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Quel che i lupi mangiano

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Consegna prevista dicembre 2019

Un cacciatore sulle tracce della bestia che ha sterminato la sua famiglia, una cuoca con un grosso problema da risolvere, una scrittrice triste in una città straniera. E poi un paladino che perde il senno, un uomo che incontra la Morte e una skater che vende incubi.

Trentuno racconti che spaziano dall’horror alla fantascienza, dall’erotico al drammatico, passando per la parodia di grandi classici letterari e i racconti di vecchie leggende indiane.

E poi Bologna, la dotta, la grassa Bologna, dove vivono e sognano metallari e cantastorie, streghe e studenti fuori corso. Sesso, speranza, solitudine e molte altre cose meravigliose che non iniziano necessariamente con la lettera S. Lupi, soprattutto: lupi che divorano anime e persone ma che possono essere addomesticati da piccoli eroi armati di coraggio e fantasia.

Perché ho scritto questo libro?

Mi piace osservare il mondo che mi circonda alla ricerca di piccoli particolari per poi ricamarci sopra e costruirci delle storie. La cura con cui una vecchia signora si sistema la manica della giacca, il tono di voce di un uomo arrabbiato al telefono, il modo in cui d’estate, verso le sette di sera, la luce colpisce i palazzi rossi del centro di Bologna. L’amore per il racconto breve nasce dalla mia passione per i dettagli e per l’ironia delle vicende umane che si intrecciano in un gran casino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’anima dell’aglio

È vero, zio Stojil, ho visto una fata che ha trasformato un tizio in fiore” (il Piccolo Malaussène)

Guardo il burro sfrigolare in padella, passare dall’ordine geometrico e confortante del panetto al caos entropico dello strato bollente di grasso sul fondo di metallo. Il vitello è già pronto vicino ai fornelli, la nonna l’ha tagliato a tocchetti e infarinato per bene. L’altro giorno ho chiesto alla mamma perché quando mi accompagna a trovare la nonna lei non sale mai. Avevo appena finito di fare colazione e lei fumava una sigaretta aspettando che le si asciugasse lo smalto. – Perché tua nonna è una stronza – ha risposto, per poi imprecare sottovoce per aver detto una parolaccia davanti a me. – Scusa, tesoro, a volte mi scappano. Comunque, tua nonna è una persona inaffidabile, ed è anche un’alcolista. Non credere nemmeno a una delle parole che escono dalla sua bocca. A meno che non parli di cucina. Su quello ascoltala sempre. –

