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Quel suo profumo d’estate

Era proprio così che voleva partire. Con una intensa indigestione di vita.

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Consegna prevista ottobre 2019

Questa è la storia di un cappello, un cappello unico. Rende speciale chi lo indossa, ed è reso speciale a sua volta. Non è un cappello magico come si potrebbe pensare, è solo un semplice cappello di paglia finemente intrecciato che ha la fortuna di osservare e attraversare indisturbato tante vite e tante storie. Lo fa passando da una mano all’altra, assistendo a momenti di vita unici, occasioni speciali, situazioni particolari, a volte facendosi direttamente responsabile di destini e legami.
E come in un film, ecco che si intrecciano fra loro storie di personaggi semplici e unici, come ogni individuo può esserlo, in una Bologna che si sveste e vuole mostrare la propria anima poetica.
E mentre il cappello vive nelle mani dei protagonisti, a loro volta sono i protagonisti stessi che inconsapevolmente vivono e raccontano il loro viaggio insieme a lui.

Prima parte

Il cappello se l’era piantato proprio in cima al cocuzzolo
così che minacciava ad ogni istante di cadere
e solo con continue scrollatine il suo proprietario
riusciva a mantenerselo in bilico sul capo.
Charles Dickens – Le avventure di Oliver Twist
Ore 11:15

Sono le 11:15 di una splendida giornata di settembre, il sole è già alto e il cielo è terso. Una inconsueta brezza muove le chiome degli alberi e richiama a sé l’estate.
Tetti rossi e torri. Strade, portici e viuzze. Gente di ogni età che attraversa la strada, corre, passeggia.
Biciclette. Tante.
E pochissimi vecchi.
A un incrocio dissestato una luce lampeggiante illumina ritmicamente i portici, i passanti e le persone in divisa arancione.
Un telo isotermico, cinghie a penzoloni, ruote; poi il suono dei portelloni che si chiudono. La luce lampeggiante si allontana. Al suo posto, sul ciottolato sconnesso, dense macchie color rubino, guanti in lattice e un cappello di paglia finemente intrecciato.
Il denso silenzio.
E di nuovo il ritmico rumore dei passanti e la quotidianità del centro.
Panta rei, tutto scorre.
Così come la mano dalle dita affusolate: afferra delicatamente quel cappello come fosse un tesoro portato dal destino, lo solleva, lo porta in alto e se lo appunta sulla testa.
La leggera brezza di una estate finita troppo in fretta fa ondeggiare la tesa.

Volevo compiere un atto che non doveva
esser mio, ma di quell’ombra di me che
viveva realtà in un altro; così solida e vera
che avrei potuto togliermi il cappello e salutarla.
Luigi Pirandello – Uno, nessuno e centomila
1. Ladra… di emozioni
La sveglia suonò puntualmente alle 7:00, mai una mattina che suonasse in ritardo eh, mai. E puntualmente Libby premette assonnata il tasto per azzittirla, tanto sarebbe suonata di nuovo dopo nove minuti esatti. Odiava quella routine, tutte le mattine la stessa storia.
Negli ultimi anni, però, aveva capito che il modo migliore per affrontare la giornata fosse quello di godersi al massimo il rito della colazione. Quindi tutte le sere preparava con cura quell’accogliente angolo di mansarda così importante per iniziare bene la giornata.
Spostava la poltrona bianca davanti alla grande vetrata e apparecchiava il piccolo tavolino in teak con tutte le leccornie possibili: dai cereali al miele, dalle fette biscottate ai biscotti e alle marmellate, fino all’immancabile Nutella. La mattina avrebbe avuto solo l’imbarazzo della scelta, che goduria!
Dopo nove minuti la sveglia le ricordò che doveva proprio alzarsi. Mise sul fuoco la moka, rigorosamente preparata la sera prima, nel microonde una tazza di latte, e mentre il caffè saliva aromatizzando la piccola mansarda prese un paio di jeans, una felpa, una maglia e le scarpe da tennis e infilò il tutto nella piccola ventiquattr’ore. Poi si sedette in maglietta e culotte a godersi la colazione.
Le piaceva gustare quei sapori un po’ alla volta, ogni mattina scegliere cosa mangiare in base alla sola ispirazione del momento, guardare i vari ingredienti illuminati dalla luce mattutina che invadeva con garbo la piccola stanza. Libby amava fare colazione con quella luce fresca e giovane e non meno amava la suggestiva veduta sui fitti tetti di tegole che ormai aveva fotografato in ogni modo e sotto ogni luce del giorno e della notte.
E in lontananza, sul colle della Guardia, la cupola di San Luca le teneva fedelmente compagnia.
Questo rito mattutino durava ormai da anni, poi si truccava leggermente, indossava uno dei tailleur “da ufficio”, il tacco, un ultimo sguardo allo specchio per verificare che fosse tutto a posto e voilà Isabella: pronta per andare al lavoro.

