Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Quattroquarti

Quattroquarti
100%
200 copie
completato
0%
50 copie
al prossimo obiettivo
Svuota
Quantità
Consegna prevista Aprile 2022
Bozze disponibili

Attraverso le peripezie di una bottiglia di champagne, si aggrovigliano e si snodano le vicende di personaggi, amicizie, parentele in un serrato intreccio di amori, erotismo, tradimenti e riconciliazioni legate al peregrinare della bottiglia lungo quattro decenni, da Parigi (1976-1985, dove è acquistata dal giovane architetto Charles, nel 1978), New York (1985-1996, città in cui viene segretamente custodita dall’anziana madre Helen), Londra (1995-2006, che fa da sfondo alle avventure dello spregiudicato Richard) e Roma (2006-2016), dove viene finalmente aperta da Marco, grafico romano, appassionato di vini e ossessivo ‘esploratore sessuale’, svelando numerosi enigmi nell’episodio che chiude il cerchio cronologico e la storia.

Perché ho scritto questo libro?

Il desiderio di scrivere questo libro nasce dal bisogno di raccontare la mia passione per gli spazi urbani e le architetture che li definiscono, gli amori impossibili che sbocciano, crescono e terminano all’interno dei confini metropolitani in cui nascono, svelando la continua doppiezza – sempre in bilico tra bellezza e orrore, verità e menzogna, bontà e crudeltà – che caratterizza gli esseri umani che abitano questi luoghi, suscettibili anch’essi di una duplice lettura estetica e morale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

New York, 1985

Il traffico procedeva verso nord, nella pace apparente filtrata dalla finestra. Robert era impegnato nel suo gioco preferito, il “tagliatore di teste”. Osservava da dietro al vetro un pedone camminare sul marciapiede di fronte, seguendolo con lo sguardo fino a quando scompariva dalla sua vista. L’abilità consisteva nel riuscire a far avanzare le persone senza mai guardarle in volto, utilizzando l’asticella della veneziana – come una ghigliottina virtuale a distanza – per coprire la parte superiore del corpo dei passanti. Non era un gioco semplice. Alcuni inconsapevoli giocatori si inginocchiavano per allacciarsi una scarpa, o si spostavano per evitare di scontrarsi con chi avanzava in senso opposto e se non allontanava in tempo gli occhi dalla tenda, la testa del decapitato compariva, costringendolo a ricominciare da capo. Aveva stabilito dei punteggi, su una base statistica da lui stesso sperimentata: gli anziani, più lenti, valevano un punto; gli adulti – uomini e donne – due punti. I bambini, a causa dell’imprevedibilità dei loro movimenti, assegnavano al giocatore tre punti.

Cosa facesse lì, immobile alla finestra, non era chiaro a nessuno, ma tutti sapevano quanto fosse difficile distoglierlo da quella concentrazione. Negli ultimi giorni il tempo che spendeva “in sospensione” – così i suoi dipendenti chiamavano quei momenti – era cresciuto vertiginosamente, destando non poche preoccupazioni all’interno dello studio.

Continua a leggere

Continua a leggere

«Robert?».

Una signora spingeva il passeggino lentamente, fermandosi in continuazione davanti alle vetrine. Erano cinque punti difficilissimi, e stava utilizzando due lamelle contemporaneamente: con una eliminava il capo della ragazza; con un’altra, qualche millimetro più in basso rispetto alla prima, quella del piccolo seduto.

«Robert, ci sei?».

Erano quasi giunti alla tabaccheria d’angolo. Sperava solo non dovesse comprare le sigarette o entrare in qualche negozio. Robert incitava sottovoce la madre e il bimbo perché mantenessero quella linea prospettica fino alla fine del percorso. Il mormorio che Mike sentiva, in piedi sulla soglia della stanza, suonava come una preghiera. Aveva l’impressione che il suo capo stesse assistendo all’ultimo lancio di una combattutissima partita di baseball.

«Robert, mi senti?».

Il silenzio grigio della strada, ovattato dai doppi vetri, era un monocorde rimbombo leggero appena captato dai sensi dell’osservatore. Robert non sentì la voce dell’uomo – distante una decina di metri – apparso dall’invisibile realtà oltre il limite imposto dall’infisso, che richiamava l’attenzione della donna. Con un gesto elegante, lei si voltò d’improvviso, ruotando su sé stessa utilizzando il passeggino come perno. Il giocatore allontanò istintivamente gli occhi dalla tenda, ma non riuscì a evitare di scorgere entrambi i volti dei condannati.

