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Il profumo dei limoni di Capri

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Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
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Consegna prevista Aprile 2020

Vincenzo nasce a Napoli nel 1922 in un vicolo dei Quartieri Spagnoli da famiglia povera. Il precoce amore per lo studio e l’innata avversione per il Fascismo sollecitano la sua crescita come uomo libero e la voglia di uscire dalla stretta gabbia del vicolo. L’obiettivo è la conquista della laurea per poter insegnare e aiutare i ragazzi poveri di buona volontà come lui. La storia di Vincenzo incontra quella di Ornella, sua coetanea di famiglia ricca, che rifiuta le ambizioni della madre per un matrimonio di convenienza.
A Capri tra i due ragazzi nasce l’amore, avversato dalla madre di Ornella, ma sostenuto dal padre, che accetta Vincenzo e lo protegge come può. Insieme i due ragazzi affrontano i pericoli della guerra, delle Quattro giornate di Napoli e il degrado morale della città. La loro storia si intreccia con quella dei comprimari che li accompagnano nelle vicende serene e felici e in quelle tristi e penose, nelle quali si troveranno di volta in volta coinvolti.

Perché ho scritto questo libro?

Questo mio secondo libro nasce per una scommessa fatta con me stesso: volevo verificare la mia (nascosta?) capacità di saper scrivere un vero libro, un romanzo ricco di personaggi, storie e ambienti di fantasia, con dialoghi non banali, e in un contesto storico più ampio rispetto a quanto da me descritto nel mio primo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Iniziò così il periodo più bello della mia vita. Tra me e Ornella si instaurò un magnifico rapporto. Era una mescolanza di amicizia, simpatia, allegria e gioia di vivere insieme quella vacanza. Era la nascita di un nuovo sentimento. Piccoli segreti solo nostri, da non rivelare a nessuno, facevano da complici nel rafforzare il nostro rapporto. Di sera, dopo cena, con donna Matilde già a letto a smaltire uno dei suoi frequenti mal di testa, seduti sui gradini dell’ingresso della villa, parlottavamo a bassa voce per non farci sentire: ricordavamo tutti i particolari della gita di quel giorno e costruivamo il programma per il giorno dopo.

«Andiamo a Ischia,» suggeriva Ornella e io ero sempre d’accordo. Altre volte, la destinazione era Punta della Campanella, o Positano sulla Costiera Amalfitana, tutte zone da me viste soltanto sulle carte geografiche e mai visitate prima.

Definito il programma per l’indomani, si andava a dormire. Ma, il sonno, ostacolato dal ricordo della giornata trascorsa e dalla prospettiva di un piacevole domani ancora insieme a Ornella, tardava ad arrivare.

Di solito però restavamo a Capri e il sempre disponibile Michele ci portava a scoprire le spiaggette e le grotte dell’isola e, alle manifestazioni della mia meraviglia alla presenza di tanta bellezza, Ornella rideva felice. Quante volte ci siamo tuffati nelle acque proibite della Grotta Azzurra, contravvenendo alle disposizioni comunali e facendo arrabbiare Michele!

Dopo il bagno, mentre Michele si dedicava alla pesca, Ornella e io raccoglievamo le conchiglie da destinare alla sua già ricca collezione.

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A volte, stanchi di tanto mare, esploravamo l’interno dell’isola. Quell’anno, Michele mi fece scoprire anche angoli sconosciuti alla maggioranza dei turisti. Partivamo al mattino presto e, camminando per sentieri tracciati nei boschi, arrivavamo all’Eremo di Santa Maria di Cetrella sul Monte Solaro per godere della vista dell’intera isola, dei Faraglioni e della Punta della Campanella e poi ancora su fino ad Anacapri. Altre volte andavamo a visitare i ruderi di Villa Jovis fatta costruire dall’imperatore Tiberio ritiratosi a Capri stanco di tutte le beghe e preoccupazioni che l’Impero gli creava.

