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Quattro racconti sulla Metamorfosi

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Quattro personaggi, sospesi tra realtà e finzione, compiono un processo di metamorfosi in cerca della propria libertà. Costretti nella griglia rigida delle regole del mondo adulto, castrati dai divieti della società, soffocati da un senso di nostalgia atavica che impedisce di muovere liberamente i passi nel mondo, gli eroi di questi racconti si trovano davanti alla possibilità di compiere la prima vera scelta che la vita gli pone davanti: quella di acquisire l’autonomia di individui indipendenti e poter perseguire liberamente i propri desideri. P., Xiunudù, Silva e Italo vivono la costrizione data dalla propria eredità emotiva, famigliare e sociale: chi nel mezzo della giungla, chi in un normale appartamento borghese, chi a casa propria e chi in un’isola di giganti; tutti sentono la necessità di rompere quella prigione e trionfare sulle sovrastrutture che li tengono imbrigliati.

LA CITTÀ DI Y.

“Mentre gli altri animali guardano proni alla terra, l’uomo ebbe in dono un viso rivolto verso l’alto e il suo sguardo mira al cielo e si leva verso le stelle. Fu così che la terra, fino ad allora rozza e informe, fu volta ad assumere figure umane mai prima conosciute.”
Le Metamorfosi, Ovidio

Quando P. arrivò nella città di Y. si trovò davanti a uno spettacolo, se non incredibile, per lo meno bizzarro. Inutile dire la sorpresa che lo colse. Sebbene fosse stato avvertito che la città di Y. era un luogo piuttosto particolare, tutto si sarebbe aspettato fuorché trovarsi di fronte a un guazzabuglio del genere. Non una strada, non un negozio, non una casa o una luce. Niente di tutto questo.

Poco prima di morire, il vecchio nonno di P. si era raccomandato che visitasse le meraviglie della leggendaria cittadina.

«Esiste una città che tutti gli uomini sognano. Solo chi va in cerca della più grande tra le ricchezze riesce però nell’intento di trovarla, perché Y. è ben nascosta agli occhi dei più. I suoi tesori sono tali che lascerebbero senza parole persino il più avventuroso tra gli uomini.»

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P., come tutti i giovani della sua età, aveva fantasticato a lungo sulle meraviglie che questa città poteva serbare. Aveva immaginato lunghi viali alberati e illuminati da bellissimi lampioni, uomini da tutti gli angoli del mondo che si incontravano per scambiarsi le idee più interessanti, file interminabili di negozi, teatri e spettacoli danzanti a non finire. Aveva, nella sua testa, creato la città ideale e, col passare del tempo, si era finalmente deciso a seguire il consiglio del vecchio e mettersi in cammino. Riesumato un vecchio borsone, l’aveva riempito di tutto quello che credeva gli sarebbe certamente tornato utile in una città tanto grande e bella da essere oggetto di leggenda. Aveva recuperato un bell’abito di famiglia e aveva quindi deciso di iniziare il suo viaggio vestito di tutto punto, come si conveniva all’occasione. Presi con sé i suoi risparmi, non si era poi dimenticato di mettere nello zaino il suo libro preferito, da cui mai si separava, e che avrebbe potuto consultare nei momenti di difficoltà che sicuramente un viaggio del genere prospettava. Aperta la tasca superiore della sacca, l’aveva riempita di una serie di piccoli oggetti che teneva sempre con sé e che custodiva come fossero amuleti. Quindi, per scacciare la brutta nostalgia che spesso lo assaliva e che poi, a voler essere del tutto sinceri, affondava le radici proprio in quei memorabilia da cui mai si separava, aveva ficcato la mano in quella tasca e aveva toccato con febbrile superstizione tutti i suoi talismani. Riempita la sacca e caricatala sulle spalle, si era allora fatto coraggio e aveva aperto la porta di La città di Y. Quattro racconti sulla metamorfosi casa felice e un po’ impaurito. Scacciata la tentazione di voltarsi indietro, causata da quella sua malinconia che lo teneva morbosamente attaccato ai ricordi, si era quindi chiuso dietro per l’ultima volta la porta di casa. Poi, preso il coraggio a due mani, si era deciso a partire, per una buona volta, senza nessun rito scaramantico. E, combattendo contro la parte più profonda del suo cuore, aveva evitato di voltarsi indietro decine di volte e di rallentare in questo modo l’inizio delle sue avventure. P. era riuscito nell’impresa titanica di non cacciarsi in quel limbo nostalgico che lo teneva incatenato tra il desiderio ossessivo di partire e la malinconia travolgente di perdere quello che lasciava. Eppure, mentre muoveva i primi passi, non era riuscito a resistere alla tentazione di rievocare, come una litania, le parole che la vecchia balia aveva pronunciato mentre preparava i bagagli.

