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Quei Due - Rinuncia. Rivincita. Rinascita

Quei due - Rinuncia. Rivincita. Rinascita
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Consegna prevista Giugno 2021
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Napoli. Ginevra Costa possiede proprio tutto. È giovane, bella, ricca, un brillante avvocato e, per chiunque le posi gli occhi addosso, rappresenta ciò che di più si avvicina alla perfezione. Eppure, persino il cielo più sereno e limpido può essere squarciato da fulmini sconcertanti. La fine della propria relazione e una conoscenza inaspettata, metteranno a dura prova le sue certezze di vita esemplare. Gli affari di famiglia e le nuove autentiche emozioni che l’incontro con un uomo d’altri tempi le provocherà, la travolgeranno a tal punto da far crollare ogni sua singola difesa. Ginevra scoprirà che ogni scelta può portare a conseguenze devastanti e dovrà, ben presto, fare i conti con il lato sublime e spietato dell’esistenza. La sua gabbia dorata verrà spazzata via con violenza. Lasciarsi sopraffare o avere il coraggio, finalmente, di spezzare le catene, seppure ricoperte di diamanti, di una vita perennemente vissuta sul sedile del passeggero?

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere un libro è voler lasciare una traccia del proprio passaggio o, più semplicemente, di un momento vissuto. Ho iniziato a scrivere questa storia in un periodo in cui la mia vita era stata scossa da alcuni eventi, qualcuno bello, qualcuno tutt’altro che bello.
Ho respirato per anni la stessa aria dei miei personaggi, le loro paure, ansie e gioie. Li ho amati, odiati, trasformati. Ho deciso per loro e loro hanno soddisfatto ogni mia richiesta. Tutto questo, per amore di un semplice desiderio

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Le infinite declinazioni dell’amore corrispondono a infinite possibilità di vivere o morire per quell’amore.

L’errore più grande che si possa commettere è pensare che esista un solo modo di amare, una sola direzione da seguire per alimentare la vita.

L’amore può essere un lampo che dura pochi istanti, oppure l’epilogo sospirato di una tempesta di battiti e fremiti.

L’amore non è niente, eppure, tutta la vita risiede proprio in quel niente.

A volte siamo felici, altre volte siamo tristi, altre ancora disperati. Ci destreggiamo tra le circostanze e scivoliamo tra la folla, come i serpenti strisciano tra i fili d’erba. Decidiamo per nostra volontà di intraprendere un’impresa, oppure veniamo gettati nella mischia, in ogni caso, andiamo incontro a conseguenze più o meno piacevoli, e decidere se accettarle o meno spetta soltanto a noi.

Siamo liberi di stabilire il valore da attribuire ad ogni singolo individuo che incontriamo, tuttavia, ciò non garantisce che lo stesso valore venga corrisposto a noi. Alcune persone ci oltrepassano indisturbate, altre ci affiancano in silenzio, altre ancora ci travolgono indifferenti.

Navighiamo in un mare a volte calmo e sereno, a volte agitato e torbido, spinti dal desiderio ardente di felicità e siamo armati della sterile convinzione di sapere come riconoscerla, sicurezza che, ben presto, si trasforma in rovinosa incuria verso noi stessi.

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Penso a tutto questo, mentre ammiro la neve che mi avvisa dell’arrivo imminente del Natale, depositandosi dinanzi ai miei occhi e rendendo ogni cosa in città immacolata. Le giornate mi scivolano tra le dita, inarrestabili, perciò, approfitto di un insolito momento di quiete per lasciarmi andare ai ricordi, guidando me stessa in un viaggio tra la memoria e il tempo, quando sotto un cielo diverso, ma illuminato dagli stessi bagliori intermittenti, ho visto la mia esistenza tramutarsi.

Tutto ebbe inizio cinque anni fa, in un giorno che sembrava destinato a trascorrere come gli altri. La mia vita procedeva ordinata. Quattro anni prima avevo conseguito la laurea in Giurisprudenza, per seguire le orme di mio padre, e subito dopo un ufficio di sessantacinque metri quadri, arredato con la migliore manifattura nel campo del legno, mi attendeva nello studio legale di famiglia. Abitavo nella città più incantevole del mondo, secondo i due terzi delle guide turistiche mondiali. Napoli.

