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Quello che corre

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Antonio Paci è un ispettore di polizia alle prese con la crisi di mezza età: le maratone a cui era solito partecipare sono ormai un ricordo lontano, così come la storia d’amore clandestina con Stefania, amica d’infanzia sua e di sua moglie Giulia. Ma il passato è sempre in agguato: l’improvvisa scomparsa di Stefania, pochi giorni dopo la morte della sorella gemella, costringe Antonio a indagare su amici di vecchia data e a riaprire dei capitoli della sua vita che credeva ormai chiusi. Sullo sfondo della piccola città di Piombino, a sua volta alle prese con una grande crisi occupazionale, l’ispettore imparerà che niente è come sembra…

DOMENICA 26 FEBBRAIO 2012

START. Otto chilometri all’ora. Il motore si avvia, il passo si adegua al movimento del nastro e, dalla camminata veloce, l’uomo in mutande passa alla corsa in pochi secondi. Tutto il suo corpo si muove, anche la mente. Fa fatica, e non solo per la corsa in sé. Ha passato i cinquant’anni, e l’uomo in mutande cerca di reagire come può ai primi segni di decadimento fisico. È come se stesse nuotando dentro un grande fiume nel vano tentativo di risalire verso la sorgente. Adesso sta guadagnando qualche metro, ma prima o poi si stancherà. Si arrenderà, e arriverà sul ciglio della cascata; si lascerà andare, dolcemente. Giù. Ma solo in quel momento. Prima di allora cercherà qualche espediente per allontanarsi da lì. Per ora l’uomo in mutande ha pensato, appunto, alla corsa sul tapis-roulant, alle pasticche per abbassare il colesterolo, a limitare l’alcol, a eliminare le sigarette. Tutto questo arrabattarsi per non cadere. Per tentare di tornare indietro, verso la sorgente.

Il tapis-roulant è crudele. In uno sforzo supremo l’uomo in mutande preme dodici, poi quattordici chilometri l’ora mantenendo quella velocità per pochi minuti, ma non può non ricordarsi del fatto che a vent’anni correva due ore a quattordici-quindici chilometri l’ora, a quattro minuti al chilometro. L’immagine impietosa sfuma, lo lascia in pace, e ritorna alle incombenze quotidiane, cadenzate dal tonfo sordo dei piedi che atterrano alternativamente sul nastro. Intanto il display luminoso mostra il tempo trascorso, un tempo che non tornerà più.

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Tapis-roulant, dunque, per rinviare di qualche tempo – un istante, qualche minuto, mese, anno – il ciglio della cascata. È ancora inverno, e quei sei-sette gradi non invitano a un’uscita mattutina. Le cuffiette, molto leggere, sono collegate all’iPod e l’impostazione scelta del programma è “brani casuali”.

L’uomo in mutande ha in sé tutte le caratteristiche del “tira e molla” alla Charlie Brown, anche per la scelta delle cose più semplici, come il fare una corsetta fuori casa o sul tapis-roulant. È vero, il freddo non invita affatto a uscire di casa, ma allo stesso tempo l’uomo si rende conto che, le volte in cui lo aveva fatto, era tornato a casa più carico di energie e meglio disposto ad affrontare il resto della giornata; d’altra parte per correre all’aperto occorre una mezz’ora in più di tempo a disposizione, quindi vince, per quel giorno, il tapis-roulant di una incollatura. Il “tira e molla” funziona anche sul tipo di cuffiette da usare: occorrono leggere, perché non interferiscano con la fase di volo della corsa, ma sufficientemente fedeli per non avere distorsioni acustiche. La leggerezza e la fedeltà, però, male si conciliano; vada per quelle leggere e un po’ meno fedeli, questione di praticità.

E infine, che brani ascoltare: casuali o una playlist? Ha già riflettuto da tempo su questa scelta, poi non ha più cambiato idea. Una playlist è una decisione consapevole, ma si finisce con l’ascoltare sempre i soliti brani. Inoltre anche ascoltando la playlist ideale, pian piano i brani preferiti perdono forza, legati alla ripetitività e alla prevedibilità. E così è giunto alla sofferta decisione di impostare “brani casuali”, con la prospettiva di trovare delle musiche che non ricorda più, piacevoli e inaspettate, ma anche col rischio di sorbirsi delle noiosissime lagne, visto che ha caricato più di millecinquecento brani sull’iPod, e alcuni di essi non lo convincono fino in fondo. Il rammarico dell’uomo in mutande sta nel non aver adeguatamente selezionato il materiale. Premere, durante l’ascolto di un brano mediocre, il tasto forward per passare al brano successivo? No, non è da lui: gli sembrerebbe di barare.

