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Quel fiore ha la mia voce

Quel fiore ha la mia voce
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Consegna prevista Aprile 2022
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Una famiglia parecchio conservatrice, una società impegnata a badare unicamente alle apparenze e un amore dai tratti oscuri metteranno a dura prova l’animo della giovane Eliana Griffanti. In un mondo in cui chi vince è sempre chi riesce a fare la cosa giusta al momento giusto, Eliana sente il bisogno di ricercare la sua parte mancante più intima. Eliana toccherà con mano l’importanza di riscoprirsi umana rispecchiandosi in una natura ora più comprensiva e mai giudicante, ciò che le permetterà di comprendere a fondo la sua ragione d’essere.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di scrivere questo libro nasce dal mio profondo interesse verso i conflitti interiori e il dialogo con l’Altro. Sviluppare gli aspetti più intimi del personaggio principale della storia mi ha permesso di interrogarmi a fondo anche su me stessa. Credo profondamente nell’importanza delle interazioni umane, ciò che permette ad ognuno di noi di poter definire chi è in un contesto ricco e vivace.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Eliana. Eliana Griffanti, per la precisione. Alta circa un metro e settanta, a dire il vero un po’ meno ma, del resto, a scuola ho imparato che si arrotondano le cifre decimali per eccesso e quindi la sorte gioca a mio favore questa volta, capelli lunghi mori e un terribile difetto: non sto mai zitta. Sì, accidenti, è un difetto bello e buono perché mi è costato il posto di lavoro un paio di volte, a causa della brutta linguaccia che mi ritrovo. Mamma me lo dice sempre, eppure che posso farci? Mi avvicino ormai ai trent’anni, sono decisamente anticonformista e non voglio adattarmi alle regole non scritte di questa società. A casa mi vedono come una pecora nera, ma troppo eccentrica per avere realmente dei meriti. Beh, se non altro ho mandato a quel paese il capo dell’azienda il giorno del mio primo colloquio di lavoro, quando mi ha chiesto di presentarmi in ufficio l’indomani con un abbigliamento più provocante. Sembra poco? E poi non ho neanche tanto seno, ma che importa quando ti trovi davanti a delle assistenti uguali a burattini plastificati, capaci solo di rispondere: “Subito, signor Tarantini!”? Appena ho messo piede su quelle mattonelle lucide in travertino, ho subito capito che qualcosa non andava.

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Era come se sentissi dentro di me che io, appena venticinquenne all’epoca, con una coda spettinata ed il Rimmel sbavato, proprio non appartenevo alla categoria di posto per il quale avrei tanto sperato di lavorare. E poi, la ciliegina sulla torta sono state le calzature delle mie “future” colleghe: tacchi a spillo lucidi con tanto di pedicure appena fatta. Io avevo su scarpe semplici, non di marca e pure con le stringhe slacciate. Il bello è che, all’inizio, trovavo fuori luogo un tale abbigliamento e invece quella fuori luogo ero proprio io. Mi facevano ridere perché io nemmeno avevo quella vocina tutta stridula da tipica segretaria frustrata e la situazione era talmente imbarazzante che solo il mio buon temperamento mi ha potuto salvare. Sì, perché cara mamma e cara società, io sono molto più di una ragazzina “ancora troppo immatura per la vita reale”. Tornata a casa, ricordo che tutta la famiglia speranzosa mi guardava con occhi sognanti. “Allora, com’è andata?”, “Ti hanno assunta?”, “Quando cominci?”. Immaginate il cambiamento di espressione quando, fieramente, ho risposto a gran voce: “No, non era il lavoro adatto a me, penso che cercherò qualcos’altro”. Tra le espressioni di stupore, alcune visibilmente contrariate e altre minacciose, riecheggiavano le sagge parole di mio padre che, con un tono terribilmente maschilista, esclamava: “Eliana non ci siamo per niente, hai bisogno di un lavoro, non te ne rendi conto ma sei una ragazza sola e devi in qualche modo mantenerti. Io e tua madre continuiamo a dirti di trovare un uomo che possa garantirti una vita come si deve, ma tu sei sempre la solita e li fai scappare via tutti!”. Parole che mi hanno

