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Qualche rotella fuori posto

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Consegna prevista Aprile 2021
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Roberto è uno studente universitario con la passione per lo skateboard. Nonostante sia sincero e fedele al proprio complesso codice etico, o forse proprio a causa di questo, si scontra quotidianamente con difficoltà di ogni genere. Franco, il suo migliore amico, è uno spaccone di quelli buoni, e dietro un velo fatto di battute e apparente indifferenza nasconde un animo profondo e perspicace. Incapaci di stare lontano dai guai, i due non fanno che affrontarsi in quelle che chiamano “gloriose sfide”, ufficialmente per spartirsi un premio, in profondità per dare adito ai loro sogni più nascosti.
Per i due protagonisti l’emarginazione è una scelta consapevole, vista sotto una nuova luce di rivalsa, intesa come liberazione dai rapporti superficiali. Questo è ciò che si pensa inizialmente almeno, il postulato da cui parte tutto. Il futuro invece è ignoto e avvolto da una fitta nebbia, che a tratti spaventa pure un po’.
Ma la paura non può frenare nessuna avventura degna di questo nome.

Perché ho scritto questo libro?

Per rovesciare la medaglia e dare voce ai rifiutati. Per far capire che l’emarginazione non è un male, ma una potenziale virtù. In un mondo dove l’apparenza conta più di quanto dovrebbe, chi si ritrova fuori dai giochi può scegliere di compiangersi o di esserne fiero. A chi ha intrapreso la seconda strada, questo è il mio omaggio. Infine, ho scritto questa opera per onorare lo skateboard, la musica e coloro che credono nei sogni e non hanno paura di mettersi in gioco per realizzarli.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La tavola è sotto i miei piedi, immobile.
Sotto le mie Emerica rosse e nere numero quarantatré. Con il nastro adesivo grigio attaccato sulla parte esterna del piede destro.
Sembra quasi che scalpiti, che pulsi sotto i miei piedi. La faccio scorrere lentamente avanti e indietro, spostandola di pochi centimetri attorno al punto di partenza che ho scelto. Valuto il tragitto, valuto le misure. Ci sono appena cinque o sei metri di rincorsa, è questo che rende tutto così dannatamente difficile. Non c’è tempo per pensare. Basterebbero un paio di metri in più…
Forse anche solo uno…
«Be’, che ti prende? Hai paura?».
Lui mi fissa e sorride, beffardo. Sa di avere il coltello dalla parte del manico.
È un gran bastardo perché sa che non sono capace di rifiutare una sfida. Sa che non riesco a resistere all’adrenalina, all’impulso istintivo e prepotente di gettarmi a capofitto nell’impresa, qualunque essa sia. E ci ricama sopra, come un abile sarto, rifinendo ogni dettaglio con una cura quasi maniacale.
E il ghigno fa parte di tutto questo.
È la sua ciliegina sulla torta. La sua arma segreta, il tocco finale, quello con il quale sa di mandarmi su di giri fino a livelli pericolosamente alti. E trascinarmi a fare qualunque cazzata gli venga in mente.
Quel ghigno idiota, quasi infantile. Le labbra gli si allargano fino alle orecchie, mostrando denti quasi troppo bianchi per essere veri. E poi chiude leggermente una palpebra, come se avesse un tic. Mi manda in bestia, giuro.

