Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il principe dello spazio infinito

Svuota
Quantità

In un torrido Ferragosto del 2011, molte cose misteriose accaddero a Palermo, la più misteriosa delle quali fu la sparizione di Monte Pellegrino. In realtà ricomparve poco dopo, ma profondamente cambiato: era lo stesso monte, ma molto più giovane, senza i segni indelebili della civiltà. L’evento straordinario attirò l’attenzione dei palermitani e, soprattutto, di uno sparuto gruppo di anime pure che si mise alla ricerca della soglia per l’altra dimensione proprio sulle pendici del nuovo monte, lanciandosi in una nobile impresa che merita di essere raccontata per iscritto.

I. 

Molte strane cose accaddero a Palermo in quell’estate del 2011, calda come mai se n’eran viste negli ultimi cent’anni, né più se ne videro per i successivi trecento, dopo i quali la grande sete scompose la vita a molti, e a molti la disfece. Ma di questo non si parlerà, se non per un breve accenno più avanti. 

Il primo evento misterioso di cui si sia registrata memoria per iscritto è il seguente: all’alba del 15 di agosto, in una camera dell’albergo Trinacria, sito in via del Cassaro 28, nei pressi della marina, un uomo sulla trentina, Francesco Sgarlata detto Ciccio, mafioso di basso rango e di belle speranze, si ritrovò con una mano di morto.  

Benché tale singolare vicenda sia stata in un certo qual modo l’innesco dell’irrefrenabile serie di eventi che sconvolse la città per più d’un mese, neppure questa è la storia principale del libro che state leggendo.  

Tuttavia, per il lettore curioso, riportiamo un brano del romanzo Palermo: sangue e frattaglie, di Lorenzo Franchinetti (Suk-el-balarà edizioni, 2013), che ricostruisce l’episodio con una certa attendibilità. 

AVVERTENZA: il testo contiene immagini forti. I più sensibili potranno agevolmente saltarlo, e riprendere la lettura dal capitolo II, dove troveranno un breve sunto della vicenda. 

Continua a leggere

 Continua a leggere

“Ciccio Sgarlata si svegliò, e voleva ficcare di nuovo. Tutta la notte aveva ficcato e straficcato con quella gran troia della moglie di Vincenzo Cannarozzo, che era pure mezzo parente suo e quando aveva fatto la fuitina gli aveva domandato tutto imparpagliato se gli faceva da compare e lui aveva detto di sì, perché già se l’immaginava che così se la poteva fottere più meglio. Ieri sera a Vincenzo Cannarozzo l’aveva mandato a fare un lavoretto. Una minchiatella: aspettare a uno che gli doveva dare una busta, ma una minchiatella lunga quanto tutta la notte.  

 

Per esaudire il suo impellente desiderio, Ciccio Sgarlata si girò, allo scopo di afferrare con la mano destra le morbide carni della prosperosa Franca. Ma la donna non c’era. Vide la propria mano fendere il vuoto, illuminata da un raggio di sole che guizzò come una serpe oltre la pesante tenda della stanza d’albergo. Nel vederla, la minchia gli si ammosciò di colpo.  

Era una mano di morto.  

E ammosciato per com’era, a Ciccio Sgarlata gli cominciarono a venire pensieri. Pensieri brutti.  

 

Il primo pensiero brutto che gli venne fu che la mano gli era avvizzita per tutti i peccati che ci aveva commesso, con quella mano maledetta: a chi fa certi peccati i parrini ci dicono sempre che ci seccano le mani. Parlando con la verità, Ciccio non era tanto di chiesa; sì, ci andava, ci andava, perché si doveva fare vedere con Arulia, sua moglie, che era la figlia di don Tano Gravasta, e si chiamava con questo minchia di nome per una certa faccenda in Africa Orientale, o forse in Svezia, che ne so, di don Tano quand’era picciotto e girava il mondo. Ora il mondo non lo girava più perché era sciancato, dopo una sparatina cui era scampato per miracolo, e comandava. E se Ciccio in chiesa non si presentava, don Tano voleva sapere il perché e il percome. Ma in cuor suo questo tizio barbuto con la faccia siddiata che si accollava la croce senza pipitiare non gli piaceva proprio.  

Cionondimeno, il pensiero brutto dei peccati fu il primo tra i tanti che gli vennero in mente a Ciccio Sgarlata quella mattina. E al volo ripensò a tutte le minate che si era fatto, da solo o in compagnia, quand’era picciutteddu, e a tutti i culi, minne e sticchi che aveva toccato con quella mano, quand’era diventato grande.  