«Partire alla ricerca di una leggenda, P.? Le leggende servono a far addormentare i bambini la sera nel letto. Le leggende servono a far sognare i fanciulli. Chi parte in questo modo sconsiderato sa quel che lascia, ma non sa quel che trova.»

P. aveva dovuto chiamare a sé tutte le forze che aveva in corpo e ricordare la profezia del nonno. Solo allora, forte di quell’impeto giovanile che ogni tanto gli stroncava di getto l’innato magone, aveva solcato l’uscio di casa e aveva compiuto il primo grande passo sulla strada che lo avrebbe condotto verso l’ignoto. Un po’ eccitato e un po’ titubante, si era quindi avviato ad ampie falcate oltre le colline, caracollante sotto il peso del suo borsone e caricato di tutti quei feticci che erano stati il suo passato, e che pensava l’avrebbero 16

tratto d’impaccio nel futuro. E come in tutte le grandi partenze, i primi passi che P. mosse verso l’ignoto furono un po’ sbilenchi e impacciati, appesantiti da quel fardello che aveva deciso di portarsi appresso. Il grande zaino gli pesava sulle spalle sbilanciandolo ora a destra ora a sinistra, ora trascinandolo verso valle come un insetto che sgambetta furioso nel disperato tentativo di capovolgersi. Quando appariva una lunga discesa, le gambe del povero P. prendevano a correre da sole, non potendo far perno sufficiente sulle ginocchia traballanti e rischiando ogni volta di farlo cascare faccia a terra. Quale gran fatica doveva sopportare il povero P., lui che si era immaginato di andarsene saldo come un soldatino. Eppure, sballottato a destra e a manca da quella grande sacca, perseverava ansante e felice nel suo cammino, fantasticando sulle ricchezze che avrebbe trovato una volta giunto nella leggendaria città.

«Y. è la città che esaudisce i desideri degli uomini» gli aveva sussurrato il vecchio. «Lì troverai quello che tutti desiderano nel corso della vita, lunga o breve che essa sia.»

Così, mentre il corpo minuto del coraggioso P. arrancava su quelle salite, la mente, quasi a farsi gioco del suo corpicino e di quella zavorra pesante, galoppava leggera, fantasticando su ciò che avrebbe trovato una volta giunto a destinazione.

“E come in tutte le grandi partenze, i primi passi che P. mosse verso l’ignoto furono un po’ sbilenchi e impacciati, appesantiti da quel gran fardello che aveva deciso di portarsi appresso.”

Che io arrivi in una città piena d’oro? Che vi si nascondano le più belle donne del mondo? Che sia la città che aspetta il mio arrivo per incoronare un re? E così pensando e fantasticando P. trotterellava felice verso il disco infuocato del sole, come gli aveva suggerito il nonno.

Ma proprio quando l’astro del sole si apprestava a coricarsi a occidente, lì dove il sentiero si imboscava nella fitta e oscura vegetazione, P. intravide una figura umana accovacciata nell’erba. Avvicinandosi un poco, il giovane si accorse che si trattava di un vecchio dalla barba canuta e dalle lunghe dita ossute, che, beato e sorridente, si dondolava seduto a gambe incrociate nell’erba mentre rimirava le lingue infuocate del sole che tingevano di rosso la foresta. Un poco intimorito, P. si avvicinò al vecchio, ma quello, incurante dei passi, continuò la sua pacifica contemplazione ancora qualche minuto. Poi, con tutta la calma che si confà a un vecchio del genere, si voltò con sguardo benigno verso il giovane pellegrino e gli rivolse un largo sorriso.

«Quale appassionante storia ti porta su questa strada, mio simpatico e giovane viaggiatore?» chiese il canuto. «In tutti i lunghi anni che ho passato a fare da guardiano all’entrata di questa sacra selva intricata, mai ho sentito storia che potesse dirsi noiosa. Siediti qui accanto a me, guarda come il sole addormenta il mondo e racconta a un vecchio la storia di un giovane.»

Fece cenno al ragazzo di sedersi tra i morbidi fili d’erba e il giovane P., rassicurato dal buon cuore di quell’uomo che tanto gli ricordava suo nonno, si levò di dosso il pesante fardello. Fattolo cadere con un tonfo sordo a terra, La città di Y. Quattro racconti sulla metamorfosi incrociò le gambe e si sedette a fianco del vecchio. Il vento fresco delle sere estive gli asciugava il sudore dalla fronte e dalla schiena.