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E io non posso mollare, non posso dire di no. È più forte di me, devo levargli quel ghigno dalla faccia, devo fargli capire che non ho paura di niente e che posso fare qualunque cosa, se solo lo voglio.
Lui lo sa, e ne approfitta.
A volte mi sembra impossibile che sia il mio migliore amico.
«Dai, sei ancora in tempo per ritirarti con onore. Possiamo far finta che non sia successo niente, non ho ancora fatto partire la telecamera…».
Se c’era rimasto un minimo dubbio, ora svanisce. Lo fisso cercando di rispondere al suo ghigno maledetto in maniera altrettanto beffarda. Ma è un bluff, e lui lo sa.
«L’ho detto e lo faccio. Io non mi tiro indietro mai», rispondo.
Compiaciuto di avermi teso la trappola, lui allarga le braccia con un gesto ampio indicando il muretto e la scalinata davanti a noi.
«Benissimo, allora prego. Vai pure quando vuoi».
«Fai partire la registrazione. Se ci riesco e non lo riprendi ti strozzo con le mie mani, giuro».
«Sì, sì, tranquillo» dice, ma fintanto che non vedo accendersi la lucetta rossa a fianco dell’obiettivo della telecamera che tiene in mano, non mi sogno neanche di partire.
E dunque ci siamo. Non posso tirarmi indietro. Devo farlo.
Mi schiaccio contro il muro, cercando di sfruttare appieno tutto il poco spazio disponibile per la rincorsa, e poi mi lancio verso la scalinata.
Otto gradini. Un metro e mezzo abbondante di altezza, uno di larghezza. Tailslide sul corrimano e heelflip in uscita.
Questa è la sfida.
Sabato sera, tutti i nostri coetanei sono in centro a sfilare avanti ed indietro per il corso, e poi dopo a ballare in qualche discoteca, a cercar di rimorchiare ragazze. E noi da soli nel parcheggio di un centro commerciale chiuso a provare a romperci le gambe per sfida.
Perché siamo diversi, e non possiamo farci niente. Possiamo solo seguire il fiume in piena dentro di noi e sperare che l’impeto non ci travolga.
Ecco perché sono qui a cercare di saltare questa scalinata. A cercare di chiudere questo trick.
Parto lanciato, e in meno di un paio di secondi sono già a ridosso del corrimano. Maledetta rincorsa troppo corta…
Sposto il peso del corpo sul piede sinistro facendo impennare in avanti la tavola e quasi contemporaneamente struscio l’esterno del destro (ecco il motivo del nastro) sulla carta vetrata fino alla punta. Questo movimento si chiama ollie e fa saltare lo skateboard. Se eseguito correttamente permette di arrivare anche a settanta, ottanta centimetri di altezza. Io lo faccio benino, e arrivo a mezzo metro appena… Ma in questo caso è sufficiente.
Aggancio il corrimano con la coda della tavola, e inizio a scivolare. Tailslide. Anche se l’ho fatto mille volte, mi stupisce sempre quanto passa veloce il tempo quando sei la sopra. Neanche un decimo di secondo e sei già giù, e non c’è tempo per riposizionare i piedi alla fine del corrimano…. Devi solo sperare che siano nella posizione giusta. Quelli bravi riescono a farlo. A me ogni tanto viene, ogni tanto no, in maniera quasi casuale.
Ovviamente, stavolta non mi è venuto. Non ho i piedi messi bene per fare un heelflip in uscita, e così opto per scendere normalmente, senza far girare la tavola. Ma la sfida non prevedeva questo.
Stomp!
Atterro sull’asfalto appoggiando le mani, ma riesco a rimanere sulla tavola che continua più o meno fluidamente la sua corsa.
È già notevole: non sono neanche caduto. Non è mica facile, anche solo rimanere in piedi sulla tavola.
