiaria romana) e l’antica forma di proprietà economica delle altre res, cioè delle res nec mancipi”. Anche gli assetti familiari dicono tanto della società in cui maturano, essi rappresentano la prima forma di organizzazione sociale e da essa dipendono le prime categorie che si utilizzano per trattare di proprietà privata, una proprietà cioè esclusiva e non pubblica/collettiva, dalla quale si segna il primo discrimine.

Oltre all’assetto familiare, c’è da segnalare un’importante distinzione relativa all’espansione condotta da Roma nei secoli. Nei fondi italici si trova infatti la definizione del dominium, mentre nei fondi extraitalici si afferma l’istituto della possessio vel usufructus. Il primo è proprio del diritto dei romani, lo ius quiritum, il diritto civile dei cittadini romani. In ordine a questi argomenti va rilevato anche che l’invenzione romana dei municipia e delle colonie di cittadini romani comportò poi, tramite il procedimento della divisio et adsignatio, la divisione dei terreni da affidare ai vari paterfamilias. Il territorio conquistato era essenzialmente ager publicus, spettante quindi al popolo romano. Era questa la soluzione più idonea per premiare quel populus di difficile individuazione in età arcaica, ma che si era formato e fortificato nelle lotte interne contro la nobiltà patrizia e sul campo di battaglia, luogo fondamentale in cui il popolo acquisì coscienza di sè.

 

2021-02-18

Aggiornamento

Voglio esprimere un ringraziamento sentitissimo a tutti coloro che hanno deciso di effettuare il pre-ordine! Abbiamo superato la soglia del 20%, risultato possibile solo grazie al vostro sostegno. Seguiranno aggiornamenti sia sullo stato della campagna sia sulle tematiche relative ai Beni Comuni di più stringente attualità!

Commenti

  1. Luca Maffei

    (proprietario verificato)

    Un bel saggio. Tema importante, difficile, di cui si parla purtroppo ancora troppo poco e quando viene fatto é affrontato in modo decisamente superficiale.
    Il tema dei beni comuni taglia trasversalmente le epoche e non può essere analizzato se non insieme al contesto storico di riferimento. L’autore questo lo fa molto bene: chiarezza espositiva notevole per un ragazzo della sua età. Complimenti all’autore.

  2. (proprietario verificato)

    Ci vuole coraggio per affrontare un tema così vecchio quanto il mondo ma allo stesso tempo attualissimo visto il periodo storico eccezionale in cui viviamo. Veramente complimenti all’autore, seppur giovane ha saputo affrontare la questa delicata dei beni comuni partendo da prospettive diverse per arrivare alla migliore conclusione possibile!

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Gennaro Chiappinelli
Gennaro Chiappinelli nasce a Brindisi nel 1995 ma cresce a Bovino, un borgo in provincia di Foggia. Dopo aver conseguito la maturità classica, studia giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma laureandosi con una tesi di diritto pubblico comparato sui Beni Comuni. Ha collaborato con il mensile di cronaca locale “Elce” e con l’associazione culturale “Colpo in Canna”, attualmente svolge la pratica forense e collabora con la rivista di sport e cultura “Contrasti”. Attivista politico, è convinto che la felicità sia reale solo se condivisa e che i Beni Comuni rappresentino la massima occasione di condivisione nella società moderna. Ama i tempi lenti, Pavese, il calcio, gli scacchi e la politica, odia gli indifferenti, chi non segue i propri sogni, chi si accontenta.
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