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Racconti dal mondo della notte

Racconti dal mondo della notte campagna
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Consegna prevista Dicembre 2020
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“Racconti dal mondo della notte” è una raccolta di storie gotiche, ambientate nel lato oscuro del nostro mondo, lì dove si muovono le nostre paure. Vicende di eroi e antieroi, mostri e uomini che si incontrano e, talvolta, si scontrano, nel buio delle nostre cantine, nel silenzio dei nostri boschi, negli angoli oscuri delle nostre città.

Non è mai solo un rumore, non è mai solo la tua impressione: c’è sempre qualcosa, nell’altra stanza, oltre la siepe, nel buio.

Perché ho scritto questo libro?

È iniziato tutto a Carcare, la mia seconda casa: un giorno, a 14 anni, mentre aspettavo un amico (ritardatario cronico), rassegnato all’attesa ho tirato fuori dalla tracolla un foglio e una penna e, ispirato dalle larghe foglie d’oro e di lava dei castagni che cadevano intorno a me, ho iniziato a scrivere una storia ispirata da quell’atmosfera così affascinante e inquietante che solo il tramonto autunnale consegna.
Semplicemente, da allora, non ho mai smesso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

RACCONTO I: LO SQUALO

Nel mondo della finanza lo conoscevano come “lo squalo”. Un nomignolo che gli avevano affibbiato i giornalisti e che gli calzava a pennello.
Un soprannome inflazionato forse, ma che da quando era stato dato a lui non era stato dato a nessun altro. Perché nessuno era come lui.
L’uomo stava alla finestra del suo ufficio, il più grande e illuminato nel piano più alto di uno dei più alti grattacieli di New York. Il sole stava tramontando e la città era come immersa in una sorta di liquido arancione brillante che ricopriva i palazzi, le auto parcheggiate, le panchine.
-La mia città-
Aveva iniziato dal basso, aveva iniziato come uno dei tanti piccoli imprenditori che tentano la fortuna nella Grande Mela. Aveva lavorato sempre, duramente, fino a notte fonda, risparmiando ogni centesimo. Poi era cominciato a salire e più saliva in alto, più doveva sporcarsi le mani. Ma non aveva mai avuto problemi a farlo.
Jhon Arkham Lonestar, il più potente di New York e di buona parte della East Coast. Di fronte a lui anche i capi della mafia italiana misuravano le parole.
Jhon Arkham Lonestar. Lo Squalo.

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Percorse lentamente la lunghezza della vetrata, ammirando lo stupendo skyline della sua città al tramonto. Aveva ancora il fisico asciutto di quando faceva a botte vicino a Brooklin, ma i corti capelli perfettamente curati ora erano grigi, non neri.
Guardò meglio la sua immagine riflessa, notando alcuni dettagli per altri forse secondari ma per lui fondamentali. Un persistente strato di grasso si era depositato sul suo ventre un tempo reso duro come il ferro dalla fame e dal lavoro sodo, come neve su un prato. Gli occhi, che da ragazzo erano brillanti e pieni di desiderio, ora erano spenti, quasi indifferenti. Il tempo sembrava avesse arato il suo volto, come faceva il suo vecchio nei campi quando non era impegnato a pestare sua madre, lasciando profonde rughe intorno agli occhi e alla bocca.
Jhon Arkham Lonestar. Un vecchio.
Strinse il bastone da passeggio a cui si appoggiava. –Sarò anche vecchio, ma sono ancora il nome più temuto del nord degli Stati Uniti-
Ne andava fiero. Era contento del timore col quale gli astri nascenti della politica si rivolgevano a lui. Vibrava di orgoglio per ogni boss di Cosa Nostra che gli “baciava le mani” e per ogni dipendente che si chinava al suo passaggio come se fosse un re dell’antichità.
Eppure, in quel momento il nome più temuto della East Coast aveva paura.
La porta nera dell’ufficio si aprì, i cardini scivolarono l’uno sull’altro in perfetto silenzio. La sua segretaria non aveva annunciato nessuno, così lui sapeva già chi stava per incontrare; solo una persona poteva essere così folle da entrare nell’ufficio personale di Jhon Arkham Lonestar senza farsi presentare.
Si voltò senza una parola e si sedette dietro la gigantesca scrivania in mogano lucida come oro, cercando di ignorare i dolori alla gamba.
L’uomo che entrò era vestito in maniera quantomeno bizzarra. Cappello a falda larga, una sciarpa rossa sfilacciata che copriva la parte inferiore del volto e un lungo cappotto sudicio beige.
Senza dire nulla si sedette scompostamente su una delle tre sedie dall’altro lato della scrivania.
Lo Squalo dovette reprimere un brivido di disgusto. .
La figura smise di giocherellare col fermacarte in oro bianco a forma di puma rampante.
Arkham fremette.
L’uomo si alzò lentamente. Lunghi capelli neri e sporchi spuntavano da sotto il cappello. <Jhon, tu sai che non ti temo. E non perché potrei raccontare alla stampa di tutte le persone per te scomode che ho…> si picchiettò il mento, divertito . Fece un passo di lato, osservò indifferente lo spettacolo meraviglioso della città al tramonto e poi tornò a guardare l’imprenditore . Si mosse ancora in avanti, sinuoso e viscido come una tarantola. .
Lo Squalo si portò una mano tremante alla tempia. <Và via.>.
L’individuo rise, un rantolo gracchiante. si diresse verso la porta. . Solo quando ebbe già girato la maniglia si voltò a guardarlo da sopra la spalla. Nell’ombra del viso si videro due occhi brillare di un innaturale arancione luminoso, impregnati di folle malvagità. .
Girò la maniglia e uscì dal suo ufficio, ma non dalla sua testa.
Lo Squalo stette qualche istante immobile, poi rovesciò tutto ciò che c’era sulla sua scrivania per terra con un urlo di frustrazione. Lui, l’uomo più temuto di New York, aveva una dannata paura di un pulcioso vagabondo.
Di un MOSTRUOSO pulcioso vagabondo.
Si ricordava benissimo quella sera al magazzino. Si ricordava benissimo gli urli di quell’uomo mentre quella cosa affondava i suoi denti seghettati nel suo stomaco.
Era stata una “dimostrazione” aveva detto lui, dopo un anno che erano in affari. Jhon pensava fosse solo uno dei tanti killer che aveva sul libro paga, ma quell’uomo, se così si poteva chiamare, non gli era entrato solo nel libretto contabile, ma anche nella testa, nella vita. Da tre mesi Jhon Arkham Lonestar si svegliava urlando, la notte. Lui, che aveva trattato con i più violenti cartelli di narcotrafficanti messicani, che aveva venduto armi ai più sanguinari dittatori, che aveva comprato più della metà del distretto di polizia della città, che aveva ucciso o fatto uccidere più persone che Al Capone; Jhon Arkham Lonestar, lo Squalo, la notte da tre mesi aveva gli incubi.
Rivedeva quei denti da squalo, risentiva quelle urla, quell’odore di interiora e urina e quella risata che gorgogliava nel sangue ancora caldo.
Non era solo ciò che era quella creatura a fargli paura; era la consapevolezza di ciò che faceva alle sue vittime. Era il sapere cosa aveva scatenato sulla terra, di cosa si era servito. Lui, Jhon Arkham Lonestar, per la prima volta in vita sua aveva paura per la sua anima.
Non uccideva con una pulita pallottola in mezzo alla fronte o con una rapida esplosione. Era qualcosa che andava contro natura, contro la legge fondamentale, spietata ma pulita, del più forte, era qualcosa di completamente estraneo alla realtà di questo mondo.
Arkham si alzò piano in piedi, tenendo gli occhi chiusi. Una decisione che accarezzava da tempo si fece prepotentemente largo nei suoi pensieri, spinta dal suo orgoglio e dal suo desiderio di tornare a sentirsi il più forte.
Ora basta. Doveva fermarlo.

(…)

RACCONTO V: PIOGGIA

(…)

Quando salì in casa i gradini del suo palazzo sembravano molto più ripidi e oscuri e, quando aprì il portone, il buio del suo appartamento terribile, la solitudine intollerabile. La Perla non era in casa, gli aveva scritto su WhatsApp dicendogli che andava a dormire dal cugino per stare più tranquilla. L’investigatore per prima cosa accese tutte le luci, aggirandosi di stanza in stanza col revolver in mano. Non si sentiva affatto ridicolo a farlo, il minimo angolo di tenebra lo angosciava. Poi si piazzò in salotto, aprendo la finestra che dava sulla città, accogliendo con conforto il rumore delle sporadiche macchine che a qualunque ora della notte cavalcavano la sopraelevata; lo faceva sentire meno solo.
Prese una birra dal frigo, un tavolino, il suo revolver e si piazzò davanti alla finestra, in una posizione che non gli facesse dare le spalle alla porta. Sorseggiava dalla bottiglia guardando le luci di Genova. Ogni tanto rabbrividiva, ma non per il vento gelido che entrava dalla finestra. Si chiese chissà quali e quante creature e mostruosità proprio in quel momento si stavano aggirando per quei vicoli bui. Non aveva mai notato quella piccola porta laterale all’angolo di quel palazzo, chiusa con un lucchetto; dove conduceva? Quell’increspatura sulla superficie dell’acqua, non era un po’ troppo grande per essere causata solo da un pesce? E quell’uomo con quel lungo cappotto che si muoveva sotto i portici, cosa ci faceva da solo in giro a quell’ora? Era una sua impressione, o in quell’appartamento abbandonato da tempo dell’edificio di fronte si era mossa un’ombra? Cos’è che aveva appena fatto miagolare quasi strillando un gatto in un vicolo lì vicino?
La città non era mai apparsa così inquietante; ogni ombra, ogni vicolo, ogni rumore, nascondeva qualcosa di sinistro. I puntini sparsi lungo le colline dei lampioni e delle case isolate sembravano fuochi fatui di un cimitero.
Non erano soli, l’uomo non era l’essere dominante, l’uomo per alcuni era cibo. C’era qualcosa di più, uomini che uomini non erano. Quanti così ne aveva conosciuti? Quanti tutt’ora ne conosceva, che nel buio e nel silenzio della notte, nelle loro case o in qualche strada oscura, si rivelavano per ciò che davvero erano? Sulle sue adorate colline coperte da boschi, cosa si stava muovendo in quel preciso istante, illuminato da quella stessa luna che tante volte Ulisse aveva chiamato “amica” ma che ora sembrava sorridergli beffarda, come a canzonarlo di esserci arrivato solo in quel momento?
Gli occhi di quel mostro erano impressi indelebilmente nella sua mente. Tracannò un’altra golata di birra, controllando per l’ennesima volta che il suo revolver fosse carico, e la porta di casa e tutte le finestre ben chiuse. Quella notte, non avrebbe dormito.
(…)

RACCONTO IX: FREDDO

(…)

Come misero piede dentro, gli investì potente un puzzo che tutti quei veterani ben conoscevano, quello della morte.
Fecero pochi passi e uno dei legionari, in silenzio, indicò al capitano qualcosa a ridosso della parete. Erano resti umani, dilaniati dall’esplosione. Vincendo il ripulso, Leone toccò una gamba maciullata che era lì vicino a lui. Era fredda come ghiaccio, segno che quel legionario non era morto per la deflagrazione.
Un particolare ancor più macabro ma significativo lo notò Nuy-ha-te e vi attirò sopra l’attenzione di Leone e Moroni, che aprivano la fila. Una mano era rimasta attaccata a una piccola chiave, girata in una toppa di un pannello di sicurezza. E una lunga scia di sangue conduceva a quella console. chiese appena sussurrato il capitano a Nuy-ha-te, sicuramente il più adatto a leggere tracce. L’indiano fece qualche passo al buio, Leone lo seguì vedendolo nel verde brillante del visore notturno. Poi l’Oghenota tornò sui suoi passi. si chinò ancora a studiare qualche impronta
completò per lui Leone.
aggiunse il Tenente Moroni
Leone gli diede di gomito.
Il Tenente ghignò.
aggiunse ghignando Leone.
Claudio gli diede a sua volta una gomitata. <Signore, che succede lì davanti?> Diana nell’auricolare.
rispose Leone, ritrovando la serietà.
Proseguendo nel corridoio non trovarono altre tracce, sembrava tutto in ordine. L’unico segno fuori posto era la scia di sangue che si era lasciato dietro il legionario morente che aveva chiuso la base.
Arrivarono poi a un’altra porta, chiusa dal dispositivo di sicurezza, che collegava il corridoio d’accesso al complesso della base. E il capitano Derarghi represse un’imprecazione.
La porta, in ferro, recava numerose bozze, come se qualcosa di molto forte ci avesse picchiato contro per sfondarla, senza successo. mormorò Moroni
lo schernì il capitano, tentando di mostrarsi più spensierato di quanto non fosse.
Moroni stette in silenzio.
<Silenzio, tutt’e due> Nuy-ha-te, con una voce così imperiosa che portò i due, che erano più abituati a dare ordini che a riceverli, a tacere immediatamente. L’indiano si accostò alla porta, ne accarezzò le ammaccature, mormorò qualcosa di incomprensibile. Poi vi appoggiò l’orecchio contro, ascolto.
Infine si staccò, lentamente, come se avesse paura di farsi udire. Leone lo guardò e l’espressione di terrore che vi lesse in volto non gli piacque per niente. Lui e Moroni quasi inconsciamente fecero un passo indietro, imitati dai legionari che dietro di loro si accalcavano nel corridoio.
Nuy-ha-te si voltò a fissarli, terreo. <È qui dietro…>
un urlo terrificante si lanciò da oltre la porta e attraversò come una folata di gelo il corridoio, penetrando nelle ossa di tutti i legionari facendoli tremare nel profondo. Un urlo che sembrava quello di un animale sgozzato e morente, ma carico di un odio e una pazzia che non aveva definizioni, acuto, stridulo eppure possente.
Leone puntò il mitragliatore verso la porta e in quello stesso momento un forte colpo la fece vibrare. Di nuovo quell’urlo, meno forte, poi rumore di passi e una porta che si sbatte, chiudendosi.
Poi il silenzio.
Leone sentì che aveva i peli sul corpo dritti e una gocciolina di sudore scendergli sulla fronte. La verità era che nella Legio gli anni non bastavano mai per abituarsi a ciò che si vedeva. La verità era che aveva una paura fottuta.
-E va bene, bastardo. Vediamo chi la spunta-
mormorò nel microfono

(…)

02 gennaio 2003

Aggiornamento

Una raccolta di racconti è un'esperienza interessantissima per qualcuno a cui piace scrivere. Permette di confrontarsi con diversi generi, stili narrativi e tematiche, rimanendo in una cornice comune.
Così ho fatto con Racconti dal mondo della notte, divertendomi a spaziare: se il fil rouge è il gotico, il dark, atmosfere cupe e ombre lunghe, i contenuti sono piuttosto vari.
"Sete di sangue" e "Freddo", ad esempio, sono due storie definibili "d'azione", laddove "lo squalo" e "i mostri che abbiamo dentro" sono dai ritmi un po' più lenti, con unità di tempo e luogo e una quasi totale assenza di "effetti speciali" (sperando che mi perdoniate questo termine mutuato dal linguaggio cinematografico). "Nel buio" riprende classiche tematiche e atmosfere dell'horror, "Pioggia" e "Fantasmi" sono decisamente inquadrabili nel genere noir. "Un romantico addio" mi ha permesso di sperimentare l'uso della prima persona, calandomi nei panni di uno dei personaggi a cui sono in assoluto più affezionato di quest'opera. "Piccoli problemi di cuore", poi, è stato proprio un gioco con me stesso, cercando di rievocare le atmosfere e i topic classici del genere "manga"; una sfida per chi, come me, non è particolarmente appassionato di fumettistica giapponese.
Insomma, per me scrivere i "Racconti dal mondo della notte" è stato davvero un divertimento; spero col cuore che sia riuscito a trasmettere nelle righe questa passione, affinché che arrivi anche a voi.
Buona lettura!

Commenti

  1. Una raccolta di racconti gotici che ti tengono incollati al libro dall’ inizio alla fine con i loro ritmi incalzati e i colpi di scena. Creature straordinarie e inquietanti sono il filo rosso che li unisce, insieme al senso di paura e angoscia che non ci lascia mai durante tutta la lettura.
    La lettura scivola veloce grazie allo stile asciutto, che non si perde in eccessive descrizioni se non quando necessario per stimolare la suspence e la curiosità del lettore.
    Una lettura piacevole e originale sicuramente degna della grande distribuzione!

  2. (proprietario verificato)

    Non c’è tempo per i dettagli (se non quelli deliziosamente superflui), per vezzi o per le contorte descrizioni tanto care alla tradizione italiana, si tratta di racconti e il taglio è nettamente gotico. La lettura non è impegnativa, anzi veloce, battente, incalzante e che non ti permette di lasciare la storia a metà.
    L’introduzione lega tutti i racconti e ci permette di rimanere in questa dimensione “nera” anche quando non stiamo leggendo il libro.
    Non solo più che degno di un posto sugli scaffali delle librerie ma anche (spero) di un seguito!

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Alessandro Magrassi
Classe 1991, nato e cresciuto a Genova, mi sono laureato in Giurisprudenza nel 2016 e ho conseguito nel 2019 l'abilitazione alla professione forense. Nello stesso anno ho vinto un bando di dottorato con borsa in diritto costituzionale.
Scrivere è una delle mie passioni. Soprattutto, mi piace raccontare: storie, pensieri, avvenimenti reali o immaginari. Durante l'università ho fatto volontariato per 6 anni, dopo la laurea sono stato collaboratore di una rivista di informazione locale ("EraSuperba") e prima del titolo ho svolto tirocini e praticantati nel settore legale. Tutte queste esperienze mi hanno consegnato un grande bagaglio di esperienze umane che sono una miniera da cui attingere per le mie storie.
Mi piace, poi, pensare che se, come dicono alcuni, esistono infiniti universi paralleli, anche le storie che invento sono, dopotutto, da qualche parte reali.
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