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I racconti di Kongerike - La Regina di sangue

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Il regno di Kongerike è diviso in due: il mondo all’interno delle mura del regno, nel quale il popolo vive nella ricchezza e nel materialismo e sotto ferree leggi, e il mondo fuori dalle mura, quello dei selvaggi e degli estranei, nel quale la natura è a capo di tutto e in cui le persone sono in grado di usare un’antica magia elementale. Il popolo all’interno delle mura ritiene quello esterno una minaccia perché diverso, mentre esso cerca solamente di integrarsi e guadagnarsi il rispetto che merita. Quando l’estranea Malia, cresciuta all’interno delle mura, comincia a ricordare le proprie origini e rendersi conto che quello non è il futuro del mondo che desidera, ci saranno scontri e alleanze anche tra i più insospettabili, e l’interno e l’esterno saranno entrambi sconvolti.

Perché ho scritto questo libro?

Perché è ormai qualche anno che mi sento vicina alle ingiustizie del mondo, che sento il bisogno di far sentire la mia voce. E quale strumento migliore se non la scrittura, che mi ha accompagnato fin da bambina?
Avevo bisogno di distrarmi per non pensare ai miei problemi, perciò ho deciso di pensare a quelli del mondo.
Ma non sarebbe stato da me trasmettere dei messaggi senza un pizzico di quella fantasia che ci faceva sognare da bambini. Ecco quindi Malia e la terra di Kongerike.

MANIFESTO
Legge Prima: É vietato qualsiasi tipo di contatto tra borger e Fremmed.
Legge Prima bis: Chi verrà sorpreso a socializzare con un Fremmed verrà
giustiziato senza rimando. Chiunque sia a conoscenza di un rapporto tra Fremmed e
borger e non lo denunci verrà rinnegato e sarà costretto ad abitare assieme agli
utsider.
Legge Seconda: É proibito essere in possesso di qualsiasi oggetto Hekseri all’interno
delle mura, ed è altresì proibito farne uso.
Legge Seconda bis: Chi verrà scoperto dovrà rispondere della decisione del
Consiglio reale. La Regina avrà l’ultima parola.
Legge Terza: Chiunque denigri, insulti o diffonda menzogne nei riguardi della
Famiglia reale verrà confinato assieme agli utsider o giustiziato, a decisione del
Consiglio Reale e della Regina.
Sono queste alcune tra le leggi più importanti che vigono all’interno del regno di
Kongerike, affitte su diversi manifesti appesi lungo le vie principali della cittadella
del regno. Da quando Regina Ivana ha abdicato al trono, lasciando la reggenza del
proprio regno ed il potere nelle mani della figlia quasi trentenne Damara, le regole si
sono inasprite e con esse anche i cuori dei cittadini.Continua a leggere
Continua a leggere

II – Regalo di compleanno
Dopo una abbondante colazione preparata da una donna della servitù dai fianchi
prosperosi e addetta ai pasti dei Reali, Malia si separò dalla principessa con la
promessa che quella sera l’avrebbero passata assieme a festeggiare il suo
compleanno. Era anche l’unico modo per poter passare una giornata senza essere
perennemente seguita da Ivy e dai suoi modi fin troppo agitati ed entusiasti per un
“compleanno” più finto che reale. Inoltre, la principessa aveva altre importanti
questioni da sbrigare in veste del suo ruolo quel pomeriggio, e si sarebbe sentita in
colpa a non poter festeggiare adeguatamente l’amica nemmeno nelle tarde ore
serali.
Indossato quindi qualcosa di più consono per uscire da Palazzo, Malia si diresse
verso il punto d’incontro nel quale avrebbe dovuto trovare il giovane Livvakt. Non
passarono molti minuti prima che la figura del protettore di corte fece la sua
comparsa alle spalle della giovane.
«Malia, eccomi.» Il braccio alzato in segno di saluto tornò a ciondolare lungo il
busto, mentre con un gesto del capo le fece cenno di seguirlo verso le scuderie del
palazzo.
«Mi hai regalato un cavallo?» Domandò la ragazza con tono sarcastico, inarcando un
sopracciglio con perplessità alla richiesta di seguirlo.
«Pensi che la Regina ti permetta di avere un cavallo personale?» Rispose Dìrren con
lo stesso tono sarcastico di lei, cominciando a preparare due cavalli.
«Giusto… dovrei quasi essere contenta che non mi faccia dormire nelle stalle con
loro.»
«Che follia. Lo sai che non lo farebbe mai. Avrebbe il timore che li contagi.» Con una
velata serietà interrotta da una risata divertita, il cavaliere porse le briglie di un
cavallo completamente nero alla giovane, la quale si limitò ad afferrarle scocciata e
sbuffando offesa dalle parole rivoltele.
«Quanto siamo simpatici questa mattina… Livvakt.» Con tono sardonico, Malia
rivolse un’occhiata di sfida al giovane, cominciando a salire in groppa al proprio
cavallo aspettando successive istruzioni dal ragazzo.
«Brr. Quanta freddezza. Non chiamarmi così, ti prego. Mi sembri la principessa…»
Un brivido lo colse all’improvviso, costretto a scuotere il capo per togliersi dalla
mente quella pessima immagine. Una volta in groppa al proprio cavallo bianco,
cominciò a dirigersi verso le mura del regno, più precisamente verso uno dei vecchi
portoni in pietra nascosto nella zona posteriore rispetto alla facciata del palazzo.
«Perché non la sopporti tanto? Non mi pare ti abbia fatto mai qualcosa» riprese il
discorso la ragazza, sinceramente incuriosita e per nulla accusatoria nel tono di
voce.
«É spocchiosa, presuntuosa e viziata» chiarì il cavaliere con un certo disprezzo nella
voce, facendo capire a Malia che non avrebbe ottenuto tante altre informazioni
dall’argomento. La giovane sospirò, abbassando lo sguardo e decidendo di non
indagare oltre. Per lo meno sia la principessa che il cavaliere provavano un genuino
disprezzo l’uno per l’altra. Nessuno dei due faceva un torto all’altro. Tacque quindi,
serrando le labbra e seguendo il passo dell’altrui cavallo. Non passò per la cittadella
il cavaliere, cercando di attirare meno attenzione possibile, percorrendo un sentiero
abbandonato che li condusse immediatamente in un’area della povera ed
abbandonata zona degli utsider. Uno dei bassifondi più pericolosi del regno.
«Dove stiamo-»
«Sh» la zittì con garbo il cavaliere, cercando di non attirare orecchie indiscrete,
mentre gli zoccoli dei due cavalli picchiettavano quel terreno malandato e per nulla
curato, che rispettava e rispecchiava lo stato dell’intera area abitata dai reietti. Man
mano che si allontanavano dal centro e dalla zona mal ridotta degli utsider, la natura
cominciava incontrastata a fare la sua presenza.
Ci misero una decina di minuti per attraversare completamente quella piccola
porzione di bassofondo, raggiungendo il vecchio portone in pietra semi distrutto e
ricoperto da lunghi e spessi rampicanti verdi. Ormai non si trovavano nemmeno più
su terra battuta, ma su un terreno incolto e vegetale. Il Livvakt frenò il proprio
cavallo, mentre quello nero di Malia lo affiancò.
«Non pensavo ci fosse un’entrata qua. Non è segnata sulle mappe ufficiali» disse
incuriosita e sospettosa la ragazza, dando una veloce occhiata dietro di sé,
osservando i dintorni e la natura che li circondavano.
«La conosciamo in pochi. Solo alcuni tra i più fidati del Re» fece notare il Livvakt con
un certo accenno di fierezza nel tono di voce. La ragazza abbassò lo sguardo sul
braccio del giovane, rimanendo un poco perplessa dall’assenza della stringa scarlatta
in cuoio che solitamente hanno i più Fidati. Dìrren fece poi un cenno col capo,
cominciando ad uscire dal vecchio portone ricoperto di muschio e rampicanti. «Ho
sentito che è da un po’ che vuoi fare una passeggiata fuori dalle mura» proseguì il
ragazzo, facendo strada alla giovane e precedendola di un paio di metri, in quanto lo
spazio non era sufficientemente largo per permettere a due cavalli di sostare l’uno
di fianco all’altro.
«Non ci credo… Damara ha permesso che io uscissi…?» Incredula, sul volto della
giovane si allargò un sorriso di sincera e spontanea felicità. Un entusiasmo che da
molto non si faceva spazio sul viso di Malia.
«Non proprio… non ti avrei fatta uscire in segreto da questa entrata, altrimenti…»
confutò il Livvakt, tossicchiando per cercare di nascondere l’imbarazzo e la gravità di
quel gesto illegale.
«No, D… rischi il lavoro se lo viene a sapere… forse la tua stessa vita» deglutì la
ragazza, all’improvviso scura in volto e preoccupata.
«Rimarrà un segreto tra noi, giusto? E poi…» girò il capo ed osservò dietro le proprie
spalle la figura della ragazza, allargando un sorriso gentile in viso «ne vale la pena. É
la prima volta che ti vedo tanto entusiasta e felice da quando ti abbiamo trovata»
fece una piccola pausa. «Ed è il tuo compleanno, no?» Concluse, facendo tornare il
sorriso ed il buonumore alla giovane. Il primo sentiero fuori dal portone risultava
piuttosto ostico e stretto, composto da ingombranti piante che a malapena
riuscivano a far passare un cavallo adulto di quella stazza. Non si trattava nemmeno
di un vero e proprio sentiero, in quanto tutto il terreno era selvaggio ed incolto: non
un centimetro di fango o terriccio sbucava da quella alta erba e quel verde che
dominava incontrastato.
«Ti ricordi quel giorno? Sono passati undici anni esatti, se non sbaglio…» Il cavaliere
interruppe il silenzio che ormai da qualche minuto li aveva accompagnati in quel
trotto regolare. Il sentiero stava pian piano cominciando a prendere forma, ormai
allontanatisi dalle mura del regno.
«No. Non ricordo molto» scosse il capo la ragazza, mantenendo un accenno di
sorriso in volto ed alzando lo sguardo smeraldino ad osservare quelle piantagioni e
quei grossi alberi che dominavano quel luogo incolto e selvaggio. Lo stesso verde
che nei suoi occhi risplendeva anche tutt’attorno a lei. Il ragazzo mantenne
l’attenzione sulla figura della giovane, che ormai l’aveva affiancato e superato di
mezzo metro. Sorrise con tenerezza quasi fraterna nel vederla così libera in
quell’ambiente privo di contaminazioni umane e materiali. Tutto l’opposto di quella
che era ormai diventata la città all’interno delle mura.
«Forse il tuo subconscio ha preferito annebbiarti quei ricordi per non farteli tornare
in mente…» ipotizzò il Livvakt, mentre proseguivano quella passeggiata in mezzo al
silenzio della natura.
«O forse sono proprio io che non voglio ricordarli» precisò Malia arricciando il naso,
voltando il capo per dare un’occhiata al ragazzo. «Tu mi hai trovato, giusto?»
Il cavaliere annuì, abbassando lo sguardo e deglutendo, sentendosi un po’ in colpa.
«Io non riesco proprio a dimenticarlo invece, quel giorno. Anche volendo» sospirò,
alzando gli occhi verso gli sprazzi di cielo che si scorgevano di tanto in tanto
attraverso le fronde di quei grossi alberi che costeggiavano il sentiero da loro
percorso e che troneggiavano sulle loro figure. Così piccole a confronto di quelle
piante così maestose. «Non dimenticherò mai il tuo volto…» Morirono tra le sue
labbra quelle parole sussurrate con pena e con dolore.
Mezzogiorno era già passato da un po’ quando cavaliere e ragazza imboccarono uno
dei sentieri principali, cominciando a percorrere la strada a ritroso. Si erano
allontanati parecchio dalla città senza accorgersene. Entrambi assorti nei propri
pensieri, nessuno dei due osò spezzare quella quiete e quel silenzio che stava
facendo loro da dama di compagnia ormai già da un bel po’, scortandoli dal pieno di
quella immensa foresta verso le cinte murarie che cominciavano a fare capolino in
lontananza. Fu solo quando intravidero un sentiero secondario e nascosto dalle
erbacce, che qualcosa dentro loro li scosse. Il Livvakt si incupì, distogliendo lo
sguardo per riportarlo davanti a sé e precedere di qualche metro la ragazza, la quale
invece cominciò a perdersi nei propri ricordi, facendo rallentare il trotto del proprio
cavallo.
Accadde tutto esattamente undici anni prima. Il giorno in cui lei venne strappata
dalla propria famiglia e dalla propria casa. Il giorno in cui vide da vicino per la prima
volta i borger e capì fin dal primo istante che non li avrebbe mai apprezzati. Il
fatidico giorno in cui fu costretta a diventare una di loro.
III – Quiete spezzata
Aveva solo dieci anni quando tutto accadde. Si era allontanata assieme ad un suo
compagno un paio di anni più piccolo, anche se le era stato vietato severamente dal
vecchio saggio del clan. Dovevano solo raccogliere qualche erba medicinale e
qualche bacca particolare come richiesto da Thasmuel, il saggio più anziano della
comunità di cui faceva parte. Avrebbero dovuto solo esaudire quella richiesta e
sarebbero stati promossi alla classe successiva, e tutto sarebbe andato per il meglio.
Ma la curiosità era dilaniante e l’incoscienza di quell’età fin troppa. Non riuscì a
trattenersi dal ficcare il naso quando in lontananza udì il trotto compatto dei Livvakt
di ronda. Uscì dai confini dell’area che le era stata indicata come sicura, per dirigersi
verso la fine del sentiero secondario, avvicinandosi pericolosamente a quello
principale sul quale stavano passando i cavalieri. I protettori di corte compivano
diverse ronde nel corso della giornata, sottordine stesso della Regina e
accompagnati in prima linea dallo stesso Re, che si assicurava non accadesse nulla e
non ci fossero problemi. Percorrevano soltanto i sentieri principali e non si
allontanavano mai troppo dalle mura, non avvicinandosi mai alla boscaglia incolta
né ai sentieri secondari. Questo aveva insegnato loro fin da piccoli il saggio
Thasmuel. Era uno degli insegnamenti principali riguardanti i borger che venivano
impartiti ai giovani Fremmed. E come loro rispettavano il non avvicinarsi alla natura
incolta, casa di tutti i Fremmed, questi non avrebbero mai dovuto mettere piede
all’interno delle mura e delle aree circostanti. Le conseguenze erano sempre state
ignote. Almeno per i Fremmed più piccoli.
Ma Malia le imparò a sue spese. A sue spese e soprattutto a spese del suo
compagno Fyren, piccolo Fremmed che lei avrebbe dovuto proteggere. Funzionava
così all’interno della loro comunità. I Fremmed più grandi e adulti dovevano sempre
tenere d’occhio ed assumersi la responsabilità per i Fremmed più piccoli e giovani.
Ed essendo due anni più piccolo, Fyren era sua responsabilità.
Si nascosero dietro delle folte erbacce, ad una decina di metri dal sentiero principale
sul quale stavano passando i Livvakt di turno. Era la prima ronda della giornata,
essendo mattina. Ed era anche la prima ronda alla quale Malia e Fyren assistevano.
«Controllate attentamente i confini» tuonava in lontananza la voce imperativa del
Re, che apriva la fila.
Malia seguì con lo sguardo ogni singolo Livvakt a cavallo che passava e che riusciva
ad intravedere tra i due tronchi d’albero davanti a lei. Lo stesso Fyren sembrò
entusiasta di osservare così da vicino quegli animali così grandi e ancor di più quei
borger sconosciuti. Erano quattro, forse cinque quelli che contò la giovane
Fremmed, prima che uno di quei cavalieri voltasse lo sguardo proprio nella sua
direzione, in mezzo alla boscaglia, sorprendendoli e paralizzandola sul posto.
Deglutì. Tra tutti quelli intravisti quello era il borger più giovane. Non sembrava
tanto più grande di lei. Fu un’occhiata incuriosita quella che quel Livvakt e quella
Fremmed si scambiarono reciprocamente. Né la piccola Malia né quel giovane
cavaliere distolsero lo sguardo per i successivi secondi, entrambi rapiti l’uno dalla
figura dell’altra. Nonostante lo scorrere del tempo sembrasse essere rallentato per
entrambi, il piccolo Fyren inciampò su alcune grosse radici nel tentativo di osservare
meglio, sporgendosi in avanti e cadendo al suolo con la faccia sul terreno,
riportando Malia alla realtà con un gridolino di dolore. Sorpresa e presa alla
sprovvista, voltò il capo verso la figura del piccolo compagno.
«Mh? Cos’è stato?» Si udì. «Dìrren, cosa vedi da quella parte?» Pronunciò il
cavaliere che chiudeva la fila, dietro il Livvakt più giovane, che tornò a sua volta con i
piedi per terra. A quella domanda si limitò a distogliere velocemente lo sguardo da
Malia e Fyren per portarlo in direzione del compagno dietro le sue spalle, scuotendo
lentamente il capo, come per comunicargli qualcosa.
«Re Leomund!» Urlò l’ultimo cavaliere con una certa euforia, dopo essere sceso dal
destriero ed essersi portato davanti Dìrren con un movimento veloce. Osservò in
mezzo alle erbacce che nascondevano quel sentiero secondario ad occhiate
superficiali, adocchiando subito la figura dei due giovani Fremmed poco distanti. Il
cavaliere aveva poco più di vent’anni, dei capelli chiari rasati ai lati e dei piccoli occhi
color dell’ambra, ma che in quegli istanti sembravano apparire rossi. Rossi come la
sete di sangue indescrivibile che alleggiava sul suo volto. Di corporatura grossa ma
non troppo alto, appariva come un Livvakt ben allenato e pronto a menare le mani.
Malia nel frattempo si era avvicinata al suo piccolo compagno, aiutandolo con fatica
a rialzarsi e cercando di nasconderlo alla vista dei borger.
«Dìrren ha trovato due sporchi Fremmed!» Aggiunse il cavaliere con disprezzo,
mantenendo quel ghigno malevolo in volto.
Cominciò a piovere proprio in quei successivi secondi. La pioggia cadeva fitta in
mezzo alle fronde degli alberi. Sembrava che il cielo avesse cominciato a piangere
per i due piccoli Fremmed.
Malia e Fyren cercarono inutilmente di correre via e tornare a nascondersi in mezzo
alla natura. La fanghiglia che cominciò a crearsi sotto i loro piedi non li aiutava.
Distavano solo una ventina di metri dalla zona sicura che avevano precedentemente
abbandonato. Corsero con tutte le proprie forze, impauriti e disperati, mentre i passi
veloci e forsennati del cavaliere alle loro spalle si facevano sempre più vicini.
Potevano sentire quegli scarponi schiaffeggiare la terra bagnata. Quando
mancavano solo pochi metri all’area sicura e le loro speranze sembravano essere
tornate, il loro passo venne frenato bruscamente. Erano così vicini. Così vicini alla
loro salvezza, che venne però loro immediatamente tolta. Il sorriso di speranza che
si dipinse per pochi brevi istanti sul volto di Malia, che quasi riuscì a sfiorare con le
proprie mani quel terreno sicuro, venne presto sostituito da un’espressione di puro
terrore quando staccò i piedi da terra e, presa per il collo della vecchia casacca che
indossava, lanciata bruscamente alle spalle del cavaliere che era riuscito ad
acciuffarli ed afferrarli con fermezza. Cadde al suolo e in mezzo al fango con un
tonfo sonoro, dolorante, a pancia in giù e con le spalle rivolte verso il Livvakt appena
ventenne. Con gli occhi chiusi e le mani strette a pugno cominciò a rialzarsi, mentre
tutto ciò che in quel momento riusciva a sentire era il rapido battito del suo cuore
assordarle le orecchie. Alzò tremante il capo, aprendo leggermente gli occhi. La vista
era annebbiata ed offuscata, un po’ per le lacrime trattenute, un po’ per la caduta
appena avvenuta e un po’ per quella pioggia incessante che faceva da sfondo a tutta
quella tragica situazione. Davanti a lei, a pochi metri di distanza, degli scarponi in
pelle si erano avvicinati ed avevano frenato il proprio passo. Alzò maggiormente lo
sguardo, non riconoscendo subito quella figura a causa della vista ostacolata. Ci
mise qualche istante a riconoscere il volto di quel giovane Livvakt, Dìrren, con il
quale si era scambiata quelle occhiate pochi minuti prima che tutto quello
accadesse. L’espressione di lui era quella di un ragazzo impotente, con occhi sgranati
e tristi, che osservava un compagno fuori di testa svolgere il proprio lavoro con fin
troppa dedizione e violenza. Il giovane abbassò per un breve istante lo sguardo,
posando i propri occhi sulla figura tremante a terra della piccola Malia, non
pronunciando parola. Fyren venne scaraventato a sua volta di fianco a lei,
decisamente più terrorizzato ed impaurito, cadendo però di schiena. Le lacrime
sgorgavano abbondanti dai suoi teneri occhi celesti, confondendosi con la pioggia
che gli rigava il viso, mentre le labbra gli tremavano e non sembravano volersi
fermare. Si appoggiò sui gomiti con lentezza e dolore, alzandosi leggermente da
terra ed osservando il Livvakt che li aveva bistrattati, davanti a sé. Erano in trappola:
alle spalle di Malia si trovava il cavaliere che li aveva appena lanciati a terra e che se
la rideva con fare sadico tra sé e sé. Mentre, davanti a lei ed alle spalle di Fyren,
Dìrren e il resto dei Livvakt che stavano raggiungendo i loro compagni.
Riuscì quel tanto che bastò a voltare il capo per assicurarsi che il suo amico fosse
ancora intero. Aprì le labbra nel tentativo di pronunciare qualcosa in sua direzione,
ma nessun suono riuscì a raggiungere il piccolo compagno, sovrastato dal rumore
della forte pioggia. Lo vide allungare la piccola mano in direzione del Livvakt dai
capelli rasati, a palmo aperto, e distinse in mezzo a quell’espressione di paura anche
uno spiraglio di determinazione. In mezzo a quegli occhi celesti si accese una luce
dorata. Pochi istanti dopo, il terreno sotto i loro piedi tremò leggermente e per
brevissimi secondi. Ma fu solo un tremolio passeggero, che non portò a nulla. Malia
deglutì, osservando quindi il violento cavaliere con la coda dell’occhio.
Il Livvakt schioccò la lingua sul palato, alzando il ginocchio destro verso l’alto e
puntando lo scarpone in direzione del piccolo Fyren, sovrastandolo con la sua figura.
«Maledetto Fremmed. Non userai il tuo stupido hekseri contro di me» pronunciò
tagliente, pronto ad abbassare con forza il piede contro il piccolo Fyren e
schiacciarlo.
Il giovane Dìrren, prevedendo il comportamento del compagno, allungò un braccio
in sua direzione nel tentativo di frenarne le movenze. Ma il cavaliere non volle
sentire ragioni e si preparò ad abbassare il piede. Voleva farlo. Lo si poteva notare
dalla sua espressione sadica e divertita.
Fyren continuò a piangere, impotente come la stessa Malia, paralizzata sul posto,
che non poté far altro che continuare ad osservare il suo piccolo compagno al suo
fianco. Quel piccolo Fremmed con cui aveva fatto amicizia un paio di anni prima, il
suo primo vero amico e compagno e la persona che avrebbe dovuto proteggere e
difendere. E mentre l’ombra dello scarpone del cavaliere coprì la figura di Fyren,
Malia strizzò gli occhi.
«FERMO!» Tuonò in lontananza una figura che si fece sempre più vicina. Il Re si fece
spazio tra i suoi cavalieri ormai giunti sul posto, allontanando il giovane Dìrren dietro
di lui e riuscendo a fermare l’altro cavaliere prima che potesse schiacciare Fyren.
Malia non riuscì a vedere il nuovo giunto per intero. Per la tanta paura e l’agitazione,
e a causa del colpo subito cadendo a terra, le palpebre le divennero pesanti e
ricadde di peso sulla fanghiglia, priva di forze, svenuta. L’adrenalina le lasciò il corpo
in un secondo sapendo ancora vivo il suo piccolo amico, ed il terrore che fino a
prima scorreva nelle sue vene sparì. Non riuscì a mantenersi sveglia e vigile. Anche
Fyren, scampato alla morte, si lasciò ricadere sul terreno chiudendo gli occhi,
anch’esso privo di energie a causa della piccola magia effettuata. Il Re chiese aiuto a
Dìrren per trasportare i due piccoli Fremmed. Lui prese in braccio Fyren, mentre il
Livvakt prese tra le braccia Malia. Il cavaliere che aveva cercato di schiacciare il
bambino, invece, venne allontanato con fermezza dallo sguardo severo e di
rimprovero del Re. «Più tardi fatti trovare alle scuderie» si limitò a pronunciare in
sua direzione, prima di voltarsi e tornare verso il sentiero principale, osservando
tutti i Livvakt che si erano raggruppati attorno a lui. «Torniamo a KronSlott» ordinò
senza voler ascoltare ulteriori ragioni, imperativo e pronto a tornare a palazzo
urgentemente.
I due piccoli Fremmed ancora privi di forze si trovavano protetti tra il collo forte del
destriero e il busto sicuro di D e di Re Leomund che li stavano trasportando con loro
al galoppo, uno dietro l’altro. Malia riuscì ad aprire leggermente gli occhi per
qualche secondo, ripresasi un poco, ma la vista sfocata ed annebbiata non le fece
capire bene cosa stesse succedendo. Sapeva solo che la pioggia continuava a cadere
fitta bagnandole il viso paffuto. Il collo bianco e la criniera del cavallo davanti al suo
sguardo rimanevano una figura sfocata, dai contorni poco nitidi. E poco nitide
rimanevano quelle giovani mani che impugnavano con fermezza le briglie e quelle
braccia sconosciute che si estendevano da dietro il suo corpo e la tenevano al sicuro.
Troppo stanca per voltare il capo ed osservare la faccia del Livvakt che la stava
trasportando, richiuse le palpebre tornando a poggiare la propria schiena contro il
busto sicuro del cavaliere, lasciandosi cullare dal trotto veloce e compatto dei
cavalli.
VII – Sorelle di una nuova vita
Fu così che iniziarono gli anni più duri della vita di Malia. Nata in mezzo alla natura
ed a pieno contatto con essa, tra hekseri e saggi insegnamenti, all’età di dieci anni
venne costretta a lasciare la propria casa ed il proprio mondo. Obbligata ad unirsi a
quel popolo che da decenni sputava maligne sentenze e disprezzava le sue origini
solo perché considerate diverse. Forzata a crescere e spendere la propria
adolescenza tra quelle strette mura che dividevano nettamente la sua vera casa
dalla mondanità che caratterizzava invece le vite dei borger, che mai l’avrebbero
vista come una di loro. Senza compagni e familiari al suo fianco, circondata solo da
menzogne e finta cortesia, i primi anni di quella sua nuova vita sarebbero stati più
duri del previsto. Ad alleggerirle il peso della solitudine e la sensazione di sentirsi
perennemente sbagliata ed estranea, fu però un borger in particolare. Un ragazzo
che l’avrebbe accompagnata in quella sua crescita perché colpito dai sensi di colpa
per averla trascinata in quella storia. Un Livvakt a cui era stato affidato il compito di
proteggerla finchè bambina. Proteggerla dai pericoli di vivere in un mondo ricco di
pregiudizi verso il diverso. Pericoli che non guardavano in faccia a nessuno,
nemmeno a dei bambini innocenti e con l’unico peccato di essere nati dalla parte
sbagliata delle mura.
I primi giorni furono i più duri. Dìrren si presentava ogni singola mattina alla porta
dell’alloggio di Anja, la stanza in cui stava anche la piccola Fremmed, per assicurarsi
che tutto andasse per il meglio e con la speranza di riuscire a sua volta a conquistarsi
pian piano la fiducia di quella bambina tutt’altro che socievole ed affabile. Con la
stringa scarlatta in cuoio legata al bicipite sinistro, particolarmente allenato
nonostante i suoi soli sedici anni, il cavaliere era ormai diventato un vero e proprio
Livvakt Fidato. Non per niente lui era anche l’unico a cui era stata raccontata tutta la
“Vicenda Estranea” che dal giorno successivo all’arrivo di Malia già si era diffusa
all’interno del Palazzo. Il cavaliere Dìrren, la domestica Anja e Re Leomund erano le
uniche tre persone che quella prima settimana potevano entrare in contatto con la
piccola bambina Fremmed.
Anja si occupava di lei giorno e notte. Era ormai diventata una sorta di “mamma
acquisita”, che si preoccupava che mangiasse durante le ore dei pasti e che provava
a farla desistere quando ella sembrava voler pianificare una eventuale fuga da
Palazzo. O almeno quello era ciò che aveva pensato Anja per i primi tre giorni.
Quando non era momento di mangiare, infatti, la piccola Malia passava tutto il
giorno seduta sopra il letto che condivideva con la domestica, a gambe conserte,
osservando fuori dalla grande vetrata di cui era munita la stanza in cui alloggiava
temporaneamente. Anja, forse condizionata dai pregiudizi e dalle malelingue già
diffuse a palazzo e per la tensione di dover nascondere un così grande segreto, era
convinta che la piccola Fremmed stesse escogitando un modo per scappare
attraverso la grande finestra della sua camera, che dava su una delle vie secondarie
del regno. Magari durante la notte, o quando lei era di turno e non poteva tenerla
d’occhio per un paio di ore. Eppure, quella sua convinzione si sciolse quando capì
che Malia non stava pianificando un qualche piano malvagio per fuggire o
combinare qualche disastro, ma semplicemente era incuriosita da quel mondo
esterno ed a lei sconosciuto, nuovo. D’altronde era pur sempre una bambina che del
mondo aveva ancora tanto da scoprire. Sul suo viso paffuto vi era un’espressione
perennemente malinconica e nostalgica, a tratti triste e avvilita, che mai avrebbe
dovuto appartenere ad una bimba di quell’età. Le volte in cui non osservava fuori
dalla finestra, aveva il tipico sguardo cinico degli adulti. Sembrava già odiasse il
mondo e la sua vita. Se ne stava in silenzio, a labbra serrate, e non spicciava mai una
parola. La sua voce era ancora sconosciuta a tutti, tanto che per molto tempo si
diffusero diverse ipotesi. Pensavano fosse nata muta o che non sapesse proprio
parlare la loro lingua.
Capitò un paio di volte, di notte quando tutto taceva, che Anja fosse svegliata da dei
singhiozzi ovattati che provenivano dalla esile bambina che dormiva tra le sue
braccia. Lacrime innocenti e di dolore che rigavano quelle sue guance morbide nel
sonno. Forse a causa di qualche brutto sogno o forse perché l’incubo lo stava
vivendo proprio sulla sua pelle e sapeva che non si sarebbe potuta mai svegliare.
Non da quello.
Non osò chiedere nulla la donna le mattine seguenti, consapevole che la bambina
non avrebbe comunque aperto bocca, ma conscia anche del fatto che i suoi pianti
sinceri dovevano rimanere privati. Non avrebbe fatto nulla per metterla in
imbarazzo o toglierle quella poca intimità che già scarseggiava. Le avevano già tolto
troppo tenendola a palazzo.
Quando Anja era di turno e doveva svolgere i propri compiti assieme al resto della
servitù, ci pensava Dìrren a stare qualche ora con la piccola Fremmed. Prima dei suoi
turni di ronda e dopo i vari compiti da Livvakt, il giovane ragazzo occupava il suo
tempo libero così: facendo da balia ad una bambina che neanche gli rivolgeva
parola.
Una delle prime volte che rimase solo con la piccola Malia venne platealmente
ignorato dalla suddetta. Nonostante i suoi sforzi per farsi notare e tentativi di
comunicare con lei, la Fremmed preferiva osservare il mondo all’esterno della
finestra. Non era neanche sicuro che la bambina avesse sentito la sua
presentazione. Ogni volta che metteva piede all’interno di quell’alloggio dava
inevitabilmente inizio ad un monologo che si sarebbe concluso con lui che si scusava
di aver parlato troppo.
Le visite di Re Leomund, invece, erano più saltuarie. Si premuniva di farsi vedere
almeno una volta al giorno, solitamente la sera, per una decina scarsa di minuti. Si
assicurava che in giornata non fossero successi disastri, aggiornava Anja della
situazione e si raccomandava di fare attenzione.
Passati esattamente sette giorni dall’arrivo della Fremmed a KronSlott, i Reali
decisero di comune accordo che era giunto il momento di presentare le due
bambine tra loro.
La principessa Ivonne, un paio di anni più piccola di Malia, era da sempre congregata
all’interno delle mura di palazzo. Riceveva lezioni private dai maestri di Corte più
fidati e mai le era permesso di mettere piede fuori da palazzo. Sia perché ancora una
bambina, sia perché la Regina aveva ordinato così, ritendendo il mondo esterno una
minaccia ed un pericolo per la sua unica figlia, nonché erede al trono. Le poche volte
che mise piede nella Cittadella del regno fu perché Re e Regina vollero presentarla al
loro popolo o avevano comunicazioni importanti da fare, che prevedevano la
presenza di tutta la famiglia Reale sul posto.
La stanza della Principessa era ricolma di numerosi pupazzi di stoffa di vari colori e
dimensioni, e giocattoli in legno che dovevano sostituire l’amore che Damara e
Leomund non riuscivano a darle. La maggior parte delle sue giornate, infatti, le
passava in compagnia di qualche domestica della servitù e in compagnia della nonna
Ivana, la Regina che aveva abdicato anni prima per lasciare il trono alla figlia
Damara. I genitori avevano mansioni importanti ed ufficiali da svolgere
quotidianamente, riuscendo a dedicare alla figlia solo qualche ora la mattina presto
e qualche la sera tardi.
Cresciuta così, con regali costosi tra le mani per placare ogni suo pianto infantile ed
ogni richiesta di compagnia, la Principessa Ivonne già dai primi anni di vita si ritrovò
ad essere la bimba più viziata e capricciosa del regno.
Quando venne avvertita dell’imminente incontro con la sua nuova sorella acquisita
ebbe una serie di sentimenti contrastanti. Da una parte pensava finalmente di avere
una compagna di giochi, qualcuno con cui passare le proprie giornate che non
avesse il triplo dei suoi anni e con cui potesse relazionarsi, dall’altra non sopportava
l’idea di dover dividere le già poche attenzioni dei suoi genitori e soprattutto i suoi
preziosi giocattoli e animaletti di stoffa. Gli unici che l’avevano accompagnata in
quei suoi otto anni di vita, seppur inanimati.
Quando si trovò faccia a faccia con Malia fu la seconda parte quella che ebbe la
meglio. A presenziare l’incontro tra le due vi furono Damara, Leomund, Dìrren e
Anja. I due uomini a fianco dell’estranea, mentre le due donne a fianco della
Principessa.
La piccola Ivonne, con la sua espressione perennemente altezzosa, non faceva altro
che osservare la Fremmed con sguardo sdegnante, stringendo al petto l’orsetto nero
di stoffa che si portava sempre in giro.
Dal canto suo invece, Malia si limitava a fissare con diffidenza la sua nuova sorellina,
non spicciando parola.
La tensione che intercorreva tra le due bambine si poteva tagliare con un dito. E
tutti s’accorsero che il loro rapporto sarebbe stato più difficile del previsto. Lo
sguardo severo e di disgusto sul viso della Regina non aiutava a migliorare la
situazione. Continuava a fissare con un certo astio e con giudizio la piccola
Fremmed. Sembrava inoltre che Ivonne imitasse ogni singola espressione che si
presentava sul volto della madre.
«Malia, questa è Ivonne, la Principessa» pronunciò il Re iniziando le presentazioni
ufficiali. Mantenne un tono calmo e affettuoso, cercando di infondere una certa
tranquillità nella piccola estranea. Sfiorò con il proprio palmo la schiena della
Fremmed, senza poggiarlo del tutto e mantenendo un certo distacco, per non
forzarla ma anche perché era consapevole che lei non si fidava ancora di nessuno
dei presenti.
«Ivonne… lei è tua sorella da ora in poi» disse poi, rivolgendosi stavolta alla figlia.
«Mi aspetto che andiate d’accordo, va bene?» La Principessa si limitò a schioccare la
lingua sul palato, stringendo maggiormente l’orsetto tra le sue braccia e spostando
lo sguardo altrove.
Dìrren ed Anja si scambiarono un’occhiata preoccupata, mantenendo le loro
posizioni ed il silenzio.
Quando il Re cercò lentamente di avvicinare la manina di Ivonne a quella di Malia,
per dare inizio ad un primo contatto tra le due, la Regina sbuffò infastidita.
«Non forzarle» tuonò imperativa, fermando le movenze del marito. La piccola
Ivonne strattonò il proprio braccino, liberandosi dalla stretta gentile del padre per
avvicinarsi alle gambe della madre, mostrando la lingua a Malia.
«Ivonne, anche se lei vivrà qua a KronSlott da ora in poi» cominciò la donna, con una
certa acidità nel tono di voce, osservando il volto indispettito della piccola Fremmed
«ricorda che sei sempre tu la Principessa» chiarì, poggiando il proprio palmo sul
crine biondo della figlia, dandole una leggera carezza. Più che una preoccupazione
per la figlia, agli occhi di tutti i presentì suonò più come un avvertimento nei
confronti di Malia. E lei stessa se ne accorse.
Anche se le due bambine si erano ufficialmente incontrate, era ancora vietato ad
entrambe di spendere tempo assieme durante la settimana, se non solo per un’ora
durante il weekend. La Fremmed doveva ancora imparare come comportarsi e quali
regole vigevano all’interno del palazzo. Questo si era assicurata la Regina che Anja e
Dìrren facessero per i mesi successivi. Insegnarle ad integrarsi e diventare una
borger a tutti gli effetti.
Fu però una mattina di sole che la domestica Anja decise di fare uno strappo alle
regole. Quello che per la donna fu una semplice carineria e gentilezza meritata nei
confronti di Malia, si sarebbe trasformata nel suo più grave errore.
GLOSSARIO
Kongerike: Regno
KronSlott: Palazzo Reale
Livvakt: Cavaliere/Protettore di corte
Borger: Cittadino
Opprorer: Ribelle/Rivoltoso
Utsider: Reietto
Fremmed: Estraneo/Sconosciuto/Selvaggio
Hekseri: Magia/Magico
Ekesi- : epiteto utilizzato solo dai membri della comunità dei Fremmed. Solitamente
accompagna il nome del Fremmed, ma può anche precederlo. Letteralmente
“appartenente a(ll’elemento)”. A seconda del tipo di “hekseri” utilizzato alla coda
dell’epiteto si aggiunge una lettera: Ekesit (appartenente alla Terra), Ekesiv
(appartenente al Vento), Ekesif (appartenente al Fuoco), Ekesia (appartenente
all’Acqua). Può essere considerato un secondo nome o un cognome. Viene utilizzato
come titolo di rispetto per riconoscere i Fremmed dello stesso elemento.
es: Malia Ekesiv (Malia appartenente al Vento), Fyren Ekesit (Fyren appartenente
alla Terra)
Hjertre: sequoia centenaria cresciuta al centro della comunità dei Fremmed. Essa
viene considerata pianta sacra e speciale, e nel suo tronco è ubicata la casa del
Grande Saggio. É convinzione che sia stata proprio Hjertre a donare i poteri ai
Fremmed, ed è per questo che viene venerata e rispettata. É considerata il Cuore
della Comunità e spirito di ogni Fremmed.

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Tisse
Ho 22 anni e sono nata in provincia di Venezia. Appassionata di mitologia e lingue, ho frequentato un istituto tecnico di marketing internazionale e poi l'Università di Milano, con l'intenzione di specializzarmi in lingue scandinave e inglese, ma ho sempre desiderato diventare un'archeologa e cercatrice di tesori.
Adoro viaggiare, amo la natura, l'horror, i videogiochi, le serie tv e, ovviamente, scrivere.
Perennemente indecisa e lunatica, vorrei invecchiare più lentamente o avere più vite per studiare tutto ciò che mi interessa.
Scrivo da sempre (come tutti qui), ho pensieri opinabili e gusti altrettanto discutibili.
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