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Quella che sarà la nostra storia

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Consegna prevista Ottobre 2020
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Questa è la storia di Leonardo ed Elena. La storia di una nascita e di un addio. La storia di una coppia che si trova ad affrontare la più ardua prova del destino nel momento che dovrebbe essere il più bello della vita.
Leonardo scopre di essere malato, e di non avere più di nove mesi di vita, proprio quando sua moglie Elena viene a conoscenza di essere in dolce attesa.
Nove mesi, lo stesso tempo che occorre al suo bambino per venire al mondo. Un bambino che Leonardo, teme, non riuscirà, mai a conoscere.
È per il timore di non poter vivere la sua vita assieme a lui ed Elena, che decide di far ricevere a sua moglie, mese dopo mese, una lettera in cui immagina il loro futuro. Un futuro dove si figura padre di due gemellini: Speranza e Donato.
In ogni missiva Leonardo concepisce, con la sua fantasia, due anni in più della loro esistenza, fino a quando i suoi figli non raggiungeranno l’età adulta.
Ma è solo il destino a poter decidere se questa sarà, o meno, la loro storia…

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre pensato che non siamo noi a raccontare le storie, ma che sono le storie a venire a noi per essere raccontate….ed è questo che mi è accaduto mentre scrivevo questo libro.
Leonardo ed Elena non sono reali…ma è come se lo fossero. La loro storia potrebbe essere la storia di chiunque crede nella forza dell’amore e comprende quanto sia importante combattere una battaglia assieme, anche se la vittoria non sempre è scontata…

ANTEPRIMA NON EDITATA

Aprile

La luna si affacciò altezzosa oltre i tetti delle case. Sbirciò inquieta attraverso la tapparella della stanza da letto dove dormivano Leonardo ed Elena.

Leonardo aprì gli occhi e si girò sul fianco destro, cercando di spingere la notte un po’ più in là.

Desiderò che fosse stato già giorno. Desiderò vedere la luce del sole attraversare il vetro della finestra, mentre piangeva lacrime silenziose accarezzando i capelli di Elena, stando attento a non svegliarla.

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Era bella Elena mentre dormiva. Le ciglia, lunghe e scure, le sfioravano le guance rosate come quelle di una bambina che aveva appena giocato a far volare alto un aquilone.

Il suo respiro leggero gli lambiva il collo. Era caldo e profumava di vita.

Leonardo poggiò la testa vicino al suo petto e restò ad ascoltare il battito regolare del suo cuore.

Palpitava allo stesso ritmo delle onde del mare che, al di fuori di quella stanza, cullava tra le sue acque placide l’ultima barca che stava rientrando verso il porto.

Elena, senza aprire gli occhi, gli passò una mano dietro la schiena avvicinandolo ancora di più a sé.

Leonardo pregò Dio che non si svegliasse e che non vedesse le lacrime con cui stava bagnando la federa del cuscino.

Elena doveva dormire serena. Non doveva minimamente sospettare del tormento interiore che stava vivendo.

Leonardo si nutrì del suo respiro, cercando di allontanare dalla testa le parole che il suo medico aveva pronunciato solo quella mattina.

Nove mesi. Il tempo che, secondo la sua diagnosi, gli rimaneva da vivere. Nove mesi. Il tempo che gli restava per amare, gioire, piangere, stupirsi ancora assieme ad Elena.

Lo stesso termine, pensò Leonardo, che occorreva ad un bambino per formarsi nella pancia della madre e venire al mondo.

La sua sarebbe stata una nascita inversa. Una nascita che l’avrebbe allontanato per sempre da sua moglie e dalla vita.

Elena, avvertendo l’agitazione di suo marito, aprì per un’istante gli occhi, ma poi tornò a richiuderli e si lasciò nuovamente accarezzare dal sonno.

«Stai tranquilla, amore mio. Dormi. Va tutto bene», le sussurrò lui cercando di non far tremare la sua voce, grato all’oscurità di nascondere il suo volto e al mare di gridare più forte del suo pianto.

Elena si riaddormentò serena tra le sue braccia. Lui, invece, aveva completamente perso la sua battaglia con il sonno.

Scivolò via dalle lenzuola calde senza infilarsi le ciabatte ai piedi. Il pavimento era freddo e cosparso di briciole.