Poi, per obbligo di completezza, ricordò tutte le volte che con quella stessa mano aveva premuto il grilletto. Cominciò con la prima di tutte: quel cane rognoso attaccato a un palo nella discarica, tanti anni fa, per dimostrare ai picciotti che era un vero uomo. E tante altre dopo, fino all’ultima: l’ammazzatina di quel cornuto fituso di Mimmo Mendola, che aveva una sorella che si era messa con uno sbirro. Quella era stata l’azione che lo aveva fatto diventare capodecina, anche se i dieci che stavano sotto di lui erano ominicchi come Vincenzo Cannarozzo, che stava ad aspettare la busta mentre lui gli fotteva la moglie.  

No, non gli pareva questo. Non era una punizione divina”. 

 

Interrompiamo la pregevole – benché cruda – narrazione per chiarire un punto: le punizioni divine, quali che siano le loro motivazioni (che possono essere anche notevolmente ambigue, come esemplificato nel caso di Giobbe, cui il Signore affligge paurosi tormenti per niente più di una scommessa), rispettano tuttavia un deterministico principio di causa-effetto, cosa che il miscredente Sgarlata non poteva che ignorare. Tuttavia, come è stato ampiamente dimostrato, le influenze dell’eccentrica rotazione terrestre, che genera la precessione degli equinozi, sommate alle tempeste magnetiche che si accaniscono sui poli, fanno sì che gli effetti siano sempre leggermente spostati rispetto alle cause. In parole povere: se magari ai tempi di Giobbe in un certo qual modo ci si azzeccava, ai tempi nostri, possiamo affermare con discreta certezza, la distribuzione di premi e punizioni, quali che siano le loro intenzioni originarie, è assolutamente randomizzata. 

 

“Comunque no, non era questo, Ciccio Sgarlata lo sentiva. Guardò ancora una volta la sua mano, alla luce fioca della lampadina sul comodino. Non osava aprire le pesanti tende di velluto rosso, perché temeva che la luce del giorno lo conducesse a più terrificanti scoperte. Meglio così, pensò: se Franca era magari che si era andata a fare un bidè e rientrava a timpulata, con quello scuro manco se ne accorgeva di questo fatto della mano. 

Vista da vicino, la mano seccata era veramente impressionante. Ciccio Sgarlata non era uomo di facile impressionamento, ma quella pellicina lattea, come una vecchia pergamena, che lasciava intravedere ossa consunte, gli fece firriare la testa, e gli venne da vomitare. Corse per il bagno, ma giunto sulla soglia pensò che forse c’era Franca là dentro. Si fermò, ma non riuscì a trattenere il vomito, che si sparse sulla moquette, punteggiato di caviale non digerito. Per un attimo a Ciccio Sgarlata quei punti neri nella melma giallastra parvero occhietti malefici che lo fissavano.  

Poi si decise, e andò a scostare la tenda. Una cascata di luce lo sommerse. Guardò meglio la mano di morto. Controluce, era quasi trasparente. Gli venne di pensare alla radiografia che gli avevano fatto quando si era rotto una gamba cadendo col motorino, che pareva un fantasma e una notte se l’era sognata, ed ebbe un rigurgito di schifo al pesce. Si trattenne, e la guardò ancora: le ossa delle dita affusolate, con il pollice leggermente arcuato, le unghie lunghe ma ben curate, erano attraversate dalla luce del sole che si era appena alzato e già prometteva un altro giorno bollente e sudaticcio. Perché un caldo come quello di quei giorni non si pativa da anni e anni. Ciccio Sgarlata cominciò a ricordare un’estate di quand’era picciriddu, che tornava con sua madre dai bagni di mare, e avevano trovato le candele sulla credenza a testa sotto, piegate per il caldo. Ammosciate. Come la minchia sua quando aveva visto la mano. Ah, già, la mano, la mano! Ma com’è che se n’era dimenticato? Intanto, la luce del sole lo stava facendo tornare in sé, gli dava energia, e si stava rimettendo a poco a poco la faccia di quello che non si scanta di niente. Istintivamente, allungò la mano sinistra e la mise accanto a quella di morto, in pieno sole. Ci aveva visto giusto. Quella mano non era la sua. Era troppo diversa dalla sua, che era tozza e scimmiesca. Gliel’avevano cambiata.  