Ma lui è lassù, con la telecamera in mano, pronto a sfornare giudizi. Il ghigno sempre in bella vista, la mano destra infilata nel laccio della telecamera, quella sinistra appoggiata alla vita, come se non gli importasse niente.
Quanto non lo sopporto, quando fa così.
«Mmh, niente male, ma non era esattamente quello che avevamo detto».
Percorro altri tre o quattro metri, poi mi inclino di lato e cambio direzione, tornando indietro prima di finire contro una recinzione che delimita il parcheggio. Quella che abbiamo scavalcato mezz’ora fa per entrare nel perimetro del centro commerciale chiuso, lasciando le bici al di fuori seminascoste sotto un grosso cespuglio.
«E dai, stavo solo prendendo le misure. Ora lo rifaccio per bene».
Mi fissa, dall’alto della scalinata, facendo finta di pensarci su. In realtà, come il gatto con il topo, ha già deciso di darmi un’altra opportunità. Giusto per torturarmi ancora un po’. Aggrotta la fronte, fa una smorfia falsa come le Stratocaster della Squier, poi esclama: «va bene, ma solo un altro tentativo».
«Ma dai, che pezzente! Un tentativo solo? Ma hai idea di quanto sia difficile?».
Scuote la testa. Fa tutto parte della pantomima, ed entrambi sappiamo come andrà a finire. Ma dobbiamo recitare fino in fondo, in modo da rendere ogni idiozia non solo accettabile, ma anche gloriosa ed eroica.
«E va bene. Tre è il numero perfetto. Ti concedo tre tentativi».
«Come minimo!».
«E comunque mi sa che te la sto rendendo troppo facile».
«Vai a farti fottere».
Mentre lui scoppia a ridere, scendo dallo skate e pesto la coda, facendomelo saltare in mano. Lo afferro e salgo la scalinata con due soli possenti balzi. Manovra intimidatoria inutile, il mio avversario ha già la vittoria in pugno.
Ora, se dovessi provarci tutta la sera è plausibile che, in un modo o nell’altro, per fortuna o per insistenza, alla fine ce la farei. Ma in tre tentativi solamente? È praticamente impossibile. Questo lo so bene dentro di me.
Ma esternamente non posso farlo vedere. Le regole della sfida non lo permettono. Le regole silenziose che ci siamo imposti, dal momento in cui è stata pronunciata la fatidica frase “scommettiamo che”, non lo permettono. Deve essere così, e dunque sia.
«Allora adesso ti faccio vedere io. Preparati con quella dannata telecamera e filma tutto».
«Sì sì, vai vai».
Secondo tentativo.
Anche stavolta salto bene e aggancio il corrimano, ma ancora una volta i piedi non sono messi bene per fare l’heelflip.
Ci voglio provare comunque. Arrivo in fondo al corrimano in men che non si dica, scalcio con il tallone del piede destro per far girare la tavola, ma il movimento non è perfetto ed il giro non è completo.
Atterro con i piedi sopra la tavola girata al contrario, sbilanciato in avanti, e mi riparo dalla caduta sporgendo le mani.
Tocco il suolo e rotolo un paio di volte, sbucciandomi i palmi delle mani e le ginocchia, nonostante i pantaloni lunghi.
Ma le abrasioni non sono nulla in confronto del fastidio che provo quando mi rialzo, raccolgo la tavola e vedo il suo sguardo sorridente su di me.
«E anche il secondo tentativo è sfumato! Te ne resta uno solo…».
«Sta zitto e continua a filmare. Guai a te se stoppi!».
Salgo ancora la scalinata con lo skate in mano, e mi posiziono nuovamente per la rincorsa.