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– L’aglio si mangia tutto – mi spiega la nonna tagliandolo a metà. Abbassa la mano davanti a me per mostrarmi la strisciolina verde al centro dello spicchio. La estrae con la punta della dita e la butta via. – Tranne l’anima.
Getta l’aglio in padella con la carne e il pane raffermo. Io prendo un appunto mentale come faccio sempre quando vedo la nonna cucinare. Lei mi guarda e sorride. Non è vecchia e brutta come le nonne degli altri, che hanno la faccia raggrinzita, i capelli bianchi e la voce stridula. Mia nonna le rughe le ha solo intorno agli occhi e sul collo, e ha i capelli ancora neri neri. – Vai ad apparecchiare, Bee – mi dice, e io corro al cassetto delle posate al quale arrivo solo con la fronte, cerco tastando le posate e comincio a disporle in tavola. – Prendi il servizio buono, quello con le roselline.
– Mamma dice che il servizio buono va tirato fuori solo se viene il Papa.
La nonna sospira mescolando la carne e i pomodori schiacciati. Annusa i vapori che si levano dalla padella. Aggiunge del sale. – Tua mamma è una persona inaffidabile, ed è anche una drogata. Non credere nemmeno a una delle parole che escono dalla sua bocca. A meno che non parli di uomini. Su quello ascoltala sempre.
Versa un goccio di vino bianco in padella per far sfumare la carne e tracanna un sorso generoso dalla bottiglia prima di metterla a posto. Io guardo il vitello dorarsi e i pomodori ritirarsi e mi pare ancora che sia un miracolo, che la nonna sia un’alchimista che trasforma il piombo in oro e materia scura e appiccicaticcia in cibo divino mediante processi segreti. Non mi sarei stancata mai di guardarla. A dieci anni mi permise di prendere in mano un coltello e iniziò a svelarmi i segreti della sua arte. Imparavo bene. Già a undici anni cominciai a cucinare io per la mamma invece del contrario. Lei ne era contenta, cucinare rovina le unghie.
– Basta che non diventi una stronza come tua nonna – mi disse quando le confidai il mio sogno di diventare chef. Lei fumava seduta sul davanzale e io pelavo patate per il gateau. Fuori dalla finestra, New York urlava di piacere e dolore, come tutte le notti. La mia colonna vertebrale sentiva il suo richiamo e mi faceva prudere i piedi dalla voglia di andare. Così feci, qualche anno dopo. Passai a salutare la nonna e lei mi disse che mi voleva bene e mi offrì il primo sorso di sherry della mia vita. Lo accettai, bruciava come fuoco e sapeva di futuro e paura. Uscii barcollando nella notte e me ne andai.
Mi trasferii dall’altra parte della città e trovai lavoro come lavapiatti in una trattoria italiana. Dormivo nella cucina del ristorante e lavoravo quattordici ore al giorno. Per iniziare poteva andare. Vi risparmierò le storie alla Moll Flanders sulla mia ascesa, di come lavorai come una cagna in sedici ristoranti prima di essere assunta al Ritz, dove mi promossero sguattera da cucina e dove il grande Chef Marinez mi prese sotto la sua ala. Sono ricordi che sbiadiscono pian piano persino nella mia, di memoria, come tutta la mia vita fino al momento in cui ho incontrato Nick. Sapete com’è quando ci si innamora. Mi sentivo come se avessi vissuto tutti i miei giorni in una stanza al buio, fino a quando Nick era entrato e aveva acceso la luce ed era iniziata la musica. Quando ci sposammo mia madre e mia nonna si rividero per la prima volta dopo anni, e tutte e due videro Nick per la primissima volta in generale. Mia madre mi disse di stare in guardia. Mia nonna mi disse che il tacchino era troppo salato. Nick mi disse che mi avrebbe amata fino alla fine dei tempi e io nella confusione riuscivo a sentire solo lui. Mi piaceva baciarlo posandogli le mani sulle guance. Anche adesso mi verrebbe da farlo, in realtà, ma non ho voglia di sporcarmi di sangue. Sospiro. Prendo uno straccio da uno dei gancetti appesi al muro e inizio a pulire il coltello. È uno di quelli di porcellana, l’ho pagato molto e spero davvero di non averlo scheggiato. Lo metto a posto. Il piano della cucina è rimasto miracolosamente immacolato, è il pavimento a essere un casino. Di colpo mi viene da piangere, e non per il sangue per terra, ma perché mi sembra di vedere mia madre appoggiata al muro che fuma e mi ripete – Te l’avevo detto, Bee – con il suo solito tono. Deglutisco. Devo calmarmi. Nick è un omone e non può stare qui. Avrà anche irrimediabilmente macchiato il tappeto con le sue viscere e lo odio anche di più per questo, ma con l’odio credo di poter venire a patti, ora che ho sistemato la cosa. Il problema più urgente è di ordine pratico e fisico. Dove mettere Nick? Mia madre aspira un tiro infinito dalla Camel immaginaria e scuote la testa sorridendo. – Avresti potuto semplicemente ascoltarmi e non saresti dovuta arrivare a questo, Bee. Come lo vuoi far sparire adesso, un fottuto cadavere di un metro e ottanta?
– Mamma, puoi star zitta un attimo per favore? – strillo voltandomi verso l’allucinazione familiare. – Non riesco a pensare se continui a dirmi che hai sempre ragione!
– Tranne che sulla cucina – osserva mia nonna spuntando davanti ai fornelli. Ha gli occhi rossi come le fiammelle del gas e indossa il suo vecchio grembiule. – In quello sono io ad aver sempre ragione.
Guardo mia madre, poi mia nonna, poi Nick e per un momento non ricordo più chi sia reale e chi no. Poi vedo i coltelli sul piano della cucina e comincio a selezionarli con occhio esperto.
– Si mangia tutto – mormoro, – tranne l’anima.
– Prendo il servizio buono. Quello con le roselline – dice la nonna avviandosi verso la credenza. La mamma sbuffa e si accende un’altra sigaretta. Fuori New York ulula di paura e tripudio, come tutte le notti.