Ma chi era stato? E perché? E soprattutto: ma come minchia avevano fatto a cambiargli una mano? Si sedette sul letto, e si mise a pensare, mentre girava e rigirava quella mano schifosa sotto la luce del sole, che adesso era gialla squillante, e il caldo d’agosto che prima lo aveva rinvigorito entrava a vampate attraverso i vetri, e diventava pesante, e gli schiacciava i pensieri. Si girò per cercare il telecomando dell’aria condizionata, che lui le femmine le portava negli alberghi di lusso, no in quelle topaie con le pale sul soffitto piene di cacche di mosche dove arrangiava piccoli traffici di cocaina prima di entrare nel giro giusto. Come pure una volta che in una di quelle tane era venuto un capellone che la voleva tastare, e al primo tiro era stramazzato a terra con un rivoletto di sangue che gli usciva dalla bocca. Lui aveva conservato la robba ed era andato a pisciare, e quando era tornato il sangue era pieno di mosche verdi che banchettavano, nonostante le pale.  

Gente che lo odiavano ce n’erano a tinghitè. Nemici e amici. Parenti, magari. Non valeva la pena di mettersi a contare. Di motivi pure ce n’erano a minnitta, e neanche quelli era il caso di esaminarli uno per uno. Quello che lo rodeva era il come. C’entrava sicuramente quella pulla maledetta di Franca. Si era appattata col marito, che si voleva fottere il posto suo. Ma come aveva potuto fare? Poteva essere solo una magarìa, come quelle che gli raccontava sua nonna, peli, bambole e sputo, per fare spuntare le corna sulla testa di un cornuto. E a lui gli avevano cambiato la mano.  

 

Mentre questi pensieri gli si affollavano nella testa, si accorse che automaticamente la mano di morto aveva azionato il telecomando, e la stanza si stava riempiendo di una deliziosa frescura alpina con deodorante al pino mugo. Allora la mano gli obbediva; anzi, magari pareva più sperta di prima. Sapeva il fatto suo. Si muoveva prima ancora che il cervello la comandasse, rapida e sicura. Gli venne l’idea di fare un esperimento. Si precipitò sul mucchietto di vestiti abbandonati sul pavimento, in mezzo ai quali stava la fondina con la sua pistola. La mano mostruosa non solo glie la trovò immediatamente, e con destrezza eccezionale la impugnò e tolse la sicura, senza ricorrere all’aiuto della sinistra, ma nel frattempo trovò anche il modo di rimettere i vestiti in ordine, abbottonandoli magari, che parevano mezzi stirati. Una potenza! E col ferro ben saldo nella mano di morto si avvicinò lentamente alla porta del bagno, stando bene attento a non scivolare sul vomito di prima, nel quale gli occhietti maligni andavano lentamente sbiancando, come minuscoli occhi di pesce lasciato in frigorifero per tre giorni. Sentì il rumore di uno sciacquone, aprì la porta con un calciò e sparò. Sostò un attimo sulla soglia, aspettando che il fumo acre dello sparo si diradasse. Entrò. Non era Franca, quella cosa che rantolava nella pozza di sangue che si spandeva sulle mattonelle bianche del bagno. Era un cane. Preciso identico a quel cane che aveva ammazzato tanti anni fa, in mezzo ai cumuli di rifiuti di una discarica abusiva, sotto gli occhi del suo padrino e di altri quattro picciotti. Quel cane che lo fissava negli occhi scodinzolando, e aveva leccato la mano che gli avrebbe sparato. Quel cane che si era ricordato poco fa.”  

(Franchinetti, 2013, pagg. 57-62). 

 

II.  

(Riassunto dell’episodio precedente: il mafioso in carriera Ciccio Sgarlata si sveglia una mattina scoprendo che la sua mano destra è stata sostituita con la corrispondente mano di un cadavere semimummificato. Incolpa della faccenda la sua amante, ma quando le spara, si accorge che la donna è scomparsa, e al suo posto c’è un cane, assolutamente identico a quello che tanto tempo prima aveva ucciso come prova di coraggio per entrare nell’organizzazione.) 