Portava molto bene i suoi quarant’anni. Il fisico atletico anche se minuto, l’andatura delicata e la bellissima chioma bionda piena di ricci scompigliati in aria la rendevano unica e particolare. Le labbra carnose costantemente truccate e grandi occhi grigio perla facevano il resto. Non si poteva fare a meno di notarla.
Era impiegata in quella azienda informatica da ormai quindici anni; la sede, fino a qualche mese prima, era in un antico palazzo nel pieno centro di Bologna, e tutti i giorni Libby andava al lavoro in bicicletta percorrendo caratteristiche viuzze, deliziose piazzette rosse, ma anche alcune delle vie principali piene di traffico e grigie di smog. Quando si fermava ai semafori tratteneva il fiato entrando in apnea e al verde acceleravaVertiginosamenteFinoAdAvereLaPuzzaDiSmogAlleSpalle, poi, sfruttando la spinta, riprendeva a respirare normalmente. Sapeva esattamente dove farlo, conosceva i tempi degli autobus e le strade più trafficate. Quando arrivava al lavoro legava la bici al solito palo accanto alla cabina telefonica, poi si sistemava un po’ i ricci stropicciati dal vento e appiccicosi di smog in estate, oppure toglieva il cappello di lana e i guanti umidicci in inverno. Infine varcava il grande portone, entrando così in quella magnifica atmosfera rinascimentale. Al di là di quel portone infatti, come accade spesso a Bologna, si nascondeva una intima corte a pianta quadrata, tipica di molti palazzi storici bolognesi. Non era male tutti i giorni entrare in quella antica atmosfera e Libby, al contrario di molti colleghi, in tutti quegli anni non aveva perso l’abitudine di godersi i particolari artistici e architettonici di quell’edificio.
Ogni mattina, varcando quel portone, era solita soffermarsi a guardare la magnifica scala che si snodava sulla destra della loggia d’ingresso: quei lunghi e bassi gradini che si arrampicavano verso l’alto appoggiandosi alla grande scultura in marmo bianco posta al centro. Purtroppo quella vista durava solo pochi attimi, giusto il tempo di attraversare la loggia ed entrare in ufficio dal portoncino dopo la scala bianca, eppure quei pochi secondi in quel luogo pieno di storia e di magia erano sempre stati salutari per lei: l’ultima carica di energia e ottimismo prima di iniziare la giornata lavorativa.
Gli uffici della vecchia sede occupavano l’intero primo piano dell’antico palazzo che racchiudeva la corte ed erano disposti uno dopo l’altro lungo lo stesso lato del corridoio che ne percorreva il perimetro. Chi aveva la fortuna di lavorare nell’ultimo ufficio, normalmente il dirigente “IN” del momento, poteva farsi una bella passeggiata gustandosi dalle ampie finestre la bellissima vista sul cortile cinquecentesco oppure ammirando quelle chiazze di soffitti e di pareti sulle quali erano ancora visibili affreschi originali! Libby era certa che se avesse chiesto ai suoi colleghi di descrivere anche solo uno dei soggetti rappresentati nei vari affreschi del palazzo, nessuno sarebbe stato in grado di farlo, eccetto forse chi ne aveva uno proprio di fronte al naso. Lei, invece, aveva sempre considerato lavorare tra quelle mura come una fortuna e un onore di cui pochi dei suoi colleghi, purtroppo, erano consapevoli. In quegli spazi pieni di memorie, desiderosi di silenzio e rispetto, i telefoni squillavano, le bocche sbraitavano parolacce e tutti erano sempre di corsa e perennemente a brontolare e lamentarsi.
Il contrasto fra quegli ambienti e le persone che li riempivano era così netto che le aveva sempre suscitato tristezza. Ma adesso che l’azienda si era trasferita al di fuori delle mura di Bologna, nella prima periferia, quel disagio aveva lasciato il posto alla malinconia. La nuova sede infatti non era più in un antico palazzo, bensì in una mogia e grigia struttura di una zona industriale raggiungibile solo in auto. Lunghi corridoi interni, scuri e senza finestre, ricavati grazie all’utilizzo di armadi grigi, attraversavano un grande open space all’interno del quale erano seminate miriadi di scrivanie grigio chiare tutte uguali. Uffici più interni erano raggiungibili solo percorrendo inerti corridoi privi di quadri o di qualsivoglia oggetto decorativo.
Con un po’ della sua immaginazione fotografica Libby si divertiva a figurarsi la nuova sede come una città moderna vista da un aereo: un grigio reticolo di strade-corridoi perpendicolari fra loro a creare quartieri-uffici fitti di palazzi-scrivanie abitati da piccoli lavoratori apparentemente professionali e follemente perfetti.
In quella fotografia aerea mancavano solo i semafori a ogni incrocio, ma fortunatamente in alcuni punti strategici di quella città immaginaria erano presenti i bar: le bramate macchinette del caffè.
Ed era proprio lì, davanti alle macchine del caffè, che qualcuno usciva momentaneamente dal suo ruolo formale e osava lasciarsi andare a battute o argomentazioni più umane. Ed era lì, durante le comuni e frequenti pause caffè tra un po’ di lavoro e l’altro, che Libby rubava le espressioni, gli atteggiamenti, gli sguardi, i segreti, e qualsiasi particolare rivelasse nuove sfaccettature di quelle opache ma vere personalità.
Appena assunta era stato facile per lei adattarsi a quella routine e col tempo aveva imparato ad adeguarsi a quella finta perfezione, alla burocrazia e alla pedanteria, e a mostrare il sorriso anche quando non ne aveva tanta voglia. Ma dopo alcuni anni, il lavoro e quell’ambiente avevano iniziato a starle stretti. Non vedeva l’ora di uscire da quella gabbia di matti, contava le ore che la separavano dai tornelli d’uscita, quando puntualmente Isabella subiva la sua metamorfosi: appena superati i tornelli al piano terra, si fermava nei bagni e finalmente si spogliava del costume da impiegata per indossare i suoi vestiti, quelli riposti nella ventiquattr’ore. Poi correva all’auto, apriva il baule, vi lanciava la valigetta di scena ed estraeva delicatamente il piccolo e magico zainetto dentro il quale era perfettamente riposta la sua “copertina di Linus”, una fantastica Nikon F5 35mm, ultimo acquisto costatole l’intera tredicesima.
Isabella, la programmatrice seria e professionale, riservata, introversa, imperturbabile, dalla quale non traspariva nulla della sua vita privata, tornava a essere la Libby che amava guardare il mondo da un’angolazione differente, come dalla sua vetrata la mattina a colazione o come dall’alto della grande scala bianca della vecchia sede.