Ad Elena piaceva mangiare dei biscotti al cioccolato con una tazza di latte prima di andare a dormire.

Era un vizio che possedeva sin da quando era bambina e, se non lo avesse appagato, avrebbe rischiato di non riuscire a prendere sonno.

Leonardo aprì il cassetto del suo comodino e vi tirò fuori il suo diario. Uscì dalla stanza da letto e andò a sedersi sul divano.

La luna sembrava seguire il suo breve tragitto lungo il corridoio.

Era curiosa la luna quella notte. Osservava dal cielo gli esseri umani che sfuggivano alle regole del sonno, tenendogli compagnia durante l’attesa di una nuova alba.

Leonardo aprì il diario sulle ginocchia. La maggior parte delle pagine erano bianche, nude di ogni parola ed emozione che erano preparate a ricevere.

Non era molto che aveva iniziato a scrivervi. Un mese, forse anche di meno.

Vi scriveva da quando aveva saputo di essere malato. Vi scriveva per appuntare attimi di vita che non sarebbero mai più tornati e che, tra quelle pagine, sarebbero sopravvissute anche a lui.

Afferrò tra le dita una penna, ma la mano gli tremò per l’agitazione che avvertiva nel profondo dell’anima e lui la lasciò scivolare sul pavimento.

Esitò qualche istante prima di raccoglierla. Pianse. Le lacrime bagnarono il diario. Piccole pozzanghere concentriche che lavarono via l’inchiostro dalle poche pagine già scritte.

Pianse, ma la sua mano, invece di asciugare le sue lacrime, dettò alla penna le parole che le sussurrava il cuore.

Leonardo scrisse e pianse. Pianse e scrisse, mentre la notte gli si sedeva placidamente accanto, aspettando con lui di morire, silenziosa, alle prime luci del giorno….

Ostia Lido 13/04/18 -ore 03:00

Gli occhi non trovano riposo.

Il cuore mi batte nel petto come se fosse un tamburo impazzito e io non riesco ad ignorarlo.

Avrei bisogno di un silenzio in cui nascondermi e restare ad ascoltare gli ultimi mormorii di questa notte.

Una notte che presto finirà senza che io possa appellarmi alla mia condanna.

Oggi l’ho saputo. Ho saputo quanto tempo mi rimane da vivere. Nove mesi. Solo nove mesi.

Li posso contare sulle dita della mia mano. Aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre.

Nove mesi di vita. Nove mesi d’amore da poter trascorrere accanto alla mia amata Elena.

Lei non sa ancora nulla di tutto ciò e non deve venirne al corrente finché mi sarà possibile tenerle nascoste le mie condizioni.

Ora è nella stanza accanto che dorme. Non voglio disturbare il suo sonno. Non voglio che mi veda piangere. Non voglio che sappia che questa primavera potrebbe essere l’ultima in cui vedrò le rose fiorire sulla nostra terrazza…..

La penna cadde di nuovo dalla sua mano, ma questa volta lui non la raccolse.

La lasciò giacere ai piedi del divano, ladra di quell’ultimo pensiero che aveva rubato al suo cuore.

Leonardo avvertì che i suoi polmoni, improvvisamente, erano affamati d’aria.

Tra quelle quattro pareti ebbe la sensazione di soffocare, avvertendo il bisogno di ossigeno e di respirare l’aria fresca e pulita della notte.

Spalancò la finestra e uscì sulla terrazza di quello stabile affacciato sul mare, a pochi passi dal porto turistico di Ostia.

Si sedette sul divano a dondolo e, portandosi le ginocchia al petto, vi poggiò la fronte, restando con gli occhi chiusi, nutrendosi delle sue stesse lacrime amare, poi alzò gli occhi verso il cielo, fissando attonito quell’immenso firmamento stellato di metà aprile.

La luna gli si trovava di fronte, tonda e pallida come il volto di una geisha.

Si specchiava nel mare truccandolo di bianco e di argento.

L’aria era tiepida e dolce e il profumo delle rose si confondeva con quello acre della salsedine marina.

Era un odore così persistente che, per qualche istante, Leonardo si dimenticò del dolore che lo stava facendo annegare in se stesso e un’ombra di serenità gli emerse sul volto.

«Leonardo… cosa fai qui fuori?». Elena uscì sulla terrazza osservandolo con aria interrogativa.