«Robert!».

Mike pronunciò per la quarta volta il suo nome, a voce più alta. Il tono risultò categorico sulla prima sillaba, rassegnato sull’ultima. L’uomo finalmente si separò dal gioco e rivolse al suo interlocutore spazientito uno sguardo interrogativo.

«Niente. Stava squillando il tuo telefono, ma ha smesso. Ti senti bene?».

Robert incurvò le sopracciglia, indossò la maschera con l’espressione stupita più credibile di cui disponesse e rispose seraficamente:

«Benissimo, Mike. Mai stato meglio».

Era la verità. Per una volta, quella banale domanda era stata posta da qualcuno seriamente interessato al suo stato di salute e – fatto ancora più sorprendente – la risposta era stata sincera, anche se poco convincente, almeno per il suo assistente. Raccolse alcune carte disposte in modo disordinato sulla scrivania, le mise nella borsa di pelle nera e sollevò il cappotto dall’appendiabiti, senza indossarlo. Attraversò il corridoio salutando i ragazzi incurvati sui loro tavoli da disegno. Questi seguirono i passi del loro capo fino alla porta, ignorando il motivo di quella dipartita così anticipata, poi tornarono al lavoro, in silenzio.

In ascensore pensò a quanto fosse ormai superflua la sua presenza in ufficio. I lavori continuavano ad arrivare – ed era essenzialmente lui a procurarli – ma se si escludevano una serie di schizzi preparatori e una supervisione assidua ma non pedante, i progetti venivano condotti in porto dai suoi collaboratori. L’unico impegno davvero gravoso che non poteva delegare era il contatto con i committenti, spesso ricchissimi proprietari di appartamenti nell’Upper East Side, da cui era costretto a subire continue vessazioni e proteste su questioni che, a suo parere, altro non erano se non futili ostentazioni di una cultura estetica quantomeno discutibile. Quel pomeriggio non ricordava di aver alcun appuntamento, dunque decise di concedersi una immeritata passeggiata per la città.

Percorse due isolati verso sud e si lasciò travolgere dai colori primaverili di Madison Square, che attraversò senza fretta, in direzione del suo bar di riferimento. Riuscì persino a sorseggiare il suo caffè su una panchina, senza essere circondato dagli scoiattoli – veri proprietari dei giardini al centro della piazza –, troppo attratti dai croissant che due ingenui e incauti turisti stavano distribuendo ai famelici roditori.

Tutto sembrava stesse andando per il meglio. Il viaggio a Parigi aveva in qualche modo ristabilito una parvenza di equilibrio nel rapporto con Charles, nonostante non fosse riuscito a salutarlo come avrebbe voluto. Inoltre, era tornato dalla Francia con una bottiglia di costosissimo champagne, di cui il figlio si era voluto liberare con sospetta sollecitudine. Appena un mese prima, Helen – dopo la confessione dell’ultima scappatella – lo aveva per l’ennesima volta esortato ad allontanarsi da casa e lui ne aveva approfittato per raggiungere il figlio, al quale ovviamente aveva nascosto l’accaduto. Al suo ritorno, con la scusa del racconto della visita a Charles, si era ripresentato a casa dalla moglie, con la bottiglia di Dom Pérignon sotto braccio, pronto a riconquistarla. Non c’era stato neanche bisogno di aprire il cofanetto verde, finito il mattino successivo in uno scaffale in cucina, in attesa di un’altra occasione. La solenne promessa fatta durante quella notte era stata finora mantenuta e Robert non aveva alcuna intenzione di cadere nelle trappole che le sue numerose ammiratrici gli tendevano. Proprio quella mattina, un’annoiata gallerista di Chelsea lo aveva invitato nel suo locale per discutere di alcune idee che aveva riguardo una possibile espansione dello spazio espositivo. Avevano visitato la galleria adiacente, da qualche giorno liberata dal mercante d’arte andato in fallimento, e si erano accomodati alla scrivania di cristallo, uno di fronte all’altra, immaginando insieme di abbattere muri e aprire vetrate, in un crescendo di doppi sensi alimentato dal calore dello chardonnay – che la donna continuava a versare generosamente nel bicchiere dell’architetto – e dalle dita del piede nudo di lei, che non avevano smesso un momento di accarezzare la caviglia di Robert. Non aveva ceduto e ora, orgoglioso e pentito, si godeva quelle due sensazioni contrastanti, nel pomeriggio assolato di New York.