Era una fotografa appassionata e creativa, una “cogli attimi” e “ferma colori”. Il suo mestiere non consisteva solo nel catturare immagini, ma soprattutto nell’inventarle. Le sue foto non immortalavano solo momenti, ma significati.
Gli attimi passano, i colori sbiadiscono, i ricordi si affievoliscono, i dolori fortunatamente si attenuano mentre le gioie paradossalmente svaniscono. Le luci, i colori, le atmosfere incantano.
E per Libby la sua arte era lo strumento per catturare la vita, rubarla e cristallizzarla in modo che durasse per sempre.
Era una donna introversa e insicura e per questo non era mai riuscita a mostrarsi agli altri per quello che era e per ciò che valeva; esprimere apertamente i suoi desideri, le sue paure, i suoi dubbi, le sue delusioni. Solo a pochi amici, solo ai più intimi, si concedeva. Faticava a essere felice, come tutti del resto. Ma lei aveva trovato una strada, la fotografia, e attraverso l’arte si esprimeva.
Si nascondeva dietro l’obiettivo a osservare quei frammenti di vita che alla maggior parte delle persone sfuggono e poi, come un’abilissima ladra, li rubava al tempo. Solo pochi privilegiati e acuti osservatori, e solo grazie alle sue meravigliose e particolarissime fotografie, riuscivano a cogliere la sua grande sensibilità.

