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Quel che le mani dicono

Quel che le mani dicono
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Consegna prevista Agosto 2022

Annalisa e Francesca non si conoscono e probabilmente le loro vite mai si sarebbero incrociate, se non a causa di anomale circostanze.
Annalisa ha origini argentine e sta all’ultimo anno di Belle Arti a Firenze. È determinata a diventare una pittrice, nonostante la contrarietà dei genitori, almeno fino a quando la pandemia non fa vacillare le sue certezze e le insinua un dubbio pietrificante: a cosa serve l’Arte in un mondo che va a rotoli?
Francesca è un’anziana senza figli né marito che si è trasferita di propria iniziativa in una Casa di riposo. Un caso come altri, se non fosse che nasconde un’identità segreta.
Le loro storie si intrecciano quando cominciano a scriversi delle lettere tramite un sito online pensato per gli ospiti delle residenze per anziani. Rapidamente si instaura fra loro un legame speciale in cui entrambe si sentono libere di confessarsi sogni, paure e rimpianti. Ma il virus, che in un primo momento resta sullo sfondo, irromperà nelle loro vite stravolgendole…

Perché ho scritto questo libro?

Come Annalisa, anche io ho scritto una lettera all’ospite di una casa di riposo. Non ho mai ricevuto risposta, ma da quel momento in poi la mia mente ha preso ad interrogarsi su come si sarebbe potuta svolgere quella fantomatica corrispondenza. Mi è sembrato uno spunto interessante per una storia ma il genere in cui cimentavo allora, il racconto, non mi sembrava adatto. Una mattina a colazione ne ho parlato con mio marito che ha confermato il mio presentimento. Quella era una storia da romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Io i nonni non ce li avevo e nemmeno li avevo conosciuti. Forse per questo, quello che stava accadendo mi turbava più che ad altri. Gli anziani che continuavano a morire “come mosche”, per usare un’espressione che si sentiva spesso in quei giorni, e senza che nessuno potesse salvarli, avrebbero potuto essere i miei nonni. In ogni volto che appariva in televisione io intravedevo qualche somiglianza, anche in quelli che oggettivamente poco c’entravano con i miei tratti. Per dire, se gli occhi erano neri, allora era la forma a goccia che mi ricordava i miei, che sono invece celesti. Se la bocca era larga e sottile, era il sorriso che plasmava e le pieghette agli angoli delle labbra che mi portavano a fantasticare su una qualche improbabile parentela con me, che ce l’ho invece piccola e tonda. Le dimensioni delle narici, lo spessore delle sopracciglia, la pendenza dei lobi delle orecchie, la spaziosità della fronte. Ogni dettaglio che mi affannavo a scoprire accorciava la distanza fra me e quegli sconosciuti che avrebbero avuto bisogno di una nipote quanto io di un nonno o di una nonna. Ma anche di un figlio, un famigliare, un amico o di una persona qualsiasi che non li lasciasse da soli con la morte. Ed era questo il dramma che più mi sconvolgeva, mi sconcertava, mi indignava, che morissero nel modo più terribile che si possa immaginare; con le mani fredde e senza nessuno che gliele scaldasse.
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Magari, altre persone, guardando le loro immagini avrebbero potuto pensare che era tragico, indicibilmente triste, ma poi si sarebbero consolate sapendo i loro nonni al sicuro, nel presente oppure fra i ricordi in cui li avevano eternizzati. Io però sentivo quasi un legame diretto con loro e provavo una fitta al cuore ogni volta che ci pensavo.

