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Quasi vivo

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Consegna prevista Aprile 2021

Quando l’uomo è finalmente libero di vivere per sempre Rinaldo affronta la sua nuova condizione in modo imprevedibile. Si getta alla ricerca di un’altra dimensione mosso da impulsi sempre più estremi, fino a giungere al progetto di un nobile crimine, tale da indurre personaggi insospettabili a subirne e compierne a loro volta. Un istinto di libertà che custodisce una liberazione.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo racconto anni fa, quando ero poco più che un ventenne.
L’idea era venuta ascoltando un desiderio comune a quasi tutte le persone. Quello di avere più tempo, di desiderare un altro lavoro, un’altra opportunità, a volte un’altra vita.
La risposta era venuta con una domanda.
Se avessimo avuto in dono l’opportunità di vivere per sempre come sarebbe andata, cosa sarebbe successo?
Avevo provato a immaginare e un uomo nuovo si era fatto avanti così, senza smettere di seguirmi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I

Aveva deciso di scrivere, molto, molto a lungo. Si era dissuaso a forza dall’idea di poter comporre continuamente pervaso dal talento sfolgorante dell’arte. Si era proprio dissuaso dall’idea del comporre. E come un buon artigiano di mezza età che abbia faticato non poco a strappare la vita, cominciava a vergare parola su parola di quella vita che solo lì poteva trovare un inizio e una fine, un conflitto, un dramma, un delitto.
Da quando aveva iniziato realmente a percepire l’idea che non sarebbe morto, e che quella, che ormai avevano anche smesso di dire vista l’ovvietà, era la nuova direttiva dell’esistenza, cominciava ad avvertire anche un impalpabile e taciuto desiderio di fine, di gusto di alcol che sopisce ingerito nello stomaco.
Non si sarebbe più morti. Dopo anni, decenni, secoli, fin dai primordi del mondo, si era arrivati a farsi beffe della filosofia e delle scienze psichiche; già, quei lontani medicamenti del tempo ora apparivano ridicoli, senza senso, e chi ne facesse ricorso molto più che un folle. Ora il tempo era infinito, e con il tempo a perdere, a fondo perduto, si potevano avere o trovare tutte le occasioni per curarsi, e stare meglio.
Meglio poi da che se il tempo era infinito?
Non ci si era sempre raccontati che sarebbe stato quello, in fondo, il dilemma da sciogliere?

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E oltre quello, un uomo, avrebbe davvero cominciato ad abbracciare la sua condizione di potenza, volontà e ingegno dai quali si sarebbero poi tratti gli spunti della perfezione?
La defezione, l’incognita dei giorni, così, non esisteva più.
Qualcuno timidamente affermava ancora di ricorrere a uno psicanalista, ma sempre meno, e sempre più erano quelli che sotto sotto vi accorrevano di nascosto. Non più di prima, s’intende, che la vita fosse eterna, ma in egual modo almeno.
Rimuginava appena di queste cose mentre narrava, e continuava, senza eccessiva lena, poiché il pensiero e la letteratura nel suo lavoro di romanziere dovevano occupare giusto lo spazio che necessitasse a dar spessore a una storia, nel quotidiano tutto questo era stato allegramente spazzato via da esperimenti, fiale ed esperienze, per cui uno dei pochi posti in cui ancora sembrava poter essere lecita la tristezza erano le pagine di un romanzo.
Rinaldo era stanco, aveva ancora il rimbombare del centralino nelle orecchie, le voci che si accavallano, i vari timbri e le intonazioni; aveva ancora l’istinto di rispondere alle richieste, ancora voleva quasi dannarsi per non scontentare i clienti, e riusciva appena a distogliersi, a respirare piano quando strusciava la mano sul pianale levigato della scrivania. Quelle venature morbidamente ondulate tornavano a condurlo verso casa, al desiderio tempestivo e presente di respirare a piene pagine.
Matematicamente voleva scrivere, come l’afflusso della polizia scientifica su un luogo delittuoso, attenta e scrupolosa a ogni macchia e per ogni alone, voleva costruire millimetricamente, contornarsi del mantello del perfetto inventore per sentire poi addosso alle sue mani, sui canali delle sue membra, il potere creativo e creatore; avrebbe dissipato in poche pagine, o in molte, la mancanza costante di finali e di strette narrative, avrebbe mutato le cose e architettato gli eventi in modo tale come non era riuscito più a fare con la sua vita da quando l’aveva scoperta gioiosamente eterna.