Durante quelle camminate, Michele ci incitava ad amare e rispettare la natura: non solo il mare, anche i boschi erano obiettivi da preservare e da salvare dalla maleducazione dei turisti della domenica con i quali ce l’aveva a morte.

Le volte che ci allontanavamo da Capri o quando ne visitavamo l’interno, pranzavamo al sacco mentre Michele, tra un boccone e l’altro, ci raccontava le storie dell’isola tramandategli dai nonni. Narrava della colonizzazione dei Greci, dei legami con la Roma degli Imperatori Augusto e Tiberio, dei pirati Saraceni e delle battaglie sostenute dai Capresi per la loro indipendenza. Era orgoglioso della storia passata e felice per l’importanza turistica e culturale assunta da Capri nell’ultimo secolo. Raccontava anche piccole e interessanti storie sui personaggi famosi che si erano avvalsi dei suoi servizi di abile marinaio durante il loro soggiorno. Da lui ho sentito, per la prima volta, i nomi di Lenin, Gorkij, Munthe, Krupp, e di molti altri famosi scrittori, politici e giornalisti. Quelle storie Michele le narrava per me. Ornella, che già le conosceva, era contenta di risentirle e si meravigliava per il mio interessamento e per le mie tante domande.

Quando trascorrevamo l’intera mattinata su una spiaggia, tornavamo alla villa per il pranzo. Ornella pranzava con la madre nella grande sala, mentre io con mia madre mangiavamo nella dependance le stesse prelibatezze cucinate da Adele. Michele invece, dopo averci lasciati sulla piccola spiaggetta della villa, si ritirava nella sua casetta di Anacapri. Di lui Ornella mi aveva raccontato che era rimasto vedovo qualche anno dopo il matrimonio: la giovane moglie era morta dopo un parto difficile, e purtroppo anche la bambina era nata morta. Michele non si era più sposato. Appassionato della storia dell’isola, dedicava buona parte del suo tempo libero alla ricerca di vicende e fatti accaduti nei tempi passati.                                                     

DICIANNOVE 

Quando ripenso a quei tre mesi trascorsi a Capri non ricordo un solo piacevole scambio di parole con la signora Matilde. Memore dell’avvertimento di Ornella, la salutavo con poche parole di buongiorno o buonasera e, a qualche sua domanda, fatta sempre in tono distaccato, sulle gite fatte insieme alla figlia e a Michele, rispondevo che andava tutto bene, che mi stavo divertendo e la ringraziavo, ben felice di cavarmela in quel modo. Senza alcun dubbio, per donna Matilde, non ero un ospite e un amico della figlia, ma solo il figlio della domestica, capitato solo per caso nella sua villa.

Dopo il pranzo, donna Matilde andava sempre a riposare. In quei pomeriggi, mentre mia madre era al lavoro in cucina con Adele, per le pulizie e per preparare la cena, Ornella e io, ci incontravamo nello studio per studiare le materie che avremmo affrontato a ottobre. Ci facevamo domande, e quando non sapevamo la risposta, cercavamo aiuto nei libri di scuola.

Terminati i compiti, c’era da parte mia l’assalto alla grande libreria. Mi incantavo a guardare i dorsi dorati e intarsiati di quei libri e sceglievo uno dei romanzi della grande letteratura europea dell’Ottocento e del primo Novecento. Alcuni titoli e nomi di autori, Kafka, Joyce, Mann, James, mi erano stati suggeriti dal professore Iodice. Buona parte della mia attuale cultura proviene da quella libreria. Di sera, leggevo sino a tarda ora. Poi spegnevo la luce, ma stentavo ad addormentarmi. Nel mio animo si agitava un tumulto di sentimenti: c’era l’amore, il mio primo vero amore, la paura di un futuro senza più Ornella, la speranza di essere ricambiato e il terrore che la distanza sociale tra noi potesse rendere tutto soltanto una mia grande illusione. Quando finalmente Hipnos, il dio del sonno, veniva a chiudermi gli occhi, allora sognavo il paradiso. Altre volte, la speranza si infrangeva contro la realtà, e allora era l’inferno a presentarsi nei miei sogni.