Isabella e Libby. Due donne differenti, due vite differenti, due mestieri contrapposti. Eppure, la stessa persona.
Ma la sua vita stava per avere una svolta.

Tutto pieno dei miei desideri se ne rivola su
e adesso è un punto grigio in mezzo al blu
porta via tutti i miei pensieri, già non li vedo più
ho perso il mio cappello in mezzo al blu
chissà chissà quante cose lui vedrà,
le terre che scoprirà e su quanto mare azzurro volerà.
Riccardo Cocciante – Il cappello
2. Desideri e tentazioni
Mancavano solo due giorni alla festa di Halloween a casa di Sofia e questa volta ci sarebbe andata, eccome se ci sarebbe andata, anche in mutande ci sarebbe andata, anche col vestito di carnevale dell’anno scorso o con quello da fatina che avrebbe dovuto tenere aperto sul fianco perché sicuramente le sarebbe stato stretto, ci sarebbe andata anche indossando solamente quel cappello a cono, quello azzurro con le stelline argentate e i brillantini.
Se non poteva vestirsi da strega o indossare qualcosa di terribilmente pauroso, allora si sarebbe vestita da fata. Aveva deciso. Ormai era grande e certe decisioni poteva prenderle anche da sola, ormai aveva otto anni e anche se il vestito da fatina le stava stretto, il cappello no, il cappello sicuramente no: sarebbe andata alla festa con quello. Anche se…
Ancora non poteva crederci: possibile che le mamme non le avessero preparato davvero nulla con tutta la fantasia che avevano? Un vestito da strega, una calzamaglia viola o arancione da abbinare a una strana gonna: a righe sarebbe stato chiedere troppo? Oppure un mantello nero. Si sarebbe accontentata anche solo di una schifosissima dentiera da vampiro e di un bel trucco, mamma Sara era così brava a truccare il viso che non le sarebbe servita nemmeno una maschera. In fondo le sarebbe bastato davvero poco per essere la bambina più felice del mondo. Oddio, non esageriamo: del mondo? Forse la più felice d’Europa… o d’Italia. D’accordo, forse è meglio dire la verità, le sarebbe bastato pochissimo per essere una bambina più felice.
Possibile che si fossero davvero dimenticate della festa di Sofia?
L’anno scorso non l’avevano fatta andare perché dicevano che era ancora troppo piccola per passare la notte a casa delle amiche. Lei aveva pianto, si era disperata, aveva trovato mille scuse e aveva tentato di fare mille promesse di bontà e santità, aveva giurato che sarebbe stata la bambina più buona del mondo e la più servizievole, che le avrebbe aiutate ad apparecchiare e sparecchiare la tavola per-sem-pre, ma nulla da fare.
Quest’anno però gliel’avevano promesso! Possibile che le loro promesse andassero puntualmente in quella zona del cervello dove vanno sempre le promesse materne a lungo termine?
Basta, non ce la faceva più ad aspettare: doveva verificare. Doveva cercare. Doveva ispezionare tutta la casa e quello era il momento perfetto.
Mamma Angela era a scuola e non sarebbe rientrata prima delle cinque, mentre mamma Sara era uscita un momento lasciandola sola per un po’. Poco, probabilmente. Ma era molto raro che la lasciassero da sola e adesso invece lo era! Bisognava agire subito e in gran velocità.
AZIONE.