Il telefono era appena attaccato dalla litigata con la fidanzata; un rapporto finito, che aveva portato avanti la solitudine, e forse anche la grande disposizione di tempo. Avevano litigato per questioni di denaro, l’argomento più inviso all’amore, e d’altronde era chiaro ormai che l’amore aveva sbattuto la porta dietro di sé, e non c’era più. Poi tutto quello strascico di cose, dei bei momenti e delle giornate vissute per merito di uno o dell’altra, la disperazione di dover per forza prendere una parte, la coscienza che l’incoscienza di allora si era dissolta, e la bellezza di quel tempo contabilizzata, ora, che non era proprio il momento. Nessuna cosa viene al momento giusto che non sia quello suo proprio e che di solito è già passato.
Con quei pezzi di storia e di rassegnazione staccava il telefono e lo riattaccava per provare a dire ancora qualcosa, ma il momento giusto, ovvio, era già lontano.

Il desiderio era quello di prendersi il diritto di spendere, all’improvviso. Si staccava il capo dal collo a furia di rispondere a tutto e a tutti, a cercare soluzioni e alternative, ma nessuno era però pronto a dispensargli consigli, e d’un colpo questa rabbia di sentirsi solo e sfruttato era schizzata all’esterno. C’erano sempre troppe e troppe poche cose da fare in casa per pensarci troppo a lungo.
Per strada la prima gioia era procurarsi cibo; è la sostanza che più appaga un uomo sul momento, gli dà la sensazione di sostentare e sostenere la propria esistenza, di fare qualcosa per sé e il suo godimento.

Capitolo II

Cominciava a pensare a quale modo ci fosse di influire più vistosamente sulla sua vita quotidiana, che sebbene ne avesse di giorni a disposizione per crescere, non guastava prendersi un diversivo che fosse una sciocchezza, una trovata più sensazionale.
La cosa nella quale più puntava nel suo lavoro era la conoscenza delle lingue; stava in uno di quegli uffici in cui tutti sembrano studiare momento per momento grandi esperimenti, sembrava davvero che tutti non potessero perdere un solo istante del loro tempo professionale, anche se la realtà era di un gruppo numeroso di persone che investiva sulle immagini, impegnata di sé più che dell’impegno; e lui, lui, visto tra gli ultimi, era tra i pochi a fare il corposo lavoro quotidiano delle telefonate e degli umori altrui, l’unico.
I primi giorni e i primi mesi erano stati esaltanti e veloci, pieni di novità e persone da conoscere sul filo della voce, pieni di ore che passano a fiotti tra le varie cadenze, le esigenze per lo più inesigibili di molti professionisti e segretarie; queste ultime avrebbero cercato di ottenere l’inottenibile pur di strappare un sorriso o una paga più pesante, un riguardo dal loro capo; se non vi riuscivano, il capo se lo portavano a letto a breve o a lungo termine e il progetto dei loro giorni si esauriva lì.
Non c’avrebbe scommesso, ma il timbro di qualche voce che scambiava passaggi con la sua era un po’ troppo calibrata a volte, troppo bassa o veloce per essere portata da una persona, diciamo, “libera”; il ché lo aveva divertito, ma poi a immaginare qualche ossuto avvocato strampalarsi la segretaria rubiconda al suono della sua voce indaffarata, lo riempiva d’immenso raccapriccio.
Poi tutto aveva una sua ragion d’essere se, alla fine, di sera, tornava a essere completamente circuito dalla sua prosa.
Ancora non risentiva del magma consueto dell’agitazione, anzi le parole si risentivano e tanto più proseguivano a sciogliersi fluide e vogliose come le tavole umide dei navigatori.

La lingua dunque; ne faceva un enorme uso al telefono, e quegli emblematici cafoni dei suoi superiori non avevano neppure il coraggio di degnarlo di attenzione mentre si sforzava, spesso con successo, di portare a buon fine una commessa; già, infatti non era nelle stanze dei dirigenti che questo si discuteva, ma quando vi arrivavano, passando per le nobili riverenze di Rinaldo, sembravano già bell’e risolte.
Se voleva incidere doveva cercare di sfruttare quel canale. E al giusto momento lasciarsi scegliere durante una conversazione d’affari.
I clienti maggiori, più per forma che per dovere, venivano a firmare i contratti più onerosi in sede, e lui doveva fare in modo che non si definisse già tutto prima, via filo, ma al contrario che la vicenda potesse dipanarsi in ufficio, alla sua presenza, tramite la sua “potenza”.
Non mancò occasione.