Trovai nella libreria alcune opere di Benedetto Croce e un saggio, non so come capitato lì, del comunista Antonio Gramsci i cui libri, come mi aveva informato il professore Iodice, erano stati messi all’indice dal fascismo già dal 1926. La lettura di Croce mi permise di approfondire il suo concetto di liberalismo sociale favorevole all’intervento dello Stato nel caso di grandi crisi economiche. Non era la prima volta che leggevo Croce, ma fu quella lettura a farmi meglio comprendere come astratti concetti filosofici riuscissero a influenzare, la vita, la povertà o la ricchezza degli uomini e di un Paese.

Di Gramsci non avevo letto nulla e mi appassionò la lettura di quel saggio. Si intitolava “Alcuni temi sulla Questione meridionale”, nel quale l’autore descriveva la complessa Società del Meridione d’Italia, e in particolare, analizzava la situazione conflittuale tra i grandi latifondisti, i piccoli proprietari terrieri e la massa dei braccianti, poveri contadini. In quel saggio mi sembrò di trovare la conferma, scritta da un intellettuale, della semplice “filosofia” di mio padre. Anche Gramsci, infatti, suddivideva quella classe in tre gruppi. Il primo era formato da braccianti e contadini politicamente ininfluenti. Il secondo, da piccoli possidenti trasferitisi nelle città perché dalla loro terra traevano redditi esigui da integrare con altri lavori: per le loro caratteristiche sociali, i componenti di questo gruppo costituivano i naturali intermediari tra il primo e il terzo gruppo. Quest’ultimo, formato dai ricchi latifondisti, era il gruppo dominante, in grado di influenzare il pensiero degli intellettuali e dei politici locali e nazionali, indirizzandolo sempre verso il mantenimento, a loro favorevole, dello status-quo. Era il trionfo dei conservatori.

Rispetto al rassegnato e ingenuo pensiero di mio padre, Gramsci non accettava tale situazione e da qui nasceva la sua idea politica e la proposta dei rimedi necessari per poter ribaltare la situazione in favore dei braccianti.

Discutevo di quelle letture con Ornella ed ero stupito per la sua conoscenza dei fondamenti della filosofia di Croce. Conosceva anche il pensiero e la storia politica di Gramsci comunista e di Gobetti liberale e le loro traversie con il fascismo: carcere e violenze per il primo, violenze e volontario esilio per il secondo e la loro conseguente prematura morte. Ero certo, e lei lo confermava, che quella conoscenza era opera di suo padre con il quale Ornella aveva uno stretto rapporto e continui dialoghi durante i quali esprimeva liberamente il proprio parere. Parlava col padre non solo di democrazia e dittatura, ma anche dei molti problemi della Società. In particolare, era decisamente contraria all’organizzazione della scuola impostata dal ministro Gentile, quella che stavamo vivendo noi due, in quanto molto di classe e per di più completamente fascistizzata.

Anni dopo, volli approfondire la conoscenza del pensiero di Gramsci e di Gobetti leggendo le prime libere edizioni dei loro scritti. Quella prima lettura fatta a Capri, mi aveva dato la speranza di una futura maggiore integrazione tra le diverse classi sociali del Paese.

A proposito della Società, le critiche di Ornella si allargavano all’ambiente del quale lei e la sua famiglia facevano parte. Ne usciva, un quadro avvilente della cosidetta buona Società, al cui interno si combattevano gelosie, invidie, tradimenti, il tutto permeato da beghe politiche, da complicate situazioni passionali e da rapporti tra politica e camorra.

VENTI

Talvolta, il silenzio caratterizzava i nostri incontri in biblioteca. Erano momenti nei quali cercavamo di dare un senso alle nostre emozioni. Cosa succedeva nel mio animo l’avevo già compreso e ne ero insieme felice e spaventato. Quali fossero i pensieri di Ornella potevo solo immaginarlo e ciò che immaginavo nasceva dalla speranza che anche lei desiderasse che la nostra non fosse soltanto un’amicizia.                     

