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Quando hai vissuto

Quando hai vissuto
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Max Rossini ha undici anni, muove i suoi primi passi tra la passione per il sassofono, la scuola e il suo primo amore. Suo nonno, Angelo, si sente vecchio, ricorda quando suonava il sax negli anni ’50 e indossava lo smoking e le divise. La storia si muove su due piani narrativi: quello del nonno e quello del ragazzino. Un intreccio tra passato e presente, che ha come teatro la Milano del dopoguerra, l’isola di Capri e la Milano contemporanea, tra i ricordi di un anziano e i sogni di un’adolescente delle scuole medie.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “Quando hai vissuto” perché non potevo farne a meno. Per la musica, che ha guidato la storia, le mie parole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Proprio come suo nonno

Max Rossini aveva soffiato sulle candeline della sua torta di compleanno da meno di un mese. Alla festa c’erano Maddalena Calvini, Martinez e Sciandrone e quasi tutti gli altri suoi compagni di classe, più qualcuno della squadra di calcio, la “Fortes in Fide”.

– Hai dodici anni! – gli aveva detto Maddalena, con quel suo bel modo di fare.

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Era stato un bel pomeriggio, a casa del nonno.  Tutto il tempo a ridere, ballare, a fare capannello intorno al vassoio delle bibite e delle patatine. Maddalena era proprio carina, vestita bene. Max cercava di non guardarla troppo, per non farsi scoprire. Preferiva non rendere pubbliche le questioni di cuore. Nemmeno lei lo sapeva, ma Martinez e Sciandrone avevano capito da un pezzo che, con Maddalena, Max ci voleva provare. Verso la fine del pomeriggio, aveva scartato i regali di amici e parenti: un libro, una penna stilografica, un mazzo di carte sudamericane, una racchetta da ping pong, un pallone. Suo nonno Angelo gli aveva impacchettato un cd di musica jazz e lo spartito di una vecchia canzone. Forse a Maddalena era sembrato un regalo strano, ma Max le aveva spiegato come stavano le cose. Il nonno, da ragazzo, era stato musicista di professione. Alla festa, Angelo diceva a tutti che suo nipote sarebbe diventato più bravo di lui, uno strumentista speciale. Stava insegnandogli a suonare il sassofono, intanto gli raccontava dei suoi vent’anni, delle sue avventure. Quando erano insieme, Max tornava indietro nel tempo, come in certi film che davano alla televisione. Grazie alle lezioni di sax, Angelo lo stava portando nel suo mondo, nella sua giovinezza. Gli aveva anche regalato lo strumento con cui aveva cominciato a lavorare.

Era un oggetto luccicante, prezioso.

– Adesso questo sassofono è tuo, Massimo – gli aveva detto – Desidero che tu ne abbia cura, quando io non ci sarò più.

Il nonno era l’unico che lo chiamava “Massimo” e non Max. Sotto c’era un motivo segreto, speciale.

– Ma nonno! – gli aveva detto Max – Tu sei immortale!

Angelo aveva chiuso gli occhi, una lacrima gli scendeva nel solco delle rughe. Se l’era asciugata.

– Sogno di vederti grande, tesoro – aveva sospirato – Ma non so quanto tempo mi rimane. A un certo punto, noi vecchi, ce ne dobbiamo andare.

Max non voleva pensarci, gli sembrava impossibile vivere senza suo nonno. Pregava l’Angelo custode perché lo proteggesse da ogni male. Da piccolo, un inverno, si era buttato con l’ombrello dalla montagnetta del parco giochi, provando a volare come Mary Poppins. Era disastrosamente caduto per terra e stava per farsi davvero male. Mentre rotolava sull’erba gelata, aveva sentito come una mano che lo sollevava e non gli faceva sbattere la testa contro le panchine. Aveva rimediato solo un ginocchio sbucciato e qualche escoriazione. Poteva finire molto peggio e così si era convinto che a salvarlo fosse stato l’Angelo custode. Il nonno non ci credeva, diceva che era stato semplicemente fortunato, che la vita era una sequenza di avvenimenti che noi non possiamo prevedere. A proposito di avvenimenti, Max, andando all’oratorio, aveva incrociato Valenti e i trap boy della sua banda che, come sempre, lo guardavano male. Facevano i duri, sempre a fumarsi le canne, a sfidarsi con le basi del cellulare. Si insultavano con parolacce e rime. Andavano in giro in gruppo e davano del “negro” ai ragazzi che volevano picchiare. Valenti aveva qualche anno più di lui ed era il capo. Si divertiva a infastidire i più piccoli, la sua attività principale. Ti prendeva per il collo e si faceva obbedire, il che significava che dovevi dargli dei soldi o fare quello che ti comandava di fare. Tutti, nel quartiere, lo temevano, perché era grande e grosso. Nessuno aveva il coraggio di reagire. Max lo detestava con tutto il cuore. Stavolta, senza nessun motivo, Valenti gli aveva bucato il pallone. Era un pallone nuovo, dell’Inter, che al compleanno gli aveva regalato suo padre. Valenti lo teneva in mano completamente sgonfio e ridacchiava soddisfatto della sua bravata, dicendo che in Italia quelli come lui non ci dovevano stare. Alludeva al fatto che era amicissimo di Martinez, il quale era di origini boliviane. Aveva aggiunto che il sassofono glielo ficcava nel culo, come un suppostone. La cosa lo divertiva molto. Si guardava intorno, cercando qualcuno dei suoi alleati, con cui condividere il piacere.

– Sei solo un povero scemo, Max! – aveva detto ad alta voce – Comportati da bravo sfigato e soprattutto vedi di tacere!

Max aveva un po’ di paura. Ma aveva deciso di lasciar perdere, perché con certa gente non valeva la pena di litigare. Valenti era ricco sfondato, andava sempre in giro con vestiti firmati e scarpe costose

– Leccami le Nike nuove, pezzente. – continuava – O ti riduco male.

Max stava per tornarsene a casa, senonché Valenti l’aveva sgambettato, facendolo cadere.

– Adesso mi hai proprio stufato, ragazzino! – urlava – Ti gonfio di botte, così la smetti una volta per tutte di soffiare nel tuo dannato sassofono, che fai peggio dei latrati di un cane!

Max si era rialzato da terra per miracolo, con lui che continuava a picchiare. Nessuno interveniva, i suoi amici stavano tutti a guardare. Valenti era molto più pesante, gli stortava le dita fortissimo. Max pensava che non avrebbe più potuto suonare. Quello pestava, sempre più cattivo, finché lui non l’aveva centrato con il pugno della disperazione. Ci aveva messo tutta la sua residua energia. Valenti aveva mollato la presa e si era messo a tossire. Era diventato tutto rosso, diceva che l’ammazzava, che era inutile che si nascondesse, perché lo sarebbe venuto a cercare. I suoi amici si erano allontanati a gruppetti, meditando qualche altra ritorsione. Max era andato alla fontanella a sciacquarsi, aveva le mani sanguinanti, dolore. Aveva provato a muovere le dita, per essere sicuro che Valenti non gliele avesse rotte, a furia di stortare. Pensava al sassofono, a quello che avrebbe detto suo nonno, vedendolo in quella situazione. Valenti gli dava del codardo, diceva che la prossima volta avrebbe polverizzato il suo stupido strumento, altro che bucargli il pallone.

– Fidatevi che lo faccio! – ridacchiava con i suoi amici – Voglio vederlo piangere dalla disperazione!

La testa di Max continuava a pulsare. Sperava di non incontrarlo mai più, anche se una parte di lui voleva fargliela pagare. Ma era troppo grosso, in più aveva i suoi amici, che l’aiutavano a picchiare. Valenti, alla fine, era solo invidioso. Gli bruciava proprio che lui avesse suonato il sax alla festa dell’oratorio estivo, davanti a tutte quelle persone. Anche Valenti era tra i cantanti. Diceva che Max non meritava di essere sul palco e che eseguiva musiche pallose. Chissà lui cosa ne poteva sapere. Non faceva che sputare per terra e fumare. Credeva di essere figo solo perché sfidava tutti al free style, scaricando i beat con il cellulare. Girava con i suoi amici per tutto il quartiere. La sera si piazzavano fuori dalla metropolitana, sulle panchine. Mettevano la musica ad alto volume. Valenti era sicuro di diventare famoso con la trap, ma non aveva mai scritto nessuna canzone. Siccome aveva i soldi, si dava un sacco di arie. Però al concerto aveva suonato anche Max, con il sassofono di suo nonno. Se ci pensava, era stato incredibile. Non sapeva ancora come aveva fatto a controllare l’emozione. Ma era andato alla grande. Valenti schiattava d’invidia, per questo poi l’aveva pestato. Era ancora furioso per gli applausi, l’unica consolazione.

2. Spunire la parlesia

Quella sera, prima di Max, sul palco c’erano ragazzi e ragazze che si alternavano al karaoke. Si divertivano a farsi fotografare, più che a cantare. C’era anche Valenti, tutto serio, con i pantaloni di Armani e le catene. Si esibiva con roba trap martellante, sulla solita base. Ballava facendo mille mosse, ammiccando alle persone. Si sbatteva come un matto, indossava tantissimi anelli e collane, come se credesse di essere alla televisione. Il volume delle casse era altissimo e tutto intorno c’era una gran confusione. Valenti aveva preso qualche applauso, alla fine. Aveva fatto un salto giù dal palco ed era andato subito a fumare. Era circondato dal suo gruppo di amici, tutti tatuati sul collo, con le facce cattive. C’era stato qualche minuto di pausa, poi don Marco, il parroco, era andato al microfono e aveva invitato Max a salire.

– Adesso abbiamo qui un giovanissimo musicista – aveva detto.

Valenti gli aveva fatto il dito medio, facendogli capire che non era all’altezza di suonare dopo di lui, che gliel’avrebbe fatta pagare. Max si era presentato con il sax a tracolla, nella curiosità generale. Con quello strumento scintillante, quasi più grande di lui, guardava confuso le persone.

– Cosa ci fai sentire? – gli aveva chiesto don Marco.

– … “Autumn leaves”.

Valenti e i suoi amici avevano cominciato a fischiare e a ridere, giusto per disturbare. Dicevano che Max suonava roba da nonnetti, musica per andare a dormire. Lui sperava che nel pubblico ci fosse qualche jazzista, che invece potesse apprezzare. “Autumn leaves”. Era una canzone d’amore, in origine si intitolava “Les feuilles mortes”. Il testo era di un poeta francese, Max l’aveva saputo dal nonno. La gente stava abbastanza in silenzio, aspettando di sentire. Max aveva spunito quella melodia malinconica, circondato da una luce speciale. Le note del suo sassofono si libravano nell’aria e avevano un bellissimo colore.

Perché la musica aveva un colore, Max ne era certo, ogni volta diverso, e con diverse sfumature.

Alla fine aveva ricevuto un applauso, ma erano più gli sguardi interrogativi delle persone. Don Marco gli aveva fatto i complimenti davanti al pubblico, perché aveva spunito il sassofono senza sbagliare. Valenti aveva detto qualcos’altro, ridendo in modo volgare. Le ragazze dell’oratorio, un po’ intimorite dall’oro delle sue collane, avevano fatto finta di non capire. Lui stava con gli occhi fissi sul cellulare, forse qualcuno l’aveva ripreso quando ballava sotto i riflettori e si voleva rivedere. Poi aveva fatto segno a Max che se ne doveva andare. Lui l’aveva ignorato, aveva spunito con il sax un paio di note lunghe ed era sceso dal palco guardandolo negli occhi, senza temere. Spunire, se ve lo siete chiesto, significa “suonare” nel linguaggio segreto dei musicisti, la parlesia. Angelo la stava insegnando a suo nipote, serviva a comunicare tra gli orchestrali senza che gli altri potessero capire.

Max pensava che Valenti non l’avrebbe mai imparata, perché sapeva solo gracchiare al microfono e picchiare.

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro appassionante, dolce e musicale: una storia che attraversa due mondi, due diverse generazioni.

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Marco Pellegrini
Marco Pellegrini è docente d’italiano presso l’ITSOS Albe Steiner di Milano. Con Hemingway condivide la data natale, 21 luglio, ma non ama la caccia. In un’altra vita è stato musicista e compositore. Prima di pubblicare il suo primo romanzo, “Bella zio” (Rizzoli, 2013), ha recapitato in bicicletta decine (forse centinaia) di manoscritti sperando di farsi notare. Incontra la poesia giovanissimo, firmando innumerevoli canzoni d’autore.
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