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Profumo di ricordi

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Sara è forte e dolce, bionda e alta, e nella vita ha raggiunto il suo sogno: viaggiare per lavoro. L’unica cosa che le manca è l’amore, che non riesce a vivere in maniera continuativa per via di una radicata paura di lasciarsi andare. E allora cosa custodisce gelosamente nel suo animo dopo la fine delle sue relazioni? Il profumo degli uomini che ha conosciuto, imprigionato all’interno della sua scatola dei ricordi, insieme agli oggetti e alle lettere lasciatele nel corso del tempo dai suoi tanti amanti.

PROFUMO DI FUTURO

La adorarono tutti sin da quando venne alla luce esattamente il ventuno giugno, primo giorno d’estate, nonché il giorno più lungo dell’anno. Eh sì, quello fu un giorno lunghissimo: tutta la famiglia fu riunita alla chiamata “A Clara si rupperu le acque. Stamu iennu ò spitali!”. Il marito di Clara prese la macchina e corse all’impazzata, rassicurando più sé stesso che sua moglie: «Non ti preoccupare Clara, ci sono io con te, andrà tutto bene!» intervallati da un «Vai tranquilla, respira». Ma quello che respirava affannosamente e che sarebbe stato da tranquillizzare era proprio lui. Aveva lasciato Francesco, il figlio più grande, nell’appartamento al piano di sopra, quello abitato dai suoi genitori: Carmelo e Sarina, alto lui, minuta lei, occhi scuri lui, occhi verde acqua lei, capelli neri ricci lui, biondo chiarissimo lei. Due sessantenni vispi che si erano innamorati a soli sedici anni e che avevano fatto la fuitina, in classico stile siculo, per via dell’opposizione gelosa del padre di lei che la voleva sposata al ragazzo più ricco del paese.

