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Quadri d'anime su sfondo bianco

Quadri d'anime su sfondo bianco campagna
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Consegna prevista Dicembre 2020

Il Santo ha mollato tutto ed è salito in montagna per viverci isolato da ogni traccia della società e scappare così dai suoi demoni; Marzio si arrabatta lavoricchiando e “mordendo” come un pitbull le persone a cui può scroccare qualcosa; Shantal nella forza dei suoi diciotto anni ha appena perso una parte importante di sé e cerca un modo per sentirsi viva; Nicola si trascina tra la dura routine del lavoro nelle strutture alberghiere e un amore negato; Dana viene condotta da un cliente in un mondo per lei tutto nuovo, dietro la cui patina magica si nasconde qualcosa che potrebbe scalfire la sua capacità di resistere a tutte le tempeste della vita; Marco e Alice stanno attraversando la crisi della loro coppia, nonostante la dolce presenza di Giulia, il loro splendente angioletto, e vedono in un luogo che hanno amato l’estremo tentativo di provare a continuare insieme la strada della vita. Tutti loro verranno travolti dalla forza inesorabile della montagna: essa farà in modo che le linee dei loro personali percorsi si incrocino, cambierà in maniera radicale e irreversibile il destino di alcuni o scalfirà appena in superficie la spessa resiliente patina di frustrazioni e sconfitte della vita degli altri.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivo canzoni e racconti sin da quando ero ragazzo. Ma il mio essere dispersivo non mi ha fatto completare un’opera fino al 2019 ,anno in cui ho finito la stesura del mio primo romanzo. A scuola i prof. dicevano che ero bravo a scrivere e una persona speciale per me, mia madre, diceva di credere nel mio talento di scrittore. Non le ho mai dato completamente retta, fino al giorno in cui è venuta a mancare. Da quel momento ho trovato la forza di portare fino in fondo un progetto letterario sull’oggi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO I: IL CLUB DELLE IDEE RUBATE.

“Copriti bene se ti senti fredda,
hai la pressione bassa nell’anima,
come è strano il sapore che riesco a sentire…”.

Marzio aveva già superato la quarantina da un po’ di tempo, e i segni si notavano principalmente sui capelli, ormai vistosamente brizzolati; non perdeva un pelo, ma buona parte della sua criniera era ingrigita precocemente. Di origini meridionali da parte di padre, era nato e aveva vissuto i primi vent’anni della sua vita in un capoluogo di Provincia di una Regione del Nord Italia; dire che fosse una città come tante altre sarebbe stato semplice e, certo, anche se banale, avrebbe avuto in sé quel pizzico di verità che posseggono tutte le generalizzazioni, ma per lui quel luogo era diventato il simbolo del male, tutto ciò che lui non avrebbe voluto più vedere e toccare, ma che manteneva un richiamo magnetico che aveva il retrogusto della rivalsa che prima o poi avrebbe avuto su tutto e, soprattutto, su tutti.
Dopo la scuola superiore, aveva deciso, supportato in toto dai suoi genitori, di iscriversi al “famigerato” Dams di Bologna, assecondando le sue velleità artistiche, che coltivava sin dalla pre adolescenza, nell’angolo di nerdismo sveglio che era riuscito a ritagliarsi e in cui di volta in volta aveva coinvolto svariati personaggi che lui definiva sempre e comunque “amici”. E quelli nella città delle due torri furono anni di fuoco!!! Si divertì in maniera sfrenata, prorogando con i pochi, giusti (se così li si può definire) anni di “fuoricorso” l’esperienza da artistoide gaudente che la città grassa potesse offrirgli. Ma anche quel fantastico periodo giunse al naturale termine quando il buon Marzio si rese conto che, a trent’anni, nei corridoi del Dams si iniziava a sentire fuori posto, non essendo più studente e non essendo neanche (ed era cosa per lui estranea al massimo) assistente o dottorando o qualsiasi altra maschera del mondo universitario che non fosse quella di studente; inoltre, Bologna non offriva abbastanza per le sue ambizioni professionali, ci voleva qualcosa di più grande.

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Era così finito a vivere a Roma, convinto che fosse la città giusta per le sue ambizioni e che lì, in quella storica, tentacolare, unica, enorme città avrebbe trovato qualcuno che lo avrebbe apprezzato e avrebbe valorizzato il suo talento. La realtà, negli anni successivi, si rivelò ben diversa: nessuno notò le sue capacità e Marzio finì per doversi arrabattare tra piccoli lavoretti saltuari e fare fatica ad arrivare alla fine del mese con ancora la disponibilità di qualche soldo in tasca. Si ritrovò a vivere in un quartiere lontano dal centro, in affitto con altri quattro ragazzi non proprio anagraficamente giovani (insomma, tutti abbondantemente sopra i trenta, se non sopra i quaranta), che, come lui, vivevano tra aspirazioni artistiche, spesso frustrate, e una realtà che li portava a muoversi come cani randagi in cerca di qualcosa che li tenesse in piedi. Ma il tutto non era poi così brutto, anzi. Una vita, una quotidianità così legata alla saltuarietà degli impegni, non solo lavorativi, ma anche sentimentali e amicali, aveva il vantaggio di offrire la sensazione di libertà, che li portava a sentirsi ancora ragazzi, tra feste, concerti, serate tra amici e one-night-stands e poco più impegnative relazioni sentimentali. Inoltre, abitando nello stesso appartamento, spesso si trovavano a condividere, tra una birra e qualche bicchiere di vino rosso di dubbia qualità, frustrazioni, insuccessi, avventure, opinioni o anche solo vicende della loro quotidianità, così da non sentirsi soli e alleviare quel senso di incompiutezza che aleggiava sulle loro esistenze. Uno dei principali e più ricorrenti argomenti di conversazione del gruppo era la sensazione, che molti di loro spesso provavano, di essere stati derubati da qualche regista, cantante, artista in generale di idee geniali partorite, secondo loro, dal proprio ispirato genio artistico e finite in modi fantasiosi o meno, razionali o meno, nelle mani di qualcun altro che ne aveva usufruito per raggiungere o rendere più saldo il proprio successo. Ogni tot cene, ogni tot giorni saltava fuori uno di loro con “Bastardo! Mi ha rubato l’idea!!!”, una frase che era ormai diventata come un mantra da ripetersi con scansioni temporali non lineari, ma comunque costanti.
Ma se il tutto delle loro vite poteva definirsi, da un lato, “non così brutto”, c’era comunque il lato oscuro della luna rappresentato dall’aspetto economico, che, nell’istinto di sopravvivenza dei cani randagi, li rendeva vigili, sul “chi va là” nei confronti di tutto e tutti, pronti a scattare al minimo prospettarsi di un guadagno o di una non perdita, senza guardare in faccia niente e nessuno; e, d’altronde, in una società fondata sul denaro (“il dio denaro ha vinto dio”, cantava qualcuno), non poteva essere altrimenti, o cerchi di galleggiare in qualche modo, in tutti i modi possibili, o anneghi. E inconsciamente o meno, non lo sapeva neanche lui, Marzio era, per quanto riguarda il denaro, e forse non solo, il più scattante dei cani randagi, il pitbull dal morso d’acciaio, il pitbull dello scrocco.

CAPITOLO III: IL SANTO.

“Steso su un balcone guardo il porto,
sembra un cuore nero e morto,
che mi sputa una poesia…”.

Santo dimostrava molti più anni di quelli che aveva, se una persona lo avesse guardato in viso, ma il suo fisico era atletico e asciutto il giusto, anzi, le spalle e il torace ricordavano ancora gli anni giovanili in cui aveva praticato assiduamente nuoto e pesistica. Di altezza media, capelli castano rossicci, aveva il viso incorniciato da una folta barba dello stesso colore del crine, ma con qualche macchia grigia in più. Portava gli occhiali – non sempre, gli davano intralcio nella quotidianità all’aperto che ora amava più di ogni altra cosa e perché la sua miopia era leggera –, che, insieme alla barba, gli davano un’aria da sapiente, un po’ da santone orientale. La pelle era scura e logorata a causa del sole che gliela baciava per i mesi di bella stagione, durante i quali trascorreva all’aperto quasi tutte le ore delle sue giornate. Vestiva sempre in maniera semplice, quasi trasandata, soprattutto durante l’estate: calzoncini corti, scarponi, una maglietta, spesso di colore verde militare, ogni tanto accompagnata da una camicia a quadrettoni in stile boscaiolo dell’immaginario collettivo.
Il suo nome, massima traccia delle sue origini meridionali, era ormai diventato un soprannome, un marchio che contraddistingueva e rendeva palese non solo il suo stile di vita, ma la sua persona nella sua totale integrità; e il fatto che tutti, in paese, nei bar, nei ristoranti e nelle baite della zona lo conoscessero come “il Santo”, in fondo gli piaceva un casino.
Aveva scoperto l’amore per la montagna, o meglio la personale inadeguatezza alla normale vita fatta di obblighi e socialità, intorno ai quarant’anni; aveva trovato la forza o la disperazione per mollare tutto ciò che possedeva e tutti quelli che facevano parte della sua vita precedente e abbracciare un modus vivendi totalmente diverso in un altro luogo. I paesaggi di montagna gli aveva sempre dato l’idea di qualcosa di sublime, accarezzati da un senso di divino e, allo stesso tempo, ammantati di quello che restava della natura selvaggia.
Da giovane il freddo non gli aveva mai dato fastidio, anche se con gli anni, in quella che poteva considerarsi la sua vita precedente, un senso di “imborghesimento” lo aveva portato a sopportare sempre meno non solo l’afa e la calura, ma anche l’umidità e il freddo.
Con ormai l’inverno anche per il calendario alle porte, aveva pensato di fare un’escursione in quota con le ciaspole, visto che durante le precedenti 24 ore aveva nevicato abbondantemente e le previsioni meteorologiche davano nevicata intensa anche per la notte e, in seguito, schiarite e tempo soleggiato per gli altri due giorni a venire; insomma, per Santo si profilava la possibilità di una bella “ciaspolata” in solitaria, il che voleva dire godersi l’aria unica che si crea quando il sole segue una giornata di abbondante nevicata, farsi trasportare dal magnifico silenzio delle vette quando sono coperte dal fresco manto bianco e poter sognare ad occhi aperti, facendosi ispirare dall’azzurro intenso del cielo di montagna in una giornata tersa. Per lui era un’attività solitaria, non voleva nessuno con sé, si era autoimposto di non amare la compagnia delle persone, anche se, a suo dire, queste lo cercavano comunque; a suo dire. In realtà, sentiva il bisogno del contatto visivo e delle parole di un altro, qualche volta, forse più spesso di quanto avrebbe mai potuto ammettere, prima di tutto, a sé stesso.
Quel giorno, dopo essersi svegliato di buon ora – e non sempre gli capitava, anzi, ogni tanto si destava a mattinata inoltrata – e aver consumato la sua abituale colazione a base di latte e caffè e formaggio con pane, si era messo a lavorare alla casa: aveva piantato dei chiodi su alcune assi di legno, in modo da creare un rialzo all’ingresso/veranda della sua piccola baita isolata nel verde del tappeto delle montagne, aveva pulito bagno, cucina e soggiorno/camera da letto e aveva spazzato le foglie portate dal vento sul suo vialetto d’ingresso. Terminate quelle attività domestiche, si era recato al solito bar e si era seduto a quello che considerava il “suo” tavolino, come spesso faceva.
La baita che occupava come affittuario, l’aveva trovata, arrivato da poco in paese, parlando con le persone del posto nei bar e nei negozi: gliel’aveva data in affitto una coppia di anziani che, considerandola troppo isolata, aveva preferito, anche per l’età ormai non più verdissima, risiedere in paese, lasciando così la piccola abitazione non occupata e non curata per molto tempo. Santo, dopo che ne ebbe preso possesso, dovette spenderci molto tempo per ristrutturarla e renderla abitabile e accogliente, lavorandoci da solo con pazienza e con meticolosità, finendo per dover fare mestieri e attività che non aveva mai svolto. Alla fine, l’aveva resa abitabile e rusticamente accogliente, isolata come voleva lui; inoltre, aspetto non certo secondario, l’ammontare dell’affitto era estremamente contenuto.

CAPITOLO VI: SHANTAL.

“Inacula, inacula, inacula il mio germe,
fosse se smetto di respirare se ne va via da sé,
cos’è? Cos’è? Si riproduce, è vivo in me…”

Quella sera, avrebbe potuto finire il mondo, ma lei sarebbe andata all’evento Nitro al Marco’s Cafe”! Una ragazza come lei, 18 anni e l’energia di una freestyler matta e spericolata come poche, non poteva starsene a casa. Certo, ci aveva già dato dentro tutto il pomeriggio, prima allo snowpark, tra kick e rail, poi allo skatepark, in cui, causa neve e ghiaccio non si poteva fare niente, ma comunque ci si trovava con gli altri a chiacchierare, fumare, fare casino o stare tranquilli: alla fine, stare in compagnia. E, se allo snowpark era stata sostanzialmente da sola a provare un po’ di tricks sui pochi salti, tra cui un big jump da 22 metri che aveva avuto il coraggio di guardare solo da lontano,
e le poche ringhiere già attive per l’inizio della stagione e preparate apposta per l’evento sponsorizzato dalla Nitro, allo skatepark c’erano tutti, tranne il suo Miky. Aveva incontrato Ska, aveva chiacchierato con Betta e con Francesca, aveva fatto due tiri della “gianda” preparata da Omar. Ma Miky non si era fatto vivo; le aveva scritto che ci sarebbe stato, ma nessuna l’aveva visto quel pomeriggio. Magari era a casa a prepararsi per la serata, magari stava studiando. Boh, alla fine non c’era. E lei ci aveva dato il giusto peso, perché era presissima dall’evento della serata; tutti erano “belli spessi” all’idea che ci sarebbe stato da fare casino per tutta la cazzo di notte. Ma forse a Miky non fregava niente, vedeva la serata speciale come una “sbatta” e basta.
Aveva litigato con suo papà il giorno prima, sempre per colpa di Miky, o meglio, sempre per colpa sua, così indipendente e irruenta, ma a lei le regole, gli orari, le imposizioni stavano strette. Le discussioni animate con il suo vecchio erano diventate più frequenti negli ultimi mesi e, per tutta risposta, Shantal passava sempre meno tempo a casa. Il rendimento a scuola non ne aveva risentito più di tanto, ma la ragazza si sentiva inquieta, presa tra due fuochi, suo padre e Miky. Quel pomeriggio, allo skatepark, non c’erano entrambi, suo padre in quel luogo non c’era mai stato, e per lei era quindi un abitudine che non ci fosse. Ma Miky c’era sempre, immancabilmente ogni pomeriggio, una figura costante, un suo riferimento in quell’ambiente, come i pali che segnano la rosa dei venti sulle spiagge.
Sembrò strano a tutti i membri della crew che lui non ci fosse quel pomeriggio, e, a parole o con gli sguardi, tutti facevano trapelare che quell’assenza inusuale li incuriosiva e allo stesso tempo li preoccupava. Cosa stava facendo? Come mai non era venuto al park quel pomeriggio, senza avvisare prima con Whatsapp come era uso fare le poche volte in cui non c’era stato?
Una brutta sensazione, come un leggero brivido che parte da dietro la nuca e scende per tutta la parte centrale della schiena, aveva percorso le membra e le sensazioni di tutti, accomunandoli come se fossero un unico essere.
Shantal aveva sentito dire una volta da un’amica della mamma che, quando capita qualcosa di brutto e spesso irreparabile a qualcuno, alle persone care e vicine a colui a cui succede quella cosa brutta, entra nella testa una sensazione simile a una triste magia che le rende automaticamente consapevoli di quello che è successo pochi attimi prima di esserne informati. Lei, in quel momento era percorsa dalla pienezza di quella sensazione. E, quando vide spuntare suo papà che le correva incontro, sapeva già tutto quello che stava x dirle, senza che fosse necessario che proferisse parola…

21 luglio 2020

Aggiornamento

Alessandro Zoccarato di Black & Blue Festival ha scritto una recensione del romanzo "Quadri d'anime su sfondo bianco" dopo aver letto in anteprima la bozza integrale del testo (pre-editing). Eccola: "Sei racconti che si intersecano e si accavallano tra loro. I pensieri, le speranze, le frustrazioni di persone comuni in una piccola località sciistica. Tra amore, passione e morte i personaggi di Oltre la Montagna si raccontano a cuore aperto, in prima persona, in una settimana bianca che segnerà le loro scelte di vita. Un libro intimo e leggero al tempo stesso che passa di registro in registro, strappa sorrisi, commuove ed emoziona; il classico piccolo romanzo da viaggio.

Commenti

  1. The RocknRolla

    Ecco altri commenti al libro di chi ne ha letto l’anteprima e ha voluto condividere con me le sue idee:
    “È la prima volta che, leggendo questo incipit,mi sembra di essere appena uscito da una libreria con un bel libro che, anche se ne avevo letto poche pagine, ero sicuro mi avrebbe fatto volare con l’immaginazione e la fantasia. È questa l’impressione che ho provato mentre leggevo il racconto,anzi no,stavo leggendo il libro che aveva tutto ciò di cui aveva bisogno per avere successo. I personaggi sono descritti tutti bene, le trame belle e originali,il modo di scrivere accattivante che promette di diventare un best seller, insomma gli ingredienti ci sono tutti, ora vedremo come lo chef saprà preparare una ricetta di grande livello”,
    “Un ottimo inizio. Lo stile è sicuro e accattivante, e la narrazione è coinvolgente e ricca di dettagli mai banali, che aiutano a delineare ciascun personaggio. Parlando di personaggi: tutti sono ben definiti e distinti. Fin dalle prime righe si percepisce come ognuno abbia problemi, mentalità e modo di affrontare la vita molto diversi. E la cosa migliore è che risultano tutti interessanti. Il ritmo è incalzante e la scelta di dedicare un capitolo a ogni personaggio è azzeccata. Inoltre, le situazioni in cui li incontriamo per la prima volta sono quelle giuste per presentarli, perché già in poche frasi, grazie alle loro riflessioni o a ciò che stanno facendo, il loro carattere viene mostrato in modo chiaro. Un incipit che di sicuro invoglia a proseguire la lettura per scoprire come le vite di queste persone così diverse si intrecceranno e come saranno diverse alla fine. Complimenti”.
    “Un assieme di storie di vita ben descritte, riescono ad esprimere belle sensazioni. Dei vari personaggi si descrivono bene le sensazioni solo poche descrizioni se non dei luoghi.Una piacevole lettura”.
    “Incipit molto carino ed interessante, mi piace il modo di scrivere e di spiegare le cose. I personaggi sono ben strutturati. La grammatica è buona e le frasi sono ben costruite e con un lessico buono.Interessante scoprire tutto il resto. Leggendo un incipit così invoglia, secondo me, il lettore a continuare a leggere”.

  2. The RocknRolla

    Alessandro Zoccarato di Black & Blue Festival ha scritto una recensione del libro, dopo aver letto in anteprima l’intera bozza del romanzo (pre lavoro di editing.
    Eccola:
    “Sei racconti che si intersecano e si accavallano tra loro.
    I pensieri, le speranze, le frustrazioni di persone comuni in una piccola località sciistica.
    Tra amore, passione e morte i personaggi di Oltre la Montagna si raccontano a cuore aperto, in prima persona, in una settimana bianca che segnerà le loro scelte di vita.
    Un libro intimo e leggero al tempo stesso che passa di registro in registro, strappa sorrisi, commuove ed emoziona; il classico piccolo romanzo da viaggio”.

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The RocknRolla
Francesco Favata, detto “il cavallo”, “the rocknrolla”, “da snobboda”, “abululu”, “il volontà”, 41 anni, una figlia di 4 anni, la biondissima Maddalena, in teoria insegnante di lettere, in pratica viveur, rockstar, calciatore, snowboarder, ha vissuto a mille all’ora ogni forma di esperienza possibile e immaginabile, ha toccato i cinque angoli del mondo, dall’America latina all’Australia, dal Giappone all’India, dal Madagascar alla Cambogia, ha toccato il fondo, ha visto la luce nella scrittura, il suo talento, il suo destino sin da quando era adolescente.
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