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Raccontami di Lea

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Consegna prevista Agosto 2020

Milano 2015. Eleni, una donna greca sposata e con due figlie, tornando a casa ha un incidente mortale. La tragedia lascia Jonas vedovo a 49 anni. Ma, a due anni dall’incidente, l’uomo non sa che tutto è destinato a cambiare.
Gli eventi prendono il via una sera quando, uscendo dall’ufficio, trova un CD con la custodia rotta. Lo porta a casa e scopre che contiene una raccolta di foto che ritraggono una donna. Un bigliettino nella custodia indica il suo nome: Lea. Jonas, affascinato e incuriosito, fa qualche tentativo per cercarla, senza risultato.
Nel frattempo, il destino mette sulla sua strada Teresa, simpatica e solare, che nasconde un segreto e Sonia, più malinconica e sognatrice, con la quale trascorrerà una serata piena di emozioni e di confidenze. Tuttavia, Lea è sempre nei suoi pensieri ma non sa come trovarla. Fino a quando un avvenimento imprevisto lo porterà sempre più vicino a scoprire chi è davvero quella donna e perché può essere così importante nella sua vita.

Perché ho scritto questo libro?

La storia è nata per caso dal ritrovamento fortuito di un CD di foto gettato via da qualcuno. Mi è sembrato uno spunto perfetto per un romanzo. L’intreccio poi è venuto da solo, con l’aiuto della musica, componente importante della mia scrittura. Ho trovato in Denez Prigent, la colonna sonora ideale. Quando ho iniziato a scrivere, non avevo idea del viaggio che avrei compiuto nella vita dei personaggi, né di dove mi avrebbero portata, poi sono stati loro stessi a mostrarmi il senso del romanzo.

PROLOGO

21 SETTEMBRE 2015

Eleni era stanca ed era in ritardo. Era stata a trovare sua cugina e come sempre si era trattenuta troppo, anche se aveva promesso a suo marito Jonas che sarebbe rientrata a casa prima di cena.
Ci mancava anche la deviazione: 4,5 km diceva il cartello che la segnalava. E le bambine sedute sui sedili posteriori, non trovavano pace.
«Mamma» chiamava Tea «quanto manca? Sono stanca!! »
«Mamma» continuava Livia «mi scappa la pipì!»
Fino a poco prima erano rimaste tranquille a giocare. Ridevano, perché avevano inventato un nuovo linguaggio tutto loro, con il quale storpiavano le frasi e ogni tanto si sbagliavano e non riuscivano più ad andare avanti, senza dover ricominciare. Poi però avevano iniziato a stancarsi, anche le curve le avevano agitate.
Eleni era infastidita dalle domande e da quel vociare.Continua a leggere
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Premette il pedale dell’acceleratore per guadagnare tempo. Quella deviazione era un ulteriore ostacolo al rientro, quella sera. A un tratto però, l’auto sbandò imboccando una curva e, invece di svoltare a destra, puntò verso un guard rail di protezione della strada. L’impatto fu molto violento. Gli airbag esplosero, mentre l’automobile si rovesciava su un fianco. Le grida terrorizzate delle bambine non riuscirono a proteggerle da quanto stava avvenendo. Poi, ci furono solo fumo e lamenti, che ben presto cessarono.
I colori del tramonto, uno di quelli molto particolari in cui si addensano tonalità di rosso quasi irreali, ben presto si stemperarono nel buio più profondo. Ma chi aveva avuto modo di vedere quel cielo così insolito, non lo avrebbe dimenticato. Nemmeno chi, in silenzio, aveva assistito all’incidente e aveva sentito il gelo calare nel cuore.

