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Quello che non siamo più

Quello che non siamo più
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Consegna prevista Settembre 2022

Luca e Daniele, grandi amici fino ai tempi dell’università, si ritrovano da adulti scontrandosi tra desideri e speranze non corrisposte, mentre per entrambi il punto delle loro vite è alle prese con le contraddizioni delle scelte passate, con ciò che sono diventati nel bene e nel male, ciascuno con la propria intima solitudine.
Luca ha un lavoro importante, ma la sua confortevole vita non ha molti slanci e si dipana tra i problemi dei clienti, la famiglia, una ristretta cerchia di amici con i loro guai.
Daniele, invece, sa di essere al capolinea di un’esistenza che non è andata come desiderava e rende complice il suo vecchio amico di un fatto delittuoso, sperando di ottenere da lui una riabilitazione morale.
Tra l’Emilia e la Toscana si gioca una partita a due in cui non conta vincere, ma trovare la capacità di affrontare conflitti e dubbi irrisolti, levandosi la maschera protettiva delle certezze apparenti, della sicurezza e della forza esteriore che entrambi ostentano.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo mi è rimasto dentro a lungo, benché avessi la necessità di vedere le parole scritte sullo schermo, non per i fatti che vi accadono, quasi tutti di pura fantasia, ma per le relazioni tra i suoi personaggi. In ciascuna c’è qualcosa di autobiografico che le pagine hanno reso più vere, ma non meno irrisolte, come per Luca, Daniele e tutti gli altri protagonisti del libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Trascino le gambe come se alle caviglie avessi legate due palle di ferro con la catena. Arrivo alla porta, giro la chiave una, due, tre volte. La apro. Entro e me la richiudo alle spalle con delicatezza. Non saluto, non apro bocca perché tanto so che lui è lì ad aspettarmi.

Lo vedo.

Seduto sul divano, le gambe accavallate, in silenzio.

Mi guarda.

Lo guardo.

Vado al tavolo dove ci siamo parlati la prima volta, sposto una sedia, mi accomodo di tre quarti per potermi appoggiare al piano e allo stesso tempo averlo dritto davanti a me.

La distanza fisica che c’è tra noi è sospesa, potrebbe estendersi come un elastico fino al suo punto di rottura e il rimbalzo degli estremi colpirci a morte; potrebbe accorciarsi con la lentezza del cammino di una chiocciola che striscia il suo corpo molliccio, zavorrata dal suo guscio, cedendo una scia di bava; potrebbe rimanere così com’è, inalterata dalle nostre figure immobili, dalle nostre bocche cucite.