colpita come un destro sulla mandibola, mi facevano tanto male e tutt’ora mi feriscono ogni volta che ci penso. Sarebbe stato tutto più semplice se avessi confessato loro quello che il capo mi aveva chiesto, che non ero disposta a vendermi per fare carriera o dividere i miei pranzi con delle sciacquette raccomandate, che indossavano tacchi a spillo e tubini neri che nemmeno avrei potuto permettermi. Sì, del resto sarebbe stato tutto più semplice se loro avessero saputo la verità, ma non potevo dire tutto in quel modo, così limpidamente. Qualcosa non andava, e ancora dovevo comprendere bene la triste realtà che mi avrebbe attesa una volta varcata la soglia della mia dolce e confortevole casa. Non ero pronta ad accettare i compromessi di una vita spesa per un uomo, che tutto poteva e tutto aveva, forse pure diritti sulla mia persona. Vi parlo di un’epoca tutt’altro che effimera, dove una gonna corta e delle gambe scoperte permettono di concludere al meglio un affare con un cliente miliardario, e il tuo unico scopo è semplicemente quello di fargli cacciare i soldoni che tanto servono al tuo capo. Capo che, il più delle volte, è divorziato e in cerca di conforto con della buona “carne giovane”, accuratamente selezionata in base all’età ed alla provenienza. Dei miei meriti non importava nulla a nessuno e nemmeno della mia laurea, purtroppo. La famosa “carta che canta” in quel luogo sarebbe valsa solo per pulire i vetri, o forse nemmeno quelli. Una questione complicata, sia per il mio orgoglio che per i miei sentimenti, ma qualcuno in famiglia sosteneva che la mia indole così rivoluzionaria derivasse da ciò che veniva definito come il ramo marcio di tutta la nostra stirpe, ovvero mia nonna. Una grande donna, davvero, per me un esempio di libertà e femminilità oltre gli schemi.

Nonna Ginevra era una vera libertina e bisognava badare al suo fascino perché si rischiava di rimanerne fulminati. Ribelle, sensuale, con la parlantina di una radio, e piena di malizia. Tutti in paese la conoscevano, era sulla bocca di giovani uomini invaghiti di lei e di giovani ragazze invidiose. Quando nonna Ginevra ti guardava, con i suoi occhi verdi e penetranti, non avevi scampo. Eri suo, letteralmente. Era capace di convincere chiunque a fare qualsiasi cosa, era la femme fatale tipica della letteratura decadente, un sogno vivo negli occhi di chi la conosceva anche solo attraverso le parole degli altri. Il suo nome, forse, aveva contribuito alla sua dannazione, ricordando la regina Ginevra, colei che in letteratura ebbe un’infelice tresca con il giovane Lancillotto. Mia nonna non era mai arrivata a quel livello e spesso mi veniva raccontato che rifiutò un gran numero di pretendenti, dato che non la convincevano. Ai suoi tempi era molto difficile essere donne libere perché avere un marito significava avere una protezione garantita per tutta la vita e, quando era giovane lei, il divorzio non

era ancora consentito. La sua bellezza era così ammaliante che persino lei se n’era quasi innamorata. Aveva il volto sottile, le labbra carnose che tingeva con un rosso cangiante, tipico del suo tempo, ed i capelli ramati che al sole diventavano come miele appena raccolto. La sua pelle delicata e chiara le conferiva un aspetto eternamente giovane, quasi immortale. Amava passare del tempo in solitudine, persa nei suoi mille libri di storia, sognando quelle epoche vive di spirito di cui tanto leggeva e sentendosi grata a tutte quelle donne che lottarono per la loro libertà. Leggeva costantemente e quelle giovani massaie, operaie che lavoravano tutto il giorno senza neanche un congedo di maternità, avevano ottenuto un posto nel suo cuore, perché lei era quei corpi, quell’anima condivisa nella quale solo una donna potrebbe riconoscersi. Erano le storie di guerriere, molte delle quali violentate e che dovevano crescere figli di cui non si sentivano madri, abbandonate alla schiavitù della vita ed a un mondo ben più maschilista di quanto possa esserlo oggi. Un mondo in cui essere donna era una colpa, un gradino in meno escluso dalla scala sociale su cui uomini falsi e corrotti si arrampicavano, a discapito dei più deboli. Le donne ricche avevano sempre una copertura e l’aspirazione massima per loro era essere una buona madre di famiglia, un angelo del focolare che si prendeva cura del marito e dei figli, perpetuamente. Quelle povere invece avevano la schiena in frantumi, le mani rovinate e sporche di terra; tornavano a casa la sera e nemmeno avevano la certezza di un pezzo di pane in tavola. Malate, stanche, trafitte da una condizione talmente dolorosa e da cui non avevano scampo.

Guardo spesso le foto di nonna, specie perché non ve ne sono mai state del suo matrimonio e me ne sono sempre chiesta il perché. Si trattava di un argomento spinoso, di quelli che fanno sorgere una smorfia di fastidio e disgusto sui volti di chi sta intorno a te nel momento in cui anche solo si sfiora l’argomento. Forse è proprio per questa ragione che nonna era così odiata da tutti. C’è voluto qualche tempo prima di sapere che nonna avesse abbandonato sull’altare mio nonno dopo aver già avuto mio padre. Il loro fu un triste matrimonio riparatore, dato che mio padre nacque un po’ troppo in anticipo rispetto alla consuetudine. Nonno era innamorato di lei, si erano conosciuti per caso alla chiesa del paese e si erano subito piaciuti. Lui ricorda quell’incontro come il più bello della sua vita, tuttavia conserva sempre una lacrima di rancore per il torto subìto. Già, lui lo vede come un torto, eppure non riesce a comprendere che forse la ragazza di cui era innamorato, non ricambiava allo stesso modo i suoi sentimenti. Del resto, ognuno di noi ama a proprio modo ed il conflitto nasce quando si hanno modi di amare diversi. L’assenza fisica dell’uno non giustifica necessariamente un’assenza di sentimenti; allo stesso

modo, la continua presenza fisica dell’altro non è necessariamente garanzia di un amore sincero e disinteressato. Forse ai tempi di nonna l’amore era più una necessità che un sentimento condiviso. Del resto, lei era una libertina, cresciuta con ideali che nulla avevano a che vedere con la mentalità comune della società in cui viveva. Penso spesso a quanto debba essersi sentita odiata, fuori posto, esclusa da tutti e quanto lottare fosse maggiormente difficile per lei, specie perché non poteva contare sull’appoggio di nessuno. Probabilmente non avrebbe nemmeno potuto contare sull’appoggio del suo amato perché non condividevano quasi nulla. Allora, forse, lei non lo ha mai amato davvero? Si tratta di una questione ancora torbida e forse mio nonno continua a sentire il peso di questo rifiuto, un affronto davvero troppo grande considerati i tempi. Così, si trovò a crescere una famiglia da solo, senza la madre di suo figlio, sparita chissà dove. Qualche settimana dopo ricevette una lettera scritta a mano, dove trovò delle scuse ed un sincero invito a ricominciare la sua vita ed essere felice. Non vi era firma, e la carta era stropicciata. Quasi certamente era nonna, forse piena di vergogna, tanto da non avere nemmeno il coraggio di scrivere il proprio nome. Nonno la conserva ancora, quella lettera, e spesso piange da solo ripensando a quel giorno che avrebbe dovuto essere il più bello della sua vita e che invece nemmeno esiste più. Mi si stringe il cuore quando penso a tutta la sua sofferenza, perché in vero lui era innamorato perso di lei e si è ritrovato col cuore spezzato. Se nonna fosse ancora qui, le direi che nonno non era come quegli uomini capitalisti, che sfruttavano le giovani in fabbrica e che le privavano dei loro diritti fondamentali. Nonna avrebbe dovuto sapere che c’era molto di più in quella storia d’amore, che sarebbe stata rispettata fino alla fine della sua esistenza e che avrebbe avuto una famiglia felice, dei figli a cui avrebbe trasmesso quei valori per cui tanto aveva lottato. Avrebbe potuto rendere giustizia a tutta la sua sofferenza, perché nonno la accettava così com’era e non era necessario che cambiasse qualcosa di sé. Erano loro, legati per sempre attraverso il matrimonio e nessuno li avrebbe mai potuti separare. Eppure, non posso negare a me stessa il pensiero che forse lei avesse paura proprio di questo: essere costretta a rimanere in una gabbia per tutta la sua vita, schiava di un mondo in cui per lei non c’era posto. Il matrimonio non faceva per lei, sarebbe stato come un cappio al collo, un ostacolo per la sua vita da eterna nubile. Con un figlio, poi, ma che decise di non riconoscere mai.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Beatrice Ponticelli
Mi chiamo Beatrice Ponticelli, sono nata a Piacenza e vivo in città con la mia famiglia e la mia cagnolina. Fin da piccola ho avuto interesse per la scrittura e la lettura e, col tempo, ho cominciato ad appassionarmi anche a questioni sociali. Ho un carattere piuttosto riservato ed emotivo, ciò che mi ha portata a ricercare l'essenza delle cose nonostante i mille veli sotto cui esse possano essere nascoste. Adoro, infine, cimentarmi in lavori manuali e coltivare hobby che diano un significato alla mia felicità.
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