Atalanta

Quando l’orsa arrivò a prenderla sul monte Pelio, la bambina aveva già smesso di piangere e si guardava intorno curiosa. Non si scompose nemmeno troppo quando la bestia pelosa se la caricò sulla schiena per portarla da Artemide, che la affidò a una famiglia di cacciatori pronta ad allevarla. Sono cose che succedono in Grecia se nasci femmina e tuo padre vuole un maschio, poco importa che tuo padre sia il re e tu sia in effetti l’erede al trono, finisci sul monte Pelio e bona lì. A meno che, appunto, una dea non si impietosisca e ti fornisca un’altra possibilità, cosa a quanto pare in quel periodo succedeva relativamente spesso, in realtà, ma diciamo che un intervento divino richiede comunque una buona dose di gratitudine. Un salvataggio speciale richiede una vita speciale. E per fortuna Atalanta è, appunto, una ragazza speciale. Ovviamente, come tutte le principesse della mitologia, è bellissima. Come un sole al tramonto, come il mare di notte, come preferite voi. A me piace immaginarla con un taglio corto un po’ punk, ma io sono di parte. Insomma, Atalanta è splendida. Ma, ecco, il suo curriculum non si esaurisce qui.
A essere onesti la mitologia greca è piena di personaggi femminili a modo loro rivoluzionari. Pensiamo a Circe, scaltra maga dotata di un potere talmente grande da trasformare gli uomini in maiali (anche se c’è chi dice ci voglia molto meno). O a Medea, che non è esattamente il modello di principessa Disney carina e innocua. Ma Atalanta, scusatemi il francesismo, spacca veramente i culi. Diventa una cacciatrice abilissima, uccide a frecciate due centauri che la vogliono violentare (cioè, due centauri, ragazzi avete presente? Metà uomini e metà cavalli, mica è uno scherzo tirarli giù, quelli!), chiede addirittura a Giasone di partecipare alla spedizione per recuperare il Vello d’Oro. Ovviamente il nostro eroe non accetta, ma la storia gira e arriva all’orecchio del padre della ragazza, che, guarda un po’, si rende conto che avere una figlia femmina non è poi così male, se è tipo un’eroina ormai famosa un po’ ovunque. E siccome i genitori, si sa, pensano sempre di sapere ciò che è meglio per te, questo modello di padre decide che è arrivato il momento che Atalanta si sposi. – Eroina sì, zitella no però eh, che va bene consacrare la verginità ad Artemide ma dopotutto sei la figlia di un re e ti devi sposare, per Giove! – le fa, – e non mi dire che noi lo chiamiamo Zeus perché sono tuo padre e il re dell’Arcadia e dico quello che mi pare! – E dà un altro morso al cosciotto di montone che sta rosicchiando, infilandoci un poderoso rutto immediatamente dopo. Atalanta sta lì e abbozza ma sotto agli spike il suo cervello cerca di elaborare velocemente un piano. Vedete, un oracolo (a quel tempo ce n'era uno a ogni angolo) una volta le aveva predetto che sposandosi avrebbe perso tutte le sue abilità, e non era così propensa a rinunciare alle sue formidabili abilità. Perciò propone al padre un accordo: si sposerà, sì, ma solo con qualcuno in grado di batterla in una gara di corsa. Il padre, che si è stufato di tutte quelle chiacchiere femminili, accetta su due piedi per togliersela di torno, e a lei basta così. È abbastanza sicura della sua leggendaria velocità. È molto improbabile che un uomo possa batterla. Uhm… improbabile… forse “improbabile” non è abbastanza per andare sul sicuro. Sta per uscire dalla sala da pranzo quando si gira e fa – Ohi, pa’, pensavo… ma se mettessimo tipo una clausola per cui chi non riesce a battermi non mi sposa e poi muore?
– Sì, sì, quello che vuoi, quando arriva il secondo montone? – fa il re senza neanche ascoltarla. E così si decide: ogni pretendente di Atalanta deve gareggiare con lei. In caso di vittoria, la mano della fanciulla, in caso di sconfitta, la testa mozzata. Speriamo che alla De Filippi un’idea del genere non venga mai.
Molti uomini persero la testa per Atalanta da quel giorno in poi. Letteralmente, come potete immaginare. E non pensiate che fossero i primi arrivati nel quartiere, no no, erano re, guerrieri, tutta gente di prim’ordine: la sposa era bella, e poi, beh, a chi farebbe schifo ereditare un regno? Ma Atalanta correva più veloce di tutti, arrivava al traguardo con un sorriso di soddisfazione anche poco celato, si raddrizzava il bracciale con le borchie e andava in camera sua a sentire i Rancid. E va così per tutto il tempo, finché non arriva l’eroe della storia, Ippomene. Ippomene, come succede nelle belle storie, si innamora follemente di Atalanta e non gliene importa nulla che sia la