Io non so più cosa voglio.
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Nel mio cervello c’è una discrasia che sovrappone decine di fotogrammi, li mescola, li confonde, li riallinea diversamente da come si sono generati: Cecilia; casa tua, quando facevamo le elementari, con tua madre che prepara pane burro e zucchero per farci fare merenda; il mio lavoro; la partita di campionato in cui sei crollato a terra come una pera cotta perché i legamenti del ginocchio avevano ceduto di colpo; i miei figli; mio padre e mia madre che sono contenti che ci frequentiamo; tuo padre, austero, cancelliere del tribunale, sempre sorridente quando m’incontra; tua madre, profumata, che mi sussurra nell’orecchio di giocare a Subbuteo per farti un piacere, e farlo a lei, anche se io non mi diverto affatto; i corridoi vuoti dell’università; Monica, la tua ragazza; Sabrina, la mia segretaria; tu che mi colpisci con un pugno in faccia alla festa che avrebbe potuto cambiare la mia vita per sempre, o che forse l’ha cambiata; i corridoi affollati dell’università; la tenda montata storta nel campeggio al mare; una delle tante corse sotto la pioggia per il piacere d’inzupparci i capelli e avere i jeans schifosamente incollati alle gambe; quando ho ritirato l’Audi dalla concessionaria; quando ho aggredito un signore in fila al bar della stazione, al ritorno da un weekend al mare, perché credevo mi avesse rubato il portafoglio e tu mi hai trascinato via per calmarmi, perché il portafoglio ce l’avevo in mano, ma mi ero preso un colpo di sole e vaneggiavo; quando abbiamo comprato la casa in città, dove viviamo ora, e negli occhi di Cecilia ho letto una gioia talmente grande da rimanere stupefatto; tu che m’interroghi per l’esame che abbiamo il giorno dopo; mio zio e mio cugino, insieme in montagna, che scendono a rotta di collo per un canalone ghiaioso, saltando come due stambecchi; i miei figli che corrono nel prato del giardino di casa e ridono; le nostre passeggiate fino alla gelateria, sempre quella, dove beviamo un frappè alla banana da mezzo litro a testa, sempre il solito; i miei soci, troppo seri e compresi nel loro ruolo; Jacob, il tuo gatto british shorthair che rompeva i coglioni e mi graffiava le mani; la volta che Mavi ha iniziato a camminare con le braccia tese in avanti per raggiungermi; Andrea che sbaglia il putt all’ultima buca e così vinco io; Jacob nascosto sotto il tuo letto, tu che lo chiami e lui non viene perché è morto; tu che piangi – ti ho visto piangere spesso, ora che ci penso -; la settimana in barca a vela alle Cicladi, con Cecilia; le ore al cinema con te la domenica pomeriggio; un mio cliente che mi lancia una mazzetta di soldi in faccia, si alza dalla sedia ed esce dallo studio dicendo che non capisco un cazzo e che non tornerà mai più – per la cronaca, due mesi dopo lo hanno arrestato a Madeira con due valigie piene di contanti e anch’io ho avuto i miei problemi per convincere il giudice istruttore che non ne sapevo nulla -; le ore al cinema da solo, alle proiezioni serali a prezzo scontato durante la settimana, dopo che sei partito per il Sud America, o meglio credevo tu fossi partito; il funerale di Tommaso; le chiacchierate con Pier Vittorio Tondelli alla Libreria del Teatro; un abbraccio lunghissimo con Cecilia, sulla spiaggia di Pampelonne; tu che cucini gli spaghetti a mezzanotte; le infinite rivincite sul campo da golf con Andrea che continua a perdere; il monologo di Edward Norton nella ‘25a ora’ che mi fa pensare a te anche se il film non l’abbiamo mai visto insieme; quando Monica, la tua ragazza, ha abortito e tu mi hai detto che non eri d’accordo ma non potevi farci niente; quando io e Cecilia decidiamo che lei non lavorerà più, che fare l’avvocato non le piaceva poi un granché; tu che reciti il colonnello Kurtz e mi parli della solitudine e del diritto che ho di ucciderti ma non di giudicarti; le risposte che devo avere sempre pronte alle domande di mio figlio, perché per lui so tutto; io che guido ad alta velocità, di notte, per provare a portare la lancetta del tachimetro al suo limite estremo; quella volta che abbiamo sfondato una cabina telefonica, apposta, per vedere quanto si ammaccava la tua 127 bordeaux e se la cabina, piegandosi in due, sarebbe caduta o meno sul cofano; la prima volta che sono andato a lavorare in studio, dovevo ancora laurearmi, e mio zio mi ha presentato a tutti; io e te – avevamo sedici anni – che sfasciamo a colpi di pietre il parabrezza di un’auto parcheggiata nel bosco e che credevamo abbandonata, invece era di due anziani andati a far legna; il primo bacio con Cecilia; quella volta in cui – non avevamo ancora sedici anni – intorpiditi dal caldo, stanchi, seduti nell’ultima fila di un pullman che da un passo dell’Appennino ci riportava in città, ci siamo baciati sulle labbra e poi dentro la bocca, con la lingua, ed è stata la prima e unica volta e anche se non ne abbiamo mai parlato, quel gesto è rimasto tra noi, sospeso, come la distanza che c’è, tra noi, adesso.

Il primo a spezzare l’onda rappresa di questo silenzio è lui. Con voce ferma e un tono basso, mi dice: – Finalmente sei arrivato e spero tu non sia di corsa, il tempo minimo di un saluto, di chiedermi se ho bisogno di qualcos’altro oltre a quello che mi hai portato e poi via di nuovo perché hai del lavoro urgente da sbrigare, appuntamenti non rinviabili, il mondo intero che ti aspetta e che senza di te non va avanti. Il globo terrestre che necessita della tua forza e della spinta delle tue gambe per roteare su sé stesso. Se non ti muovi tu, si ferma anche lui. Ma vaffanculo.

Lo guardo e ascolto la sua aggressione verbale senza rispondere. Lascio che mi rovesci addosso questa valanga di parole con cui non capisco dove intende arrivare.

– Sono due giorni che ti aspetto e non ti facevo così pavido. Anzi, codardo, che è ancora peggio, perché io penso che tu stia fuggendo da questo ennesimo imprevisto della tua vita, come hai sempre fatto da quando ti conosco. Ti sei girato dall’altra parte di fronte alla tragedia di Tommaso, quando invece aveva bisogno di noi. L’hai rifatto con Veronica. Adesso, un conto è dire che vuoi sederti di fronte a me e obbligarmi a raccontare la verità, sapere cosa c’è dietro a tutto questo o perché sono venuto a cercarti o entrambe le cose. Un conto è farlo, avere il coraggio di ascoltarmi, pesarne le conseguenze, prendere decisioni. Io credo che tu oggi sia arrivato di sicuro armato dei migliori propositi, della risolutezza che serve per affrontarmi, ma poi davanti a questa casa ti sciogli, ti caghi sotto e nel giro di breve proverai a inventarti scuse improbabili e banali per correre via come un coniglio. Stavi per scendere da quella tua auto gigantesca, ti ho visto aprire la portiera, ne sono sicuro, ma poi l’hai richiusa restandoci dentro, immobile. Hai avuto bisogno di recuperare la forza d’animo per entrare qui e rimanerci per il tempo necessario? Ti ho proposto un patto che hai accettato imponendomi di fornirti delle spiegazioni. Mi sono preparato, Luca. Adesso sono pronto e tu devi smetterla di scappare, perché entrambi abbiamo la necessità di arrivare a un chiarimento definitivo, se di chiarimento si tratta. E non soltanto per determinare chi sono io, ma anche per sapere chi sei tu, caro il mio amico, e poi misureremo chi dei due l’ha combinata più grossa…

Non so se vuole aggiungere altro, ma in ogni caso non glielo permetto e lo interrompo scandendo bene le parole, alzando la voce quel tanto che basta per sovrastare la sua.

– Ascoltami bene, Daniele. Mi sono fermato fuori perché mi ha telefonato un cliente e la questione non ti riguarda. Chi sono io lo so già e non ho bisogno di impararlo da te. Sono qui perché tu devi dirmi cosa hai fatto per doverti nascondere, da chi stai fuggendo e quanto mi hai già messo nei guai.

–Voglio solo ricordarti…

Lo interrompo di nuovo e gli dico – Non ho intenzione di ricordare niente. Vai dritto al punto senza provare ad aggrapparti a un sentimentalismo da quattro soldi.

In verità la mia mente nei ricordi ci sta annegando, ma non posso permettergli di condurmi su un terreno in cui mostrerei tutta la mia fragilità. Non voglio lasciare intendere che vent’anni fa ho scelto una strada portando con me il rammarico di non averlo accompagnato a inseguire i nostri sogni di giustizia universale, anche se non so come gli è andata a finire. Non voglio che possa pensare che oggi non sono fiero di me stesso e di tutto quello che ho e mi circonda, perché non sarebbe né autentico né giusto.

Mi fissa negli occhi senza muovere un muscolo, senza cambiare d’un millimetro la sua postura arrogante. Vorrei prenderlo a sberle, rifilargli un pugno ben assestato nello stomaco, tirarlo per una gamba strisciandolo sul pavimento come uno straccio impregnato di ammoniaca. Invece devo stare calmo, soggiacere ai suoi ritmi esasperanti e lenti, aspettare che dalla sua testa escano parole veritiere.

Intanto tace.

Allora glielo ripeto: – Perché sei qui? Da cosa stai scappando?

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giovanni Sanna
Consulente aziendale, sposato, tre figlie, reggiano di nascita, trentino di adozione.
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