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Racconti di Riserva

Racconti di Riserva
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Consegna prevista Agosto 2021
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Attraversare lo Stato Indiano non è un’impresa facile. Percorrere le strade meno battute d’America e condividere le sfide quotidiane dei Nativi può essere estenuante.
Stivali resistenti e una tazza inesauribile di caffè sono l’equipaggiamento ideale per affrontare queste otto storie di resistenza all’assimilazione culturale e all’emarginazione.
Otto personaggi solitari, allo stremo delle forze, che lottano disperatamente per ritrovare la loro identità, riaffermare le loro tradizioni e ricongiungersi con una comunità che sopravvive, seppur spersa e disgregata.
Otto storie per conoscere la varietà e la diversità dello Stato Indiano: non una nazione delimitata da confini, ma un’entità che si realizza ovunque ci sia una comunità nativa o anche solo un singolo individuo. Un mondo in cui solo le sofferenze e i traumi, così come la volontà di affrontarli, sono comuni a tutti.
Un elogio ad una speciale forma di ostinazione, radicata in tutte le culture native.

Perché ho scritto questo libro?

Il lavoro su questo libro è iniziato molti anni fa; più mi facevo strada nel Mondo dell’Uomo Bianco più avevo bisogno di ricreare una dimensione primigenia in linea con la mia vera natura.
Nel corso delle sporadiche sedute di scrittura la domanda “perché scrivo questi racconti?” ha ben presto lasciato il posto alla domanda “mi è consentito scrivere questi racconti?”
Impugno la penna con rispetto, scrivo di ciò che conosco, ho lo sguardo fiero di chi ha appena combattuto con un orso.
Quindi sì, mi è consentito.

ANTEPRIMA NON EDITATA

COYOTE BO

Le sue unghie, resistenti e aguzze come punte d’onice, battevano il tempo sui braccioli di una vecchia sedia sotto la tettoia del Crowbar Cafe. Dietro di lui, all’interno del locale, Lory stava sbarazzando i tavoli.

Stavano per iniziare le ore più lunghe, più calde, e per fortuna più calme della giornata. Sarebbe rimasto lì, come ogni giorno, ad attendere qualche turista assetato a cui rifilare le sue leggende. Avrebbe chiesto ai bambini cosa avessero visto nel deserto. Avrebbe raccontato qualche barzelletta ai Giapponesi. E avrebbe parlato del coyote ai curiosi. Sapeva di essere come un sasso del deserto, un pezzo di folklore, ma ne era fiero.

Di anno in anno i visitatori lo riconoscevano. Si ricordavano della testa di coyote intagliata nell’impugnatura del suo bastone e dei suoi occhiali da sole. Lui ricordava le voci, e per ognuna la sua chiacchierata.

In quel giorno di fine estate l’aria era praticamente ferma, i suoni e i profumi percorrevano lo spazio senza fretta. La temperatura sopportabile, persino per i bianchi. Sarebbe rimasto fino a tardi, fino alla chiusura. Avrebbe preso il passaggio di Lory e rifiutato quello di suo “figlio”, di ritorno da Pahrump.

Un motore, dietro la curva. Viene da Pahrump. È un pickup, l’unica auto veramente utile da queste parti. L’auto si fermò di fronte alla tavola calda. Uno, due, tre, quattro, freno a mano – dev’essere un indiano – cinque, sei, sette – forse è una donna – otto, nove: lo sportello si apre. Le unghie tacciono, il passo è quello di un uomo: stivali da cowboy, andatura marziale. È un bianco.

Non si era mai sentito solo, nemmeno in quel posto di trenta anime. Non si era mai fatto grossi problemi per il fatto di non avere un buon dialogo con sua figlia e suo marito, e non gli avevano mai dato fastidio i bianchi. Ma da tempo ormai desiderava incontrare qualcuno che potesse cogliere il senso dei suoi discorsi folli e delle sue storie strampalate.

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“Buon pomeriggio, signore!”

Ahi, era stato battuto sul tempo e sulla cortesia da un bianco.

“Buon pomeriggio a te, giovanotto! Benvenuto a Shoshone. Non troverai caffè migliore da qui a Los Angeles, anche perché non ne troverai altro!”

L’uomo rise aprendo la porta del bar, poi la sua voce e la sua cortesia si persero all’interno del locale. Poco dopo uscì reggendo una tazza di caffè bollente e si sedette accanto al vecchio.

Quell’uomo non aveva proprio nessun odore particolare, tanto che il vecchio si chiedeva se non si fosse sbagliato. L’odore della pelle dei bianchi sotto il sole è inconfondibile.

“Devo dare un’occhiata ad un elicottero che non ne vuole sapere di alzarsi” disse lo straniero.

“Quando abitavo sulla Sierra mi è capitato di volare su uno di quei cosi, mi piacerebbe risalirci.”

“Beh, se riesco a risvegliare quell’apparecchio potrei chiedere il permesso di farle fare un giro di prova sulla Death Valley.”

“Sarebbe un bel regalo per mia nipote Caroline. Come ti chiami, ragazzo?”

“Greg Walker, di Pahrump.”

“Bo Thomas, comitato di benvenuto di Shoshone!”

Greg beveva lentamente il suo caffè, dando occhiate qua e là.

Bo riprese a tamburellare con le sue unghie indurite sui braccioli della sedia. Un leggero alito di vento da nord accarezzò le guance dei due e Bo ruppe di nuovo il silenzio: “Eccola, sta arrivando mia nipote Caroline. Oggi non è andata a scuola.”

Greg non disse nulla, visibilmente sorpreso dalla loquacità di quel vecchio indiano. Guardò la strada, verso nord, e vide Caroline avvicinarsi con passo deciso, con ai piedi degli scarponi da montagna. I capelli sciolti si alzavano con leggerezza ai soffi d’aria da nord, così come i lembi della camicia a quadri, da uomo. Prima che fosse abbastanza vicina Greg si alzò in piedi e, scusandosi, rientrò nel locale. Chiese a Lory di poter utilizzare il bagno. Quando ne uscì, vide attraverso la porta che Bo e sua nipote erano ancora lì fuori.

“Caroline, vedi quell’uomo?” disse il vecchio, come se avesse potuto vederlo a sua volta. “È un pilota di elicotteri. Potrebbe portarci a vedere le montagne degli alberi giganti e tutti quei posti nascosti di cui ti ho parlato.”

Greg non reagì a queste parole, né ai suoni sordi di imbarazzo misto ad entusiasmo dell’adolescenza. Osservò i due per pochi istanti attraverso la zanzariera della porta. Caroline era già alta quanto il nonno. Greg si chiese se non fosse davvero possibile portare quei due sopra il deserto. Sul volto di Bo comparve un lieve sorriso.

Quella sera il nonno si coricò prima del solito, lasciando la finestra aperta. Alle dieci la casa era già sprofondata nel silenzio, immersa nel silenzio ancora più grande di quel paesino affacciato al deserto. Caroline si era addormentata, ancora con l’espressione imbronciata di chi si rassegna all’idea di dover tornare a scuola l’indomani.

Nell’oscurità assoluta un vecchio coyote continuava a girare su se stesso. La sua ansia cresceva non riuscendo a vedere nulla, sentiva gli occhi bruciare per la polvere e iniziò a guaire. Capì di essersi perso nella notte e i guaiti salirono alto nell’oscurità.

“Nonno! Nonno!” chiamava Caroline.

Capitava spesso, ultimamente, che il vecchio piangesse nel sonno. Bo si girò verso la voce della nipote guardando il vuoto con i suoi occhi gialli e opachi. Respirò profondamente, poi si lasciò andare di nuovo nel suo letto.

Dormì poi profondamente, senza sogni. All’alba, quando l’odore della terra inumidita dalla nottata incominciò ad entrare dalla finestra, si svegliò.

Trascorse la mattinata in silenzio. Anche la sua permanenza pomeridiana sotto la tettoia del Crowbar trascorse senza un fiato. In tutto il pomeriggio contò dieci automobili dirette a nord, mentre il pickup di Greg Walker aveva svoltato senza alcuna titubanza verso l’aeroporto.

Verso sera si era incamminato lungo la strada per essere a casa prima che ritornasse Caroline. Col bastone nella sinistra, controllava costantemente di trovarsi a debita distanza dalla striscia di asfalto. I sensi che gli restavano funzionavano perfettamente anche in quella situazione. Infatti, si accorse con sufficiente anticipo dell’arrivo di un’auto da sud: si spostò dal ciglio di qualche passo. Che stessero cercando proprio lui?

“Salve Signor Thomas” disse la voce di Greg. “Posso darle un passaggio fino a casa?”

Bo tastò la portiera e trovò da solo la maniglia, salì sul pickup e sistemò il suo bastone dalla testa di coyote in mezzo alle gambe. “Sei riuscito a resuscitare quell’apparecchio?” disse al giovane. Poi proseguì, senza attendere la risposta: “Prendi la 127 e tieni d’occhio la scritta DV sulla collina.”

“Oggi ho verificato i guasti. Domani torno a Vegas a prendere i pezzi che mi servono.”

Greg aveva già imboccato la 127 e procedeva cautamente in mezzo alle case, godendosi il suono poderoso del motore in mezzo al nulla. Teneva il braccio sinistro fuori dal finestrino per accarezzare l’aria ancora calda, ma che ormai non faceva più sudare. Fuori scorrevano gli arbusti dorati e le giovani palme verdi, a nord il cielo profondo era tinto di blu cobalto, ma sopra Shoshone bruciava di un fuoco bianco, fra le tempie e gli zigomi. Era ora di calarsi gli occhiali da sole. Passata la scuola, le ruote del suo mezzo iniziarono a lavorare su una pista di terra a saliscendi, lasciandosi dietro una nuvola bianca e densa. Dovette portare entrambe le mani sul volante per evitare alcune buche. Bo sembrava divertirsi.

“Ma non si è mai slogato una caviglia facendo questa strada a piedi?” chiese Greg, stizzito.

Bo continuò a sorridere, senza rispondere. Correndo in direzione nord e i raggi del sole che entravano dal finestrino del guidatore colpivano anche la sua guancia.

“Abbiamo ancora un’ora e mezza di luce,” disse voltandosi verso Greg, il quale sospirò rassegnato.

Una volta arrivati alla casa del vecchio, lasciarono il pickup. La cassetta delle lettere riportava la scritta “Thomas-Spencer”. Bo si aggrappò al braccio del suo nuovo amico e lo trascinò con sorprendente sicurezza lungo un sentiero in salita. Greg notò sulla sabbia a margine del sentiero una lunga fila di buchi: erano le impronte del bastone del vecchio, lasciate nei giorni precedenti, e non ancora cancellate dal vento. Camminarono per quasi duecento metri in mezzo alle yucche. Greg si guardò attorno con aria annoiata. Ormai erano sulla sommità della collina, oltre le due gigantesche lettere bianche che informano i turisti in arrivo dal Nevada. Il vecchio Bo si fermò e lasciò a Greg il tempo di rendersi conto di ciò che aveva davanti.

Quando Greg alzò gli occhi dal sentiero vide la Valle inondata dalla luce arancione del tramonto e grazie ai suoi occhi ancora buoni scorse in ogni angolo di quella grande distanza i movimenti dei coyote e dei conigli.

“Li vedi?”

“Incredibile!” esclamò Greg. “Non credevo che fosse così affollato questo deserto.”

Bo sapeva quanto fosse necessario il silenzio in quel momento e lasciò che Greg si abituasse a quello spettacolo inaspettato.

Nel vuoto del paesaggio si vedeva distintamente una preda cercare rifugio presso una yucca. Un quarto di miglio più avanti, due coyote smilzi avanzavano tra i sassi col naso a terra.

Greg portò il vecchio verso un masso ed entrambi si sedettero di fronte al deserto.

“Sai ragazzo, ogni tanto mi faccio accompagnare qua in cima dalla mia Caroline.”

“Ma quindi, i tuoi occhi vedono ancora qualcosa…”

“Macché, io vengo quassù per l’aria!”

RITORNO A ST. REGIS

La pianura era un alternarsi di tappeti verdi, chiazze di terra scura e macchie giallastre. La lunga estate non aveva dato tregua alle piante e all’erba: i terreni erano stanchi.

L’aria di ottobre già spogliava le fronde degli alberi. Visti da qualche decina di metri più in alto assomigliavano a vecchi olandesi in processione, con la pelle ingrigita e radi capelli biondi.

Da lassù i due fiumi che delimitano la pista dell’aeroporto di Massena sembravano due piccole strade ben asfaltate stese in mezzo alla campagna.

Era una visione confortante, il suo cuore era a un’ora da casa e per questo lo sentiva liberarsi dalla morsa che lo aveva stretto per tutti quei giorni, là, nel grigiore metallico di New York.

Fin da piccola provava i brividi all’idea che a poche ore da casa sua ci fosse la più imponente e brulicante città del Mondo: New York era la paura strisciante di strade nere, palazzi di acciaio e umani rumorosi pronti ad invadere il suo piccolo posto tranquillo. New York l’aveva sempre atterrita: ogni volta che Chris partiva per lavorare su qualche grattacielo temeva che quella bestia ingorda non gliel’avrebbe più restituito. Chris diceva sempre che la costruzione dei grattacieli faceva parte di un antico piano della Confederazione: meglio tenere i bianchi in un unico luogo, uno sopra l’altro, piuttosto che averceli sparpagliati per tutta la campagna.

Quando le squadre di Ironworkers dovevano ultimare dei lavori Chris preferiva non tornare a St.Regis nel finesettimana; Lynn doveva allora tapparsi naso, bocca e orecchie e addentrarsi nella Grande Mela per vedere suo marito almeno per un paio di giorni. Tolti i cinema, i musei e i ristoranti, restare a New York era una sofferenza. Camminava con la paura costante di essere travolta dalla corsa delle cose e delle persone, non sopportava l’ansia e l’indisponenza stampata sui volti di quel flusso perenne di gente lungo i marciapiedi.

Un giorno New York si prese Chris e dopo averlo masticato per bene lo risputò a St.Regis. 

New York funziona così: è dura, ma non secca. Assorbe tutto ciò che serve, quello che non serve lo rigetta nella periferia, e il più grande e complesso ingranaggio americano continua a girare inesorabile.

Scesa dal piccolo Cessna, Lynn si diresse verso il terminal con le altre passeggere, tutte mogli, o meglio vedove, di Ironworkers della Riserva di St.Regis. Nella hall si salutarono dandosi appuntamento alla preghiera per le vittime dell’11 Settembre. Alcune di quelle donne avevano perso i mariti proprio in quella tragica mattina; altre invece, come lei, avevano dovuto sopportare a lungo le conseguenze dell’eroismo dei loro valorosi compagni.

Qualche anno dopo, il ricordo del sacrificio di quegli eroi e la commozione generale potevano ancora oliare lo stanco ingranaggio: Lynn aveva camminato per giorni lungo i marciapiedi ruvidi, consumando le suole, per portare la sua commozione e il ricordo di Chris da una commemorazione all’altra.

In quel pomeriggio di fine estate Chris e alcuni suoi colleghi erano partiti con le loro auto, diretti a New York, col proposito di formare una squadra di volontari in supporto alle squadre dei Vigili del Fuoco impegnate nella ricerca e nel salvataggio dei superstiti. Andavano in città per la prima volta non come costruttori, addetti alla manutenzione o lavavetri, ma come membri della Confederazione Irochese. Alcuni di loro avevano addirittura tracciato i simboli delle loro tribù sulle portiere delle auto, con vernice bianca da muro.

Lynn uscì nel parcheggio e individuò la sua auto. Sulla portiera del guidatore c’era ancora la crosta di un quadrato: quello della tribù Mohawk.

Quando l’automobile prese velocità lungo la Interstate, Lynn accese la radio per allontanare l’opprimente visione di New York, almeno per un quarto d’ora. Girava una vecchia compilation; dopo uno spensierato duello fra banjo iniziò un altro brano: le bastarono due note di organo per riconoscerlo: Feed the flame di Van Broussard. Uno strano rythm’n’blues suonato da bianchi con la delicatezza che si userebbe durante una messa.

Ogni volta che lo sentivano Chris le prendeva la mano e la faceva danzare, non importava dove fossero. Una volta successe anche tra le corsie del Kmart; quella volta in realtà avevano ballato in tre: Chris, Lynn e un pollo fritto.

Finita la canzone si trovò sulla Interstate che porta dritti a St.Regis. La striscia d’asfalto si srotolava lunga e silenziosa; l’aveva percorsa centinaia di volte, avanti e indietro, per accompagnare Chris all’aeroporto, ma mai come quella volta le era parsa così desolata e vuota. Due settimane prima l’ansia di andare per l’ennesima volta a New York le aveva tenuto compagnia con dei rumorosissimi discorsi interiori per tutti quei chilometri. Ora non rimaneva neanche un pensiero, nemmeno una lacrima.

Entrando in città, all’incrocio della scuola elementare, svoltò a nord, verso il confine. Verso casa.

2020-11-08

Radio Marconi

Presentazione del libro "Racconti di Riserva" e lancio della campagna di crowdfunding ai microfoni di Radio Marconi, ospite di Marco Casa. Prima dell'esito delle presidenziali USA, si discute del peso del voto dei Nativi, delle condizioni nelle riserve e della genesi del progetto. L'intervista è disponibile su YouTube https://youtu.be/wB5SKTX39wk
2020-11-15

Aggiornamento

È disponibile su YouTube il teaser di "Coyote Bo", uno dei racconti scaricabili dopo il preordine. https://youtu.be/aLeQpoK45zo

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    I libri per essere veramente validi devono avere due caratteristiche, a mio avviso: permetterti di viaggiare e farti conoscere qualcosa di più dell’ “altro” (per poi conoscere meglio te stesso). I tre racconti in anteprima hanno queste caratteristiche: si è trasportati in un luogo lontano, tra deserti, polvere, sole, strade che sembrano infinite, silenzi che valgono più di qualsiasi parola. Ci avviciniamo piano piano a dei personaggi che sembrano diventare nostri vicini di casa per un attimo, di cui seguiamo le vicende seduti su una sedia a dondolo davanti casa, mentre beviamo un caffè. Entriamo dentro a un popolo lontano ma neanche troppo, che finora abbiamo forse conosciuto solo per stereotipi e rappresentazioni sfalsate dalla nostra interpretazione occidentale. Siamo altrove, percorriamo quelle miglia e quelle strade polverose nelle scarpe (o meglio, negli stivali) di altri, capendo qualcosa in più di “loro” e qualcosa in più di “noi”, capendo che in fondo non c’è “loro” e non c’è “noi”.
    Non vedo l’ora di continuare a viaggiare con gli altri racconti.

  2. (proprietario verificato)

    La campagna di lancio è appena partita, ma dai brani forniti fin da ora in anteprima traspare già molto: personaggi delineati da tratti, gesti e parole in modo minuzioso, non caricature ma persone; luoghi e storie lontani che sembrano a portata di mano; un senso di leggerezza, umanità e magia che sa di autentico.
    Curioso e impaziente per poter leggere il resto.

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Paolo Valerio Bellotti
Milanese di nascita, infanzia nativo-americana, adolescenza mitteleuropea. Durante gli studi universitari mi sono occupato di musica, cinema ed eventi, sono poi entrato nell’età adulta provando una sana insofferenza verso i rumori prodotti dall’attività e dalla voce umana e verso l’immaturità emotiva e spirituale della nostra società; per questo i miei santuari sono le foreste della Finlandia e i deserti del Sudovest.
Ho cercato di migliorare il mondo attraverso dodici anni di insegnamento, e infatti non mi sono mai definito “docente di cattedra”, ma sempre “docente d’azione”. Ma poiché chi non sa fare insegna e chi non sa insegnare fa il preside, oggi mi trovo a dirigere un centro di formazione professionale alla periferia di Milano.
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