Perché la natura si fosse accanita con loro non riuscivo a capirlo. Specie con quelli a cui non era rimasto quasi niente e che avevano dovuto abbandonare la propria casa, la propria indipendenza, a volte anche la stessa dignità. Quelli dentro alle residenze, che spesso ci erano arrivati portati di peso dalle loro famiglie, convinte che in quel posto avrebbero trovato tutte le cure necessarie. Purtroppo, non avevano fatto i conti con quello che nessuno poteva prevedere, e cioè che quelle cure sarebbero venute a mancargli nel momento in cui più ne avevano bisogno. Io però che potevo farci? Certo, come credente, potevo mettermi a pregare seguendo l’esempio del sommo pontefice. Come privata cittadina, potevo rispettare le regole che ci erano state imposte per vegliare sul bene comune e impedire il proliferare della malattia. Non uscire eccetto che per andare al lavoro, a fare la spesa o in farmacia, fino a nuovo avviso o almeno per altre due settimane. Come dipendente di un supermercato, potevo disinfettarmi le mani e i guanti sia prima che dopo aver passato i prodotti sul nastro e usato la cassa. Come studentessa universitaria, potevo mettercela tutta per non permettere che le nuove modalità in linea ritardassero la data della mia laurea. Anche se non mi era chiaro a che cosa avrebbe potuto servirmi una laurea in belle arti, in quel mondo allo sfascio. Non ero mica un futuro camice bianco. Non avrei di certo risolto tutto con una pennellata. Forse, avrei potuto lasciare una traccia indelebile di quello che stava accadendo su una tela capace di trascendere il tempo, così come lo avevano fatto Schiele, Munch e Otto Dix durante la Seconda guerra mondiale. Un monito per le future generazioni. Ma io non ero nessuno dei tre e anche il loro stile per quanto mi sembrasse crudo e coraggioso, non assomigliava affatto al mio, più sobrio, più discreto e probabilmente ancora acerbo. I miei bozzetti non erano tormentati, non erano intrisi d’angoscia, disperazione e paura, emozioni che mi guardavo bene dall’esprimere attraverso la pittura. E se anche la mia pittura fosse stato un canale appropriato per certe emozioni, dubitavo che sarebbe stata in grado di trascendere il tempo. Allora io, come Annalisa Minello, che non ero e mai sarei stata un’infermiera, una dottoressa, un’operatrice sanitaria, che ero una semplice cassiera e aspirante pittrice, che cosa potevo fare? Non lo sapevo, ma sapevo di non star facendo abbastanza.

Mentre i media continuavano a mettere in evidenza ciò che non andava fatto, il mio senso di impotenza cresceva. Alcuni dicevano che salvare il mondo non era mai stato così semplice. Non dovevamo fare assolutamente niente. Anzi, più stavamo fermi e meglio era. Mai nessuno era diventato un eroe restando a casa, spaparanzato comodamente sul divano, eppure questo era stato chiesto alla popolazione, di cogliere quest’opportunità unica se non irripetibile nella storia. Non ci chiedevano mica di imbracciare il fucile ed andare a morire in un campo di battaglia. Quella, però, aldilà di essere un’efficace strategia di comunicazione (Salvate il mondo dal vostro divano! Restate a casa!) non corrispondeva alla verità. I media sbagliavano. Rimanere immobili nel bel mezzo di una tempesta non è affatto semplice. Restare a guardare le fiamme che divorano pian piano il cornicione, le mura e infine le fondamenta della tua casa senza muovere un dito non è semplice. La paura può immobilizzare ma solo per un breve momento, poi sorge l’istinto naturale di scappare, gridare aiuto, lottare. Insomma, di agire. Ed è per questo che anch’io avevo un bisogno disperato di fare qualcosa.

Era passato un mese ormai da quando avevano chiuso le università e le lezioni erano passate in modalità online. Un paio di settimane dopo, era ormai chiaro che la situazione non sarebbe ritornata tanto presto alla normalità e le mie due coinquiline avevano preferito tornarsene a casa dei genitori. Sia per risparmiare sulle spese dell’affitto e delle bollette, sia perché tutti sentivano l’impellenza di stringersi attorno ai propri cari. Nei momenti di forte incertezza uno tende sempre a tenersi strette le poche certezze che si hanno. Io, d’altra parte, dovevo pagarmi gli studi da sola, e non potevo lasciare il mio lavoro, specialmente avendo la fortuna di lavorare in un supermercato il quale, fornendo beni di prima necessità, non era fra le attività che erano state obbligate alla chiusura. Il patto con i miei genitori era stato chiaro. Loro mi avrebbero pagato l’università solo a condizione che avessi scelto degli studi che mi garantissero un lavoro non appena conseguito il titolo. Professioni richieste dal mercato del lavoro, quindi, e meglio ancora se ben remunerate. Avevano provato a lungo a farmi cambiare idea.

“Che cosa ci fai con belle arti, me lo spieghi?” aveva chiesto mio padre il giorno che mi ero fatta coraggio e gli avevo confessato il mio piano per i prossimi tre anni.

“Se ho fortuna posso diventare una pittrice e vivere di quel che guadagno vendendo i miei quadri, o esponendoli alle mostre…Se mi va male invece posso sempre ripiegare sull’insegnamento.”

