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Il profumo dei limoni di Capri

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Vincenzo è cresciuto con l’idea che le barriere tra ricchi e poveri siano insormontabili, perché è questo che dice la “filosofia” di suo padre. Eppure, sarà proprio di Ornella che si innamorerà, figlia unica di una famiglia abbiente di Napoli.
Il loro amore, oltre che al pregiudizio, dovrà resistere anche all’odio di donna Matilde Autieri, la madre di Ornella, che sogna per la figlia un matrimonio con un giovane del loro stesso ceto.
La storia dei due ragazzi attraversa il periodo del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Vincenzo sarà costretto al confino in un paesino della Lucania, da cui tornerà cambiato e deciso a non scendere a compromessi pur di portare avanti le sue idee politiche e il suo intento di combattere l’ignoranza con l’istruzione, iniziando proprio da quella dei quartieri più poveri di Napoli, gli stessi in cui è vissuto lui.

CAPITOLO UNO
Quella notte Napoli era sotto un vero diluvio. Pioveva a dirotto e l’oscurità era più intensa del solito. Fiumi d’acqua scendevano dalla parte alta del vicolo, priva di tombini. Nessuna luce dai lampioni, le porte dei bassi [Tipiche abitazioni a pian terreno nei vicoli di Napoli] erano chiuse e la luna sembrava essersi spenta. Solo un fioco filo di luce trapelava dalle porte sconnesse dell’abitazione di Ernesto Jovine, e da quella fessura si sentivano, sia pure attutite, grida di dolore e di incitamento: una donna sofferente, ma piena di gioiosa aspettativa, stava per diventare mamma.
Quando Vincenzo nacque, il 6 gennaio del 1922, sua madre fu la più felice delle donne.
Concetta era una quarantenne al suo terzo figlio e aveva penato molto durante quella gravidanza. I canonici nove mesi erano già scaduti da diversi giorni e le acque non avevano ancora intenzione di rompersi.
La levatrice, l’anziana Maria, temeva molto per lei e per il piccolo; aveva fatto nascere molti bambini, ma era la prima volta che riscontrava un ritardo in una donna al terzo parto.
La sera precedente aveva detto a Ernesto, il marito di Concetta: «Ernè, se pure stanotte non succede niente, è meglio che porti tua moglie all’ospedale perché, in questa situazione, ho paura di non poter fare niente. Una gravidanza così è la prima volta che mi capita».