Allooora… dove potrebbero aver nascosto un vestito per me… allora allora allora… nel sottoscala.
Uuh, i miei stivaletti viola da pioggia! Che belli, sarebbero perfetti come colore se avessi un abito adatto. Grrrrr che rabbia che mi viene. Nooo! Un ragno! Blah che schifo un-ragno-un-ragno-un-ragno-un-ragno-un-ragno-un-ragno-un-ragno mi si è appiccicata la ragnatela ai capelli che schifo! Nononononono qui nel sottoscala non c’è di sicuro nulla, si vede che la roba è accatastata da parecchio: è pieno di ragni e ragnatele. Vere!
Dove può essere allora, dove? Nel loro armadio? Naaa, troppo banale. In bagno. Ma figurati mi faccio ridere da sola! Forse è nel posto più difficile e impensabile che è… che è… quale è il posto più impensabile?

Vuoto di pensieri.

Che scema che sono, se è impensabile è ovvio che non mi viene in mente. Uffa uffa uffa uffa.

Pensieri in pausa.

E se fosse nello studio di mamma? Ma sì che è lì, certo! Oddio se mi becca sono guai seri.

Lo studio di mamma Angela era davvero uno spazio creativo molto molto interessante, pieno di libri, carte, volantini, post-it attaccati ovunque, scatole di cartone piene di oggetti da riciclare e di cose incredibili e strane. Ci avrebbe passato ore.
Il vecchio scrittoio in legno occupava da solo quasi tutto lo studio, non che fosse un grande scrittoio, era lo studio a essere piccolo. Sotto il lucernaio la mamma era riuscita a incastrare uno strano tavolino la cui struttura in ferro si arricciava attorno a una curiosa scritta SINGER, di cui lei ignorava il significato. E lì sopra, sacralmente illuminata da un fascio di luce quasi teatrale, dominava l’intoccabile macchina da cucire. Con quella curiosa e strana macchina, oltre ad aggiustare i loro abiti, fare gli orli ai pantaloni e alle gonne, confezionare le tende di casa e tante altre cose di cui di volta in volta c’era bisogno, la mamma le aveva confezionato tutti i suoi vestiti di carnevale. Era abile nel modificare vecchi indumenti per trasformarli in qualcosa di nuovo e diverso, di fantasioso, reimpiegando anche vecchi oggetti e accessori. Mentre mamma Sara, che aveva meno manualità ma molto gusto, l’aiutava sempre per il tocco finale. Arrivava, osservava con calma l’insieme, si complimentava con l’altra e infine aggiungeva quel particolare, quell’accessorio, quell’idea, quel tocco che dava a tutto il lavoro di Angela il vero senso di completezza, ritualmente suggellato con un leggerissimo bacio.
Per farla breve: in quello studio era “VIETATO L’ACCESSO” con tanto di cartello alla porta: se l’avessero beccata lì dentro, AIUTO!
Si tolse le ciabattine ai piedi delle scale e coi calzetti corti di lana grossa iniziò a salire quatta quatta.

Un gradino, due, tre, quattro, le orecchie tese, il respiro… il respiro… il respiro? Dov’è il respiro? Oddio si è dimenticata di respirare! Respiro. Gradino. Respiro. Gradino. Respiro. Pianerottolo. Uno sguardo giù: non c’è nessuno, non si sente niente. Silenzio.
Fuori l’aria.
Ancora un grosso respiro.
Apre la porta, sbircia dentro, entra piano e socchiude la porta senza fare rumore.
È dentro.
È sola.
È nei guai, deve fare presto.
VIA.