CAPITOLO UNO
JONAS

15 dicembre 2017
Jonas si era svegliato nel cuore della notte immerso nel sudore di un sonno agitato. Le voci delle sue bambine che intonavano una canzoncina malinconica, quasi da film horror, gli erano rimaste nelle orecchie. Una specie di nenia del dolore che lo scuoteva dentro. E pensare che aveva perfino avuto la tentazione di alzarsi per andare a tranquillizzarle, per realizzare poi che non c’era più nessuno da calmare, nessuno cui portare un bicchiere di acqua per far passare lo spavento di un brutto sogno. Era passato molto tempo, ma era sempre una realtà difficile da accettare.
La mattina si era preparato per andare al lavoro sentendosi già stanco. Eppure, il lavoro era la sua salvezza, la distrazione quotidiana dai pensieri che troppo spesso lo trascinavano nel vortice di una disperazione assoluta. Anche quel giorno, aveva concentrato la sua attenzione sui dati da elaborare e sulle statistiche da riportare in presentazioni e proiezioni di costi.
Alzando lo sguardo dallo schermo del PC, si era accorto quasi per caso che ormai fuori era buio.
«Jonas, io sto andando, tu che fai, ti fermi anche stasera?» Laura aveva già infilato il cappotto e si stava annodando la sciarpa.
«Sì, ho ancora del lavoro da finire. Chiuderò io, non preoccuparti. E giuro che mi ricorderò di inserire l’allarme.»
«D’accordo. Ci vediamo domani, buona serata.» Laura sorrise.
Jonas ricambiò a malapena. Attese il rumore della porta che si chiudeva, poi si guardò attorno. Era rimasto solo. Senza più nessuno intorno, tornava alla condizione abituale della sua vita, così com’era da un paio di anni a questa parte.
Una solitudine che ormai viveva come se gli fosse caduto addosso un sipario che aveva diviso la sua esistenza in due parti, il passato e il presente. La cosa più dura da accettare era che il passato non era più recuperabile in nessun modo. Era svanito per sempre e sollevare quel sipario non avrebbe portato a nulla. Solo al rinnovarsi del dolore.
Questo lo faceva sentire molto diverso dai suoi colleghi e colleghe, per la maggior parte donne. Tutti, all’uscita dal lavoro, avevano ancora un gran numero di impegni, fare la spesa, andare a prendere i figli, portarli dal dentista o a una festa. Anche i single avevano qualcosa da fare, un giro in palestra, un aperitivo con gli amici.
Jonas invece, spesso e volentieri preferiva fermarsi un’ora in più in ufficio. Anche se era stanco, restare in quelle stanze lo faceva sentire quasi protetto. Impegnato ancora una volta a ritardare il momento in cui avrebbe aperto la porta di casa e vi avrebbe trovato soltanto il vuoto e il silenzio, senza più voci, risate e profumi di pietanze.
Quella sera non si sentiva più in grado di fare calcoli, quindi decise di fare un po’ di pulizia delle cataste di fogli che accumulava senza sosta sulla scrivania e negli armadietti. Era abituato a iniziare l’anno nuovo con il suo spazio di lavoro ben ordinato e quello era il momento migliore per dare il via alle operazioni di pulizia. C’erano documenti riservati che andavano eliminati con il tritura documenti, ma di questo si era occupato il giorno prima, resistendo stoicamente ai ricordi che quell’apparecchio suscitava in lui. Il rumore che produceva, infatti, era molto simile all’aspirapolvere, il suono che per tanti anni aveva sentito riecheggiare tra le mura domestiche, quando ancora la sua casa era grande, con le stanze per le bambine e l’armadio a quattro ante, per gli abiti di sua moglie.
Scacciò quei pensieri e si dedicò ai volantini pubblicitari, alle stampe e ai fax illeggibili. Alle riviste ormai vecchie di oltre un anno, che non aveva più senso conservare. Il suo cestino sotto la scrivania era già pieno, quindi decise che, tornando a casa quella sera, avrebbe gettato tutto nel cassonetto per la carta che si trovava di fronte al suo ufficio. Non era il tipo da abbandonare i rifiuti sparsi per terra, delegando ogni sforzo alle donne delle pulizie, come facevano i suoi colleghi.
Su uno scaffale vicino alla sua scrivania aveva delle piantine artificiali che gli aveva regalato Veronica, una sua collega che aveva lasciato l’ufficio per trasferirsi in Svezia con la sua famiglia l’anno prima. Non l’aveva più sentita e quello forse poteva essere un buon motivo per fare piazza pulita anche delle piantine. Non che tra lui e Veronica ci fosse tutta questa amicizia, in fondo.
Anno nuovo, vita nuova.
Il periodo di fine anno era sempre l’occasione per tirare una linea e ricominciare. Jonas si sforzava di farlo, ma sapeva bene che non era davvero più come un tempo.
Si ricordò che, prima di andare via, avrebbe dovuto rispondere ad almeno un paio di email, entrambe con questioni noiose da risolvere. Ma doveva farlo.
Quando risollevò lo sguardo verso l’orologio, si avvide che erano già le 19,15. Ora poteva davvero prepararsi per andare a casa. Si alzò quindi dalla scrivania, con le gambe anchilosate. Si diresse all’attaccapanni e si coprì bene prima di uscire: sciarpa, guanti e cappotto pesante, abbottonato stretto. Prese la sua valigetta e il mucchio di carta che aveva messo da parte per gettarlo nel cassonetto. Spense le luci, tirò a sé la porta di vetro, passò la tessera magnetica e digitò il codice per attivare l’antifurto.
Mentre aspettava l’ascensore, rifletteva su quello che avrebbe mangiato a cena quella sera. Non aveva più importanza ormai, quello che si preparava da mangiare. Certi atti della vita, come il cucinare, perdono significato quando si vive da soli per una tragedia come quella che aveva vissuto. Si sarebbe accontentato di una minestra di ceci in barattolo. Gli sarebbe bastato scaldarla, insaporirla con un po’ di olio e avrebbe risolto il problema della cena. Poi, un po’ di televisione e a dormire presto, come tutte le sere.
L’ascensore giunse al piano terra. Jonas uscì. Dai vetri del portone si vedeva ben poco. Tra il buio della sera e la classica nebbia degli inverni milanesi, la visibilità era piuttosto scarsa.
Il tratto di marciapiede da percorrere per arrivare alla fermata dell’autobus era breve, ma prima doveva liberarsi del plico di cartacce. Attraversò la strada e si avvicinò al contenitore della carta. Era strapieno, tanto che la gente aveva appoggiato per terra mucchi di cartaccia tutto intorno. Molte persone dovevano aver pensato come lui che quello era il periodo giusto per liberarsi delle carte che non servivano più. Posò il suo pacco di carta in un angolo. Non si accorse subito di aver urtato con un piede una pila di quotidiani, che adesso erano scivolati a terra. Ora ne aveva metà su un piede. Si chinò per tirarli su.
Qualcosa di diverso rotolò via dai fogli. Era un CD con la custodia rotta a metà. Jonas l’aprì, incuriosito. Sul CD era attaccata un’etichetta colorata che faceva pensare alle vacanze. Dentro c’era anche un bigliettino giallo ripiegato. Sembrava una lettera. Aprì il foglio e lesse:
“Cara Lea, il mio cuore è affranto. Dove sei? Ti…”
In quel momento si alzò una folata di vento. Contemporaneamente, avvertì il rombo del motore dell’autobus che stava arrivando. Richiuse subito il biglietto, lo pose all’interno della custodia del CD e si mise tutto in tasca. Poi si affrettò per non perdere il suo autobus.
Arrivato a casa pensò di fare subito una doccia, ma prima era necessario far salire un po’ la temperatura nelle stanze. Accese i termosifoni. Il suo appartamento rimaneva vuoto per quasi tutto il giorno ed era naturale che di sera il freddo si facesse sentire. Gli avevano consigliato di usare un timer per riscaldarlo prima del suo arrivo, ma non si era ancora deciso a farlo installare.
Un po’ tremante, ancora in accappatoio, andò ad aprire la credenza e accese il fornello per riscaldare la minestra di ceci. Il suo stomaco brontolava, aveva bisogno di mangiare qualcosa. Si asciugò i capelli in pochi minuti, poi prese da un cassetto un pigiama e un giaccone che indossava soltanto la sera, a casa.
Accese la tv. Il telegiornale parlava dell’incremento delle tasse per il nuovo anno. Jonas pensò a quanto possa essere strana la vita. Si passa il tempo a preoccuparsi dei vestiti, di questioni estetiche, di dove trovare i soldi per vivere e poi basta un attimo e la vita non c’è più. Com’era successo alla sua famiglia.
Mescolò la minestra con un cucchiaio di legno.
«Nuova manovra lacrime e sangue» stava commentando la giornalista dal televisore.
«Che termini usano» pensò Jonas. «Le lacrime e il sangue sono un’altra cosa.» Scacciò dai pensieri il ricordo della sua visita all’obitorio, la notte dell’incidente. Quando tornavano quei ricordi, reagiva cercando subito qualcos’altro a cui pensare.
Gli venne in mente solo in quel momento il CD che aveva trovato mentre gettava via il suo pacco di cartacce. Lasciò un attimo incustodita la pentola sul fuoco e andò a frugare nella giacca del suo cappotto, per recuperare il disco.
Aprì il biglietto. Questa volta lo lesse per intero:
«Cara Lea, il mio cuore è affranto da quando non ti vedo più. Dove sei? Ti penso sempre. La mia vita non sarà più la stessa senza di te…
T.»
Jonas si chiese che cosa potesse esserci nel CD. Sentì che il bollore in cucina stava diventando troppo rumoroso e corse di nuovo a mescolare la sua minestra. Era pronta. La versò nel piatto e si sistemò al tavolo, vicino alla tv. Provò a seguire il telegiornale, ma la sua mente vagava altrove. Quando le immagini mostrarono il dramma di uno spaventoso incidente in Calabria, spense subito il televisore. La sua sopportazione aveva un limite.
Forse, era quello il momento giusto per ascoltare il CD e scoprire quali canzoni T. avesse dedicato alla sua Lea.
Si avvicinò all’impianto stereo. Non lo usava quasi mai, era stato comprato per sua moglie, alla quale piaceva molto la musica. Lui, invece, di solito lo ignorava e aveva quasi dimenticato l’uso dei tasti del telecomando.
Inserì il CD nel vassoio e premette il triangolino, simbolo del Play. Il rumore del CD che girava a vuoto durò qualche istante. Poi sul display comparve la scritta: “No sound files found.” Che strano, il suo impianto non era in grado di leggere il CD. Provò con il lettore del DVD. Anche qui il CD girò a vuoto per un po’, ma poi qualcosa sembrò caricarsi. Una miriade di cartelline piene di file: DSC0001, DSC0002…
Era un CD di foto.
Forse, la cosa migliore da fare per visualizzarne il contenuto con calma, era inserirlo nel suo PC portatile.
Andò allo scaffale dove teneva il suo computer e si mise il portatile accanto al piatto. Lo accese. Aveva sempre odiato i vassoi per CD dei notebook. Erano così delicati che ogni volta che li usava, temeva di poterli spaccare. Inserì il disco e, dopo parecchio tempo, il contenuto si caricò in memoria. Erano foto. Centinaia di foto divise per cartelle, che non avevano nomi, ma solo lettere e numeri. Cliccò due volte sul primo file. Si aprì un’immagine con un paesaggio marino. Il cielo nuvoloso e il mare agitato. Provò ad aprire la seconda. Ritraeva una conchiglia sulla sabbia.
Ingoiò una cucchiaiata di minestra.
La terza foto era di una ragazza di spalle. I capelli gonfi di vento, mossi e spettinati. Una giacca impermeabile nera indosso e un paio di shorts di jeans. Camminava a piedi scalzi sulla spiaggia.
Chissà, forse era lei, Lea…?

17 febbraio 2020

Aggiornamento

Raccontami di Lea ha superato il 30% degli ordini, abbiamo quindi raggiunto il primo traguardo: chi ha ordinato il libro lo riceverà nel formato prescelto. Sono veramente contenta di aver raggiunto questo obiettivo e ringrazio di cuore chiunque ha espresso interesse per il romanzo pre-ordinandolo, commentandolo e facendolo conoscere.
Grazie davvero di cuore.
14 gennaio 2020

Aggiornamento

Sono convinta che quando si scrive un romanzo sia molto importante anche la parte visiva della narrazione. Per questo ho creato un breve video (poco più di un minuto) che riassume la storia narrata in Raccontami di Lea. Ecco il link al video su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=3Bjsk8vaN7s Come si può intuire, il mare è uno dei protagonisti di questa storia...
28 novembre 2019

Aggiornamento

Raccontami di Lea è un romanzo che è stato fortemente ispirato dalla musica.
In particolare, le scene più ricche di emozioni e di condivisione dei sentimenti, anche i più dolorosi, hanno avuto come colonna sonora la musica di Denez Prigent.
Per regalare un assaggio di quelle atmosfere a chi legge il romanzo, ho creato una playlist su Spotify. Eccola.
Buon ascolto :)
21 novembre 2019

Aggiornamento

Raccontami di Lea è un romanzo per il quale sono molto importanti i luoghi dove i personaggi vivono, si incontrano e fanno emergere lentamente i loro segreti. Uno di questi è il bar dove Jonas conosce Sonia. Mi sono ispirata a un bar che esiste veramente, si trova a Siena in via Pantaneto, 90 e si chiama Meet Life Café. Dev'essere un luogo magico per la scrittura, perché qualche tempo fa il destino mi ha messo tra le mani un altro libro che lo cita, Grande Era Onirica di Marta Zura-Puntaroni. E questo conferma che uno dei protagonisti principali di questo romanzo è proprio il destino... meet life cafè

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Di facile lettura e coinvolgente, Raccontami di Lea è un romanzo sul destino, sull’amore, sul dolore e su tutto ciò che può capitare in una vita. I personaggi sono ben delineati ed è molto facile che si possa immedesimarsi in uno di loro in quanto persone normali alle quali capitano cose singolari. Quello che avviene non è mai scontato e ciò mantiene la curiosità del lettore sempre molto alta. Si consiglia la lettura accanto a un pc o smartphone per andare ad ascoltare i numerosi brani musicali citati nel libro. Complimenti all’autrice.

  2. (proprietario verificato)

    Quando si dice …. il destino!
    Per chi come me non crede alle coincidenze ma che tutto sia frutto di un qualcosa più grande di noi …
    Questo è il libro giusto.
    Si legge tutto di un fiato.
    Consigliato al 100%

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Rosanna Fiorino
Rosanna Fiorino è nata a Parma nel 1969, ma è cresciuta in provincia di Roma, dove vive tuttora. Fin da piccolissima ha cominciato ad amare i libri, prima da lettrice e poi da autrice. Appassionata di musica, ha viaggiato molto in Europa per seguire festival rock, poi a trentacinque anni ha dovuto affrontare una difficile esperienza. Dopo averla superata, aiutata anche dalla condivisione della sua storia in un blog aperto nel 2004, Stories from the underground, ha ripreso a vivere, viaggiare e scrivere. Oggi lavora part time e il resto del tempo lo passa leggendo (tantissimo) e scrivendo.
Ritiene la scrittura un modo meraviglioso per vivere tante vite e per questo ha scritto diversi romanzi usciti in self publishing, tra i quali "Viola e Nero". "Raccontami di Lea" è una storia nata quasi per caso, ma che le sta molto a cuore. Per questo ha voluto proporla a bookabook.
Rosanna Fiorino on FacebookRosanna Fiorino on InstagramRosanna Fiorino on TwitterRosanna Fiorino on Wordpress
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