figlia di un re, gli importa solo che deve trovare un modo di batterla nella corsa, perché è l’unico modo che ha per stare con lei, e senza di lei non può vivere. Cosa fanno in Grecia gli innamorati con problemi, a parte ubriacarsi di ouzo? Chiedono aiuto ad Afrodite, ovviamente! Che ce l’hai a fare una divinità per tutto se poi non chiedi aiuto? Il politeismo è come un governo tecnico, settoriale e fatto di gente che ne capisce. Comunque, la bella Afrodite dona a Ippomene tre mele d’oro (sì, quelle delle Esperidi, sì, come quella di Paride) e gli suggerisce di lasciarle cadere una a una durante la corsa. Ippomene è dubbioso, ma è la sua unica possibilità. Ringrazia la dea e torna a casa, a farsi il suo allenamento di corsa in attesa della gara.
Posso solo immaginare la tensione del ragazzo sulla linea di partenza. La donna dei suoi sogni che fa stretching accanto a lui, l’odore dei campi d’Arcadia, la prospettiva di una possibile morte violenta nella mezz’ora successiva, di certo non era tranquillissimo. Mi immagino i suoi amici al lato della pista pronti con le bocce di vino in caso di successo, tutti a mangiarsi le unghie e a fumare una sigaretta dopo l’altra. Ippomene guarda Atalanta. È bellissima mentre si aggiusta il polsino dei Misfits e fissa già il traguardo. Pronti, partenza, via, il ragazzo scatta in avanti e lascia cadere la prima mela. E il sortilegio, come succede nelle belle storie, funziona: la principessa si ferma spinta da un’attrazione irresistibile, deve raccogliere il pomo d’oro, non può lasciarlo lì, non è padrona di sé. Il cuore di Ippomene scoppia di gioia, e lo stesso succede con il secondo e il terzo frutto. Deve comunque correre forte, la ragazza rischia di recuperare, è davvero veloce e davvero incazzata. Ma è lui ad arrivare primo al traguardo, per un soffio. Atalanta ha perso, lo guarda e pensa “Oh, almeno è carino! E accidenti se corre!” e finalmente si abbandona. Si innamora perdutamente di Ippomene, e quando lo sposa non lo fa solo perché costretta dalle sue stesse condizioni. Ovviamente esistono molte versioni del mito, ma in ogni caso mi rifiuto di credere che una ragazza così si prenda un uomo solo perché incantata da gingilli dorati. Preferisco credere che sperasse già che vincesse, che abbia rimpianto le regole messe da lei stessa nel momento in cui Ippomene era apparso per la prima volta davanti ai suoi occhi. E adesso arriva la parte del mito che preferisco, come se tutto quello che avete letto finora non fosse meraviglioso abbastanza. Questa adorabile eroina, che non accetta di sposare un uomo che non sia alla sua altezza, e questo coraggioso ragazzo, che ricorre a ogni risorsa possibile per poterle stare accanto, fanno una brutta fine. Esatto, il loro grosso grasso matrimonio greco non è il finale della storia. Afrodite li punisce e li trasforma in leoni. Perché li punisce? Perché osano profanare il tempio di Cibele facendoci dentro l’amore, in un vortice di passione incontrollabile che li prende all’improvviso. Perché li trasforma proprio in leoni? Perché all’epoca si credeva che i leoni non si accoppiassero tra di loro, e non c’è modo più crudele e appropriato di punire Atalanta e Ippomene che impedirgli di divenire di nuovo una cosa sola. Perché questo finale amarissimo è la mia parte preferita del mito?
Perché provate a immaginarveli, questi due ragazzetti appena sposati. Provate a immaginare quale amore, quale desiderio assoluto e cieco li abbia invasi per spingerli a commettere un atto considerato così impuro. E dire che entrambi avevano le loro ragioni per essere grati agli dei, lo abbiamo visto. Io credo che non abbiano pensato neanche un secondo al fatto che fossero in un tempio, credo che fossero persi in un vortice di mani, occhi e capelli, che respirassero a fatica e si mordessero forte la pelle. Immagino Atalanta che si aggrappa alla schiena del suo uomo e gli stringe le gambe intorno al bacino, immagino Ippomene che le bacia il collo a bocca aperta e le tocca i seni, immagino che quando la dea gelosa li abbia trasformati in leoni non se ne siano neanche accorti. E se a voi è capitato di amare e perdervi in modo simile, è a voi che dedico la storia di Atalanta. Che vi sia di conforto se vi siete trasformati in leoni, è successo solo perché a volte le passioni fanno invidia agli dei. Oh, lo so che non è vero, che gli dei non esistono e che ci si allontana per mille motivi al mondo, ma se avete almeno una volta avete fatto l’amore nel tempio di Cibele sapete di cosa sto parlando, e siatene grati alle Moire.

La vera storia di Cappuccetto Rosso

…le prime disoccupate saranno le strade/e dei nostri sogni resterà solo un silenzio/che ricorda i marciapiedi quando nevica./E non ci resta che aspettare il prossimo disco dei Clash” (Filippo Andreani)

Esistono molte versioni di questa storia, ne avrete sentite tante e ancora dopo anni suscitano dibattiti e controversie. Dal canto mio, spero di avvicinarmi alla verità il più possibile. Vi racconterò i fatti come sono successi in quei giorni, quello che ho visto con i miei occhi e quello che mi hanno raccontato. Potete credermi o no, dire che mi invento le cose o che sono solo un altro dei pazzi cantastorie di piazza Verdi. In fede, non me ne importa gran che. È il bisogno di verità che mi spinge a parlare, non quello di essere creduto.
Mi chiamo Gav e vengo da una grande città lontana da qui, dove le cose funzionano in maniera diversa e non c’è più lavoro per chi vive raccontando storie. Mi avrete sicuramente visto in giro. Di solito mi siedo all’angolo di via dei Bibiena e aspetto che venga qualcuno ad ascoltarmi. Ho il cartello con le tariffe esposto accanto. Di base sono dieci euro a storia, sconti speciali per sognatori. Dodici euro per le storie d’amore – ho dovuto aumentare i prezzi dopo che Lilith mi ha lasciato, parlare d’amore mi fa soffrire. In questo periodo le storie da ridere sono in promozione a sette euro, il mondo si trascina avanti a fatica e abbiamo tutti bisogno di ridere. Sono anni ormai che questo è il mio posto, ed è proprio qui che conobbi lei. Oh, era bella, aiutatemi a dire che era bella. Piccina, con due gambe a stecco e i capelli tinti del rosso violento di un tramonto dopo la battaglia. Di spalle le avreste dato sedici anni, il viso invece aveva ombre che la invecchiavano, lo sguardo era quello di chi ha visto troppe cose troppo presto. Ovviamente era anarchica, libera come l’aria. Viveva di ciò che guadagnava lavorando al negozio di incubi in via Fondazza. Ha chiuso da anni, ormai, quel posto, ma era molto popolare. Si potevano comprare brutti sogni e disillusioni a prezzi modici, per aiutare ciascuno a ricordarsi che la vita può sempre andare peggio. Lei lavorava lì dalle nove alle sei. Assisteva i clienti nella scelta dell’incubo più adatto, faceva pacchetti regalo, controllava il registratore di cassa e spazzava i pavimenti prima di andare via. Poi salutava, afferrava lo skate e scivolava via tra i portici veloce come il vento. Il suo vero nome l’ho dimenticato. I nomi sono poco importanti. Tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso, e anche io. Veniva spesso a salutarmi mentre ero al lavoro, ma non ha mai comprato una storia da me. Probabilmente ne aveva già sentite abbastanza.
Era una calda sera di maggio, una di quelle in cui piazza Verdi riverbera di belle ragazze che iniziano a uscire senza calze e di studenti che si ubriacano parlando di filosofia, che è l’unico modo giusto per ubriacarsi in questa città. Era una calda sera di maggio e Cappuccetto Rosso era lì con tutti i suoi amici. C’era Morgana, bibliotecaria dark e vegana, che si diceva sapesse fare incantesimi wiccan e avesse reso impotente l’ex ragazzo. C’era Pollicino, pugliese bassissimo con la voce acuta, che lavorava per mantenere i suoi sei fratelli a Martina Franca. C’erano Hansel e Gretel, i due gemelli di Bolzano, e tanti altri alla cui vista ero abituato e che ora sono chissà dove. Ovviamente c’ero anche io, ma la serata era magra, era una di quelle sere in cui si pensa più a trovare qualcuno con cui fare l’amore che alle favole. Arriva un gruppo di ragazzi che si siede in circolo davanti al mio portico. Uno porta una chitarra a mano, senza fodero. Ha capelli neri lunghi sulle spalle, gli occhi