 

La vicenda del piccolo mafioso e della sua mano di morto è insolita, ma non unica. Si ricorda almeno un altro caso in epoca moderna, raccontato da Jonathan Fitzwilliam Daneroy nel suo monumentale volume dedicato alle influenze dell’esoterismo massonico nella sanguinosa epopea della frontiera americana. L’episodio è citato in una breve nota a piè pagina, più aneddoto curioso che documento storico, di cui l’autore non garantisce l’autenticità.  

 

“A San Bernardino si narra che il famoso pistolero Black Jackal fosse stato in origine un umile mandriano di origini irlandesi, Seamus O’Casey (che si faceva chiamare Jamie Casey). Costui, dicono, si smarrì tra le pianure, seguendo i ghiribizzi di una mandria infoiata, e si accampò per la notte in un sito sacro agli indiani Chumas. Al risveglio, scoprì che nel sonno la sua mano sinistra (Casey era mancino) era stata sostituita con la mano di una mummia, o di un cadavere imbalsamato. Questa misteriosa mano conservava tuttavia un vigore e una sveltezza prodigiose, che decretarono il successo di Casey, consentendogli di diventare il temutissimo Black Jackal, un uomo che aveva 27 morti sulla coscienza. Le circostanze della sua scomparsa non furono mai chiarite: il cadavere fu ritrovato il 23 aprile del 1836 nelle acque del Santa Ana River, nudo e trafitto da 81 chiodi” (J.F. Daneroy, Far West Mysteries, Pasadena: Henri Willets Publisher, 1871, pag 826, nota 2).  

 

È interessante notare che un’antica leggenda Chumas racconta che talvolta, quando il dio celeste Amarai lancia dalla sua dimora sopra le nuvole una benedizione verso il mondo degli uomini, il suo rivale briccone, il Vecchio Uomo Coyote, per fargli un dispetto tira la superficie terrestre come un tappeto, di modo che la benedizione, che include solitamente il dono di un potere speciale, caschi addosso alla persona sbagliata. Il che per certi versi sembrerebbe confermare la nostra teoria sulle punizioni divine enunciata a proposito della breve sbandata clericale dell’agnostico Ciccio Sgarlata.  

Un altro riferimento interessante, di epoca ben più antica, lo troviamo nel monumentale Asklepios, Der Heiler Gott, opera in sette volumi dell’insigne grecista Hermann Ellman-Grüber (1843-1931), la cui ultima copia fu bruciata a Berlino nel 1933. Lo studioso riportava una mole sterminata di trascrizioni delle epigrafi votive ritrovate nei santuari di Asclepio, che contenevano i ringraziamenti dei fedeli al dio che li aveva guariti. Fatto abbastanza singolare, la pagina in cui è raccontata la storia che ci riguarda fu l’unica ritrovata intatta dopo il rogo, e sottratta furtivamente da un oscuro spazzino berlinese che in seguito, emigrato negli Stati Uniti, ebbe una discreta fama nel cinema col nome di Sweepy. La pagina fu esposta al museo antropologico di Chicago e trafugata misteriosamente l’8 dicembre del 1980, lo stesso giorno in cui morì John Lennon. Essa riportava un testo trascritto da una piccola lapide che era conservata al museo archeologico di Dresda, distrutto in seguito dai bombardamenti del 1945. Una breve sentenza: “Io, Sempronio Marzio, ringrazio il dio che apparve (in sogno), e mi diede la forza di accettare l’amaro dono di Ermes”. La vicenda ricostruita da Ellman-Grüber è quella di un soldato romano, in forza alla guarnigione che presidiava la regione dell’Argolide. Qualche tempo prima, ebbro del dolce e insidioso vino ellenico, aveva profanato una cappella dedicata ad Ermes, il dio del crepuscolo, orinando sul fallo di pietra che la adornava. Il dio, furente per l’oltraggio subito, era sceso agli inferi, e aveva prelevato la mano di un morto, sostituendola con quella dell’infelice Sempronio (simmetricamente, il morto cui fu impiantata la mano di un soldato è descritto in varie cronache di discese nell’oltretomba, e Dante stesso lo cita: “Vidi quell’uom dalla mano vivente”). Il soldato, dunque, si recò al santuario di Epidauro travestito da pastore per non farsi riconoscere. Fece le abluzioni e le purificazioni previste dal rituale, e poi si ritirò nell’abaton, il luogo dove i fedeli sognavano il dio. Non appena il sonno lo avvolse, Asclepio apparve, nella forma di un’enorme serpe verdazzurra, una delle sue più potenti incarnazioni. Il mostro lo avvinghiò con le sue spire, e scrutandolo con occhi di brace gli chiese quale fosse il suo patimento. Sempronio gli mostrò la mano di morto, e il serpente lo fissò con l’aria un po’ stupita, allentando la stretta delle spire, e infine scoppiò in una risata irrefrenabile. Rise così tanto che alla fine esplose, ricoprendo lo sventurato milite di brandelli di pelle squamosa e altro materiale organico. Sempronio Marzio si svegliò di colpo, sconvolto, umiliato e appiccicoso. Ma ben presto giunse a comprendere il messaggio del dio, e ne fu rassicurato. La mano di morto lo rese valoroso con la spada, e abile nel gioco dell’astragalo: quando la sua guarnigione si spostò in Palestina, Sempronio Marzio fu il soldato che si aggiudicò le vesti di Cristo. Molti anni dopo, fu pugnalato alla schiena mentre giaceva ubriaco fradicio in una taverna dell’Urbe da un oste che si era convertito al cristianesimo. Un lontano discendente di quest’ultimo, Agnolo Bendicenti, s’arricchì con un fiorente commercio di reliquie, e diventò uno dei maggiorenti del Comune di Pisa, prima di morire appestato nell’epidemia che nel ’300 dimezzò la popolazione d’Europa.  