Anche lei era a piedi scalzi e i capelli arruffati le scendevano, ondulati e ribelli, lungo le spalle esili.

Aveva indosso la vestaglia di Leonardo. Su di lei era talmente ampia che rischiava di inciamparvi.

Probabilmente, con gli occhi ancora offuscati dal sonno, doveva averla confusa con la sua.

Leonardo si voltò verso di lei e non riuscì a reprimere un sorriso divertito vedendola conciata in quella maniera.

Elena si passò una mano sulle ciglia, strofinandosi gli occhi per cercare di cacciare via l’ultimo residuo di sonno che li abitava.

Solo allora si accorse dell’errore fatto ma, invece di rientrare in camera e rimediare allo sbaglio, si strinse in quella larga vestaglia annusando su di essa l’odore di Leonardo.

«Che buon profumo che hai», gli sussurrò dolcemente, avvicinandosi a lui.

Gli si sedette accanto e poggiò il capo sulla sua spalla, rifugiandosi sotto il suo mento e socchiudendo gli occhi.

Elena era calda come le coperte dalle quali era appena uscita. Leonardo le passò un braccio intorno alle spalle e la strinse a se per sentirla ancora più attigua al suo cuore.

«Non hai freddo qui in terrazza?», l’interrogò lei preoccupata, afferrandogli la mano destra per riscaldarla nel tepore della sua.

«Hai le dita ghiacciate», esclamò, portandosela accanto alla guancia e sfiorandogliela lievemente con le labbra.

«Con te vicino non sentirei freddo nemmeno se fossimo in pieno inverno», replicò lui, cercando di nasconderle il luccichio che gli brillava negli occhi, mentre chiedeva alla luna di spostarsi un po’ più in là e di non illuminarlo con la sua luce argentea.

«C’è qualcosa che ti preoccupa, Leonardo? Come mai non riesci a dormire?», gli domandò Elena, raggomitolandosi tutta contro il suo addome caldo e accogliente.

Il corpo di Elena era così esile se confrontato al suo. Leonardo pensò che avrebbe potuto ospitarla comodamente dentro di sé e vi sarebbe rimasto ancora dello spazio vuoto da riempire.

«Perché stai piangendo?», l’interrogò di nuovo, cogliendolo alla sprovvista.

«Se c’è qualcosa che ti preoccupa, voglio che tu me ne parli. Non dimenticarti che sono tua moglie».

Leonardo non riuscì a replicare alle sue domande. Rimase in silenzio ad accarezzarle i capelli, volgendo lo sguardo all’orizzonte, verso quel mare che avrebbe desiderato attraversare per cercare di fuggire lontano dalla malattia che stava tentando di strapparlo dalle sue braccia, ma era consapevole che, dovunque fosse andato, Lei l’avrebbe seguito e non ci sarebbe stato modo di liberarsi della sua presenza indesiderata.

«Vuoi che ti prepari una camomilla?», gli chiese Elena, non insistendo oltre per conoscere il motivo delle sue lacrime.

Sapeva che Leonardo aveva i suoi attimi di chiusura. Attimi che avevano bisogno del loro tempo per essere scardinati e portati alla luce.

Conosceva bene quell’uomo che le stava vicino e sulla cui spalla si accoccolò volgendo gli occhi verso l’alto, accorgendosi, solo allora, della luna che li osserva materna e inquieta.

«L’unica cosa che desidero ora è che tu rimanga qui con me. Ho bisogno di averti vicino. Senza di te, di fronte a questo immenso cielo stellato, mi sentirei perso», le rispose lui posandole un bacio sulle labbra.

«Mi sono sempre chiesta da dove siano nate tutte queste stelle. Se sia stato Dio, oppure la scienza, a dargli la vita», replicò lei, facendosi ancora più attigua al suo torace.

Da quando aveva saputo di essere malato, Leonardo aveva smesso di credere sia in Dio che ne alla scienza.

Come potevano esistere se, né l’uno e né l’altra, erano in grado di liberarlo dalla sua malattia?

Se esiste veramente un Dio perché non mi guarisce dal mio male? Perché non ascolta le mie preghiere? E la scienza? A cosa serve la scienza se non è in grado di sconfiggere delle semplici cellule malate che sono impazzite nel mio sangue?”