azzurrissimi e le labbra sottili. I suoi amici intorno a lui chiacchierano e bevono, lui suona da solo ignorando tutti. Ogni tanto prende un sorso di vino. Le persone intorno si girano ad ascoltarlo. È bravo. Vedo che anche Cappuccetto Rosso gli butta un paio di occhiate, distratta. Finché lui, dopo una breve pausa per girarsi una sigaretta, inizia una canzone lenta e dolce e vedo gli occhi della ragazza illuminarsi sotto la zazzera rossa. Aspetta che finisca e si inginocchia vicino a lui, che ha ancora il mozzicone di paglia tra i denti e la guarda incuriosito.
– Era Molly can breath fire, dei Diggin’ For Berries – gli dice sorridendo e sistemandosi la minigonna zebrata. Lui guarda la minigonna e poi il sorriso. – Lo so – risponde, e si riaccende la paglia.
– Lo so che lo sai. Ma non sai che è la mia canzone preferita.
Il ragazzo passa la chitarra al vicino che a malapena si gira a guardarlo. – E tu non sai che è anche la mia preferita, quindi siamo pari.
Lo chiamavano il Lupo. Era arrivato a Bologna da un paio di mesi con la sua band, ma avevano fatto una serata sola, in un piccolo pub in via Mascarella. Aveva una motocicletta che non usava perché aveva finito i soldi per pagarsi la benzina. E tempo dopo confessò a Cappuccetto Rosso che in realtà la sua canzone preferita era Hurt, dei Nine Inch Nails. Ma quella sera scapparono insieme da piazza Verdi, lui, lei e la chitarra, baciandosi dietro ogni colonna e in ogni androne. Arrivarono a casa di lui in Bolognina, lui le disse che il nome della chitarra era Louise e lei gli disse di prenderla senza ritegno mentre si sfilava la minigonna zebrata. Non uscirono da quella stanza per tre giorni. Il terzo giorno lei tornò a lavoro, ma non riusciva a concentrarsi sugli incubi come prima. Ogni sera spazzava distrattamente il negozio, afferrava lo skate e correva dal Lupo. Lui suonava per strada per racimolare spiccioli, senza alzare la testa per ringraziare i passanti generosi. Mi salutava con un cenno della testa se ci incrociavamo. Strano ragazzo, il Lupo. Lilith diceva che non poteva fidarsi di qualcuno con i denti così affilati. Ma vederli insieme era uno spettacolo, andavano mano nella mano, lui grosso il doppio di lei, lo sguardo torvo e la sigaretta tra i denti, lei che rideva e gli indicava la gente e parlava di musica. Stavano insieme da due mesi quando successe tutto, e inutile dirlo, c’ero anche quella sera. Era il mio giorno libero ed eravamo tutti all’Osteria della Nonna Malata, vicino porta San Felice. Il Lupo aveva portato la chitarra e suonava seduto su uno sgabello alto al bancone. Cappuccetto Rosso e Morgana si dividevano a un tavolo una bottiglia di vino, erano già piuttosto alticce e ridevano. Io baciavo Lilith nella penombra vicino all’ingresso e lei mi giurava che sarebbe stata mia fino alla fine dei tempi. Non ha specificato di quali tempi, quello è stato l’errore. È l’una e mezza di notte e siamo rimasti in pochi, noi cinque, l’oste, Pollicino che era arrivato a mezzanotte già sbronzo di mirto e due studenti di legge che parlano di Cartesio. È a quel punto che entra il Cacciatore.
Di tutte le guardie infami del centro di Bologna il Cacciatore era decisamente il più infame. Più di un musicista di strada aveva speso la notte in guardiola grazie al suo rigore e alla sua spina dorsale di sbirro figlio di sbirro. Si diceva che annotasse su un taccuino ogni volta che prendeva a manganellate uno studente, e che ne avesse già riempiti tre. Più di una volta ero scampato per miracolo alle sue ronde, nascondendo il cartello coi prezzi e fingendomi un innocuo passante. Era il terrore dei barboni, l’uomo nero degli abusivi e la nemesi dei punkabbestia. Insomma, appena entra e ci voltiamo lo riconosciamo tutti e cadiamo tutti in un perfetto silenzio. Meno il Lupo, che continua a suonare come se niente fosse seduto vicino al bancone. Il Cacciatore ci squadra uno per uno senza dire niente e prende posto vicino al Lupo. Si siede. Ordina una Schweppes. Cappuccetto Rosso fissa con terrore il suo uomo che non alza gli occhi dalla chitarra. Il Cacciatore beve un sorso sotto gli occhi dell’Oste. Poi parla.