 Quei silenzi duravano solo pochi istanti, forse perché io volevo ritornare alla realtà che stavamo vivendo, anch’essa molto bella, e Ornella per ridurre l’attesa di una dichiarazione che non arrivava mai perché mai partiva da me.

Allora, riprendevamo i discorsi interrotti, e le prime nostre parole si accavallavano tra risate imbarazzate. Parlavamo soprattutto della nostra vita quotidiana e delle reciproche situazioni familiari. Ornella, curiosa, voleva sapere tutto di me, di come si svolgeva la vita nei vicoli, di mio padre e della sua “filosofia”, del carattere delle mie sorelle e del mio rapporto con loro, degli amici d’infanzia, dei nostri semplici e poveri giochi di strada, di come riuscivo a conciliare quella vita e quell’ambiente con il gravoso impegno dello studio.

Lei, figlia unica, sembrava invidiosa della mia libertà e mi raccontava dei suoi impegni, al di là di quelli scolastici, come la danza, il tennis, il pianoforte. Lamentava la mancanza di amicizie di cui la madre era responsabile per la severità e la scarsa simpatia che dimostrava verso le compagne di scuola e di danza.  Si dichiarava fortunata ad avere un padre come l’avvocato che con il suo carattere aperto e gioviale con tutti e con lei amorevole, protettivo e disponibile al dialogo su qualsiasi argomento, compensava il rapporto austero che aveva con la madre. Era quello l’unico nostro momento di libertà quando eravamo alla villa. Erano le ore durante le quali in donna Matilde, il sonno e i malanni, prendevano il sopravvento sul timore di una possibile contaminazione da parte mia di sua figlia. Al suo risveglio, si affacciava alla porta della biblioteca e, senza dire una parola, l’apriva e andava via.

Era il suo modo di farci capire che eravamo controllati, e da quel momento ci comportavamo di conseguenza, abbandonando i discorsi personali e discutendo solo di scuola e materie di studio. Quei pomeriggi, di solito, si chiudevano con Ornella al pianoforte che suonava brani di Chopin oppure alcune bellissime canzoni napoletane, stemperando in tal modo la pur bella tensione e i turbamenti provati nel corso di quei silenzi.

 

25 Luglio 2019

Aggiornamento

Si parla di Il profumo dei limoni di Capri: grazie ad Antonella di librilamiavita per aver letto e recensito! Trovate il suo articolo a questo link!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una storia d’amore sofferta in una Napoli in ginocchio per la guerra. Si intrecciano e si scontrano queste due realtà: l’amore giovane e acerbo dei protagonisti dovrà affrontare una realtà che non fa differenze morali o di età. Il tutto narrato con una prosa elegante ed evocativa.
    Molto consigliato.

  2. (proprietario verificato)

    Un romanzo dal sapore antico, dove parlano le voci dei due protagonisti, coinvolti loro malgrado nelle vicende della guerra. Ma protagonista del libro è soprattutto la città di Napoli, ferita a morte ma sempre capace di rialzarsi, anche nei momenti più difficili

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Salvatore Savino
Nato a Napoli nel 1934. Figlio unico. Ho studiato a Napoli, sono diplomato perito elettrotecnico e laureato in Economia e commercio. Nel 1960 mi sono trasferito a Ivrea perché assunto in Olivetti e nello stesso anno mi sono sposato con Maria Grazia. Ho due figlie e cinque nipoti. Dirigente in Olivetti, in Alitalia, in Fiat e consulente per grandi gruppi industriali, ho continuato a vivere nella bella Ivrea. Ormai pensionato, amante dei libri e accanito lettore, ho dedicato il mio tempo libero a scrivere. Ho pubblicato un libro (biografia dei miei anni trascorsi a Napoli, come ricordo da lasciare ai miei nipoti) e ho scritto un romanzo che è in crowdfunding con bookabook.
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