Nonostante ciò, era consapevole di aver bisogno di qualcosa o Qualcuno a cui aggrapparsi. Da solo non ce l’avrebbe fatta ad affrontare quello che gli stava accadendo, così decise di appellarsi a Dio.

«Quando ero bambino, mio padre mi raccontò che le stelle non sono altro che le lacrime che Dio pianse quando si accorse che Adamo ed Eva erano venuti meno al suo comandamento e avevano colto il frutto proibito dal giardino dell’Eden».

Elena rimase in silenzio ad ascoltare suo marito, fissando il suo volto illuminato dal raggio argento della luna.

La sua voce la cullava in quella notte tiepida e placida, dove l’unico rumore che infrangeva il silenzio che abbracciava entrambi, era il soffio lieve dei loro respiri che si fondeva con il suono incessante della risacca.

«Quando Dio si rese conto che l’uomo e la donna da lui creati non avevano rispettato l’ordine di non mangiare la mela, si lasciò andare ad un pianto disperato.

Ma le Sue lacrime, invece d’infrangersi sulla terra, presero posto nel cielo, dando vita alle diverse costellazioni che abitano il firmamento, illuminandolo della sua luce divina».

Elena chiuse gli occhi. Il sonno era tornato a portarsela via e Leonardo si sentì di nuovo solo di fronte a quella notte senza fine.

Desiderò svegliare Elena per tenerla ancora un po’ con sé, ma la lasciò dormire in quella vestaglia enorme che le faceva da coperta.

Dormiva con le labbra socchiuse e le mani rannicchiate nel grembo. Bambina e donna allo stesso tempo.

Osservandola, Leonardo se ne innamorò di nuovo, come se fosse stata la prima volta che l’incontrava.

La scrutò come se non l’avesse mai vista in precedenza.

Desiderando che il tempo fosse fermo all’inizio della loro storia.

Desiderando che gli concedesse un miracolo e s’annullasse completamente per cancellare la condanna che gli era stata inflitta.

Leonardo si alzò dal divano stando attento a non disturbare il sonno di sua moglie.

Si chinò su di lei e la sollevò a fatica tra le sue braccia, raggiungendo la camera da letto stringendola al petto.

Nel suo abbraccio le sembrò pesare meno di una farfalla.

Le parve che si fosse fatta piccola piccola in quelle sue braccia grandi e temette che, se fosse scivolata via da esse, avrebbe corso il rischio di andare in mille irrecuperabili pezzi ma, prima che ciò accadesse, la depose cautamente sotto le coperte del letto.

Si distese anche lui, ma senza tirare a sé le coperte. Aveva ancora bisogno di ossigeno. Bisogno di respirare a pieni polmoni, e quelle lenzuola l’avrebbero soffocato.

Si girò di nuovo sul fianco e tornò a versare acqua dagli occhi. Pianse. Pianse anche se era sfinito e stava perdendo le sue ultime energie.

Pianse fino a quando le palpebre gli fecero male. Pianse mordendosi la lingua per non mettersi a gridare il suo dolore.

Pianse e, lentamente, si addormentò….

04 febbraio 2020

Aggiornamento

Ho ritrovato su YouTube un video che avevo realizzato per il primo capitolo del mio libro quando avevo iniziato a scriverlo. Se volete dargli un'occhiata lo trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=y2rapiOIIfg&t=1s

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Eleonora Rossi
Mi chiamo Eleonora Rossi, ho 42 anni e vivo ad Ostia Lido sul litorale romano. Lavoro come promoter sia nei supermercati che per un noto gestore telefonico.
Ho sempre amato la scrittura creativa. Ho scritto la mia prima poesia quando avevo solo otto anni e poi ho coltivato la mia passione continuando a scrivere brevi racconti rosa con la mia prima macchina da scrivere ricevuta in regalo per il mio tredicesimo compleanno.
Ho partecipato a diversi concorsi letterali, riuscendo a pubblicare dei brevi racconti sia sulla rivista Confidenze che per una rivista della Lancio.
Nel 2014 ho auto-pubblicato, con lo pseudonimo di Ely Rose, il mio primo romanzo "La figlia rubata", sulla piattaforma Kobo Writing Life, ottenendo un discreto successo sia nelle vendite che nelle recensioni.
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