Era quella l’ora del giorno in cui il sole traspare all’orizzonte. È in questo momento della giornata che il cielo si tinge di blu scuro e le prime stelle si accendono languide, facendo del mondo lo spettacolo più dolce. P. rivolse lo sguardo verso il viso del vecchio e vide che i suoi occhi brillavano come le stelle luminose che si erano accese in cielo e che le iridi, nascoste sotto le pesanti palpebre, erano dello stesso colore intenso della volta celeste. La barba folta e bianca gli cascava dal mento ricadendo gentilmente a terra come la lanugine dei pini e si attorcigliava ai fili d’erba come se nascesse non dal viso dell’uomo, ma dalla terra stessa. Sorpreso da una tanto pacifica visione, P. si lasciò andare con la testa all’indietro nell’erba e rispose felice: «Cerco la città di Y., di cui mi ha narrato il mio vecchio nonno. Cerco la città che esaudisce i desideri degli uomini».

L’anziano uomo allora si fece attento e, poste le mani sulle ginocchia ossute, gli disse: «Tuo nonno ti ha detto bene. La città di Y. esiste per davvero ed esaudisce i desideri più profondi dell’uomo».

Poi guardandolo attentamente negli occhi gli fece una domanda: «E da dove viene questo giovane e intrepido viaggiatore che cerca con cuore così bramoso la bella città dei sogni?».

P. gli raccontò allora della sua città natale, della noia che l’aveva attanagliato col passare del tempo, del desiderio che l’aveva punto di vedere altre terre, del coraggio e dell’entusiasmo che l’avevano spinto a caricare il suo pesante zaino, della felicità che aveva provato mentre si lasciava dietro quella città che tanto gli era venuta a noia e del dolore che aveva provato nell’accomiatarsi dalla sua stessa casa.

«Conoscete la città di Y., buon vecchio? Sapete dirmi quali meraviglie vi troverò?»

Il vecchio sorrise e gli domandò a sua volta: «Cosa lasci indietro, mio buon giovane? Raccontami. Com’era la città che ti lasci alle spalle?».

P. si fece pensieroso e raccontò che abbandonava una città troppo piccola e che lasciava indietro uomini egoisti e poco curiosi. Quello per tutta risposta rise e disse: «Allora quando giungerai a Y. troverai una città troppo piccola, piena di uomini egoisti e poco curiosi».

P., sorpreso dalle parole dure del vecchio, chiese come fosse possibile che la città leggendaria, di cui tanto gli aveva parlato il nonno e che nascondeva le più grandi ricchezze al mondo, potesse rivelarsi una così crudele delusione.

«Perché, mio caro, gli uomini trovano le città che portano nel cuore. Se porti nel cuore la paura di uomini egoisti e poco curiosi, troverai uomini egoisti e poco curiosi ad aspettarti.»

Non comprendendo a pieno le parole del vecchio canuto, P. domandò quale fosse allora il modo più conveniente per trovare la città che invece cercava.

«Desidera una città piena di uomini buoni, generosi e curiosi. E lì, in fondo alla strada, troverai quello che cerchi. Abbandona la paura di quello che lasci e abbraccia la curiosità di quello che cerchi. Y. è la città degli uomini di buono spirito.»

“La barba folta e bianca gli cascava dal mento ricadendo gentilmente a terra come la lanugine dei pini e si attorcigliava ai fili d’erba come se nascesse non dal viso dell’uomo, ma dalla terra stessa.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elena Brunello
Elena Brunello è nata a Milano nel 1987 ed è laureata alla University of
Edinburgh in Letteratura americana. Dopo aver viaggiato in Europa, Ameri-
ca, Asia e Africa, ha cominciato a lavorare nel giornalismo di viaggio sia per testate italiane che internazionali e ha fondato HUMAN TALES, un sito che
racconta i reportage a cui ha lavorato. Attualmente vive a lavora a Milano,
dove scrive soggetti per documentari. Quattro Racconti sulla Metamorfosi
è il suo primo libro di racconti.
Elisa Carutti è nata a Milano nel 1991. Attualmente vive a Londra dove sta conseguendo un Master alla Slade School of Fine Art. Giovane artista emergente, ha partecipato a varie mostre collettive tra Parigi, Milano e Londra. La sua pittura consiste nello studio degli effetti della prospettiva sulle forme. "Quattro Racconti sulla Metamorfosi" è il suo primo lavoro da illustratrice.
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