Da otto mesi la mia relazione sentimentale era approdata con soddisfazione alla fase della convivenza.

Ogni cosa proseguiva perfettamente, faticavo a tenere il conto dei miei successi sul lavoro. Mio padre, che adoravo, era fiero di me. I miei colleghi erano anche i miei parenti, mi guardavano come se avessi costantemente un bersaglio dipinto addosso, situazione dalla quale traevo un enorme divertimento. Nella sfera sociale potevo dire di essere stata fortunata. Ero circondata da molti amici splendidi, ma tra loro vi era una persona in particolare.

Simona era la mia migliore amica dai tempi delle medie. La prima volta che ci siamo viste ero rannicchiata in un angolo del lungo corridoio che ospitava le nostre rispettive aule. Piangevo a dirotto, mentre un gruppo di bulletti si divertiva a darmi fastidio. Lei mi aiutò a liberarmi di loro e mi insegnò a difendermi.

“Non farti mettere i piedi in testa, questi pensano di poter fare tutto quello che vogliono solo perché siamo femmine” disse, intanto mi tendeva una mano che strinsi con gratitudine per rialzarmi dal pavimento. Da quel momento diventammo proprio come i nostri palmi, unite in una stretta solida. Se esiste l’anima gemella anche nell’amicizia, avevo senza dubbio trovato la mia.

Stefano Soriano, invece, era il ragazzo con il quale convivevo.

La nostra storia ebbe inizio sei anni prima. Da quando lo frequentavo mi ero abituata ad essere osservata per strada. Era il tipo d’uomo che si faceva notare. Sfiorava i centottanta centimetri d’altezza, i capelli scuri e indomabili, proprio come lui, il viso quasi celato da una barba scomposta e ammirava il mondo attraverso gli occhi castani. Amava viaggiare, era stato in molti posti, guidato soprattutto dalla curiosità che lo divorava e che avevo sempre trovato affascinante.

Sebbene Stefano non possedesse una fisicità imponente, ma piuttosto asciutta, le donne lo guardavano. Gli passavano accanto e poi prendevano a fare commenti tra loro, di solito seguiti da risate smorfiose. Alcune restavano a bocca aperta, altre si sentivano più impavide e osavano occhiate sensuali, spesso lascive. Ciò non mi destava fastidio, anzi, a volte ci divertivamo a prenderle in giro. Mi teneva per mano e ricambiava gli sguardi con lo stesso erotismo, poi scoppiavamo in fragorose risate che le indispettivano.

Stefano mi faceva ridere, tanto. Godeva di una personalità travolgente, con lui ogni giorno era diverso. Non potevamo considerarci affini riguardo ai nostri interessi. Lui adorava il silenzio, la quiete e le lunghe passeggiate. Da parte mia vi era una maggiore elasticità nello scegliere come trascorrere le nostre serate. La verità era che non prestavo alcuna attenzione a quale fosse la sua alternativa, bastava fossi insieme a lui. Tuttavia, spesso davo inizio a un litigio, provando a imporre la mia idea. Immagino che fosse più per principio che per voglia. In questo modo volevo evitare che Stefano prendesse il sopravvento, alimentando ancora di più il proprio bisogno di predominare. Non era uno al quale piaceva sentirsi dire di no.

Spesso il suo lavoro lo portava lontano da me. Amava la montagna, la natura, i paesaggi e la fotografia. Era riuscito a racchiudere tutte queste passioni in un unico impiego, perciò, andava su e giù per l’Italia mettendo le proprie conoscenze a disposizione di quanti lo seguissero.

Vivere a Napoli era stata una mia decisione. Fu l’unica volta in cui vidi Stefano accettare qualcosa che in realtà non gli andava per niente a genio, senza battere ciglio o protestare. Sapeva quanto io fossi legata a questa città e a tutti i suoi vicoli. Eravamo entrambi nati all’ombra del Vesuvio, eppure, c’era qualcosa nelle origini di Stefano che lo disturbava profondamente. Non ho mai scoperto di cosa si trattasse. Ciò che avevo compreso negli anni, con mia amara sorpresa, era che non tutti gli abitanti di questo luogo magico, scenario di tante avventure e preda dei più illustri riflettori, provano piacere a specchiarsi nelle sue acque e a respirare i suoi profumi. Stefano era uno di loro.

Visti da fuori, Stefano e io sembravamo diversi, come l’acqua e il fuoco, come l’aria e la terra, o più esattamente, come il mare e la montagna. Mi piaceva considerarla una peculiarità solo nostra, un punto di forza. Mi sembrava quasi poetico. Tutti lo conoscevano come uno spirito libero, un uomo non avvezzo alla routine ed erano al corrente delle sue difficoltà a rapportarsi con le comuni convenzioni sociali. Non si sarebbe mai sentito a proprio agio stretto tra quattro mura. Il fatto che avesse acconsentito a vivere con me, che fosse stato proprio lui a proporlo, mi rassicurò sulla validità del nostro rapporto.

C’eravamo conosciuti una sera, in un bar. Eravamo a Bagnoli, un quartiere di Napoli. Lui si fiondò verso di me, come un missile contro il proprio obiettivo, mentre io lo tenevo a distanza, vanificando ogni suo tentativo di approccio. Notai subito quanto fosse bello, ma la mia incurabile diffidenza mi portò inevitabilmente ad avanzare per gradi. All’epoca avevo ventidue anni, ma ero sempre stata dotata di un’ingente dose di responsabilità e raziocinio, anche per questo Simona e io funzionavamo alla perfezione insieme. Lei era impulsiva e istintiva, io composta e razionale. Simona mi aiutava a lasciarmi andare quando serviva, io le indicavo come controllarsi nei momenti in cui la sua prorompente allegria rischiava di causarle dei problemi.

Il ragazzo appoggiato al bancone del bar mi offrì il drink che avevo ordinato e attaccò bottone con un semplice ciao. La sua voce era profonda ma piacevolmente leggera, nel palmo reggeva un bicchiere pieno per metà di un liquido trasparente, probabilmente vodka o gin.

Mi invitò a sedermi insieme a lui e così raggiungemmo il tavolo vuoto più vicino. I suoi modi erano cosparsi di una potente dose di gentilezza.

Ci sapeva fare. Ci sapeva fare, eccome.

Mentre mi parlava non potevo fare a meno di notare le sue labbra, non troppo carnose, e il suo sorriso. Ti stendeva.

Quando allargava la bocca, i suoi occhi castani, che si specchiavano perfettamente nei miei, brillavano, producendo delle pieghe deliziose appena accennate che li circondavano. Il viso era contornato da una barba imprecisa e moderatamente lunga. La fronte, in perfetta armonia con le dimensioni del volto, tracciava delle visibili increspature, omaggiandolo di un’aria vissuta che si lasciava ammirare, nonostante i suoi venticinque anni.

Sei anni dopo era ancora lo stesso, soltanto le rughe, che prima si mostravano appena, adesso erano più profonde, accrescendo la sua bellezza.

Ad ogni modo, fu quando vidi le sue mani, grandi e bellissime, che decisi di concedergli una possibilità.

Concordammo un appuntamento per la sera seguente in un ristorante spagnolo in via Chiaia, mi resi conto subito che avrei trascorso una delle più belle serate di tutta la mia vita. Col senno di poi, ero giovane. A ventidue anni si tende ad etichettare molte cose come le più belle della nostra vita, ciò nondimeno, da quella sera Stefano e io non ci siamo più separati.

Nel corso degli anni trascorsi insieme avevamo avuto degli alti e bassi, come qualunque altra coppia. In seguito, negli ultimi mesi, avevamo deciso di portare la nostra relazione a un livello superiore, perciò, andammo a vivere insieme. Non ci siamo sposati, come gran parte delle persone che ci stavano intorno ci consigliava, prima fra tutte mia madre, perché entrambi non consideravamo il matrimonio un’opzione valida. In fondo, non c’era molta differenza. In entrambi i casi era previsto che vivessimo sotto lo stesso tetto, dunque, scegliemmo di non complicarci la vita. Mai scelta fu più sensata.

Tornando a quel giorno, le udienze in tribunale erano durate meno del previsto, e poiché non avevo accumulato del lavoro arretrato da sbrigare, potevo considerarmi libera per il resto della giornata. Sapevo che Stefano non sarebbe rincasato prima delle otto, perciò, le successive cinque ore erano tutte per me.

Immaginavo di tornare a casa, immergermi nella vasca da bagno e rilassarmi con un buon caffè.

Giunta dinanzi al portone del palazzo, all’interno del quale si trovava il mio appartamento, avevo la strana abitudine di alzare la testa e puntare verso le finestre della camera da letto. Non so perché lo facessi, ma era diventato un gesto incondizionato. Quando alzai lo sguardo quel giorno, però, notai qualcosa di strano. Le tende, oltre i vetri, erano gonfiate dal vento che penetrava dalle imposte spalancate.

“Devo aver dimenticato di chiuderle stamattina” pensai, mentre lo scatto della serratura del portone mi consentiva l’accesso all’androne condominiale. Salendo le scale, per i due piani che mi separavano dalla porta d’ingresso dell’abitazione, tentavo di ripercorrere mentalmente tutti i movimenti eseguiti prima di uscire. Mentre inserivo la chiave nella serratura, cercavo ancora di focalizzare nella mia mente l’immagine di me che chiudevo le finestre, quando sentii dei rumori provenire dall’interno dell’appartamento. Mi affrettai a lasciare la borsa sulla solita poltrona del salotto e imboccai il corridoio a sinistra, attenta a evitare il minimo scricchiolio del parquet. A mano a mano che mi avvicinavo alla soglia della mia camera da letto, i rumori divennero brusii, poi sospiri, finché non realizzai che si trattava di versi osceni.

La scena alla quale fui costretta ad assistere mi gelò il sangue nelle vene e mi lasciò immobile, ferma come il marmo, intanto i miei occhi si adoperavano per mettere a fuoco ciò che stava accadendo. La prima cosa che riconobbi fu l’immagine di una schiena nuda, perfettamente delineata, ricoperta di capelli rossi che ondeggiavano lussuriosi. Un groviglio di corpi nudi aveva preso possesso del mio letto, e fui sbalordita nell’apprendere che le gambe tra le quali Stefano era impegnato ad insinuarsi non erano le mie.  Appartenevano a Francesca, la barista sexy per l’intera componente maschile del nostro gruppo di amici. Lavorava nel pub presso il quale spesso Stefano amava concludere le sue escursioni. Francesca era un’avvenente ragazza dagli occhi di ghiaccio. In più di un’occasione mi aveva dato modo di percepire quanto il mio fidanzato non le risultasse indifferente. Ogni volta che provavo a farlo presente a Stefano, lui mi zittiva facendomi notare quanto fossi ridicola a pensare una cosa simile.

Fu quando li vidi dimenarsi, sdraiati l’una sopra l’altro, che mi sentii davvero ridicola.

“Che ti avevo detto?” fu tutto ciò che mi venne in mente, e le parole mi uscirono di bocca prima che potessi rendermene conto.

D’improvviso, l’atto sessuale che si stava svolgendo in mia presenza si arrestò e tutti gli occhi furono su di me. La bianca pelle del viso di Francesca divenne ancora più pallida quando mi vide sulla porta, mentre lo sguardo del mio compagno era un miscuglio di sconcerto e terrore per essere stato colto in flagrante.

“Cazzo, Ginevra… giuro che posso spiegare tutto” urlò, intanto scacciò con violenza da sé il corpo di Francesca.

“Non scomodarti.” Feci per voltarmi e tornare verso l’ingresso. Sentivo dietro di me i suoi passi pesanti, mentre si affrettava a raggiungermi, sicuramente colmo di scuse volte a convincermi che potesse esserci un valido motivo per ciò che avevo appena visto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Stefania Cavotta
Sono nata a Nocera Inferiore, una cittadina in provincia di Salerno (Campania), il 28 Aprile 1986. Sono cresciuta coltivando le mie passioni e alimentando i piccoli focolai dell'immaginazione, fino a farli divampare solo dopo i primi due decenni della mia vita. La Radio, il mio primo grande amore. Speaker radiofonica per sei anni. Quasi contemporaneamente ho dato seguito all'incalzante desiderio di scrivere una storia. Quando avevo terminato, le cuffie ed il microfono avevano ceduto il posto ad un cartellino da timbrare ogni mattina. Da più di un anno, infatti, sono impiegata per un'azienda leader in Italia nel settore dell'assistenza a persone disabili o in condizioni di salute precarie. Allo stesso tempo, continuo a mantenere viva la fiamma dell'arte.
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