Insomma, è un mondo imperfetto: qualsiasi decisione lo rimanda a oggetti e situazioni e persone da “pro e contro”. E, dopo aver scelto, si devono affrontare le conseguenze relative alle imperfezioni, onnipresenti. Il mondo delle idee si scontra con la realtà, e tutto ciò determina bruschi cambiamenti di umore. La decisione relativa alla corsa è già alle spalle e, a parte un po’ di mancanza di sonno, non avrebbe avuto, almeno nelle previsioni, importanti ripercussioni.

La corsa scorre piacevole. Con l’occhio rivolto verso la finestra, l’uomo in mutande osserva il giardino della villetta di fronte e corre senza grandi affanni. Lamenta solo un piccolo dolore al polpaccio della gamba destra; il fastidio rimane costante senza aumentare, evento che lui teme grandemente, era già successo poco tempo prima. Non solo l’uomo procede senza affanni, ma è addirittura di buon umore, anche rallegrato dalla musica che scorre nelle sue orecchie. Del resto qualche dolore capita sempre; nello sport non si è quasi mai al cento per cento della forma, e nemmeno nella vita.

STOP. Il nastro si ferma in pochi secondi, la casa torna in silenzio. Tanto per verificare che il programma “brani casuali” abbia funzionato a dovere, premendo ripetutamente il tasto rewind, l’uomo in mutande trascrive, come spesso fa, in un taccuino la serie dei brani. Sua moglie lo ha spesso deriso per quella pedanteria, ma lui spera in cuor suo che nemmeno i brani casuali accadano per caso.

Ecco cosa ha ascoltato quella mattina:

Lovesong – The cure

Boulevard of broken dreams – Green Day

Lady marmalade – LaBelle

Jump – Van Halen

Easy like sunday morning – Lionel Richie

In your eyes – Peter Gabriel

Fragile – Sting

East side story – Bryan Adams

She’s in parties – Bauhaus

L’isola che non c’è – Edoardo Bennato

La collina dei ciliegi – Lucio Battisti

L’uomo in mutande guarda i titoli delle canzoni, cercando un senso; neanche stavolta riesce a vederlo. Più volte ha tediato i suoi amici e Giulia, sua moglie, con la teoria che la vita possa essere un film, a tratti un po’ moscio, ma coerente, dove la narrazione è funzionale e il caso non esiste, dove perfino i brani casuali hanno un senso. Che, addirittura, ogni tanto assapori l’illusione di essere lui il protagonista del film, un film ben congegnato a tavolino. Ma basta che qualcuno gli obietti «E l’Olocausto? E la bomba atomica?» e lui non sa che rispondere, scrolla le spalle e l’ipotesi di partenza vacilla. 

L’uomo in mutande stacca la spina del tapis-roulant, si toglie le scarpe, si avvia verso la doccia. Scendendo le scale, viene investito da una piacevole lama di sole che penetra da una persiana socchiusa. Un sole invernale, purificato per mezzo del vetro dal freddo esterno, luminoso e cristallino. L’uomo in mutande si rende conto che è la corsa stessa a generare in lui piacevoli pensieri: sulla luce radente, sulla quiete di una domenica mattina, sull’aroma del bagno schiuma al sandalo, sull’acqua calda che lo accarezza. L’acqua scende, dilava, scioglie. Manda giù nello scarico le preoccupazioni, almeno per qualche minuto; poi tutto torna come prima, anzi, no, leggermente meglio di prima. Il suo involucro di ossa, muscoli, sangue, visceri e pelle sta ancora funzionando a dovere, e questo è rassicurante.

L’uomo in mutande esce dal bagno, si sofferma nel corridoio. Sta guardando una foto: immortala sei ragazzi, in un mercoledì di tanti anni fa. Lui, Alessandra, Stefano, Giulia, Marco, Stefania. Un mercoledì appesantito da un’interrogazione di filosofia e un compito di fisica, che loro avevano accuratamente evitato con un “sale”. Nonostante l’acerbo aprile, avevano fatto il bagno, con Alessandra che faceva da traino all’entusiasmo bloccato temporaneamente dall’acqua troppo fredda. Appollaiati su uno scoglio, con i capelli bagnati inondati di luce e un sorriso accentuato dall’attesa dell’autoscatto. In quella foto la morte pare impossibile, che non sia affar loro; pare che vivranno per sempre.

Invece Alessandra sta morendo, questo è l’ultimo responso medico. Ormai il suo cuore è affaticato dalla mancanza di ossigeno, dal tumore che ha invaso entrambi i polmoni e ne ha limitato la funzione. La respirazione è in affanno, come durante una corsa di lunga durata, una corsa che in questo caso finirà dopo l’ultimo battito. Alessandra ha scelto di non effettuare la chemioterapia, che avrebbe prolungato solo di qualche mese la sua aspettativa di vita. Sta facendo, in questa fase terminale, cure palliative a base di morfina. Venerdì notte è rimasta Stefania, la sorella, a vegliarla in ospedale, in quella cameretta immersa in una luce opalescente, invasa dal respiro di Alessandra e dal gorgoglio dell’ossigeno. Poi lui, Antonio, le ha dato il cambio ed è rimasto tutta la mattina di sabato. Non si sa che fare, se non inumidirle le labbra di tanto in tanto, e ascoltare i sussurri di voce stanca e dolente, dando generici conforti.

Squilla il telefono. L’uomo in mutande risponde. «Ciao Stefania, dimmi.»

«Antonio, la mia sorellina è morta. Ieri sera, alle dieci.»

«Porca miseria. È dura, accidenti, dura per tutti. Ma… potevi telefonare prima.»

«Volevo stare sola con lei. Volevo pensare. Alle nostre vite.»

«Arriviamo.»

L’uomo in mutande entra nella camera da letto, in penombra.

«Giulia, svegliati. Dobbiamo andare.»

La testa di Giulia emerge lentamente dal piumone, quasi fosse una tartaruga. «Che c’è?»

«Alessandra. È morta.»

L’ospedale sta sulla sommità di una collina, una vista mare che toglie il respiro. E quando il respiro non c’è più, ci si sposta duecento metri più giù, all’obitorio. Le stanze sono tutte bianche, in contrasto con le persone che sono quasi sempre vestite di nero. Antonio e Giulia, scuri in volto, raggiungono Stefania. Un abbraccio forte tra Antonio e Stefania, i singhiozzi di lei che coprono tutto il resto; i loro corpi si inclinano a destra e sinistra, avanti e indietro, sbatacchiati da una tormenta emozionale. Tocca a Giulia, il suo abbraccio è più convenzionale.

Nella saletta, e fuori, si ammassano i parenti di Alessandra, gli occhi sinceramente gonfi di lacrime; anche se, sinceramente, pensa Antonio, si sarebbero potuti far vedere di più prima, quando c’erano da fare le notti.

Arrivano gli amici. Chiara, Monica, Stefano, Paolo, Elena e anche Marco. Dopo i saluti a Stefania, c’è anche il momento per i saluti di Antonio ai suoi ex compagni del liceo. Non li vedeva da tanto tempo. Tempo che è stato abbastanza generoso con loro.

Un funerale è simile a un evento organizzato all’ultimo momento, imprevedibile per definizione. E imprevedibile è sapere chi troverai. Non si è mai pronti per un funerale, così come non si è mai pronti per una nascita.

È come se il mondo intero avesse bisogno di un po’ di tempo per riorganizzarsi per lo spazio lasciato da chi se ne va, o per quello improvvisamente occupato da chi arriva. Ci si sente inadeguati.