Come si vede, gli altri casi non ebbero finali meno tristi di quello del nostro Ciccio Sgarlata. Quando la sua breve e sfolgorante ascesa si trasformò, come spesso accade, in una rovinosa caduta, il suo corpo fu sciolto nell’acido. Si racconta che la mano di morto rimase a galla per alcune ore, e alla fine la dovettero seppellire a parte. 

 

III. 

L’altra cosa strana che successe fu che Monte Pellegrino sparì.  

Nel preciso istante che a Ciccio Sgarlata mutava la mano (le 7:25 del 15 agosto 2011), la montagna sacra di Palermo cessò provvisoriamente di esistere. Un’unica persona fu casuale testimone di entrambi gli eventi, la fisioterapista cinquantenne Matilde Garraffa: di lei parleremo diffusamente più avanti, anzi potremmo dire che questo libro è in parte la sua storia, e di altri personaggi che come lei, in quella calda estate, si lanciarono in una nobile e disperata impresa, degna di essere raccontata per iscritto.   

Ma intanto ci sembra d’obbligo rendere edotto il lettore sullo straordinario impatto che il fatto ebbe sulla città. Riuscireste a immaginare Parigi senza la Tour Eiffel, Londra senza il Big Ben, Roma senza il Papa, New York senza le Twin Towers, Napoli senza la Monnezza? Allo stesso modo non è possibile figurarsi Palermo senza quel masso immenso e selvaggio che divide due mari, dimora della Santuzza, la dolce, l’amata Rosalia, arco luminoso fra le nubi di gloria, colomba nella fessura della pietra, antidoto di tutti i mali e sollievo di tutte le sofferenze, che se ne andò a morire sola soletta in una grotta, per liberare la città dall’orrida peste. Tanto amata che per andarci meglio, cioè per andarci in macchina, i palermitani hanno costruito strade a quattro corsie, con tanto cemento che, visto dal mare, il Pellegrino pare un bunker gigantesco, e, per chi lo contemplasse provenendo da oriente, orride verruche deturpano il profilo di quello che gli antichi riconoscevano come il Genio di Palermo, la cui statua ghigna ancora in mezzo a piazza Rivoluzione.  

Alle 7:25 del 15 agosto, a dire il vero, non furono molti i palermitani che s’avvidero della sparizione. Più che la gente, a capirlo furono le macchine. Prive di quel contrafforte magnetico a nord, tutte le auto della città di Palermo che percorrevano l’asse ovest-est, che aggira il Pellegrino, scartarono leggermente verso sinistra. Le altre verso destra. A volte s’incontrarono nei loro sbandamenti, e d’incidenti ve ne furono parecchi. Tutti per fortuna senza gravi conseguenze, tranne il lacrimevole caso dello sfincionaro di Mondello, cui si ribaltò la lapa con tutto il carico, che si sparse su un sudicio vialetto della Favorita, irto di siringhe e viscido di preservativi. L’uomo vide lo scempio, e s’impiccò. 