Vedi? Vedi che sulla macchina c’è una spoletta di filo viola? È la prova che la mamma ha sicuramente cucito qualcosa. Lo sapevo. Aiuto! Mi viene da piangere, ho il magone e mi fa male lo stomaco. Oddio che agitazione devo fare presto. Ma dove l’ha messo? Forse nel baule?
Ahia! La testa! Ma come ho fatto a sbattere? Eppure fino all’anno scorso arrivavo al baule senza piegarmi. Allora sono davvero cresciuta tanto, sono proprio grande.
Che bello sono grande!
Ahio che male però.
Che casino. Guarda qui la mamma che confusione che ha su questo baule e poi si lamenta di me e mi rimprovera perché dice che sono disordinata. Guarda qui quanti libri, ma come fa ad aprire ’sto baule?
No dai non può averlo nascosto qui, ci sono così tanti libri che non si apre nemmeno! Eppure se penso a un posto impensabile non mi viene in mente questo perciò è davvero il nascondiglio più impensabile. Il vestito è qui. Per forza.
Ragioniamo.
Ora sposto tutti questi libri da una parte cercando di ricordare la confusione esatta in cui sono messi adesso. Li devo assolutamente rimettere nello stesso identico disordine altrimenti la mamma se ne accorge. Forse. Non è facile rifare questa confusione.
Allora: questo mucchio lo sposto tutto insieme, questo pure, questi libri qui sono messi di traverso e me lo devo ricordare, li metto là. Questi invece li metto qui sopra. Mamma mia quanti sono, ma li avrà letti tutti?
Ecco fatto. Ci siamo.

E l’emozione per l’ignoto, mista alla curiosità e alla paura di essere scoperta, inizia a salire allo stomaco.
Apre lentamente il baule in modo che non scricchioli e la sua curiosità è finalmente soddisfatta. Una moltitudine di scatole incastrate fra loro per forma e sistemate in modo stranamente e incredibilmente ordinato. Sopra a tutto, proprio davanti ai suoi occhi, è accuratamente piegato un vestito.
La gioia che sale.
Gli occhi che si bagnano.
Lo prende delicatamente per le spalle e lo solleva accuratamente in modo che si apra senza spiegazzarsi troppo.
È bellissimo.
Un semplicissimo abitino lilla con appese strisce di tulle grigio scuro, pezzi di stoffa neri, fili di lana viola e come tocco finale tantissimi-issimi-issimi ragnetti. È decisamente fantastico.
«Sì. È davvero bellissimo.»
Una voce.
Un sussulto.
La mamma.
E adesso? Perché sempre questa sfortuna?
«Sì, mamma, è meraviglioso. Angela è davvero brava, vero?»
Silenzio.
Aiuto.
«Mi dispiace, mamma, scusa. Lo so che non vuole che nessuno entri qui, ma mancano solo due giorni e credevo che vi foste dimenticate della festa di Halloween.»
Un vuoto pieno di silenzio.
La mamma fa un passo e si inginocchia davanti a lei: ora sono alte uguali. Prende delicatamente il vestito per le spalle e glielo mette davanti, come per vederglielo indosso.
Ancora silenzio.
Sorride.
Sorridono.

30 marzo 2019

Evento

Carissimi SOSTENITORI e amanti della lettura, sono già passati pochi giorni da quando è stato raggiunto il primo obiettivo delle 200 copie pre-ordinate di Quel suo profumo d'estate e ancora mi sento emozionata al solo pensiero che fra qualche mese avrò fra le mani il mio libro: UN LIBRO VERO, DI CARTA, CON UNA COPERTINA FIGHISSIMA E IL MIO NOME SOPRA!