Eccoci, siamo arrivati all’epilogo. Siamo al terzo tentativo, e la pantomima volge al termine. Non mi succede spesso di perdere, ma stavolta il mio destino sembra segnato. Di solito quando succede lancio subito un’altra sfida, per cercare di far dimenticare la sconfitta bruciante appena subita, oppure mi rassegno a sentire tutti gli stupidi commenti del mio avversario, covando frustrazione interiore e meditando vendetta.
Vendetta simbolica, ovviamente. Siamo amici. Almeno credo.
Ma, fintanto che l’inevitabile non avverrà, la mia parte va recitata fino in fondo. E il copione dice: menti, sii spaccone. Così è d’obbligo la solita frase presuntuosa, detta come se avessi già la vittoria in pugno.
«Caro mio, adesso ti faccio vedere come si fa. Tailslide e heelflip out. Una bazzecola, facilissimo».
Non mi risponde neanche, ma sorride e solleva le sopracciglia, indicando con un cenno del capo la scalinata, quasi a dire «cosa aspetti allora, vai!».
E così parto. Inutile cercare di trovare la concentrazione. Questo è un numero che non ho in repertorio, e non mi può riuscire così, su due piedi. Tanto vale gettarsi contro la sconfitta e farla finita il prima possibile.
Lanciato verso il mio ostacolo, mi piego sulle ginocchia stringendo i denti. Salto, aggancio il corrimano con la coda della tavola, e scivolo giù.
Non mi importa niente di come sono i piedi, voglio solo provare a fare questo maledetto heelflip.
La fine della scalinata arriva come sempre troppo presto. Scalcio distrattamente con il tallone per far girare la tavola e stavolta, non volendo, eseguo un movimento perfetto.
Lo skate gira sul suo asse sagittale di trecentosessanta gradi e ritorna nella posizione di partenza, quando ancora io sono a mezz’aria.
In quell’attimo realizzo che ce l’ho fatta. Ho vinto. Stavolta ce l’ho in pugno, gli toglierò quel ghigno maledetto dalla faccia.
Lo azzitterò, lo ammutolirò.
Questo istante sospeso nel vuoto è il mio istante di gloria.
Voglio che duri un’eternità, voglio assaporarmelo fino in fondo. È come se tutte le ingiustizie del mondo fossero sparite, come se ogni torto fosse vendicato, come se ogni carenza fosse colmata. Ci sono solo io, la mia tavola e una sfida vinta. Una sfida con me stesso più che con lui. Una scommessa contro il destino.
L’istante passa, io atterro sopra lo skate e piego le ginocchia, sfrecciando lungo l’asfalto.
Un atterraggio perfetto, un trick chiuso divinamente. Ce l’ho fatta. L’entusiasmo comincia a salirmi dentro incontrollato, e non vedo l’ora di affrontare quel pezzente per fargli rimangiare tutto quello che ha detto, ma…
Non faccio in tempo a girarmi per godermi la faccia sconfitta del mio amico che subito sento uno stridio di freni ed un clacson suonare all’impazzata.
«Attento! Una macchina!».
Alla mia sinistra due fari improvvisamente abbaglianti. Mi getto di lato, trascinando lo skateboard con me nella foga, e rotolo rovinosamente sull’asfalto. L’auto mi manca di pochi metri, ed inchioda lasciando due strisciate nere sull’asfalto del parcheggio.
Per un momento mi sembra che abbia sbattuto pure sulla recinzione, ma in realtà c’è solo andata vicina.
Pochi secondi dopo sono già in piedi che corro verso la scalinata, salendo i gradini di gran carriera. L’adrenalina è a mille, e non c’è tempo per pensare. Franco è già diversi metri davanti a me, che se la dà a gambe con la telecamera ancora in mano. Io afferro lo skate e lo seguo, correndo più forte che posso.
Perché, anche senza dirci niente, sappiamo entrambi che l’unica auto che può circolare in questo parcheggio a quest’ora del sabato è quella della vigilanza.