In questo momento l’inadeguatezza di Antonio è alimentata dal rammarico delle cose non dette ad Alessandra. Avrebbe potuto dirle che la loro amicizia si era nutrita di esperienze, più che di parole. Un’estate all’Elba, le decine di capodanni trascorsi insieme, la band, le nuotate dalla spiaggia del Falconcino. Esperienze concrete, sensoriali, fatte di acqua salata, del profumo di una ciambella calda alle due del mattino, del suono di un radiolone che canta Because the night mentre il sole casca nell’acqua di Calamoresca, di un coro sguaiato che va dietro alle note della Bamba, del profumo di una mimosa di febbraio. Certo, non sarebbero uscite facilmente quelle parole. Per l’ispettore Antonio, è più facile indagare sugli altri che su se stessi. Ma questa è un’altra storia. Il funerale si sarebbe tenuto alle tre del pomeriggio.

Stefania è affaccendata con saluti e racconti degli ultimi giorni di Alessandra a parenti e conoscenti.

«Stefania, ci vediamo dopo.»

«Sì. Grazie Antonio, grazie Giulia. Davvero, grazie per quello che state facendo.»

Antonio e Giulia tornano a casa. Mangiano un piatto di spaghetti con il ragù.

«Il tuo abbraccio con Stefania mi ha innervosito.»

«E dai, Giulia. È roba antica, ormai. Ne abbiamo parlato tante volte.»

«Sì, ma il ricordo mi fa ancora incazzare.»

Il tintinnio delle forchette sui piatti rimanda Antonio al tintinnio di un calice.

«Un momento di attenzione, prego.» Il brusio della sala scomparve in pochi secondi, tutti gli sguardi rivolti verso Antonio. «Sono passati più di dieci anni, quasi quindici, da quando si è chiuso il portone del vecchio liceo, da quel giorno in cui, prima di affrontare gli esami di maturità, ci siamo messi a correre verso il porticciolo e ci siamo buttati in mare vestiti. Pensavamo che ci saremmo persi di vista, invece eccoci qua, a festeggiare la laurea di Alessandra. Siamo tutti sinceramente contenti che si sia laureata, nonostante il lavoro a tempo pieno; siamo contenti perché da veri amici condividiamo questa sua gioia, e speriamo di trovare altri momenti di ritrovo per rafforzare i nostri legami. Basta volerlo intensamente, basta capire che la nostra amicizia è ciò che abbiamo di più caro al mondo. Sì, Enrico, anche più di quella cosa lì. Quella va e viene, la nostra amicizia resta, e ci fa godere più di quella cosa lì. E allora, una proposta: ogni cinque anni potremmo dar lustro alla nostra amicizia; ogni cinque anni – seguiremo la tabellina del cinque per capire gli anni giusti – ci troveremo al porticciolo a festeggiare il solstizio d’estate, il giorno più lungo, la vittoria della luce sul buio, della vita sulla morte, della nostra amicizia sull’oblio e sulla noia. Che ne dite?»

Dopo il brindisi e gli applausi, Stefania si avvicinò ad Antonio. Era tornata la musica ad alto volume e le luci psichedeliche nella pista da ballo, il resto della sala era in penombra; Stefania portò per mano Antonio dietro una colonna, e lo baciò, un bacio furtivo; tennero le labbra incollate per il tempo di un battito d’ali, ma fu sufficiente a farli decollare verso altezze vertiginose, verso emozioni ed esperienze che toglievano il respiro.

Si incontrarono la mattina seguente vicino agli scogli di piazza Bovio; poi si dettero un appuntamento ai giardinetti di Salivoli e andarono nella casa estiva di San Vincenzo dei genitori di Stefania. Fu tutto facile, e gli incontri continuarono clandestinamente per due anni.

Non sapevano che fare della loro vita, di quella di Giulia e di Marco, finché decisero che non sarebbe stato un bene mandare a monte i loro legami, sconvolgere gli equilibri della loro inseparabile compagnia, deludere le aspettative dei loro genitori che ormai pensavano ai generi e alle nuore come a dei figli. In realtà fu Stefania a deciderlo, con un discorso fatto di buone ragioni, del tempo che passa, di cose quasi incomprensibili per ciò che si erano detti fino alla sera prima, e Antonio non ebbe la forza di protestare.

Finì lì, ma un giorno d’inizio estate Giulia e Antonio decisero di inaugurare la stagione dei bagni. All’ora di pranzo scesero nella spiaggia sotto il castello inondata di sole. Antonio e Giulia si buttarono alla svelta, un senso di freschezza più che di freddo, di gioia di essere lì. Un abbraccio in mezzo alle onde, poi Giulia tornò a riva e Antonio si trattenne in acqua per una lunga nuotata; percorse qualche centinaio di metri lungo la costa, il primo bagno gli dava sempre l’entusiasmo di un ragazzino. Al ritorno Antonio aveva il vento di Maestrale alle sue spalle, e questo era un ulteriore motivo di piacere. Finché non raggiunse la riva. I teli da mare vuoti. Alzando lo sguardo Antonio intravide Giulia: aveva già salito le scale che congiungevano la spiaggia a viale del Popolo.

Sul telo di Antonio c’era il portachiavi della macchina: all’estremità c’era un pupazzino verde munito di cerniera, aperta, l’interno era vuoto. Poco più in là, sui ciottoli, il biglietto spiegazzato, di cui Antonio conosceva bene il contenuto:

Abbiamo fatto la cosa giusta, ma il mio corpo non ci crede ancora. Ti cerca tra le pieghe di un lenzuolo, in una canzone di Battiato, in un profumo di amore. Ti cerca, e io cerco di spiegarmi con lui, invano. Stefania.

Ci vollero degli anni per recuperare fiducia, per tornare quasi uguali a prima. Quasi: la ferita si rimarginò, ma era rimasta una cicatrice, una specie di segnalibro, che di tanto in tanto faceva sentire la sua presenza.

Antonio e Giulia si tengono per mano e seguono i passi di Stefania, poco più avanti, circondata dai parenti. C’è Marta, viene da Lucca: è l’ex compagna di conservatorio di Stefania. Ci sono gli insegnanti della scuola di musica, Beppe Saltini e Mara Stucchi, e molti allievi. Tanti impiegati e operai delle acciaierie. Gli amici del liceo sono prevalentemente concentrati vicino ad Antonio. «Ogni cinque anni» dice Paolo ad Antonio con un pizzico di malinconia.

Chiara ed Elena sorridono, con un sorriso che non va oltre la rima labiale. Antonio osserva Stefania di spalle; il sole gioca con i suoi capelli, di un nero naturale appena appena ingrigito dal tempo. Si domanda il perché sia stato sempre attratto da lei, e non dalla sorella gemella. Antonio si era reso conto con il passare degli anni che la sensazione iniziale di due gocce d’acqua era evaporata pian piano, fino a rendere l’impressione di due donne diverse, anche sul piano fisico. Perché i gesti – l’arricciolare con le dita una ciocca di capelli, un sorriso a mezza bocca, l’andatura, il tirarsi su un collant spremendo una coscia verso l’alto – sono, con il passare del tempo, più peculiari di un naso all’insù o di un punto vita. E anche se da ragazzino le confondeva, l’impressione forte di essere più attratto da Stefania che da Alessandra l’aveva avuta quasi subito, appena conosciute.

27 Aprile 2016
la campagna di Antonio La Malfa è partita bene! Parlano di lui, del suo libro Quello che corre e del crowdfunding letterario sia su Vibrisse-bollettino sia su Il Tirreno. Ne siamo molto contenti! Di seguito i link ai due articoli:

https://vibrisse.wordpress.com/2016/03/02/chi-vuol-far-correre-quello-che-corre/

https://iltirreno.gelocal.it/piombino/cronaca/2016/03/22/news/piombino-in-giallo-col-crowdfunding-1.13173152

16 Novembre 2017
Domani a Piombino presso la Saletta Rossa non perdete la presentazione di "Quello che corre" con Antonio La Malfa. Nella locandina tutti i dettagli!

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Antonio La Malfa
Antonio La Malfa vive a Lucca con i due figli e fa il dentista. Ha pubblicato vari libri, tra cui il romanzo La luna di piombo, la raccolta di racconti La baita dei destini incrociati (terzo classificato al premio Elsa Morante) e un reportage sul Cammino di Santiago, che ha fatto in bici nel 2007 e nel 2011. È coordinatore del gruppo di lettura Librarsi, presso la biblioteca di Oblate di Firenze. Dal 2008 cura il blog viaggioinbici.blogspot.it.
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