Riuscite a immaginare come sarebbe entrare in libreria e prendere il vostro libro da uno dei banchi? Aspettare che si avvicini qualcuno e fare finta di leggere la quarta di copertina commentando "To' guarda sto libro, mi intriga un sacco! Quasi quasi lo compro". Oppure mettervi da una parte del negozio per vedere se qualcuno lo guarda e lo sfoglia; immagina se addirittura quella persona lo comprasse!

Beh, tutto questo accadrà davvero, grazie anche a voi che avete contribuito a questa campagna di crowdfunding. E non ridete quando mi sorprenderete nascosta dietro una colonna della libreria a guardare le persone che prenderanno il mio libro fra le mani, a spiare le loro espressioni... secondo me lo fareste pure voi!

L'unica cosa che voglio dirvi è un GRAZIE gigantesco perché senza ognuno di voi sostenitori, che messi insieme avete pre-ordinato più di 200 copie, tutto questo non starebbe accadendo. Grazie per aver creduto nel mio progetto prima ancora che nascesse; per avermi sostenuta, per aver condiviso la mia campagna e attivato il passaparola.

Ora però dovrete avere un po' di pazienza perché mentre la campagna di crowdfunding continuerà per raggiungere nuovi traguardi, contemporaneamente inizierà la fase di editing. E io sono curiosissima di vedere quello che succederà, impaziente di valutare i consigli dell’editor e le sue annotazioni a bordo pagina. Un nuovo cammino, una nuova sfida. Una crescita.

GRAZIE ancora mille volte

Cristina
20 marzo 2019

Cultura al femminile

Carissimi,
sto volando a tre metri da terra, sono ammaliata e stordita, ancora incredula. Forse ho poca fiducia in me stessa? Oppure è solo perché sono cosciente del fatto che, in quanto esordiente, ho ancora tanto da imparare? Fatto sta che è appena uscita una bellissima recensione del mio libro su "Cultura al femminile". Prima di lasciarvi il link voglio ringraziare Giulia la Face per la disponibilità e le bellissime parole.
GRAZIE GIULIA

Ecco la recensione.
20 marzo 2019

Evento

Gruppo di lettura "IL SOGNALIBRO" presso la Casa della Conoscenza (Spazio La Virgola), Via Porrettana 360, Casalecchio di Reno (BO)
20 marzo 2019 alle ore 17.30 - Presentazione del progetto e letture da parte dell'autrice.
14 febbraio 2019

Aggiornamento

E finalmente abbiamo superato le 100 copie pre-ordinate! Sono stra-felice di vedere quel numerino che conta alla rovescia segnare due cifre.
- 99 in questo momento!!!
È un grande traguardo per me e lo è grazie a tutti voi: amici, parenti, conoscenti e amici di amici. Anche qualche sconosciuto si è fidato di me e questo mi riempie di soddisfazione.
Avendo superato le 60 copie, ormai è certo che il libro arriverà nelle vostre case o sui vostri tablet, ma il traguardo non è ancora stato raggiunto poiché solo al raggiungimento del primo GOAL di 200 copie pre-ordinate il romanzo verrà curato da un editor professionista!
Quindi ora credo di dovervi chiedere un altro piccolo sforzo, se ne avrete voglia, quello di passare parola!
Io sono curiosissima di provare l'esperienza nuova di lavorare a fianco di un editor. Qualcuno che prenderà a cuore il mio romanzo, lo correggerà e mi darà suggerimenti e consigli per migliorarlo. Qualcuno che lo impaginerà tenendo conto delle sezioni "particolari" che ho inserito. E qualcuno che curerà la grafica della copertina. Insomma, raggiungendo le 200 copie il libro potrà brillare di una luce più splendente.
Intanto GRAZIE di cuore a tutti voi che avete già contribuito alla nascita di questo sogno e grazie a tutti quelli che contribuiranno acquistando una copia.
Un abbraccio
Cristina