27 luglio 2020

Punkadeka

Articolo sul libro uscito per Punkadeka, magazine online di riferimento per la scena punk italiana. C'è anche un piccolo estratto! https://www.punkadeka.it/qualche-rotella-fuori-posto-raccolta-fondi-per-il-secondo-libro-di-mattia-berbardini/
21 luglio 2020

All you need is Punk Webzine

Articolo uscito su All You Need Is Punk, webzine dedicata alla scena musicale punk italiana e non solo. C'è anche un brevissimo estratto inedito non contenuto nell'anteprima... Una vera chicca. Correte a leggere! https://allyouneedispunkwebzine.blogspot.com/2020/07/qualche-rotella-fuori-posto-il-nuovo.html
07 luglio 2020

Aggiornamento

Ciao a tutti! In primo luogo, grazie a coloro che hanno già sostenuto la campagna preordinando la propria copia, siamo partiti piuttosto bene. Con il preordine è possibile già leggere le bozze integrali e molti di voi lo stanno facendo, i primi commenti sono stati ottimi, e vi ringrazio. È importante a questo punto aggiungere alcune considerazioni che possono aiutare molto la lettura. Non tutti infatti conoscono i termini tecnici del mondo dello skateboard. Ho quindi preparato un piccolo glossario tecnico che, attraverso delle descrizioni dettagliate e con l'uso di GIF animate, spiega tutti i termini in gergo tecnico usati all'interno del romanzo. In questo modo chiunque può immaginarsi le acrobazie compiute da Roberto e compagni in maniera semplice! Il glossario è diviso in capitoli e si legge gratuitamente dai seguenti link: https://www.wattpad.com/887151290-qualche-rotella-fuori-posto-in-preordine-digitale https://www.wattpad.com/887152418-qualche-rotella-fuori-posto-in-preordine-digitale https://www.wattpad.com/887155474-qualche-rotella-fuori-posto-in-preordine-digitale Il primo link è relativo ai termini presenti nel primo capitolo. Il secondo è relativo al terzo capitolo, e l'ultimo al quinto capitolo. Se avete domande o dubbi non esitate a chiedere, sono qua apposta! Il contatto è mattiamanovalanza@gmail.com Nei prossimi giorni aggiungerò i glossari tecnici relativi agli altri capitoli. Se il libro vi sta piacendo, spargete la voce anche ad altre persone potenzialmente interessate. E chi volesse può lasciare la sua recensione personale (bastano poche righe) nella sezione "commenti" nella pagina della campagna. A presto con ulteriori novità!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Qualche rotella fuori posto non è soltanto un racconto ben scritto e scorrevole. È un libro spiazzante che dietro ogni avventura, apparentemente una divertente storiella da ragazzi, c’è sempre una scoperta e spunto di riflessione. Consiglio vivamente questo libro!.

  2. Ho apprezzato molto questo libro. È impossibile non amarne i personaggi scanzonati e le loro avventure tragicomiche. Si legge con grande trasporto, ci si emoziona e si ride davvero tanto.
    “Qualche rotella fuori posto” è un libro semplice e scorrevole, ma con un grande cuore.
    Consigliatissimo!

    P.S. Colonna sonora consigliata di altissimo livello!

  3. (proprietario verificato)

    Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere questo libro è rumoroso. Questo perché la delicata ma decisa narrazione è intrecciata ad un umorismo ed un’ironia talmente acuta che non si può che ridere rumorosamente e parlo di quella classica e grassa risata unita ad una consistente pacca sulla coscia. Rumoroso perché fa riflettere, rumoroso perché non è possibile non dispiacersi per le sfortune e gioire per le fortune del protagonista. Questo libro è dinamite, è passione, è profondità, è gentilezza ed ingenuità. Un libro che non vedi l’ora di continuare a leggere ma che non vorresti mai finire, non vorresti mai lasciarlo concludersi.

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Mattia Bernardini
Mattia Bernardini, trentatré anni, è un ingegnere elettronico, musicista e scrittore italiano. Mezzo toscano e mezzo romagnolo, vive al confine fra queste due regioni in mezzo ai monti selvaggi dell'Appennino. Oltre al lavoro come progettista hardware, suona la chitarra elettrica in due gruppi musicali italiani che godono di una buona notorietà all'estero: Manovalanza e NH3.
Fin da ragazzo ha sempre tenuto diari personali che narrano le avventure vissute suonando in giro per l’Italia e per il mondo. Nel 2017 una di queste avventure è diventata la sua prima pubblicazione. Il libro, intitolato "La buena onda" (Streetlib), è un dettagliato diario di viaggio della rocambolesca tournée dei Manovalanza in Messico del 2015.
"Qualche rotella fuori posto" è la sua seconda opera, un romanzo originale in cui i temi principali sono skateboard, musica, emarginazione e, soprattutto, amicizia.
Mattia Bernardini on InstagramMattia Bernardini on Wordpress
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