“Se ogni tanto scendessi dalla tua nuvola, ti accorgeresti che fare l’insegnante non è per niente facile in questo paese. Gli insegnanti sono dei precari. Per una cattedra devi aspettare i quaranta o anche i cinquant’anni. Per non parlare dei loro stipendi, che sono da miseria. Guadagno più io facendo l’elettricista! La cultura non paga, Annalisa…”

“Ormai ho deciso. So che tu non mi hai mai incoraggiata, hai visto qualche mio disegno ultimamente? Non pretendo che tu capisca né ti sto chiedendo di aiutarmi. Mi manterrò da sola.”

“Ah, vediamo quanto duri. Da me non avrai un soldo.”

Mamma invece, abituata a fare da paciere, aveva provato a trovare un compromesso. Si era a lungo informata su internet e aveva letto che quella del Disegnatore grafico era una professione che permetteva di sviluppare la propria creatività e allo stesso tempo spendibile sul mercato del lavoro. Era riuscita anche a convincere mio padre, che in un primo momento aveva scartato tutto ciò che riguardava l’arte e il disegno. Ma facendo leva sul fatto che era una professione del futuro, che si lavorava al computer e non con fogli e matite, e che non era poi così diverso dall’informatico, l’unico riferimento più vicino alla realtà di mio padre, lui alla fine aveva ceduto. Mamma, però, che conosceva soprattutto il mio lato docile e che non aveva mai dato problemi, ignorava la testardaggine di cui potevo essere capace.

Me la annunciarono come una grande notizia. Pensavano che mi sarei messa a saltare su un piede solo. Mio padre inoltre credeva che fossi in combutta con mia madre e che avessi accettato quel compromesso prima ancora che lo facesse lui. Se chiudo gli occhi rivedo la faccia di mia madre e la sua espressione sorpresa, smarrita, sinceramente confusa, fu la carta che probabilmente, se solo l’avesse giocata meglio, sarebbe stata in grado di vincere la mia risolutezza. Ma quell’aspetto del mio carattere era praticamente nuovo per lei e non sapeva come gestirlo né tanto meno tenergli testa. Per un momento tentennai. Lei era convinta che avrei detto di sì. “Ma non capisco, così potrai continuare a disegnare. Non sei contenta? Ti pagheremo noi gli studi.” Poi si arrese, si arrese troppo presto, ma questo non lo sa, se avesse insistito un po’ più a lungo con quegli occhi mesti e sgranati quasi sicuramente avrei detto: Va bene, avete vinto voi! Ma la presi in contropiede e così alla fine mi disse: “Ok, Annalisa. È la tua vita. Ma non aspettarti nessun aiuto economico. Lo sai come è tuo padre. Io ci ho provato, oramai ho le mani legate”. Era la mia vita, aveva ragione, ed era per questo che ero stata così irremovibile. Dipingere era la mia vita, e non gli avrei mai voltato le spalle. Questa fu una delle numerose occasioni in cui avevo sentito la mancanza dei nonni. Sapevo che loro sarebbero stati comunque dalla mia parte e che mi avrebbero sostenuto anche se questo significava andare contro i loro stessi figli.

Mi diplomai con un bel cento. E quella fu un’altra occasione per mia madre per tornare alla carica con mio padre, imbrigliare il suo malcontento, provare a sciogliere la sua rigidezza. Io però, a quel punto, ero determinata a cavarmela da sola. Avevo come il sospetto che se fossi stato un ragazzo, mia madre non si sarebbe tanto battuta per me, avrebbe dato per scontato che potevo farcela, e che mio padre mi avrebbe già mandato via di casa ancora prima di cominciare l’accademia. Riuscii a prendere la borsa di studio grazie alla fascia di reddito in cui si inserivano i miei genitori e così avevo già risolto metà del problema. Avevo diritto alla mensa, dove potevo fare un pasto gratuito al giorno mentre l’altro lo pagavo una sciocchezza, e mi davano inoltre un assegno ogni mese per coprire il resto delle spese. Non avevo ottenuto l’alloggio, però. Per riuscire a rientrare con i conti dovevo proprio trovarmi un lavoro. Per il resto si trattava solo di stringere un po’ la cinghia, diventare un po’ più oculata al momento di fare acquisti. Oltretutto, io non avevo mai avuto la passione dello shopping. Gli unici materiali in cui investivo da sempre quasi tutti i miei risparmi erano quelli da lavoro: tempere, matite, fogli, pennelli, tele e tavolozze. Dopo aver lavorato per un po’ in una pizzeria, fui assunta dal supermercato della strada dove vivevo in affitto. I rapporti con i miei genitori si erano inevitabilmente raffreddati. Mio padre voleva darmi una lezione ma le cose non erano andate come lui sperava. Io non ero tornata sulle mie scelte, anzi, andavo dritta per la mia strada senza il suo supporto. E ci riuscivo senza troppa fatica. Ma quando le tragedie si infiltrano nella nostra quotidianità, tutti i principi a cui ci eravamo cocciutamente afferrati e di cui avevamo portato fieramente la bandiera, ci appaiono in tutta la loro futilità. E ci mettiamo due secondi a liberarcene, nonostante il tempo impiegato per difenderli sia stato di gran lunga maggiore. Una volta crollati ci sentiamo nudi, eppure meno ridicoli che con quella possente armatura addosso che irrigidiva tutti i nostri movimenti. Ciò che rimane, siamo noi.

Così quando ero rimasta da sola nell’appartamento, non tardai molto a ricevere la telefonata di mio padre.

“Non so bene cosa stia accadendo. Guardo il telegiornale e non ci si capisce niente. Ma in una situazione così la famiglia dovrebbe rimanere unita. Non sto bene a saperti da sola. Torna a casa.” Quando risposi al cellulare, non mi aspettavo di sentire la sua voce. Ultimamente ci sentivamo solo per messaggi ed era più mamma che chiamava per telefono. Non pensavo sarebbe mai passato sopra al suo orgoglio e anche in una situazione del genere credevo che non sarebbe mai stato così diretto, ma che al limite ci avrebbe girato un po’ intorno lasciandomi indovinare il seguito. Invece me l’aveva detto senza giri di parole, senza prima preparare il terreno, senza farmi credere che lui era quello generoso e che quella fosse una gentile concessione: Torna a casa. Papà, apprezzo la tua generosità, ma sto bene. In un caso diverso, avrei potuto rispondere così, ma lui non aveva usato parole che lasciassero intendere che quella richiesta fosse per il mio bene. Era per il bene di tutta la famiglia, il suo compreso. Non mi stava dicendo: torna a casa perché so che hai bisogno di noi. Mi stava dicendo che lui aveva bisogno di sapere la famiglia unita, al sicuro. Se avessi risposto di no, sarei passata io da egoista. Da quella che non ha afferrato la gravità della situazione né delle ripercussioni che potrebbero esserci. Di quanto era precaria la nostra condizione in quel momento e che da un giorno all’altro avrebbe potuto essere troppo tardi per qualunque cosa. Cercai una via di fuga.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Trama molto coinvolgente e solo leggere l’anteprima ha suscitato in me la curiosità di scoprire l’evoluzione di questa  amicizia nata per corrispondenza in un periodo particolare come la pandemia.
    Molto consigliato!

  2. Carmen Cavallo

    (proprietario verificato)

    Bellissima storia di un’amicizia tra due donne, di generazioni e vissuti completamente diversi che si uniscono sotto lo sfondo comune della pandemia.

  3. Una storia originale ma sopratutto di grande impatto emotivo! Consigliatissima!

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Estefania Mejia Negrete
Nata in Ancona nel 1991 da genitori peruviani, la comunicazione e il racconto dei luoghi fra cui mi divido diventano una necessità ancor prima che un lavoro. Poi, grazie all’incontro con la letteratura scopro che esiste un linguaggio universale capace di andare oltre qualsiasi barriera e me ne innamoro. Paladina delle cause perse, muovo i primi passi nel settore del giornalismo e della cooperazione internazionale con il sogno di riuscire a “cambiare il mondo”. Oggi provo ancora a farlo, ma un lettore alla volta. Per anni mi sono dedicata alla scrittura di racconti, alcuni pubblicati in riviste letterarie latinoamericane e in un blog anonimo in cui mi mostro solo di schiena. Dopo aver vissuto a Lima e a Parigi, ora risiedo nuovamente in Italia. Il viaggio attraverso la scrittura per me rimane, fra tutti, il più bello. Quel che le mani dicono è il mio primo romanzo.
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