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Conosco Cristina forse da mille anni. Era dodicenne quando me la presentò mia sorella a cui chiesi in quale mondo avesse trovato un simile essere, poco femminile (forse l’ho vista in gonna solo il giorno del matrimonio) e di una vivacità un po’ troppo dirompente e dissacrante. Ma poi affascinato l’ho vista crescere come un’artista poliedrica, specialmente in veste di attrice e regista, in cui a volte mi è capitato di esserne avvolto.
    Dopo un lungo distacco, non certo dal cuore, dovuto anche a un mio allontanamento dall’Italia, la ritrovo nella lettura di questo libro.
    Per me è difficile discernere le figure affascinanti del suo scritto da lei stessa: la ritrovo ovunque, ma con una grande sorpresa. Una femminilità assolutamente inaspettata. E non lo dico certo in termini negativi, in quanto ritengo che le parti femminili delle cose siano sempre le migliori. Cristina riesce a rimanere femminile anche quando si impersona nel ruolo di un uomo e questo lo trovo stupefacente.
    Io sono molto difficile e a volte ipercritico: quando guardo un film o leggo un libro mi soffermo sulle immagini che mi dona e sullo stile più che sul contenuto. Così a volte capita che in un film noioso per altri, io mi ritrovi invece incantato dalla fotografia. E nella scrittura è uguale: lo stile e le immagini insieme alle emozioni che insieme suscitano sono per me le più preminenti, e questo libro ne è pieno fino a esondare.
    Mai mi sono interessato di cappelli in vita mia. Figuriamoci. Li ho spesso trovati futili e anche un po’ malinconici e ho iniziato quindi a leggere il manoscritto di Cristina con certo pregiudizio e una leggera malavoglia. Invece andando avanti mi sono trovato, insieme a Cristina, catapultato in un mondo a me sconosciuto. E piano piano sensazioni piacevoli mi hanno invaso.
    È un libro pieno di colori, di gioie e anche di qualche immancabile tristezza, dove i cappelli sono un aggancio utile a raccontare quanto della vita a volte ci sfugge. È un libro apparentemente leggero, ma non lo è assolutamente, semmai è pieno di leggerezza.
    Molto divertenti i giochi e i commenti in calce con cui l’autrice vuole interagire con il lettore.
    Che dire infine. Mi ha sorpreso e non poco.
    Questo libro è un dono che non si può rifiutare.

  2. (proprietario verificato)

    Un ronanzo ricco di particolari, che lo rendono più visibile agli occhi del cuore e della mente. Pezzi di vita che ci appartengono conferiscono alle diverse situazioni un alternanza di emozioni diverse(divertenti, drammatiche…)

  3. (proprietario verificato)

    “Era proprio così che voleva partire. Con una intensa indigestione di vita.”
    Questa frase riassume perfettamente lo spirito del libro: un racconto pieno di vita, sulla vita. Mentre tutto scorre, Cristina prende per mano il lettore e lo conduce all’interno della mente dei personaggi maschili e femminili, utilizzando la tecnica del monologo interiore. In questa maniera, l’autrice offre al lettore l’opportunità di vivere in prima persona più vite all’interno della stessa trama.
    Inoltre, sono rimasto molto colpito (e divertito) per l’abilità di Cristina di rendere il libro interattivo

  4. (proprietario verificato)

    Un libro di suoni, profumi, colori, intrecci di vite,
    intense emozioni… un libro “speciale”!

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Cristina Nùghes
CRISTINA NÙGHES è nata a Bologna, dove la passione per il cinema la porta a diplomarsi all’Accademia Antoniana d’Arte Drammatica e, nel 1990, a vincere il Premio Montegrotto Europa per il Teatro come migliore attrice emergente (oggi Premio Hystrio alla Vocazione). Oggi è attrice, regista, operatrice teatrale e madre di due figli, vive e lavora a Bologna. Quel suo profumo d’estate è il suo primo romanzo.
Cristina Nùghes on sabinstagramCristina Nùghes on sabfacebook

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