Il parco della Favorita costeggia il Monte dal lato sud. Antica riserva di caccia dei gaudenti cortigiani borbonici, è oggi un autodromo selvaggio, dove si schizza giorno e notte a tutta velocità tra lecci polverosi e prostitute minorenni per raggiungere al più presto Mondello, la spiaggia della città, da molti considerato l’unico luogo in cui si vive veramente.  

Oltre a quello del misero ambulante sopracitato, il parco fu teatro di svariati interessanti episodi. A titolo puramente esemplificativo, riportiamo un estratto dal volume Quando il Monte sparì: fatti e misfatti di Calogero Scardamaglia, Ibis edizioni, Palermo, 2015. 

 

“Mimmo Teresi, figlio minore del ben noto onorevole Teresi, nonché proprietario della concessionaria delle motociclette Kamikari, tornava con la sua rombante automobile sportiva, una Horus 3500 grigio metallizzato superaccessoriata, dopo una notte di festazza con coca e sesso a tempesta all’esclusivo Circolo della Vela, per festeggiare il compleanno dell’assessore al verde pubblico, Fortunato Lo Piccolo, che la sua famiglia sosteneva politicamente. Il geometra in pensione Girolamo Tallarito, con la sua Seicento verdolina, era uscito alle tre di notte perché sua moglie si era sentita male, e dopo aver girato quattro pronti soccorsi in cui nessuno gli dava conto, era finito alla guardia medica turistica di Mondello, dove un’infermiera aveva dato delle gocce all’ammalata, e stava ritornando finalmente nella sua casa di corso Olivuzza, nella cucina della quale sua figlia Nunziella li aspettava alzata, che nelle sue condizioni non si dovrebbe fare. La Horus 3500 si trovò davanti, sulla corsia di sinistra, quel carretto che andava a dieci all’ora. Suonò. Quello non si muoveva. Allora calò una doppietta, quarta-terza-quarta, e si buttò a destra per un sorpasso. In quel preciso momento, senza un motivo plausibile, la macchina sbandò, e prese in pieno la Seicento, che a sua volta si arenò sull’aiuola spartitraffico. Mimmo Teresi scese furibondo dalla macchina, brandendo il crick come una mazza, e cominciò a colpire ripetutamente l’auto del vecchio, spaccando il lunotto posteriore e procurando alla signora Ninetta, che si era distesa dietro perché ancora non si sentiva tanto bene, uno sbalzo di pressione che per poco non la mandava al creatore, proprio ora che stava per diventare nonna per la seconda volta. Mimmo Teresi, mugghiando come un toro, coi bottoni della camicia che gli saltavano lasciando intravedere il petto chiazzato di macchie rossastre dovute alla recente depilazione definitiva, alzò di nuovo la mazza, pronto a distruggere il parabrezza anteriore, dietro il quale il gracile vecchietto piangeva e implorava. Ma tutt’a un tratto si fermò, col crick a mezz’aria. C’era qualcosa dietro le sue spalle. O meglio: qualcosa mancava. Benché fosse per sua natura un tipo poco sensibile, Mimmo Teresi percepì di colpo, attraverso i muscoli contratti della schiena e della nuca possente, un grande vuoto, un languore, come quello che lo assugliava prima di pranzo in certe giornate d’estate che si era fatto una nuotata a Mondello e tornava a casa alle due sotto il pico del sole. Un languore però di dimensioni enormi, una fame cosmica. Si voltò lentamente, e rimase alloccuto a contemplare il monte che non c’era più, con il crick alzato a fendere il vento di mare che, non essendo più tenuto a bada dalla barriera naturale, spirava forte e acidulo. Mimmo Teresi vide il vuoto, e diventò una statua di sale. E questa fu la fortuna del geometra Girolamo Tallarito, proprietario della Seicento (mancava solo l’ultima rata) e marito da quarant’anni della signora Ninetta, sempre fedele tranne poche scappatelle, ma solo ed esclusivamente con buttane a pagamento. Il Tallarito sgusciò fuori dallo sportello semi-incastrato della vettura, girò zoppicando intorno alle due macchine incollate e si portò alle spalle dell’imbambolato imprenditore. Aveva anche lui un crick in mano, e sorrideva.” (Scardamaglia, 2015, pagg. 128-130.) 

 

L’episodio appena citato non è che un esempio delle diverse piccole sciagure di natura automobilistica che accaddero a Palermo in occasione della sparizione di Monte Pellegrino. Non si possono raccontare tutte quante, occorrerebbero pagine e pagine, e non rimarrebbe tempo né energia per parlare di ciò che successe quando Monte Pellegrino riapparve, venti minuti dopo. 