Nel pomeriggio di un paio di mesi dopo si presentò una delegazione della Polis. Il primo dirigente accolse tutti molto cerimonioso e pieno di gesti, che a parer suo, avrebbero dovuto sopperire alla mancanza di parole.
Subito fu chiamato Rinaldo.
Ci fu un bel pranzo, delle pietanze ineccepibili e la cosa si trascinò fino a sera, quando, belli gonfi, tutti si sedettero al tavolo che manteneva le personalità ben distanti.
Si cominciò con le cose che accomunavano le regioni dei “contendenti”, il clima, la tradizione dell’ospitalità e via dicendo.
Rinaldo cominciava a tessere la sua tela.
Continuava pervicacemente a tradurre le parole del dott. Incerti come se il territorio di “competenza” del dirigente dovesse contenere in sé sempre un qualche maggior agio e prerogativa nei riguardi dell’altro.
Sì, ogni posto era peculiare, ma insomma la politica del territorio da una parte, le concessioni edilizie un po’ abusate dall’altra e tante altre piccole accezioni del linguaggio, lasciavano alquanto perplessi i convitati. Il tutto camminava non facendo intravedere nulla se non l’ignoranza del dottore, mentre lo stesso non ne aveva l’idea più vaga, e tanto meno i suoi ospiti; diceva un “Certo” e Rinaldo traduceva “Forse però”, poi si prodigava in lunghe omelie sull’affetto tra i popoli e Rinaldo bisbigliava solo qualche frasetta confusa e di senso non proprio univoco. Figurarsi come venivano tradotti poi i “Non so”, “Però”, “Potremmo”, “Faremo”.
Più la discussione si dilungava e più le cose si trascinavano un po’ mielose e un po’ melmose; non proprio l’eccellente per persone che, non conoscendosi, dovevano fare in modo di far apparire il contrario, e andarsene come dopo una bella gita tra vecchi amici di carte e bevute.
Rinaldo batteva sui suoi “pulsanti” con freddezza, e una determinazione che lui stesso non si era riconosciuta, ma che via via prendeva la mano col godimento.
Se fosse entrato un “competente” d’estero, avrebbe tranquillamente cambiato tenore per poco, si sarebbe anzi sciolto in ricami, e poi giù, ancora, qualora se ne fosse andato l’incomodo.

La Polis avrebbe aspettato qualche tempo come consueto, poi le sue commesse sarebbero sparite senza spiegazioni di sorta che non fossero quei silenzi che cadono nel tempo tra società che evolvono, che puntano al loro sviluppo, tanto da dimenticarsi degli altri.
C’era da divertirsi a distruggere le false sintonie e Rinaldo avrebbe potuto continuare a lungo, solo che ci si consumava la vita a forza di lavorare, rispondere, obbedire, per prendersi, poi, quei rari giorni di scompiglio gioioso.
Non aveva intenzione di dedicare tutti i suoi giorni alla scrivania e alla cornetta, alla cornetta e al fax, alla macchina fotocopiatrice e via.
Sentiva il rumore delle pagine che fischiavano sotto i sensori della piastra, uscivano identiche all’originale, un po’ sbiadite e svogliate, ma buone per l’uso, come era buono per l’uso lui, che si lasciava scopiazzare il tempo ininterrottamente dalle macchine e cominciava anche a sentir meno la voglia di una diversa occupazione.
C’era un bel rischio a lasciarsi fare.
Le voci erano sempre più uguali, medesime richieste, stessi trilli dell’apparecchio e la macchina che filtrava i documenti con sottile onnipotenza.
Ci si arrovellava, in quell’ufficio, per lo “sviluppo”, si cercavano strategie per l’occupazione, quasi incoscienti che la loro fosse la più ovvia ed inutile. Non c’era una sola ragione che dicesse a Rinaldo che si potesse creare occupazione in modo strategico. L’occupazione non si sarebbe mai creata; c’era se ce ne fosse stato bisogno, altrimenti no, come una qualsiasi cosa fisiologica.
Eppure bisognava industriarsi e impegnarsi a profittare del proprio tempo nel miglior modo possibile, e non dare mai l’apparenza dell’inedia o il relax, né con i colleghi né con i clienti, che poi è come un’onta, e le commesse, gli ordini spariscono con enorme facilità. Capo chino sempre, senza dubbio o indugio che “lavora chi lavora” era il motto.
Di lì a qualche tempo si sarebbe licenziato.

07 luglio 2020

Aggiornamento

È online la pagina Facebook del romanzo: fai click qui! Quasi vivo

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Fabio Sabbi
Sono nato a Roma, dove sono cresciuto alternando lunghe estati nella Maremma toscana. Ho frequentato la facoltà di Lettere dell’Università di Roma e studiato da educatore della prima infanzia ma poi mi sono occupato a lungo di pubbliche relazioni per il sociale. Da qui l’iniziativa di dar vita ad una community digitale dedicata ai piccoli diritti quotidiani che ho voluto chiamare Abc, acronimo di Aiuto per la bonaria composizione delle controversie. Collaboro occasionalmente con alcune testate online, su cui scrivo anche brevi pezzi da “viaggiatore di prossimità” raccontando luoghi ed esperienze inconsuete dei dintorni di Roma. Ho pubblicato due volumetti di poesia “Odore di Sangue” e “Raramente la Verità”, entrambi per le Edizioni del Leone, i cui testi sono apparsi in alcune antologie come “L’Amore, L’Amicizia” di Baldini Castoldi Dalai.
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