– Smetti di suonare, ragazzo. Abbiamo ricevuto una segnalazione per disturbo della quiete pubblica da una signora qui sopra.
Il Lupo incrocia lo sguardo con quello di Cappuccetto Rosso, e mette da parte la chitarra. Il Cacciatore sorride lievemente.
– Non sei qui da molto, tu, ragazzo. Che vestiti malmessi che hai.
Il Lupo inizia a girarsi una sigaretta. – È per far risaltare meglio la sua divisa ordinata, signore – risponde tra i denti. Il Cacciatore lo fissa in viso.
– E che occhi grandi che hai. Di che ti sei fatto?
Cappuccetto Rosso trema stringendo la mano di Morgana. Il ragazzo si alza dallo sgabello con la paglia in bocca, e raccoglie la chitarra. – Solo del buon vino di queste zone, signore. Ho gli occhi grandi di natura.
Fa per uscire e il Cacciatore alza un braccio deciso per bloccarlo. Il Lupo si ferma a un centimetro dal braccio. Lo fissa come se volesse morderlo.
– Rimani qui ancora un po’, ragazzo mio. Si vede che hai voglia di chiacchierare e di deliziarci ancora con il tuo sfrenato umorismo. Che bella chitarra che hai, posso vederla?
La mano del Lupo si stringe più forte sul manico di Louise. Digrigna i denti appena, ma il poliziotto lo vede benissimo. – No, signore, preferirei di no.
– Dammi la chitarra. Ora.
– Dagliela, Lupo – squittisce Pollicino, ora completamente sobrio, gli occhi di fuori e la schiena saldamente appoggiata al muro. Il Lupo guarda ancora la sua ragazza seduta e tende la chitarra al Cacciatore, che la prende e la soppesa come se fosse un pezzo di manzo.
– Non si suona a quest’ora, figliuolo. Non ti porto in guardiola perché sono di buon umore, ma quelli come te vanno educati o fanno una brutta fine. Scommetto che ti piace Jimi Hendrix, eh? Ti piace la fine che ha fatto?
Il poliziotto si alza in piedi. Il Lupo sostiene il suo sguardo e rimane zitto. Il Cacciatore prende la chitarra come se stesse per suonarla. – Come faceva, lui, ai concerti? Il tuo Jimi Hendrix?
È un attimo, e l’uomo in divisa afferra il manico e sbatte lo strumento a terra come fosse una clava. La cassa armonica va in mille pezzi. Morgana si lascia sfuggire un singulto, Lilith mi pianta le unghie nel braccio.
Quel che successe poi lo avrete letto sui giornali. Il cadavere dell’ispettore Giuseppe Pellegrini, orribilmente sgozzato con una scheggia di legno (che gli è stata trovata conficcata in un occhio) fu portato via dopo la chiamata alle forze dell’ordine di due studenti. Il presunto assassino, un ragazzo di circa ventisei anni con i capelli lunghi e gli occhi chiari, non è mai stato trovato. Non li abbiamo mai più rivisti, il Lupo e Cappuccetto Rosso. Voci tra i portici dicono che sono all’estero, fuggiti da questo paese che naufraga come un relitto carico di profughi. Alcuni dicono che sono morti, o che lei ha lasciato lui perché stufa di mantenerlo, o che lui l’abbia tradita con una diciottenne che non sa usare i congiuntivi. Io mi rifiuto di dare a questa storia un finale, allegro, triste o banale che sia. Mi piace pensare che li rivedrò quando le acque si saranno calmate. Non si può stare lontani da Bologna per sempre. E avranno nuove storie da dirmi, il Lupo avrà una chitarra nuova e Cappuccetto Rosso un nuovo taglio di capelli. E io sarò sempre qui, all’angolo di via dei Bibiena, ad aspettare che le storie nuove arrivino e a ricordare le vecchie.

