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I racconti di un pizzaboy

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Consegna prevista Settembre 2020
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Tutti viviamo delle storie, ma la maggior parte di noi le tiene racchiuse in un antro segreto.
Che sia reale come la porta di casa o metaforico, come una coscienza, neghiamo al mondo la vista di quello che vogliamo tenere per noi.
È un dispetto dettato da un pudore indispensabile, ma che apre, a chi per sbaglio è chiamato a sbirciare oltre, ipotesi di immagini incasellate in storie soltanto ipotizzate. Siamo tutti quella persona, l’estraneo di passaggio che sbircia dall’altra parte, per un solo attimo: il tizio a cui portare la cena, il vicino di viaggio, la parte di noi stessi che non capiamo e che ci fa credere di essere qualcosa di diverso, l’amico lasciato a casa a viversi addosso o quello fuggito via, il passante ubriaco. Questi racconti parlano di queste storie, appena sfiorate e da lì improvvisate.
Passaggi di vite intuite dagli occhi bassi di chi incrociamo appena.

Perché ho scritto questo libro?

Quando entri in casa di un estraneo in qualche modo varchi una soglia che non è lecito varcare. Le persone, hanno atteggiamenti inconsueti che svelano qualcosa, indizi di vita che ho visto migliaia di volte e che in molti casi si intrecciavano con i miei momenti di vita dando il via a riflessioni che si trasformavano in storie e nel bisogno di metterle nero su bianco.
Ci sono molti motivi per scrivere: noia, amore, bisogno di raccontare, intuizione.
Questo libro nasce da tutte queste cose.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il Beccamorto viveva nella casa dei suoi, morti ormai da un pezzo. Due piani marroni e pieni di ragni: cucina, bagno, soggiorno, due camere. Una casa viscida e umida, adatta a come si sentiva dentro: vuoto, maleodorante, vecchio e putrido. L’essersi confidato con l’amico d’infanzia non gli aveva dato quel che pensava. Non si sentiva liberato, non si sentiva meglio, si sentiva solo più pedofilo.
La mattina dopo quella sensazione era ancora lì, bloccata tra stomaco ed esofago, più pesante ogni volta che buttava giù qualcosa. Si alzò tardi, all’ora di pranzo, ma dormì poco. Quella cosa lì, premeva talmente tanto da non fargli chiudere occhio. Sapeva di voglia e di paura.
Il pomeriggio andò a comprare delle costruzioni e la roba per la cena, fece tutto in modo meccanico, senza vita, guardava un altro prendere la macchina, raggiungere il negozio di giocattoli, comprare. Guardava un altro usare la sua carta di credito ormai all’osso, riprendere la macchina, passare al supermercato e prendere cotolette e patatine fritte che ai bambini piacciono tanto.Continua a leggere
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Alle 17.00 non aveva nient’altro da fare che aspettare. Da solo insieme alla sua cosa. Accese la tv a tubo catodico, vecchio relitto del soggiorno. Si fermò su un canale dove un maiale rosa ruttava in faccia ad altri maiali rosa su di un motivetto idiota. «Ciao sono Peppa Pig» diceva e quando parlava, quando ruttava, la sensazione si faceva meno opprimente, meno dura. Rimase lì e si sentì libero. Guardava, non vedeva un altro guardare. Per la prima volta nella giornata era lì, di fronte a Peppa Pig.
Alle 19.00 squillò il telefono di casa, uno di quelli senza tasti, che per comporre il numero devi girare un disco di plastica trasparente.
– Ciao senti, per stasera nulla– era la sorella. fiatone. stanchezza. stress.
– Nulla?
– Giulia ha la febbre e deve rimanere a casa, mi dispiace. Sai ci teneva molto a rivederti.
E la sensazione tornò a crescere, a farsi pesante, a premere.
– Sì. Capisco. Anche io avrei voluto rived.
– Hai lasciato il cellulare al pub. Dicono che puoi passare a prenderlo stasera, senti hai poi ritrovato a casa tua le mutandine di Giulia?
– No no, ho cercato ma nulla, sarebbero saltate fuori se fossero qui. Allora facciamo per un’altra sera?
– Ti faccio sapere. Fino a quando resti?
– Non ancora sono sicur.
– Va bene, scusa ma devo andare, ci sentiamo– e un pianto lontano accompagnò la cornetta.
Attaccò il telefono spaesato.
Era un brodo. Un orrendo brodo quello in cui nuotava. Gioia, tristezza, dolore, delusione, e rabbia, rimpianto, noia, schifo, tutto insieme, un pantano di vomito di emozioni. Ci nuotava dentro contro corrente, a bocca aperta che tutto gli entrava e non sapeva respirare.
Fece finta di nulla e tornò da Peppa Pig, cha magari un po’ lo avrebbe tirato su, ma niente, dieci minuti e poi pubblicità.
Gli tornò in mente il Tondo, ancora di salvezza ormai inutile.
Mancava mezz’ora alle 20:00 e non aveva nessuna intenzione di passare un’altra serata di fronte ai suoi giudizi.
Provò a chiamarlo al telefono di casa, ma senza fortuna.
Prese la giacca e si buttò nell’inverno di paese per raggiungerlo. Le case erano molto vicine e cinque minuti di aria fresca non potevano che fargli bene.
Il Tondo viveva in una villetta fatiscente, un po’ nascosta trai vicoli. La notte aveva già avuto il suo trionfo e solo il freddo lo accompagnò nel tragitto.
Bussò alla porta.
Nessuno rispose.
Dalla finestra lampi di luce si proiettavano sul muro del palazzo di fronte: qualcuno in casa stava guardando la televisione.
Riprovò a bussare con più energia.
Attese un po’ e mentre stava per farlo di nuovo una voce fermò la sua mano.
– Chi è? – veniva dal basso, da dietro la porta.
– Sono Giacomo, cerco Christian.
– Quello alto? – e la porta si aprì, giusto uno spiraglio. Un occhio uscì fuori dal corridoio illuminato solo dalle immagini del teleschermo.
– Ciao sì, sono io, c’è papà?
– Papà stasera non torna a casa.
Già.
Sarebbe venuto da lui direttamente da lavoro. Il pub apriva alle 21.00, magari erano già lì per sistemare e avrebbe ancora fatto in tempo a recuperare il telefonino per poterlo chiamare e avvisare di non venire che era tutto un falso allarme e che…
– Quanto sei alto?
La vocina interruppe le sue riflessioni. Un sorriso riaccese la sua angoscia. Incisivo laterale sinistro caduto, canino caduto, grembiule rosa e treccine. La figlia del Tondo lo guardava dal basso incuriosita, con quei buchi in bocca che gli facevano quell’effetto strano.
– Tanto. Senti mamma invece?
– Mamma non c’è, è dalla nonna che sta male.
E nel buio del vicolo il mare di sensazioni lo travolse, la cosa lo prese, lo girò e lo rigirò, si ritrovò sporco ad annegare nella melma, solo al buio con i buchi in bocca della bambina, solo al buio con il groppone tra l’esofago e lo stomaco, solo al buio con il pisello dritto e sua nipote aveva la febbre e papà non torna e la nonna non sta bene ed è alto, molto tanto troppo alto. E che schifo dentro. E solo al buio con Peppa Pig in sottofondo che ricominciava alla tv e solo al buio con la figlia del Tondo e solo al buio con il fumo che esce dalla bocca, dalla bocca. I buchi trai denti, ah quei buchi trai denti.
– Vuoi vedere Peppa con me?
E il mostro cresce, cresce cresce cresce cresce. Non si ferma il mostro. Il pisello di papà ha le ali, il suo no. E le mutandine sanno di primavera ed è inverno e fuori fa freddo e dentro fa Peppa Pig.
Ma no!
Il mostro si ferma.
– No, scusa– sudava, voleva i fiori rosa, ma voleva scappare. – No, scusa devo andare– non guardò in basso. – No, scusa devo proprio andare, non aprire agli estranei.
E scappò via, senza salutarla.
Mani in tasca, pisello dritto.

Il momento in cui il piazzaiolo mi passa lo scontrino e l’indirizzo è reale, l’ho vissuto, ne sono certo. Ricordo le sensazioni: le mani infarinate, l’odore dell’impasto caldo, il fastidioso rumore di Like a virgin.
Ricordo la strada e i semafori rossi saltati in barba alle macchine. Tutto è al suo posto, come tante altre consegne uguali, sempre le stesse note, sempre gli stessi attimi, sempre le stesse strade. Sono tutte nella mia testa e anche quella, ma è come se fosse velata. Quando ci ripenso mi lascia addosso quel senso di delusione e sollievo tipico del risveglio.
Forse era un sogno, l’ho davvero sognato. Eppure, il citofono, l’ascensore, le scale.
È tutto reale. Ci sono passato davvero, lo so.
Suonai e mi aprirono, lo ricordo bene. Era un nome straniero e non mi chiesero nulla, aprirono e basta. Capii il piano dall’etichetta sul citofono. Il quarto, l’ultimo.
La palazzina era fatiscente e sporca. Pendeva anche un po’ verso destra. Per le scale si sentiva l’odore appiccicoso e amaro tipico di alcuni condomini di periferia.
Arrivato al pianerottolo la porta dell’ascensore si aprì sul corridoio buio. Tastai le pareti alla ricerca dell’interruttore della luce, lo trovai, ma non accendeva nulla.
Il piano era lungo e stretto e in fondo si vedeva uno spiraglio di luce uscire da una porta socchiusa. Non mi sembra ci fossero altri appartamenti.
Per camminare mi appoggiavo alla parete con la mano.
Chiamai dal fondo, ma nessuno rispose.
Ci misi un po’ ad arrivare allo spiraglio. Bussai, nessuno mi aprì. Dall’interno si sentiva musica da ballo anni Trenta.
Non sapevo che fare, anche se non era una novità, a volte capita che nel tragitto tra citofono e ascensore il cliente si scorda della mia esistenza e non dà più segni di vita, lasciandomi di fronte a quattro porte senza nome a domandarmi a quale suonare.
Ma qui c’era solo quella porta. Non potevano che essere per loro le pizze. Cercai il campanello, ma anche quello non funzionava. Decisi allora di aprire la porta e affacciarmi. Ci pensai su ancora qualche secondo, mentre la mano si riscaldava sotto le sottili scatole. Poi sbirciai all’interno.
Nella mia lunga carriera di pizza boy ho visto case e gente di ogni tipo. C’è il timido, che si affaccia e ti porge la mano, non vuole farti entrare né vedere casa sua a costo di far cadere le pizze. C’è quello distratto, che prende le pizze e chiede il resto, ma si scorda di darti i soldi e rimane imbambolato mentre tu lo guardi in attesa. Poi c’è il tirchio, che si lamenta per il prezzo e cerca di mercanteggiare con te, umile messo che provi in ogni modo a fargli capire che sei impotente di fronte alle sue difficoltà. Una volta addirittura mi è capitato un folle che ha aperto con un coltello in mano e l’ha piazzato al centro della scatola con gli occhi spalancati. Ci sono quelli che ti ignorano, i nudisti (le nudiste mai), i puzzolenti, gli affamati.
Di gente ne ho vista, gente strana che vive in case strane.
Ma quella sera, appena mi affacciai, di fronte a me si presentò qualcosa di assolutamente nuovo.

15 dicembre 2019

Aggiornamento

Domani dalle 15.00 sintonizzatevi su Telesanterno (Canale 18 DTV) per parlare di Bologna, calcio e I racconti di pizzaboy! Non perdetevi il debutto televisivo della raccolta dell'anno! Bologna, calcio e I racconti di pizzaboy

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Damiano Lenaz
Fin da bambino dimostra una naturale propensione verso le scienze matematiche, ma negli anni del liceo si innamora delle materie umanistiche. Studia Lettere Moderne all’università D’Annunzio di Chieti, riuscendo in qualche modo a convincere tutti di meritarsi una laurea. Dopo la triennale ha proseguito gli studi a Bologna, arrivando anche qui miracolosamente al termine del percorso nel 2018.
Oggi ha avuto la fortuna di trovare un posto in cui spendere le giornate alla ricerca di programmatori. Nei ritagli di tempo alterna letture rivedibili, whisky e pensieri sui gatti.
Per la cronaca il Lenaz è nato pescarese da genitori abruzzesi, nell’anno di Italia ’90, il giorno 4 Marzo, titolo della fantastica ballata di Lucio Dalla.
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