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Quadri d'anime su sfondo bianco

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Il Santo ha mollato tutto ed è salito in montagna per viverci isolato da ogni traccia della società e scappare così dai suoi demoni; Marzio si arrabatta lavoricchiando e “mordendo” come un pitbull le persone a cui può scroccare qualcosa; Shantal, nella forza dei suoi diciotto anni, ha appena perso una parte importante di sé e cerca un modo per sentirsi viva; Nicola si trascina tra la dura routine del lavoro nelle strutture alberghiere e un amore negato; Dana viene condotta da un cliente in un mondo per lei tutto nuovo, dietro la cui patina magica si nasconde qualcosa che potrebbe scalfire la sua capacità di resistere a tutte le tempeste della vita; Marco e Alice stanno attraversando la crisi della loro coppia, nonostante la dolce presenza di Giulia, il loro splendente angioletto, e vedono in un luogo che hanno amato l’estremo tentativo di provare a continuare insieme la strada della vita.

Tutti loro verranno travolti dalla forza inesorabile della montagna: essa farà in modo che le linee dei loro personali percorsi si incrocino, cambierà in maniera radicale e irreversibile il destino di alcuni o scalfirà appena in superficie la spessa resiliente patina di frustrazioni e sconfitte della vita degli altri.

 PROLOGO 

Esiste una curiosità che sconfina nel desiderio di vivere altre vite oltre la propria, di entrare e immedesimarsi nelle emozioni e nei sentimenti provati da altri esseri umani, di recitare più ruoli in maniera così realistica da far sì che si trasformino in una quotidianità parallela alla propria o, addirittura, che quella stessa diventi la propria vita reale o anche solo una parte di essa. 

L’immaginazione è una virtù che è appartenuta, appartiene e apparterrà a tutti coloro che hanno vissuto, vivono e vivranno sul nostro pianeta, che si esercita maggiormente quando si è bambini e tende a svanire col trascorrere degli anni. 

Un posto e un paesaggio li puoi vedere con i tuoi occhi, ma li puoi anche immaginare con la tua mente, usando la fantasia, o li puoi richiamare nei ricordi del passato, decorandoli con le sensazioni provate e i sentimenti vissuti. E sono proprio queste ultime che ce li fanno amare e desiderare anche con il trascorrere degli anni, cesellandoli nel profondo di ciò che siamo, di ciò che diventiamo. 

Questi spot sembrano riappropriarsi di un’anima, di una propria esistenza; acquistano un magnetismo tale da poter risvegliare l’immaginazione, conscia o inconscia, di chiunque, anche di chi ha perso il gusto di esercitare quella virtù.  

Sono luoghi magici, che incantano, che uniscono, che portano via. 

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IL CLUB DELLE IDEE RUBATE 

Copriti bene se ti senti fredda,
hai la pressione bassa nell’anima,
come è strano il sapore che riesco a sentire…
Afterhours, Male di miele 

Marzio aveva già superato la quarantina da un po’ di tempo, e i segni si notavano principalmente sui capelli, ormai vistosamente brizzolati; non perdeva un pelo, ma buona parte della sua criniera era ingrigita precocemente. Di origini meridionali da parte di padre, era nato e aveva vissuto i primi vent’anni della sua vita in un capoluogo di provincia di una regione del Nord Italia; dire che fosse una città come tante altre sarebbe stato semplice e, certo, anche se banale, avrebbe avuto in sé quel pizzico di verità che posseggono tutte le generalizzazioni. Per lui quel luogo, però, era diventato il simbolo del male, tutto ciò che lui non avrebbe voluto più vedere e toccare, ma che manteneva un richiamo magnetico che aveva il retrogusto della rivalsa che prima o poi avrebbe avuto su tutto e, soprattutto, su tutti. 

Dopo la scuola superiore aveva deciso, supportato in toto dai suoi genitori, di iscriversi al famigerato Dams di Bologna, assecondando le sue velleità artistiche, che coltivava sin dalla preadolescenza, nell’angolo di “nerdismo” sveglio che era riuscito a ritagliarsi e in cui di volta in volta aveva coinvolto svariati personaggi che lui definiva sempre e comunque “amici”. E quelli nella città delle due torri furono anni di fuoco!  

Si divertì in maniera sfrenata, prorogando con alcuni anni fuoricorso l’esperienza da artistoide gaudente che la “città grassa” poteva offrirgli. Ma anche quel fantastico periodo giunse al termine quando il buon Marzio si rese conto che, a trent’anni, nei corridoi del Dams iniziava a sentirsi fuori posto, non essendo più studente e non essendo neanche assistente o dottorando o qualsiasi altra maschera del mondo universitario che non fosse quella di studente; inoltre, Bologna non offriva abbastanza per le sue ambizioni professionali, ci voleva qualcosa di più grande. 

Era così finito a vivere a Roma, convinto che fosse la città giusta per le sue ambizioni e che lì, in quella storica, tentacolare, unica, enorme città avrebbe trovato qualcuno che lo avrebbe apprezzato e avrebbe valorizzato il suo talento. La realtà, negli anni successivi, si rivelò ben diversa: nessuno notò le sue capacità e Marzio finì per doversi arrabattare tra piccoli lavoretti saltuari e fare fatica ad arrivare alla fine del mese con ancora qualche soldo in tasca. Si ritrovò a vivere in un quartiere lontano dal centro, in affitto con altri quattro ragazzi non proprio anagraficamente giovani (insomma, tutti abbondantemente sopra i trenta, se non sopra i quaranta), che, come lui, vivevano tra le loro aspirazioni artistiche, spesso frustrate, e una realtà che li portava a muoversi come cani randagi in cerca di qualcosa che li tenesse in piedi.  

Il tutto però non era poi così brutto, anzi. Una vita e una quotidianità così legate alla saltuarietà degli impegni, non solo lavorativi, ma anche sentimentali e amicali, aveva il vantaggio di offrire una sensazione di libertà, che li portava a sentirsi ancora ragazzi, tra feste, concerti, serate tra amici e one-night-stand e poco più impegnative relazioni sentimentali. Inoltre, abitando nello stesso appartamento, spesso si trovavano a condividere, tra una birra e qualche bicchiere di vino rosso di dubbia qualità, frustrazioni, insuccessi e avventure, o anche solo vicende della loro quotidianità, così da non sentirsi soli e alleviare quel senso di incompiutezza che aleggiava sulle loro esistenze.  

Uno dei principali argomenti di conversazione del gruppo era la sensazione, che molti di loro spesso provavano, di essere stati derubati delle proprie idee geniali da qualche artista, che inspiegabilmente ne aveva usufruito per raggiungere il proprio successo. A ogni cena saltava fuori uno di loro con “Bastardo! Mi ha rubato l’idea!”. Una frase che era ormai diventata come un mantra da ripetersi con scansioni temporali non lineari, ma comunque costanti. 

Se da un lato la loro vita “non era così brutta”, c’era comunque il lato oscuro della luna rappresentato dall’aspetto economico, che, nell’istinto di sopravvivenza dei cani randagi, li rendeva vigili, sul chi va là nei confronti di tutto e tutti, pronti a scattare al minimo prospettarsi di un guadagno o di una non perdita, senza guardare in faccia nessuno; e, d’altronde, in una società fondata sul denaro – Il dio denaro ha vinto dio, cantava qualcuno –, non poteva essere altrimenti. O cerchi di galleggiare in qualche modo, o anneghi. E inconsciamente o meno, non lo sapeva neanche lui, Marzio era, per quanto riguarda il denaro e forse non solo, il più scattante dei cani randagi, il pitbull dal morso d’acciaio, il pitbull dello scrocco. 

NICOLA 

Non sai, non sai che l’amore è una patologia,
saprò come estirparla via…
Afterhours, Ci sono molti modi 

 

Si era svegliato con la testa che gli pulsava a livello della nuca e delle sopracciglia. Aveva bevuto il giorno prima: alla sera era uscito dopo cena con tre colleghi, Armando di Roma, Kevin di Milano, e Cristina, una ragazza della valle. Avevano iniziato a bere al bar di fronte all’hotel, due birre a testa. E fin lì tutto bene. La serata era poi proseguita al Dino’s, un pub in cui nel fine settimana suonavano gruppi local, per lo più rock in tutte le sue sfaccettature, dall’heavy al punk. Dopo due long drinks, nel suo caso un vodka lemon e un vodka tonic, il colpo di grazia arrivò col giro di shottini di vodka liscia, offerto a turno da tutti e quattro.  

Il locale era abbastanza pieno. La stagione era appena all’inizio: il secondo week-end in cui gli impianti erano aperti, ma era il venerdì del primo grosso ponte di ferie invernali. La città si stava riempiendo di turisti e anche l’hotel in cui Nicola lavorava, una grossa struttura ricettiva sulla via principale, a meno di cento metri da una delle ovovie che portavano su in quota, risultava quasi al completo. 

Per lui iniziava il terzo anno in cui faceva la stagione invernale lì come cameriere di sala. Aveva terminato gli studi alla scuola alberghiera sette anni prima e aveva subito iniziato a lavorare: la paga non era mai stata eccezionale e le giornate di lavoro erano lunghe, ma il settore ricettivo offriva molte opportunità e, tra stagione estiva al mare e stagione invernale in montagna per dieci mesi all’anno, l’occupazione non gli era mai mancata. E, vedendo come se la passavano la maggior parte degli amici della sua leva al “paese”, poteva ritenersi fortunato. Quella mattina si presentava come l’introduzione a una giornata impegnativa. Aveva dormito poco e il turno al lavoro sarebbe stato lungo. Doveva farsi passare quel mal di testa: per fortuna aveva in camera una bottiglia da un litro di acqua gassata che bevve quasi in un sorso per farsi passare l’arsura che aveva in gola. Sentiva l’esigenza di fare una colazione abbondante: si fece una doccia e si preparò per scendere nella sala adibita ai pasti degli ospiti dell’hotel. Era l’alba e già due colleghi si affaccendavano a preparare i tavoli. Prese un succo di frutta, una brioche e un panino in cui mise prosciutto cotto e formaggio; consumò il tutto velocemente e si sentì un minimo più in forze. Uno dei colleghi, Giacomo, un uomo un po’ avanti con gli anni che dimostrava a ogni movimento il peso di quel lavoro, gli si avvicinò e gli disse di preparare vassoi, bicchieri e il resto al bancone del buffet. Lo sguardo e il tono della voce erano distaccati al limite dello scazzo. Nicola fece ciò che gli era stato detto alla velocità che gli consentiva la testa che aveva ricominciato a pulsare e a fargli male. Armando e Kevin avrebbero iniziato più tardi, mentre Cristina era palesemente in ritardo. 

Avrebbe forse dovuto salire a chiamarla e a vedere come stesse. Ma gli venne voglia di una sigaretta e uscì nel cortile del retro dell’edificio: l’aria della mattina era a dir poco pungente, la poca neve sul terreno era ghiacciata e tutto era ammantato di una patina gelata che rispecchiava la temperatura ben sotto lo zero. 

Il cielo era terso, ma si iniziavano a intravedere delle nuvole all’orizzonte: le previsioni meteo davano abbondanti nevicate dal tardo pomeriggio, ed era una buona notizia. Gli ultimi due anni erano stati abbastanza parchi per quanto riguarda le precipitazioni nevose, che tra l’altro avevano tardato ad arrivare. Ormai gli impianti di innevamento artificiale venivano comunque fatti andare a pieno regime appena le temperature scendevano sotto lo zero e quindi le piste erano comunque agibili. Ma la vera neve è tutta un’altra cosa. Anche per Nicola, cresciuto in un posto in cui le nevicate sono cosa rarissima, era comunque qualcosa di magico che rendeva il paesaggio una meraviglia che sorprende sempre, ogni giorno, in ogni momento. 

Il ragazzo si accese la sua sigaretta e cercò di gustarsela: il freddo rende ancora più intenso l’odore del fumo, anche se lo fa percepire più leggero. 

Rientrò nell’hotel intirizzito e si accorse che Cristina era arrivata e si stava occupando di accendere la macchina del caffè al bancone. Aveva una faccia più fresca della sua; avevano bevuto la stessa quantità di alcolici, ma lei sembrava essere più in forma. Forse perché i ragazzi e anche le ragazze della zona sono più abituate a bere o forse perché Cristina aveva una corporatura abbastanza robusta: fatto sta che la cosa lo aveva quasi infastidito. 

Si avvicinò al banco e vi appoggiò il gomito: «Ben svegliata! Cri, mi fai un caffè, per favore? Ieri è stata una serata impegnativa e ne ho proprio bisogno. Oh, tu sembri essere super in forma, come se non avessi bevuto. Mi devi spiegare come fai».  

«Be’,» accennò la ragazza «proprio in forma non sono. Però quando esco bevo e forse sono più abituata di te.» Preparò il caffè in un attimo: aveva veramente un altro passo. Glielo servì e si mise ad asciugare tazzine e cucchiai. 

Nicola gustò il suo caffè, continuando a fissare la collega che sbrigava il lavoro. Tra poco sarebbero comparsi i primi clienti per consumare la loro abbondante colazione presciistica. 

Nicola non era mai stato a sciare prima di iniziare a lavorare come stagionale nelle strutture ricettive di montagna. Ci aveva messo poco a imparare: dopo qualche lezione, meno di una decina, si sentiva già abbastanza sicuro da affrontare senza problemi anche piste rosse. Aveva sempre praticato sport sin da bambino e aveva un fisico atletico; inoltre non ingrassava, anche nei periodi in cui non faceva sport e ci dava dentro con il cibo. Il lavoro faticoso e impegnativo nella ristorazione lo faceva sentire spesso stanco, ma sciare gli era piaciuto sin da subito e, nonostante fosse nato e vissuto sempre nel Sud Italia vicino al mare, gli piaceva la montagna per i suoi paesaggi e non soffriva particolarmente il freddo. 

 

IL SANTO 

Steso su un balcone guardo il porto,
sembra un cuore nero e morto,
che mi sputa una poesia…
Afterhours, Bye bye Bombay 

Santo dimostrava molti più anni di quelli che aveva, se una persona lo avesse guardato in viso. Ma il suo fisico era atletico e asciutto il giusto, anzi, le spalle e il torace ricordavano ancora gli anni giovanili in cui aveva praticato assiduamente nuoto e pesistica. Di altezza media, capelli castano rossicci, aveva il viso incorniciato da una folta barba dello stesso colore del crine, ma con qualche macchia grigia in più. Portava gli occhiali – ma non li indossava sempre, gli erano d’intralcio nella quotidianità all’aperto – che insieme alla barba gli davano un’aria da sapiente, un po’ da santone orientale. La pelle era scura e logorata a causa del sole che gliela baciava durante i mesi di bella stagione, durante i quali trascorreva all’aperto quasi tutte le ore delle sue giornate. 

Vestiva sempre in maniera semplice, quasi trasandata, soprattutto durante l’estate: calzoncini corti, scarponi, una maglietta, spesso di colore verde militare, ogni tanto accompagnata da una camicia a quadrettoni in stile boscaiolo nell’immaginario collettivo. 

Il suo nome, massima traccia delle sue origini meridionali, era ormai diventato un soprannome, un marchio che contraddistingueva e rendeva palese non solo il suo stile di vita, ma la persona che lui era diventato nella sua totale integrità; e il fatto che tutti, in paese, nei bar, nei ristoranti e nelle baite della zona lo conoscessero come il Santo in fondo gli piaceva un casino. 

Aveva scoperto l’amore per la montagna, o meglio, la personale inadeguatezza alla normale vita fatta di obblighi e socialità, intorno ai quarant’anni; aveva trovato la forza o la disperazione per mollare tutto ciò che possedeva e tutti quelli che facevano parte della sua vita precedente e abbracciare un modus vivendi totalmente diverso in un altro luogo. I paesaggi di montagna gli avevano sempre dato l’idea di qualcosa di sublime, accarezzati da un senso di divino e, allo stesso tempo, ammantati di quello che restava della natura selvaggia. 

Da giovane il freddo non gli aveva mai dato fastidio, anche se con gli anni, in quella che poteva considerarsi la sua vita precedente, un senso di “imborghesimento” lo aveva portato a sopportare sempre meno non solo l’afa e la calura, ma anche l’umidità e il freddo. 

Con l’inverno alle porte, aveva pensato di fare un’escursione in quota con le ciaspole, visto che durante le precedenti ventiquattr’ore aveva nevicato abbondantemente e le previsioni meteorologiche davano nevicata intensa anche per la notte e, in seguito, schiarite e tempo soleggiato per gli altri due giorni a venire; insomma, per il Santo si profilava la possibilità di una bella ciaspolata in solitaria, il che voleva dire godersi l’aria unica che si crea quando il sole segue una giornata di abbondante nevicata, farsi trasportare dal magnifico silenzio delle vette quando sono coperte dal fresco manto bianco e poter sognare a occhi aperti, facendosi ispirare dall’azzurro intenso del cielo di montagna in una giornata tersa. Per lui era un’attività solitaria, non voleva nessuno con sé, si era auto-imposto di non amare la compagnia delle persone, anche se, a suo dire, queste lo cercavano comunque. In realtà, sentiva il bisogno del contatto visivo e delle parole di un altro qualche volta, forse più spesso di quanto avrebbe mai potuto ammettere, prima di tutto a se stesso. 

Quel giorno, dopo essersi svegliato di buon ora – e non sempre gli capitava, anzi, ogni tanto si destava a mattinata inoltrata – e aver consumato la sua abituale colazione a base di latte, caffè, formaggio e pane, si era messo a lavorare alla casa: aveva piantato dei chiodi su alcune assi di legno, in modo da creare un rialzo all’ingresso verandato della sua piccola baita isolata nel verde del tappeto delle montagne; aveva pulito bagno, cucina, soggiorno e camera da letto e aveva spazzato le foglie portate dal vento sul suo vialetto d’ingresso. Terminate quelle attività domestiche, si era recato al solito bar e si era seduto a quello che considerava il suo tavolino. 

La baita che occupava come affittuario l’aveva trovata arrivato da poco in paese, parlando con le persone del posto nei bar e nei negozi: gliel’aveva data in affitto una coppia di anziani che, considerandola troppo isolata, aveva preferito, anche per l’età ormai non più verdissima, risiedere in paese, lasciando così la piccola abitazione non occupata e non curata da molto tempo. Santo, dopo che ne ebbe preso possesso, dovette spenderci molto tempo per ristrutturarla e renderla abitabile e accogliente, lavorandoci da solo con pazienza e con meticolosità, finendo per dover fare mestieri e attività che non aveva mai svolto. Alla fine, l’aveva resa abitabile e rusticamente accogliente, isolata come voleva lui; inoltre, aspetto non certo secondario, l’ammontare dell’affitto era estremamente contenuto. 

 

21 luglio 2020

Aggiornamento

Alessandro Zoccarato di Black & Blue Festival ha scritto una recensione del romanzo "Quadri d'anime su sfondo bianco" dopo aver letto in anteprima la bozza integrale del testo (pre-editing). Eccola: "Sei racconti che si intersecano e si accavallano tra loro. I pensieri, le speranze, le frustrazioni di persone comuni in una piccola località sciistica. Tra amore, passione e morte i personaggi di Oltre la Montagna si raccontano a cuore aperto, in prima persona, in una settimana bianca che segnerà le loro scelte di vita. Un libro intimo e leggero al tempo stesso che passa di registro in registro, strappa sorrisi, commuove ed emoziona; il classico piccolo romanzo da viaggio.

Commenti

  1. The RocknRolla

    Ecco altri commenti al libro di chi ne ha letto l’anteprima e ha voluto condividere con me le sue idee:
    “È la prima volta che, leggendo questo incipit,mi sembra di essere appena uscito da una libreria con un bel libro che, anche se ne avevo letto poche pagine, ero sicuro mi avrebbe fatto volare con l’immaginazione e la fantasia. È questa l’impressione che ho provato mentre leggevo il racconto,anzi no,stavo leggendo il libro che aveva tutto ciò di cui aveva bisogno per avere successo. I personaggi sono descritti tutti bene, le trame belle e originali,il modo di scrivere accattivante che promette di diventare un best seller, insomma gli ingredienti ci sono tutti, ora vedremo come lo chef saprà preparare una ricetta di grande livello”,
    “Un ottimo inizio. Lo stile è sicuro e accattivante, e la narrazione è coinvolgente e ricca di dettagli mai banali, che aiutano a delineare ciascun personaggio. Parlando di personaggi: tutti sono ben definiti e distinti. Fin dalle prime righe si percepisce come ognuno abbia problemi, mentalità e modo di affrontare la vita molto diversi. E la cosa migliore è che risultano tutti interessanti. Il ritmo è incalzante e la scelta di dedicare un capitolo a ogni personaggio è azzeccata. Inoltre, le situazioni in cui li incontriamo per la prima volta sono quelle giuste per presentarli, perché già in poche frasi, grazie alle loro riflessioni o a ciò che stanno facendo, il loro carattere viene mostrato in modo chiaro. Un incipit che di sicuro invoglia a proseguire la lettura per scoprire come le vite di queste persone così diverse si intrecceranno e come saranno diverse alla fine. Complimenti”.
    “Un assieme di storie di vita ben descritte, riescono ad esprimere belle sensazioni. Dei vari personaggi si descrivono bene le sensazioni solo poche descrizioni se non dei luoghi.Una piacevole lettura”.
    “Incipit molto carino ed interessante, mi piace il modo di scrivere e di spiegare le cose. I personaggi sono ben strutturati. La grammatica è buona e le frasi sono ben costruite e con un lessico buono.Interessante scoprire tutto il resto. Leggendo un incipit così invoglia, secondo me, il lettore a continuare a leggere”.

  2. The RocknRolla

    Alessandro Zoccarato di Black & Blue Festival ha scritto una recensione del libro, dopo aver letto in anteprima l’intera bozza del romanzo (pre lavoro di editing.
    Eccola:
    “Sei racconti che si intersecano e si accavallano tra loro.
    I pensieri, le speranze, le frustrazioni di persone comuni in una piccola località sciistica.
    Tra amore, passione e morte i personaggi di Oltre la Montagna si raccontano a cuore aperto, in prima persona, in una settimana bianca che segnerà le loro scelte di vita.
    Un libro intimo e leggero al tempo stesso che passa di registro in registro, strappa sorrisi, commuove ed emoziona; il classico piccolo romanzo da viaggio”.

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Francesco Favata
classe ’77, è nato a Milano, dove si è poi laureato in Lettere e ha conseguito la seconda laurea in Storia. Dopo esperienze lavorative in ambito ristorazione e HR, ha deciso di conseguire la specializzazione all’insegnamento. Attualmente insegna Lettere presso la scuola secondaria di Fino Mornasco (CO). Quadri d’anime su sfondo bianco è il suo primo romanzo.
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