03 aprile 2019

Aggiornamento

Quel che i Lupi Mangiano raggiunge quota 103 ordini!
Siamo al 52% dell'obbiettivo in meno di una settimana! Grazie, grazie, grazie veramente e di cuore a tutti i lettori e gli amici che mi sostengono con passione e fiducia! Siamo in discesa e tra 97 copie il libro entrerà in coda di editing, il primo passo verso la distribuzione.
Per festeggiare allego la bellissima illustrazione realizzata da Verdiana Palumbo Grandinetti per il racconto 'La vera storia di Cappuccetto Rosso', che potete trovare nell'anteprima della raccolta!
01 aprile 2019

Aggiornamento

Siamo a 73 copie vendute in tre giorni (e non è un pesce d'aprile). Grazie a voi Quel che i lupi mangiano è molto più vicino al traguardo di 200 copie che gli permetterà di arrivare in libreria, su internet e in tutti i posti dove noi lettori andiamo a caccia di libri.
Grazie, grazie, grazie a tutti coloro che hanno scelto di credere nel mio libro e di sostenermi! Ricordo a tutti che dal vostro account avete accesso alla bozza completa del manoscritto, non vedo l'ora di sapere cosa ne pensate! Con affetto, gratitudine e un sacco di ansia sociale, la vostra

Sara Brayon

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Acuti, ironici, cinici al punto giusto. Questi racconti si leggono veramente con piacere!

  2. verdiana

    (proprietario verificato)

    Ho letto le anteprime e sono di una scorrevolezza deliziosa e intrigante. Sara è davvero una bravissima scrittrice, con la brevità dei racconti si catturano momenti e sensazioni a cui non c’è bisogno di aggiungere altro. In particolare c’è un racconto tra le anteprime in cui mi ha colpito la citazione (spinta, spintissima) di un famosissimo scrittore che risulta di una gradevolezza che culla, nonostante il macabro, senza scadere mai. Non vedo davvero l’ora di leggere la raccolta completa

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Sara Brayon
Sara Brayon nasce nel 1992 da genitori idealisti e appassionati di cantautori italiani. A diciannove anni lascia la natia Roma per frequentare l'università a Bologna, qui si innamora dei portici e delle vecchiette con i capelli tinti di colori strani e decide di restare. Vive con tre gatti e due coinquiline e gioca a Dungeons&Dragons molto più del necessario. Ama la letteratura russa, combattere con le spade e cucinare con troppo peperoncino.
Sara Brayon on FacebookSara Brayon on Instagram
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