La città – considerata moribonda dai mass-media e dagli abitanti stessi sino a qualche anno prima – era in una fase di rapida ripresa; i soldi avevano finalmente ricominciato a girare e così le strade, come le arterie di un gigantesco corpo umano, erano di nuovo percorse incessantemente da microscopiche cellule che, con le fattezze di uomini e donne, fluivano senza una meta apparente. Robert osservò per qualche minuto quella massa amorfa muoversi in orizzontale, finché il suo sguardo non cadde sul Fuller Building. Pensò che probabilmente era l’unico a chiamarlo ancora così. La singolare forma dell’edificio, a base triangolare, aveva suggerito – soprattutto ai detrattori di quell’opera – il soprannome di “ferro da stiro”, ma il piccolo grattacielo si era col tempo preso la sua rivincita, divenendo un’icona nel competitivo paesaggio verticale della città. Ormai, per tutti in newyorkesi, Flatiron non indicava solo un curioso palazzo, ma identificava l’intero quartiere che tra la Quinta Strada e Broadway si estendeva verso sud, fino a Union Square.

Il rispetto per l’importanza storica del Fuller costrinse Robert a rimanere in contemplazione, in piedi e con le mani giunte dietro alla schiena, a pochi metri dal vertice curvo del triangolo, mentre inarcandosi, osservava i blocchi del bugnato sovrapporsi, cambiare forma nel procedere verso il cielo, decorando l’edificio e nascondendo la possente struttura d’acciaio. Cominciò a sentirsi vagamente ridicolo quando si rese conto che non poche persone si fermavano accanto a lui, guardavano in alto

alla ricerca di qualcosa per cui valesse la pena preoccuparsi e proseguivano il loro cammino sorridendo. Dovette sorbirsi anche la presa in giro di un tipo evidentemente molto spiritoso che gli consigliava, ridendo, di voltarsi e notare come l’Empire State Building – qualche centinaio di metri più a nord – fosse addirittura più alto. Robert lo ringraziò sarcasticamente, aggiungendo un epiteto poco elegante che il viandante finse di non aver sentito. Appena turbato dallo scambio di battute, si diresse verso la metropolitana, senza smettere di pensare al grattacielo.

In fondo, due erano le sue grandi passioni: l’architettura e le donne. Gli risultava piuttosto naturale che balenassero alla sua mente arditi paragoni tra le diverse tipologie di queste due “materie di studio” che conosceva in modo così approfondito. Il Fuller era indubbiamente una bella donna, non più giovane ma dotata di un grande fascino. Eppure qualcosa nel suo portamento, stonava. L’abito era quello giusto, il trucco anche, ma Robert immaginava questa signora aggirarsi con un calice tra le dita, mentre saluta gli ospiti della sua festa con il preciso intento di soddisfare tutti. Una donna afflitta dalla maniacale angoscia di essere riconosciuta come artefice del piacere altrui attraverso lo sfoggio del proprio carattere accogliente, ma che costantemente rischia di risultare poco credibile, come se quell’estrema cortesia derivasse più dalla paura del giudizio che dalla sua intima indole. Una semplice questione di forma. E cos’altro caratterizzava quell’edificio e lo rendeva così unico, se non quella specifica forma? La scelta della figura triangolare non era stata un’estemporanea intuizione dell’architetto. Il lotto su cui giaceva era già costretto su tre lati e il progettista non aveva fatto altro che elaborare tridimensionalmente quella base, ornando lo scheletro portante secondo il gusto neoclassico di fine ottocento.

Salì sulla metro ritenendosi soddisfatto di quell’accostamento antropomorfo appena elaborato, ma qualcuno di quei pensieri doveva essere uscito involontariamente dalla sua mente e si era manifestato pubblicamente, anche se sottovoce. Avvertì una sensibile diffidenza tra le persone che lo circondavano.