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E invece quella notte le acque si ruppero, ed Ernesto corse a chiamare Maria che, preoccupata, arrivò subito con la sua borsa degli attrezzi.
A parto concluso, Concetta, coperta solo con una trapunta e distesa su un materasso adagiato sul tavolo della cucina, era stremata dalle doglie e dalle spinte.
Maria, che per ore aveva strillato: «Spingi, Concè, si no sta criatur’ nun’esce», era ormai sfinita e rauca, mentre Ernesto, che per tutto il tempo del travaglio e del parto era rimasto seduto su una sedia in un angolo della cucina, era esausto e pieno di scrupoli, visto che la colpa di quei dolori, lui si diceva, era soltanto sua: aveva sempre desiderato un figlio maschio ma, a quarantanove anni, si era trovato a essere padre di due figlie, perciò aveva tanto insistito con Concetta, che per farlo contento aveva ceduto.
Ernesto aveva affidato le bambine ai vicini, per evitare che assistessero a quello strazio.
Mettere al mondo quel bambino fu una fatica per tutti.
Il nuovo arrivato era un bel maschietto, che alla fine riuscì a nascere strillando come tutti i neonati. La levatrice, dopo le prime cure e il taglio del cordone ombelicale, mise il neonato tra le braccia della madre che, sia pure stremata, rimase estasiata alla vista di quel viso già così bello. Lo considerò un dono del Padreterno come risarcimento per il suo lungo penare, in più proprio nel giorno dell’Epifania.
«Ernè,» lo incoraggiò Maria «Ernè, vuliv’ tant’ ’o maschio e mo’ che è arrivato non vieni neanche a salutarlo? Alzati e vien a verè quant’è bello stu piccirill’!»
Ernesto, come un automa, ubbidì; si alzò e, dopo essersi avvicinato timidamente, diede una carezza lieve e tenera sulla testolina di suo figlio, e alla moglie, che stringeva al seno il bambino, sussurrò: «Grazie, Concè, t’ vogl’ ben’». E le diede un bacio sulla fronte. Poi andò in bagno a rinfrescarsi il viso, stravolto dalla contentezza.
Il giorno successivo, un raggio di sole sfiorò il piccolo Vincenzo, e Concetta pensò che quella luce infiltratasi tra gli scuri sconnessi del basso fosse un beneaugurante saluto al figlio. Era felice, Concetta, anche perché era riuscita a regalare a suo marito il dono a lui più gradito.
Appena si riprese dalle fatiche del parto fece il giro dei bassi, desiderosa di far conoscere ad amici, conoscenti, e anche ai passanti, quell’amore di figlio; si godeva i complimenti, i regali ricevuti dalle amiche, ed esprimeva la sua felicità con una voce piena di allegria: «A quarantadue anni ci so’ riuscita. È arrivato proprio il giorno della befana ’stu maschio, e guardate quant’ è bello».
Insomma, Concetta aveva occhi e attenzioni solo per il figlio, non si accorgeva degli sguardi tristi delle due sorelline di Vincenzo, Carmela e Rosaria, la prima di dodici e l’altra di sette anni, che dimostravano, senza neanche provare a nasconderla, tutta la loro gelosia per il nuovo arrivato: l’intruso.
Ernesto era soddisfatto, aveva desiderato tanto un figlio maschio e ne era arrivato uno così bello da farlo inorgoglire. L’avevano chiamato Vincenzo, come suo padre, seguendo così la tradizione napoletana. La gioia per quella nascita non la spartiva con nessuno, a differenza della moglie, che invece preferiva condividerla con tutti. Voleva anche molto bene alle figlie, e capiva che la moglie, con il suo comportamento, le stava allontanando, correndo il rischio di creare le prime due nemiche di Vincenzo.
«Concè,» le diceva quando le figlie dormivano «tu la devi finire di glorificare Enzuccio. Ma non te ne accorgi che le stai facendo soffrire? Anche loro sono figlie tue, e se tu hai occhi solo per Enzuccio, loro ne soffrono.»
«Ernè, Enzuccio deve crescere bene, perciò adesso deve essere seguito e curato, e solo io lo posso fare. Le bambine so’ crisciute, e nun’ capisco pecché mo’ hanna suffrì.»
«Concè, prima stavi sempre con loro, gli raccontavi tutti i fatti del vicolo, gli insegnavi a cucinare, a fare la maglia, le portavi con te, le aiutavi a fare i compiti, e mo’ è come se non esistessero più per te. Statt’ attient’ pecché primm’ o poi puoi perdere la loro confidenza e creare gelosie che in una famiglia finiscono sempre per far nascere guai.»
Quando le figlie gli chiedevano perché la mamma badasse solo a “lui”, Ernesto le tranquillizzava spiegando invano che la mamma, in quei giorni, era impegnata ad allattare e ad accudire il fratellino, ma che voleva sempre molto bene pure a loro. Anche lui però non riusciva a nascondere del tutto la sua gioia. Spesso si alzava dal suo banchetto da ciabattino e, facendo finta di cercare qualcosa sugli scaffali, andava a rimirare il figlioletto nella culla. Lo guardava a lungo e, non resistendo alla tentazione di accarezzarlo, si puliva le mani alla bell’e meglio sul grembiule e gli sfiorava il viso con leggerezza, per non fargli sentire la ruvidezza delle dita callose. Poi, soddisfatto, andava a sedersi di nuovo.

25 Luglio 2019

Aggiornamento

Si parla di Il profumo dei limoni di Capri: grazie ad Antonella di librilamiavita per aver letto e recensito! Trovate il suo articolo a questo link!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una storia d’amore sofferta in una Napoli in ginocchio per la guerra. Si intrecciano e si scontrano queste due realtà: l’amore giovane e acerbo dei protagonisti dovrà affrontare una realtà che non fa differenze morali o di età. Il tutto narrato con una prosa elegante ed evocativa.
    Molto consigliato.

  2. (proprietario verificato)

    Un romanzo dal sapore antico, dove parlano le voci dei due protagonisti, coinvolti loro malgrado nelle vicende della guerra. Ma protagonista del libro è soprattutto la città di Napoli, ferita a morte ma sempre capace di rialzarsi, anche nei momenti più difficili

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Salvatore Savino
è nato a Napoli nel ’34. Dopo la laurea in Economia e Commercio, nel ’60 si è trasferito a Ivrea e sposato con Maria Grazia. Ha due figlie e cinque nipoti. Dirigente in Olivetti, in Alitalia, in Fiat e consulente per grandi gruppi industriali, ha continuato a vivere a Ivrea. Il profumo dei limoni di Capri rappresenta il suo esordio letterario, dopo l’autobiografia Il ragazzo di via Enrico Alvino.
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