La ricomparsa di Monte Pellegrino non fu percepita dalla stragrande maggioranza dei palermitani come un’effettiva ricomparsa, giacché, come s’è detto, ben pochi furono quelli che si erano accorti della previa sparizione. Tra questi ultimi, ricordiamo: il malcapitato Mimmo Teresi, che riportò una lesione al midollo spinale che lo avrebbe ridotto a un tronco umano per il resto dei suoi giorni, e la donna cui si accennava prima, che notò nello stesso momento un’incomprensibile macchia di nulla tra il mare e il cielo dove prima era stato il monte, e un uomo in fuga con una spettrale mano destra. 

Pur tuttavia, come si è già detto, la maggior parte dei palermitani non fece caso alla scomparsa del monte, né tantomeno alla sua ricomparsa.  

Fu come quando in un film c’è un fotogramma bianco, che tu non te ne accorgi perché il tuo cervello, complessa macchina dominata dall’horror vacui, riempie le parti mancanti. C’è da dire che molti sostengono che i suddetti fotogrammi non siano frutto di errori di montaggio, o di intoppi nella lavorazione della pellicola, bensì intenzionali latori di potenti messaggi che si stampano nell’inconscio come tatuaggi indelebili, e poi ci costringono a compiere azioni che non vorremmo, come comprare cose inutili, eleggere politici corrotti, odiare i diversi, scoparti la moglie del tuo subordinato, spaccare a colpi di crick i vetri dell’auto che hai appena tamponato. Se così fosse, ci domandiamo, di quale indicibile grandezza sarà stato il messaggio subliminale consegnato nei venti minuti di assenza del Monte, e cosa ci obbligherà a fare? Una domanda che fa tremar le vene e i polsi. 

Fatto sta che ci vollero altri venti minuti buoni prima che qualcuno si accorgesse che qualcosa era cambiato. E questo qualcosa era il Monte stesso. Non era più lui. L’avevano sostituito con un altro uguale.  

Quasi uguale. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Vivido, ironico e magico! Non vedo l’ora di leggere il resto!!

  2. (proprietario verificato)

    che dire? Una esplosione di colori, idee, immagini, suoni, una lettura dalla quale ci si stacca a fatica…intrigante e visionaria ti immerge in una Palermo fantastica nella quale intravedi vizi e virtu che ci appartengono deformati dallo specchio della scrittura esilarante di Salvo Pitruzzella. gRAZIEEEE!

  3. Coinvolta….incuriosita…..immersa in vicende un tantino surreali ho sorriso….e un attimo dopo ho avuto modo di riflettere……e…..dunque….Non vedo l’ora di continuare
    Complimenti Salvo!!!!!

  4. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora!

  5. Sono arrivato a circa un quarto della pre-lettura: pirotecnico e sornione, ride per non piangere ma comunque … ci appartiene. Il resto tra una cinquantina di pagine 😀

  6. (proprietario verificato)

    Una lettura da non perdere! Grazie mille all’autore.

  7. (proprietario verificato)

    Svariate vicende a confine tra reale e surreale si susseguono e s’intrecciano. I personaggi s’incontrano per una missione comune, incontro che ho atteso con curiosità, appassionandomi alle loro storie. Una scrittura coinvolgente, capace di far entrare con immediatezza in scenari pittoreschi, capace di trasmettere la bellezza delle parole dialettali. Un romanzo meritevole di lettura e occasione di riflessione su temi significativi che si possono scorgere. Grazie Salvo!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Salvo Pitruzzella
è nato e vive a Palermo, con la sua famiglia e altri animali, tra cui i suoi preferiti: i gatti. In gioventù, ha lavorato come attore, marionettista e drammaturgo. In seguito si è specializzato in teatro terapeutico, e nel 1998 ha fondato la prima scuola di drammaterapia in Italia, a Lecco. Insegna Pedagogia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha pubblicato diversi libri, in italiano e in inglese, su drammaterapia, creatività ed educazione alle arti. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo romanzo, L’ultima vendemmia. Oltre ai gatti, adora la musica di Bach, le spezie in cucina, i viaggi, e la poesia, soprattutto William Blake, di cui ha tradotto il poema visionario Vala, o I Quattro Zoa.
Salvo Pitruzzella on FacebookSalvo Pitruzzella on Linkedin
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie