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Qualche idea Bark?

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Consegna prevista gennaio 2020
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È quasi sera a Omsim, la città faro delle Terre Piatte. Come al solito, il sole sembra aver fretta di scomparire e Neuton, il ragazzo più promettente della città, osserva l’immensa distesa di erba seduto sotto l’unico albero rimasto. Sta per avere un’idea, la più geniale della sua vita, ma qualcosa va storto: la mela che avrebbe dovuto colpirlo in testa inizia a salire verso il cielo. E questo è solo il primo di una serie di eventi improbabili.
Il tempo si è fermato. Qualcuno trama per ottenere un potere incontrollabile. Il professore dell’Università dei Geni è un uomo misterioso, così come la macchina che ha creato. Bark osserva il cambiamento della città e si accorge di saper pensare: è senza dubbio il cane più intelligente della storia.
Mentre Omsim si mette a tavola, Neuton capisce che, troppo spesso, verità e apparenza non coincidono. Ma ormai è tardi, e sotto lo sguardo attento delle stelle, si trova invischiato in un viaggio con persone che non avrebbe mai dovuto conoscere.

Perché ho scritto questo libro?

“La letteratura, del resto, non è che un sogno guidato” (J.L.Borges). Credo che, a prescindere dai contenuti e dai temi trattati, l’anima di ogni libro sia il racconto. Sono invero i personaggi, le loro vicende e come vengono narrate che determinano se, aprendo un libro, ci sembrerà invece di aprire una porta su un altro mondo. Ho scritto Qualche idea Bark? prima di tutto per questo: per condurre il lettore in un sogno, intricato e divertente, dove spero possa perdersi insieme a me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il generale Alan era in piedi nel suo ufficio, euforico per la fuga di Mammina e determinato a darle la caccia. Sembrava aver recuperato vent'anni dal giorno del suo primo arresto ufficiale: aveva rasato la barba e riposto le canottiere pesanti nella madia in camera da letto, non si trascinava per i corridoi della caserma sbuffando e parlava con voce stentorea ai suoi uomini. La sera prima aveva anche fatto sesso con la moglie dopo anni di astinenza, un evento che lo aveva dapprima sorpreso, poi sfiancato e infine rinvigorito.

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Ora, chino sulla mappa di Omsim aperta sul tavolo, stava meditando sul piano d'azione. Attorno a lui, i quattro sergenti della guardia cittadina avevano appena fatto rapporto e attendevano ordini.
«Le uscite secondarie delle mura sono controllate. C'è buona probabilità che siamo riusciti a costringere la fuggitiva a rifugiarsi all'interno della città. Crismo, com'è la situazione al varco?»
Un uomo panciuto e palesemente poco abituato all'azione si fece avanti. Riportò alla mente una lieve reminiscenza su come mettersi adeguatamente sull'attenti, poi schiarì la voce e rispose: «Al momento non possiamo ancora chiudere il varco, il meccanismo dei battenti è bloccato, ma ci stiamo lavorando. Entro sera dovremmo aver ultimato le riparazioni e nel frattempo ho disposto metà delle mie truppe a presidio del varco.»
«Cosa intende con “metà delle truppe”?» chiese Alan.
«In che senso, cosa intendo, signore?»
Alan alzò lo sguardo impaziente su di lui. «Nel senso che voglio sapere di quanti uomini si compone la metà delle sue truppe. Il traffico all'ingresso della città è notevole e la fuggitiva potrebbe mescolarsi alla folla per eludere i controlli, o potrebbe imboccare il varco a cavallo. Servono almeno sei guardie.»
«Per ora ho sistemato lì due uomini, il caporale Sander e una nuova recluta.»
«Solo due uomini?» ripeté Alan.
«Temo di non avere altre risorse, signore.»
«Dannazione. La recluta proviene dal nostro centro di addestramento?»
«In realtà no, signore. È un volontario.»
Alan sbuffò, incredulo. «Un volontario? Che lavoro svolge?»
«È un raccoglitore», rispose Crismo, imbarazzato. «Ai campi di tuberi della famiglia Poddon.»
«Sergente Crismo, le ricordo che la fuggitiva è una donna molto più scaltra di quanto lei possa immaginare», gli fece notare Alan. «È riuscita a evadere da una cella chiusa e controllata senza che ce ne accorgessimo e senza lasciare traccia. Come può pensare che un raccoglitore di patate possa essere adatto a presidiare il punto più sensibile della città?»
«Mi rendo conto signore, ma…»
«Niente ma, sergente. Sostituisca immediatamente il volontario con un soldato esperto e invii al varco l'altra metà delle truppe a sua disposizione.»
«Signore, non ho altre truppe a disposizione.»
Alan sgranò gli occhi e lo fissò, rabbioso. «Ha detto che due uomini presidiano il varco, suppongo che l'altra metà delle truppe sia in giro a bighellonare.»
«Non è esattamente così, signore. Il volontario non fa parte delle mie truppe. Come ben sa, ogni sergente ha un caporale e un soldato semplice sotto il proprio comando.»
Quanto appena detto da Crismo era vero, ma Alan non mutò atteggiamento. «E allora mandi anche il soldato al varco!» gridò, spazientito.
«Non posso signore, è in ferie.»
«Chi gliele ha concesse?»
«Io, signore.»
Alan strinse i pugni, poi si placò e tornò a guardare la mappa. Non poteva prendersela con Crismo, né per la scarsità di truppe, né per aver concesso le ferie al suo uomo. Negli ultimi due decenni, da quando era diventato capo delle guardie, quindici soldati erano stati più che sufficienti per mantenere l'ordine in tutta Omsim. Crismo non poteva immaginare che ci sarebbero stati un arresto e una fuga, come d'altronde non lo immaginava nessuno.
«Avete equipaggiato il volontario a dovere?» si informò Alan.
«Noi sì, signore.»
«E chi se non voi?»
«Diciamo che la natura non è stata altrettanto zelante con lui.»
«Cosa significa, sergente?»
Crismo deglutì. Aveva le guance rosse e si grattava il dorso della mano destra con le unghie. Era nervoso. «Il volontario è… cieco, signore. Da un occhio.»
«Cieco da un occhio?» ruggì Alan.
Il sergente parve riflettere per un attimo sulle sue prossime parole. «Da entrambi gli occhi in realtà, signore.»
Fu così che Crismo venne declassato da sergente a idiota e fu spedito a controllare il varco di persona, al posto del volontario cieco. Quando l'ex sergente corse via, Alan si prese un minuto per calmare i nervi, poi tornò a rivolgersi agli ufficiali rimasti nell'ufficio. «Qualcun altro deve aggiornarmi su stupide iniziative simili?»
I tre sergenti scossero la testa all'unisono.
«Molto bene», constatò Alan. Posò l'indice sulla mappa. «Iniziate la perlustrazione della città, a partire dall'abitazione della signora, qui. Controllate poi il mercato e chiedete in giro cosa si sa di lei. Entro un'ora voglio un rapporto completo.»
I sergenti annuirono e fecero per andare.
«Un'ultima cosa. Voglio la signora Mammina viva e illesa, intesi?»
Alan rimase solo. Piegò la mappa e la ripose nel cassetto della scrivania. Si mise in bocca un pezzo di pane e si voltò a guardare la piazza attraverso la finestra. Decine di Omsiniani passeggiavano in totale tranquillità, ignari di quanto stava accadendo. Anche il sindaco, che probabilmente si stava trastullando nel palazzo di fronte, non era stato informato dell'evasione. Era meglio non allarmare la popolazione prima che fosse davvero necessario.
Alan inspirò a fondo e provò piacere nel sentire i pettorali gonfiarsi. Afferrò l'impugnatura della spada che portava alla cintura e strinse forte. “Ti troverò, Mammina”, pensò.
Stava per uscire dalla caserma per unirsi alle ricerche, quando la sua attenzione venne attirata da un uomo vestito con una tuta bianca che se ne stava sul bordo della piazza, proprio sotto di lui. Aveva un martello nella mano destra e un altro attrezzo che Alan non conosceva nella sinistra, ma fu il loro utilizzo a fargli sorgere il dubbio che quell'uomo potesse non essere totalmente in buona fede.
Il generale spalancò la finestra e gli intimò a gran voce di fermarsi. O l'uomo in tuta e cappello bianco non lo sentì, o lo ignorò, o pensò che la voce sopra la sua testa si riferisse a qualcun altro. Così Alan lo richiamò una seconda volta, ma l'uomo continuò imperterrito in quello che stava facendo.
Il generale chiuse la finestra e si precipitò fuori dall'ufficio, giù per le scale. Erano anni che sperava in un po' di sana delinquenza, e ormai prossimo alla pensione aveva iniziato a perdere le speranze, ma due casi in pochi giorni erano troppi. Se i criminali avessero iniziato a palesarsi a quel ritmo, quindici guardie non sarebbero state sufficienti nemmeno per difendere la caserma.
E Alan non voleva certo dover assumere una squadra di volontari menomati.
Una volta in piazza, il generale puntò deciso verso l'uomo vestito di bianco che aveva ignorato il suo ordine.
«Ehi, lei! Cosa sta facendo?», gridò quand'era ancora distante una quindicina di metri.
L'uomo girò la testa verso di lui. Vedendolo arrivare e riconoscendone l'autorità, posò a terra gli attrezzi e si pulì le mani su uno straccio.
«Dunque mi ha fatto scendere da lassù per ubbidire all'ordine che le ho dato. Cosa sta facendo qui?» domandò, scrutando faccia a faccia il criminale.
«Arte, generale. Sto creando», rispose lui senza esitazione, ma con una nota di vergogna nella voce. «È illegale?»
Alan studiò gli attrezzi, un comune martello e un punteruolo con la punta schiacciata. Potevano rivelarsi entrambi oggetti contundenti, ma l'uomo li aveva usati per colpire un blocco di pietra grigio-bianca alto circa un metro, staccandone con violenza e poca precisione dei grossi pezzi. No, non sembrava illegale, ma ad Alan risultò comunque un'attività sospetta.
«Cosa sta creando?»
«Arte, signore.»
«Cos'è… Arte?»
«Oh…» L'uomo si girò verso il blocco di pietra e raccolse gli attrezzi da terra. Appoggiò il punteruolo sulla superficie ruvida in un punto che ad Alan parve scelto in maniera totalmente casuale, poi ne colpì l'impugnatura piatta con il martello.
Un pezzo di pietra grosso come un pugno cadde a terra.
«Arte è questo», disse l'uomo, guardando Alan con l'espressione di chi ha appena rivelato a un bambino una verità di cui non è certo nemmeno lui. «O almeno credo.»
Alan lo squadrò, chiedendosi quale tipo di malattia mentale lo avesse aggredito.
«Arte è colpire un blocco di pietra con un martello e un grosso chiodo?»
«Sì», rispose l'uomo dopo un istante di incertezza.
«E per l'arte lei ha deciso di ignorare deliberatamente uno specifico ordine del capo delle guardie di Omsim?»
«Mi dispiace, generale, non avevo capito che il suo richiamo era rivolto a me. Ero concentrato, stavo cercando di modellare questo blocco per farne uscire qualcosa.»
Ad Alan l'uomo parve sinceramente dispiaciuto e decise di non punirlo. Ora però era davvero curioso di saperne di più su quell'insana pratica.
«Cosa dovrebbe uscirne, se posso chiedere?»
«Io stavo cercando di riprodurre il corpo di mia moglie.»
Alan piegò la testa di lato. «Sua moglie assomiglia alla vecchia cassapanca sventrata che teniamo nel ripostiglio della caserma. D'inverno ne usiamo i pezzi per ravvivare il fuoco del camino.»
L'uomo sorrise al sarcasmo del generale. «Ammetto che non mi sta venendo un granché», disse, «ma non è per niente semplice. Ho visto altri provarci in città, ma nessuno ha ottenuto ciò che voleva. Tranne uno, ora che ci penso, un tizio che diceva di voler scolpire una spiaggia e così ha frantumato il blocco in polvere. Nulla da dire, ha riprodotto una spiaggia, ma a me è sembrata solo una scusa per poter dire di aver fatto un buon lavoro.»
Alan rimase interdetto nell'apprendere che altri si stavano cimentando in quella prova. Prese lo scalpello e lo esaminò, rigirandolo tra le mani. «Dunque lei non è l'unico a fare questa cosa», ripeté.
«Scolpire si dice.»
«Scolpire. Bene», riprese Alan, infastidito dalla puntualizzazione. «Perché ha deciso di prendere in mano un martello e questo pericoloso attrezzo appuntito e si è messo a scolpire?»
«Be', perché mi era sembrato… Cioè, credevo fosse un modo per esternare, capisce? Lo facevano tutti, quindi ecco… Ho pensato di provare. Ma non c'è un vero perché. In realtà mi andava di provare e basta.»
«Capisco», rispose Alan, che non aveva capito. Pensò di indagare a riguardo altrove. «Ha detto di aver visto altre persone farlo?»
«Sì, certo.»
«Dove le ha viste?»
Lo scultore alzò la mano sporca di polvere a indicare il lato opposto della piazza. Alan strizzò gli occhi e guardò meglio quelli che, inizialmente, gli erano sembrati Omsiniani a passeggio. Vide una decina di blocchi di pietra proprio come quello che aveva vicino e per ogni blocco c'era in effetti qualcuno che lo colpiva. Deglutì. “Se c'è un'epidemia di arte va fermata subito”, pensò.
Ringraziò lo scultore e si allontanò, non prima di avergli sequestrato gli strumenti e avergli ordinato di cessare la sua attività clandestina. Lo scultore però parve non sentirlo, perché iniziò a picchiettare con le unghie sulla pietra nel tentativo di continuare a lavorare anche senza martello e scalpello. Alan si diresse dall'altra parte della piazza, spaventato dagli effetti che l'arte aveva avuto sulla mente di quell'uomo. Sembrava completamente rapito.
E anche completamente stupido.
Raggiunse gli altri scultori. Erano una decina, tutti quanti intenti a spaccare pezzi di pietra con attrezzi identici a quelli che ora lui portava in tasca. Gli altri Omsiniani, spaventati da ciò che non conoscevano, giravano alla larga.
Alan si guardò intorno. Un anziano corpulento stava contemplando la sua opera conclusa. Gli si avvicino.
«Salve signore», salutò cordiale.
«Generale Alan. È un buon pomeriggio. Posso aiutarla?»
«A dire il vero, sì, può aiutarmi. Cosa state facendo qui?»
L'anziano era seduto per terra, trovando comoda la posizione a gambe incrociate a dispetto dell'età. Di fianco a sé aveva uno sgabello di legno malandato che reggeva un martello e tre scalpelli con punte differenti. Si guardò intorno, cercando di capire a cosa si riferisse Alan.
«Stiamo facendo arte, generale», rispose, come se fosse un'ovvietà. «C'è qualche problema?»
«Per ora no. Sto solo cercando di capire cos'è quest'arte di cui parla.»
L'anziano gli rivolse uno sguardo compassionevole e sorrise. «Generale, non tutti possono capire l'arte. In questa piazza ci sono gli unici veri artisti di Omsim e come vede non siamo più di una decina. Non si demoralizzi, non è cosa per lei come non lo è per molti altri.»
Alan fu sorpreso della risposta sprezzante dell'anziano. Sosteneva forse che lui era troppo stupido per capire? Non volendo trarre conclusioni affrettate, rivolse l'attenzione alla scultura. Davanti all'anziano c'era un cumulo di polvere di pietra. Tirava un venticello piacevole da nord che a ogni folata ne portava via un po', come per risvegliare gradualmente lo scultore dal sogno in cui pareva essere caduto.
«Cos'ha prodotto?» chiese Alan, indicando il mucchietto.
«È una spiaggia.»
«Una spiaggia. Quindi la polvere è sabbia?»
«Non è sabbia, generale. È la rappresentazione della sabbia.»
Alan scosse la testa. In effetti non stava capendo l'anziano, che sembrava esageratamente convinto delle sue parole. Si chiese allora se davvero era lui a non poter capire l'arte o se era il vecchio seduto per terra ad aver perso il lume della ragione.
«Perché proprio una spiaggia? Il vento si sta portando via la sua opera», osservò cinico.
«Generale, questa non è una spiaggia, non è sabbia e tanto meno polvere. Questa è la vita», replicò l'anziano, il quale aveva spostato lo sguardo davanti a sé e fissava le case sul bordo della piazza, lasciando vagare la mente oltre i muri e le mura, verso le Terre Piatte e i suoi fili d'erba tutti della stessa altezza.
La risposta dell'anziano tranquillizzò Alan: non era lui stupido, ma il vecchio pazzo.
«La vita?» domandò allora, incuriosito. «In che senso?»
«È un gioco di metafore. La mia opera rappresenta la sabbia. La sabbia rappresenta la vita. Il vento rappresenta il tempo. Vede, l'arte non è solo la creazione di un oggetto armonioso da un blocco di gesso. L'arte è l'evocazione metaforica della realtà. Qui davanti non ho sabbia, ma vedo lo scorrere degli anni.»
Alan ci ragionò un attimo. La spiegazione aveva in effetti una parvenza di senso. Sì, se osservava la situazione con spirito pragmatico vedeva solo un vecchio stempiato con occhi verdi che sospirava di fronte a un mucchietto di polvere, mentre il vento si portava via i suoi sforzi una folata alla volta. Provando però a guardare da un altro punto di vista, tutto ciò che l'anziano gli aveva appena spiegato sembrava… Vero.
«Si sente bene, generale?»
Ma non abbastanza vero.
«Uhm? Sì, grazie. Lei?»
«Sono a posto.»
«Allora le auguro una buona giornata.»
Alan si voltò e trovò gli altri scultori fermi, intenti a contemplare le loro opere concluse con malinconia, quasi che fossero certi di doversene separare. Erano seduti, assorti in remoti pensieri e – notò Alan – avevano tutti le palpebre sollevate e gli occhi velati da una patina nera.
Alan trattenne un grido. Si chiese se l'arte fosse contagiosa e se uno dei suoi effetti fosse quello di rendere ciechi. Estrasse la spada e si specchiò sul freddo ferro tagliente. Trovò i suoi occhi, come li conosceva da sempre.
Rinfoderò l'arma e camminò a passo rapido per allontanarsi dall'arte il più presto possibile.
Il vento soffiò sulla piazza di Omsim, alzando nuvole di polvere di gesso. Alle spalle del generale Alan, una decina di scultori sedevano di fronte alla loro opera. Tutti quei mucchietti di sabbia sarebbero presto spariti, ma non era importante, perché ormai era iniziata.
L'arte stava sbocciando.

***

Per ogni cosa esiste o si può immaginare un metro, una scala o una misura. Il buio, che altro non è che una tonalità tridimensionale di bianco scuro, non ha una sua classificazione, ma tutti sappiamo (anche se lo teniamo in gran segreto) che non sempre la luce manca allo stesso modo. C'è la penombra, quella di una strada a lampioni spenti quando il cielo è terso, o quella di una cameretta senza persiane alla finestra. Poi c'è il buio, quello della notte, quando chiudiamo gli occhi, o quello di un deserto senza stelle. C'è poi l'oscurità, che oltre a privare della vista indebolisce anche l'animo; è quella di un freddo e sinistro scantinato o di una foresta in cui ci si perde facilmente. Infine c'è un'ultima sfumatura del buio, quella del pensiero, dell'angoscia notturna, della paura. È quel genere di nero che si può visualizzare solo immaginando di mantenere una coscienza vigile dopo la morte. Alcuni dicono di non riuscire nemmeno a pensare di poter pensare un simile scenario; altri sostengono di vedere solo il proprio volto, altri ancora di vedersi interi mentre ruotano e scendono. Questa è la tenebra più densa, il grado dieci, un buio vorace e pericoloso.
In alcuni casi però, può nascondere delle sorprese.
Mammina credette di parlare.
«Dove sono?» Gli occhi non trasmettevano, le orecchie non ricevevano. Era buio, un buio che avrebbe definito di grado dieci per qualche insondabile motivo. Rimase immobile – anche se la sensazione di ruotare era netta – e ripeté la domanda ancora un paio di volte, senza ricevere risposta.
Grado dieci.
Oscurità.
Buio.
Penombra.
Mammina vide figure oscure avvicinarsi. Chiese ancora una volta: «Dove sono?»
Nessuna di loro rispose. Si limitarono invece a puntare su di lei i loro occhi bianchi, piccole sfere luminescenti incastonate come pietre preziose su volti dai vaghi contorni.
«Dove sono?»
Un sibilo acuto le trapanò l'udito, strappandole un grido di dolore che uscì debole e attutito, come se qualcuno le stesse premendo un cuscino sul volto. Si accorse poi di potersi guardare intorno, ora che le centinaia di occhi bianchi avevano spazzato via la tenebra. Sembrava un salone vuoto, senza muri né soffitto e con qualche dubbio sul pavimento. Eppure Mammina aveva la forte sensazione di trovarsi in uno spazio chiuso, delimitato. Non aveva tutti i torti, ma in un senso che non poteva comprendere. Un coro di milioni di luci brillanti danzava in lontananza.
«Stelle», pensò e disse. «Sono stelle quelle?»
Nessuna risposta dagli oscuri esseri davanti a lei.
Mammina provò allora a contarli. Una decina di loro fluttuavano a pochi metri, disposti a freccia verso di lei. Dietro ne vide almeno un migliaio, ma era una stima affrettata e in più il loro numero pareva cambiare in continuazione.
La osservavano. Ogni figura aveva uno, due o tre occhi sul volto ovale e nero e tutte erano avvolte in mantelli grigio scuro, lacerati in più punti e consunti da un tempo non quantificabile.
Mammina non riuscì a cogliere nessun altro dettaglio, semplicemente perché le figure erano prive di dettagli, come lo schizzo di preparazione di un disegnatore. Si disse che doveva avere paura, che doveva mettersi a strillare, ma rimase calma. Stranamente, si sentiva a suo agio.
«Sono stelle quelle? Dove sono?», chiese ancora.
Un altro sibilo, meno acuto, le arrivò al cervello e questa volta le parve di sentire anche qualche parola. Il suono si protrasse ancora per qualche secondo, attenuandosi sempre di più mentre il volume delle voci in contrappeso si alzava. Un fischio secco e fastidioso sancì la fine di quel brusio, e tornò il silenzio.
«Dove sono?»
Sul divano di casa.
Mammina sobbalzò. La figura centrale, punta della freccia, le aveva appena risposto.
«Come?»
Sei sul divano di casa.
La sala di casa Neuton si materializzò intorno a lei. Il camino spento, il tavolo e le sedie tarlate, il centrino di pizzo, la poltrona e il divano su cui si ritrovò seduta. Ora delle migliaia di esseri vedeva solo la dozzina che componeva la freccia; riempivano la stanza.
«Chi siete?»
Siamo i demoni della filosofia.
«Chi?»
Siamo i demoni della filosofia.
«Chi è che siete?»
Siamo i demoni… Lasciamo perdere. Non importa chi siamo.
«Cosa volete da me?» domandò Mammina, con la presunzione di chi da per scontato che non sia solo un sogno.
Sei stata scelta.
«Ho vinto qualcosa?»
No.
«Peccato. Scelta per cosa?»
Sei stata scelta per riportare all'uomo il senno perduto.
«Non capisco…»
Non devi capire, Mammina. Eseguirai e basta. Una volta finito il lavoro, sarai libera.
«È una specie di servizio civile?»
No.
«Ho capito, è per quella storia dei pomodori. Se è per il cesto di pomodori che non ho restituito alla signora Marge al numero due, giuro che lo avrei fatto a giorni.»
No… Pomodori? Non c'entrano i pomodori, e nemmeno la signora Marge al numero tre.
«Veramente la signora Marge sta al numero due», lo corresse Mammina. Si piegò per il dolore che il sibilo successivo le provocò.
Hai altre domande?
«Sì… Siete voi che mi fate vivere strani sogni da un po' di giorni? Mi addormento dal nulla, anche di giorno.»
Siamo noi, ma non sono sogni e non ti facciamo addormentare. Quella che ti mostriamo è la realtà.
«Quella non è realtà, la gente che vedo è pazza.»
Non è pazzia. La gente che vedi è reale. Capisci? Incarnano ciò che la realtà vorrebbe che fossero.
«No, non capisco», rispose sinceramente Mammina.
Ascolta. Il tuo mondo, quello che hai imparato a conoscere nelle tue sporadiche uscite, è storto. È sbagliato. Poteva andarci bene fintanto che il tempo continuava a muoversi, perché relativamente presto sarebbe finito tutto e la Realtà avrebbe ripreso il suo posto. Ma ora è fermo.
«Chi è fermo?»
Qualcuno mormorò: “Io lo avevo detto”.
Oh demone, ma stai ascoltando? Il tempo è fermo, il tempo.
«In che senso il tempo è fermo?»
Fermo! Alt, stop, rotto, bloccato, immobile, pietrificato. Fermo. Non corre più. E se non interveniamo su di lui, lui non interverrà sul tuo mondo, che resterà tale a com'è ora per sempre. La realtà affonderà nell'oblio delle vostre menti e non potrà mai più essere portata in superficie.
«Se ho capito bene…»
Ne dubito.
«Il mio mondo è un sogno? Non esiste realmente?»
No. Il tuo mondo esiste, è concreto. La realtà è distorta, come se avesse sbagliato strada. È incrinata, anche in senso fisico, ma questo lasciamolo perdere.
«Quindi, per capirci, è come se ci fossero carote dentro un sacchetto di patate?»
Sì, è una metafora quasi corretta.
«Voi demoni stavate aspettando che il tempo spazzasse via la realtà distorta, che sarebbero le carote, per poter riempire il sacchetto con delle patate, che sarebbero la realtà torta.»
Torta?
«Il contrario di distorta.»
Sì… È all'incirca come hai detto tu.
«Ma ora il tempo è fermo e questo cambia i vostri piani.»
Vedo che hai compreso.
Mammina provò ad appoggiarsi allo schienale del divano, ma vi affondò dentro. Si ritrasse rapidamente e tornò nella posizione precedente, seduta sul bordo del divano che sembrava solido, le mani posate sulle ginocchia.
«Perché vi siete mostrati?» domandò poi, ancora non soddisfatta di quanto aveva appreso, ma sbalordita per la facilità con cui accettava la veridicità di ciò che il demone le stava spiegando.
Protocollo.
«Ovvero?»
Protocollo. Abbiamo l'obbligo di mostrarci al nuovo filosofo, di rispondere alle sue domande e di illustrargli il compito.
«Perché me? Ci sono menti più brillanti. Mio figlio per esempio, Neuton, lui…»
Non ti abbiamo scelto. Nessuno qui avrebbe scelto te. Ti sei proposta. E come in ogni bando in cui a proporsi è un solo candidato, be'… Congratulazioni, il lavoro è tuo.
«Io non ricordo di aver firmato qualcosa, né di aver fatto richiesta.»
Non è necessaria alcuna firma. Sei stata in grado di vedere il mondo dalla giusta prospettiva e questo ci è bastato. Tu hai aperto la porta e noi ci siamo infilati, tutto qui.
«Quante altre domande posso fare?» domandò Mammina, con cipiglio curioso che innervosì il demone già spazientito.
Non c'è un limite, finché resti in vita.
«Molto bene. Cosa siete?»
Demoni della filosofia, te l'ho già detto.
«Che sarebbero?»
Siamo qui per rispondere alle tue domande, non a un interrogatorio. Ciò che siamo è al di là della tua comprensione. Noi rappresentiamo le filosofie del tuo mondo, ti basti sapere questo.
«Perché siete demoni?»
Cos'altro potremmo essere con questo aspetto?
Mammina si trovò d'accordo. «Siete tanti», osservò poi.
Ognuno di noi rappresenta una filosofia.
Il demone si fece avanti e Mammina poté vederlo meglio. Non aveva un vero volto e sotto il cappuccio lacero della tunica grigia c'era solo oscurità e due piccoli occhi luminosi. Non aveva bocca per parlare, ma una voce ben definita, profonda e calda.
Mi presento. Sono il demone del pensiero. Sono uno degli immortali, non scomparirò mai, perché noi nasciamo dalla vostra capacità di dare vita a un concetto logico e io sono il demone che decide chi di voi umani è in grado di farlo.
«Saresti tipo… Dio?»
Ah ah ah. No. Non sono Dio.
Il demone del pensiero fece un cenno e il collega alla sua sinistra – un altro degli immortali, immaginò Mammina – avanzò.
Sono il demone della divinità. Rappresento gli dei maggiori della terra e contribuisco in parte alla fondazione delle religioni.
Poi toccò al demone successivo presentarsi.
Sono il demone delle religioni. Creo le forme di culto maggiori del vostro mondo.
Il demone del pensiero riprese la parola: E così via, qualunque cosa ti venga in mente, significa che la stai pensando. Se puoi pensarla, esiste un demone apposito che ha instillato in te l'idea che hai su quel preciso concetto. Capito?
«Credo di sì», rispose Mammina. «Perciò non so… Se pensassi alla morte?»
Il demone a destra di Pensiero avanzò e fece un mezzo inchino.
Ci sono tutti. E prima che tu lo chieda, quelli alle nostre spalle sono i demoni minori. Quelli che scompaiono rappresentano le idee che non attaccano, quelle che non trovano il loro Luogo, quelle dimenticate.
«Voi governate il nostro mondo allora?»
Non proprio. Abbiamo delegato questo compito a due demoni complementari, probabilmente i più potenti. Prendono le nostre direttive e le impiantano nel vostro mondo, ricercando costantemente l'equilibrio. Sono loro ad aver provocato l'increscioso incidente del tempo ed è probabile che verranno sollevati dall'incarico quando verrà ristabilito il flusso.
Mammina annuì, soddisfatta. Non aveva altre domande da porre. «Quindi, ricapitoliamo: la realtà si è incrinata e io devo sistemare le cose.»
Proprio così. L'umanità ha perso di vista la Realtà.
Un demone agitò un lembo della tunica per salutare Mammina.
Il demone del pensiero proseguì: Tu rimetterai a posto le cose, il tempo ripartirà e noi potremo goderci l'eternità. Altre domande?
«No. Non ho altre domande.»
Molto bene. Al lavoro.
La sala iniziò a solidificarsi e i demoni a dissolversi. Mammina era immobile sul divano; i suoi occhi, fino a pochi secondi prima velati di nero, si stavano schiarendo. Non sentiva il peso dell'incarico e non aveva messo in dubbio nemmeno per un istante le parole di Pensiero. C'era qualcosa di nuovo in lei, una forza ancestrale che le impediva di credersi impazzita, che le mostrava cos'è giusto e cosa è sbagliato, cosa è vero e cosa è falso. Era una filosofa e sapeva cosa doveva fare.
I demoni erano quasi scomparsi del tutto, quando sul tavolo si materializzò un cestino vuoto. Un'ultima domanda sovvenne allora a Mammina.
«Aspetta!» gridò, allungando una mano verso i demoni ridotti a un miraggio trasparente.
Pensiero si fermò.
Esponi la domanda.
«C'è il demone della morale?»
C'era, e avanzò dal gruppo dei demoni minori. Mammina si stupì che non fosse tra gli immortali.
Sono Morale, posso risolvere un tuo dubbio, oh filosofa?
«Ecco…» disse Mammina, gesticolando.
Sì?
«Quindi per quella cosa dei pomodori della signora Marge…»
Sei a posto.
Mammina ne fu sollevata.

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Recensisci per primo “Qualche idea Bark?”

Daniele Olivieri
Sono nato a Rimini nel 1995, un anno che non cambierei con nessun altro, perché mi ha permesso di vivere una vittoria italiana ai mondiali di calcio all'età di 11 anni, quando le emozioni, si sa, possono essere travolgenti e lasciare segni indelebili. Instancabile lettore, rientro in quella che è nota come “generazione Harry Potter”: per questo, e immagino anche per altri motivi, fantasia e immaginazione hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione. Dopo aver ottenuto il diploma di liceo scientifico, ho voluto dare seguito a quell'interesse per la scrittura che non avevo mai coltivato, scoprendo così che le parole mi affascinano molto più dei numeri. Ho collaborato con una rivista locale per due anni, scrivendo articoli e organizzando interviste. Oggi, ormai ventiquattrenne, ho deciso di pubblicare il mio primo libro, e bookabook mi sta dando l'opportunità per provarci.
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