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Carmelo aveva provato a parlare con il futuro suocero, ma lui non lo aveva ritenuto all’altezza di sua figlia, così sposarsi una notte di inizio febbraio, mentre la neve cadeva e con solo due testimoni, gli amici fidati e un prete benevolo, rimaneva l’unica soluzione per vivere il loro amore. La vita gli diede ragione, e dopo ben oltre quarant’anni di matrimonio, quattro figli e nipoti che continuavano a venire al mondo, l’amore che li univa era saldo come quel primo giorno in cui si promisero che non si sarebbero mai più lasciati.
Dopo quasi dieci ore di travaglio dalla prima avvisaglia venne al mondo una bimba di tre chili e cento dalla pelle rosea, con tanti capelli lucenti e la bocca di un rosso fragola che sembrava fosse stata disegnata da un abile pittore. Si presentò così colei che tanto avrebbe amato e tanto sarebbe stata amata. E questo amore, questa attrazione che emanava, da cosa sarebbe dipesa? Forse a renderla così speciale sarebbero state le due piccole fossette sulle guance? Quelle che firmavano il “capolavoro”, come la definì suo padre appena gliela misero in braccio: finalmente “a figghia fimmina”, esclamò con stupore. Sarebbero state la sua allegria e la sua infinita dolcezza? Che fosse merito della simpatia che suscitava quando cadeva da quei pochi centimetri di altezza dritta sul pannolone, e dal suo fare goffo anche in età adulta? O forse dalla risata che spontaneamente le usciva da quella boccuccia? Forse si, ecco svelato il mistero. Quel sorriso. Il suo sorriso. A chiunque l’avrebbe regalato, avrebbe portato una gioia immensa e lei, capendone il valore, lo avrebbe donato senza riserve e con tutta la spontaneità che l’avrebbe caratterizzata per tutto il resto della sua vita. Quando iniziò ad andare all’asilo tutti capirono che la leadership ce l’aveva proprio nel sangue, non si poteva far nulla: era una dote innata. I bambini volevano giocare con lei, riceveva e offriva baci e abbracci in maniera incondizionata e le maestre, scorgendo in lei una sensibilità profonda, le affidavano qualche piccolo compito nell’aiuto degli altri compagni. Adorava sentirsi utile e quando i bambini venivano accompagnati dai loro genitori e lasciati all’asilo, ai primi pianti lei si voltava immediatamente verso la porta verde con i pupazzi, si avvicinava, li prendeva per mano e li accompagnava a giocare, distraendoli: da quel momento le lacrime si trasformavano in sorrisi.
Nessun dubbio, era una bambina speciale: le elementari e le medie passarono e lei aveva sempre una grande voglia di imparare, di interrogarsi, tant’è che i suoi compagni la ricordano come “la ragazza con la mano sempre alzata”. Arrivata al liceo i professori le riconobbero una forte capacità di espressione e la sua gentilezza e il suo modo di comunicare chiaro e equilibrato giustificavano gli ottimi voti. Le interessavano la matematica e i calcoli, soprattutto le moltiplicazioni: pensava che se una cosa, soprattutto bella, può moltiplicarsi fino all’infinito, perché non farlo? E questa moltiplicazione di gesti gentili la replicava nella vita di tutti i giorni. Amava dell’italiano l’analisi logica, perché ogni verbo, ogni nome, ogni aggettivo, ogni avverbio, se messi al proprio posto, assumevano un giusto valore. E con le parole, pensava, non si dovrebbe mai sbagliare. Per non parlare delle scienze con le lezioni di botanica e sul corpo umano. Imparò tutti i sistemi che formano il nostro corpo e conobbe anche le differenze che intercorrono tra quello maschile e quello femminile, rimanendone affascinata. Ma la materia che più le destava interesse fu da subito la geografia. Fu proprio la sua insegnante alle medie a farle scoprire quanto il mondo fosse grande al di fuori del suo paese, della sua Sicilia, della sua Italia, insegnandole nozioni interessantissime su nazioni e luoghi lontani: posti straordinari di mare o di montagna, luoghi storici e artisticamente meravigliosi. Fu durante una lezione sul Sud America che, un giorno di novembre, con occhi sognanti, promise a sé stessa che li avrebbe visitati tutti quei luoghi incantevoli di cui fino a quel momento aveva letto informazioni solo sui libri di scuola. E per quel Natale, avrebbe chiesto come regalo una macchina fotografica come quella che portava in giro il papà durante le loro vacanze. Avrebbe fotografato tutto, proprio tutto quello che l’avesse colpita, in modo tale da fare sul muro della sua camera un mappamondo di foto con i posti visitati. Aveva voglia di scoprire, di muoversi e di fare un viaggio che l’avrebbe portata a conoscere nuove persone, località, cibi e culture differenti.
E chissà, magari si sarebbe innamorata, in uno dei suoi mille viaggi, di un uomo svedese alto e biondo che le avrebbe trasmesso la passione per i fiordi e la natura, oppure di un ragazzo turco dagli occhi verdi e la carnagione scura con cui visitare le meraviglie architettoniche e naturali del Paese, oppure di uno strampalato argentino, tanguero di professione, con il fisico asciutto e occhi neri come la pece, che l’avrebbe stretta a lui e poi baciata. Chissà. Sapeva solo che sarebbe andata via dalla Sicilia, ma rimanendo ancorata alle sue radici, che avrebbe voluto meravigliarsi e rimanere a bocca aperta tutte le volte che metteva piede in un posto diverso da quello in cui era cresciuta e che avrebbe vissuto tutte le esperienze che le si presentavano con tutta se stessa, per dire Sì, questa è l’unica vita che ho e che devo assaporare fino in fondo per essere felice! Questo era quello che sognava Sara.

2020-10-22

Aggiornamento

L'olfatto, il senso meno preso in considerazione forse ma uno dei più intensi e che riporta alla mente i ricordi, quei ricordi che parlano di luoghi, di emozioni, di persone.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggere questo libro e immergermi in questo viaggio tra odori e sentimenti. La trama mi ha molto incuriosito.

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Viviana Franchina
nasce in Sicilia e trascorre, guardando il mare, un’adolescenza felice caratterizzata da un’innata curiosità. Frequenta la Facoltà di Architettura a Palermo e, successivamente, si trasferisce a Milano per diventare un’Interior Designer. Si avvicina all’organizzazione di eventi nel campo dell’arte e della fotografia con il ruolo di Event Manager. Attualmente insegna in un scuola a Milano. Ama fare lunghe passeggiate in bici e si definisce empatica e sensibile, tanto da essere sempre attenta agli stimoli provenienti dalla vita e dalle persone a cui guarda con grande interesse e ispirazione.
Profumo di ricordi è il suo primo libro.
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