Pressato dai pendolari che da Downtown tornavano verso Harlem e il Bronx, Robert venne quasi espulso dal vagone quando il treno si fermò alla Grand Central Terminal. L’Oyster Bar della stazione lo attirava molto, ma a quell’ora, per raggiungerlo, avrebbe dovuto combattere come un guerriero medievale lungo i cunicoli della stazione. Tornò all’assalto del mezzo, armato di sola pazienza. Scese alla fermata successiva, una decina di strade più su, sulla cinquantunesima. Seguendo un paio di tacchi che volteggiavano decisi pochi metri di fronte a lui, raggiunse il Seagram Building. Il confronto con l’edificio analizzato pochi minuti prima era impietoso.

«Ecco una donna che non ha bisogno di un abito, di trucchi, di inutili smancerie per imporre la propria presenza», pensò. La festa potrebbe essere la stessa, ma nessuno percepirebbe alcuna preoccupazione in lei. Sarebbero invece gli ospiti stessi a essere dominati dal suo incanto, lasciandole lo spazio necessario per poterla ammirare in tutta la sua statica eleganza.

Il “Maestro” – così Robert chiamava Mies van der Rohe, l’architetto che aveva progettato quel capolavoro –, per nulla intimorito dalla responsabilità di trasfigurare quel luogo né dai rischi economici derivati dalle sue scelte, per mettere ancor più in risalto la sua “creatura” aveva ampliato Park Avenue arretrando la costruzione, creando così una piazza antistante l’ingresso. Tre gradini sopraelevavano il basamento rispetto al livello stradale, mentre due specchi d’acqua rettangolari, adornati da leggeri zampilli bianchi, delimitavano lo spazio urbano. La struttura in acciaio nero, lasciata a vista, era solo impreziosita dal vezzo che quella magnifica donna vestita di nero si era concessa: le finestre fumé, come un gioiello d’ambra indossato con strategica distrazione, facevano brillare quel monolite scuro, trasformandolo in una gigantesca statua di bronzo.

Robert entrò da una piccola porta laterale. Consegnò il cappotto alla ragazza addetta al guardaroba e salì le due rampe di scale che conducevano al ristorante. Ogni volta che tornava in quel ristorante rimaneva estasiato: i dettagli selezionati da Philip Johnson, artefice degli interni del grattacielo, erano stupefacenti. Per oscurare la vista dall’esterno, alle altissime vetrate erano addossate una serie di minuscole catenelle sovrapposte color oro e argento, che formavano una sequenza infinita di archi rovesciati, su cui la luce si infrangeva creando riflessi inattesi. Il bancone del bar, quadrato,

enorme e posto in angolo rispetto alla sala, era sovrastato da una scultura composta da centinaia di lunghissimi aghi di bronzo, sospesi a pochi centimetri dalle teste dei tre ragazzi, pronti a servire ai clienti i loro cocktail preferiti. Uno dei barman riconobbe immediatamente Robert e lo salutò semplicemente voltandosi verso la bottiglia di Tanquerey sulla mensola alle sue spalle. Quando l’architetto raggiunse lo sgabello, il Martini ghiacciato aveva già iniziato ad appannare il calice.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Quattroquarti”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Matteo Bonfigli
Sono nato a Roma, il 1° febbraio 1975. Dopo aver conseguito il diploma di liceo classico, ho frequentato la Facoltà di Architettura presso l'Università di Roma RomaTre. Ho lavorato presso vari studi di architettura come disegnatore e grafico, continuando a dedicarmi alle passioni che accompagnano attivamente la mia vita: la pittura, la chitarra, il cinema, il vino e – ovviamente – la letteratura. Come pittore ho partecipato ad alcune mostre collettive con discreto successo. Nel 2014, dopo aver perso il lavoro, ho dovuto adattarmi e per due anni ho consegnato cibo a domicilio per una nota azienda di delivery. Da questa esperienza, è nata la mia prima pubblicazione, "Memorie dal suolo" (Edizioni Estemporanee, Roma, 2017), testo che, tra citazioni musicali e cinematografiche, racconta le avventure capitate durante le consegne. Da due anni, infine, dirigo un wine-bar a Roma.
Matteo Bonfigli on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie