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Ordinari imprevisti

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Una zanzara ormai incurante delle minacce degli umani che abitano la casa dove ha trovato riparo; un sessantenne arrivato al suo ultimo giorno di vita; un attore che vive il suo incubo peggiore; un meccanico milanese convinto che siano arrivati gli alieni; un quiz televisivo che si tinge di rosso sangue; un ultracentenario abruzzese alle prese con la cruda burocrazia; un pianista di successo in crisi esistenziale; un giovane sfaticato alle prese con il suo primo giorno di lavoro.
Ordinari imprevisti è una raccolta di racconti ispirata alla realtà, che descrive situazioni apparentemente ordinarie, domestiche, in cui tutto sembra filare liscio. Ma è proprio nell’ordinario che l’inatteso irrompe, assumendo forme inquietanti e spesso bizzarre.

L’ultimo volo

Ormai è finita. Le mie energie sono quasi del tutto consumate, faccio più fatica ogni secondo che passa e mi sento mancare. Ma devo farcela, devo riuscire a sopravvivere perché da me dipendono troppe cose. Sono ore che giro come una forsennata, sento che lentamente la mia coscienza si sta smorzando, come un lume che si affievolisce nella notte. La forza di volontà mi spinge ancora tra le stanze della casa che sto esplorando senza riuscire a trovare quello che cerco: acqua, un poco d’acqua, che sia in un bicchiere, che sia sul fondo di una bottiglia o in un vaso, acqua qualsiasi. Sono chiusa qui senza possibilità di uscita, le finestre sono sigillate e non c’è modo di comunicare con il mondo esterno. Se non troverò dell’acqua nei prossimi minuti morirò esausta, ne sono certa.

Durante il mio ennesimo sopralluogo in bagno mi accorgo di una cosa. Ma come ho fatto a non vederlo? Non posso credere che mi sia sfuggito quel secchio sul pavimento dietro la porta. Mi avvicino rallentando, sembra tutto in ordine. L’aspetto dell’acqua non è affatto rassicurante e l’odore non è da meno; certo, non è l’acqua di uno stagno fuori città o in un grande parco, ma per deporre le mie duecento uova al momento è più che sufficiente.

Come invidio le zanzare di campagna libere di spostarsi per centinaia di chilometri per trovare i loro paradisi, privi di repellenti e di umani che ti schiacciano sotto il peso delle loro ciabatte e dei loro giornali. Proprio così è morto il padre delle mie future larve durante un rischioso volo diurno. Eravamo rimasti soli, lui e io, abbandonati dai nostri simili che avevano preferito spostarsi in appartamenti più affollati di umani. Noi abbiamo deciso di restare qui, di condividere l’appartamento con due esseri grassi e pigri. Le nostre prede, consumatrici di dolci e alcolici, hanno un sudore dall’odore molto invitante e l’anidride carbonica che emettono risulta facile da intercettare, cose che ci semplificano gli attacchi al buio delle notti d’estate. Prima della morte del mio compagno non avevamo rischiato molto, i due umani non sono mai stati capaci di accendere le luci e darci la caccia, la giovane coppia di sposi si limitava a svogliati movimenti di braccia facilmente schivabili. Ci bastava intrufolarci tra le lenzuola e banchettare sulle morbide e succose cosce. In verità i maschi della mia specie non hanno bisogno di sangue, prerogativa delle femmine fecondate, ma il mio compagno è sempre stato un amante del rischio e mi seguiva nelle mie scorribande. A volte, per cercare di stupirmi, si posava su superfici molto esposte allo sguardo umano riuscendo sempre a sfuggire agli attacchi con discreta agilità. Io, memore della morte di mio padre schiacciato mentre sorseggiava da una goccia di succo di pera, invano cercavo di metterlo in guardia dalla sua giovane e frenetica incoscienza. Ho trovato i suoi resti una settimana fa, al tramonto, stampati sulla carta di un quotidiano arrotolato. Evito di passare da quelle parti.

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Il sollievo che ho provato nel liberarmi da questo fardello che portavo da diversi giorni è indescrivibile. Sebbene avessi accumulato una massiccia dose di sangue in vista della deposizione, le riserve erano presto finite. Mai avrei pensato che i miei coinquilini sarebbero partiti. Raramente si erano allontananti da casa per più di due giorni, ma stavolta mancavano da oltre una settimana. Io sono rimasta da sola chiusa qui, costretta a dar fondo a quel residuo di bibita sul pavimento. Colta dalla disperazione avevo quasi deciso di deporre dentro l’acqua del water, ma i rischi erano troppo alti e l’esperienza mi ha suggerito di desistere: alcune settimane fa ho perso centinaia di larve, frutto di una passione fugace, risucchiate senza pietà da un vortice catastrofico. Ora dovrò cercare un rifugio per le mie uova: l’estate si è spenta da un po’ e l’aria fredda autunnale inizia a imperversare tra le pareti dell’appartamento. Non possiamo restare qui, dobbiamo nasconderci per l’inverno. Lo spiraglio di luce che penetra dalla finestra sta diventando sempre più intenso: il giorno è maturo, finalmente è arrivato il momento di riposare.

Negli ultimi giorni ho visto le mie uova schiudersi e le mie larve fare capolino sott’acqua. Tra poco usciranno dal loro guscio e potrò assistere ai loro primi tentativi di mantenersi in equilibrio sulla superficie. Dopo aver compiuto qualche passo incerto sul pelo dell’acqua spiegheranno le loro piccole ali. Mi dispiace solo che la loro vita inizi in una stagione così difficile per noi, ma ne approfitterò per tenerle al sicuro e prepararle alla vita. Sono riuscita a portare loro qualcosa da mangiare, ma le briciole di biscotto sul tavolo si stanno esaurendo. C’è anche il rischio che gli umani, al loro ritorno, decidano di svuotare il secchio. Per fortuna lo fanno solo prima delle pulizie, un evento che si verifica una volta al mese: le pulizie sono un momento davvero terribile per me, costretta a nascondermi e aspettare che la nuvola chimica evapori; mi consola tuttavia il fatto che l’evento, essendo così raro, lasci la casa piena di squisiti residui di cibo, che hanno nutrito i miei simili prima del loro trasloco.

Crescono in fretta le larve, e il loro bisogno di nutrimento cresce con loro. Parto per l’ennesima spedizione per procacciare cibo, ormai la casa vuota è diventata il mio regno; volteggio libera senza correre alcun rischio. Dal bagno mi muovo verso il corridoio e velocemente entro in cucina, diretta verso il tavolo per scandagliarne la superficie. Qualcosa non va: c’è del movimento sulla mia precaria riserva di cibo. Una fila lunghissima di formiche si muove dal piano orizzontale, scende lungo la gamba del tavolo e, attraversando il pavimento, entra veloce in una piccola crepa nella parte bassa del muro. Le formiche sono innocue per noi zanzare, non sono interessate a interferire con le altre specie, si limitano ad accumulare la loro riserva per l’inverno con costanza e diligenza. Le briciole sul tavolo, di cui ho bisogno esclusivamente per lo zucchero che contengono, in pochi minuti saranno finite. Mi poso sul bordo del bicchiere scrutando l’andirivieni delle formiche, che non si curano della mia presenza e continuano decise la loro marcia. L’unica cosa da fare è cercare un’altra fonte di nutrimento. Mi alzo di nuovo in volo in direzione del lavello. L’alluminio nudo e brillante scorre sotto di me privo di qualsiasi residuo; provo ad avvicinarmi ai fornelli, ma so già che anch’essi sono vuoti, li ho perlustrati giorni fa senza successo. Mi avvicino al muro e plano su un morbido panno appeso su un gancio. Decido di spostarmi dalla cucina e inizio a volare basso sul pavimento, esco verso il corridoio ed entro in camera da letto, nella speranza di imbattermi in qualche resto degli spuntini che il maschio umano consuma abitualmente davanti al suo computer. Salgo verso la scrivania e atterro sulla tastiera: il potente odore di sudore sui tasti mi dà subito l’impressione di essere sulla pelle dell’uomo, pronto per uno dei miei ghiotti banchetti. So bene di non essere su un braccio o una gamba, ma l’istinto di assaggiare è talmente forte che dopo aver preparato la mia proboscide, secerno un po’ di anticoagulante e con uno scatto pungo decisa sulla plastica. Il dolore è forte e la delusione, pur se prevedibile, ancor di più.

Per qualche minuto resto immobile e dolorante sul tasto “H” cercando di riordinare i pensieri per trovare magari una soluzione al mio problema alimentare. Le mie larve non potranno resistere molto senza nutrimento, e io, che sarei in grado di resistere più a lungo, assisterei alla loro fine: una a una cadrebbero morte sotto il mio sguardo impotente. Mi levo di nuovo in volo e mi dirigo, spinta dall’inerzia, verso il mio triste e putrido nido. Un rumore metallico mi sveglia dal malinconico torpore: sono tornati! Planando velocemente mi poso sull’angolo del muro sopra la porta del bagno evitando accuratamente la ragnatela. Sono proprio loro che entrano in casa indossando due cappelli identici in finta paglia con la scritta “Formentera” su un nastro nero. L’odore di sudore è tornato improvvisamente nella casa e il mio olfatto sopito si desta repentino. I due chiudono la porta alle loro spalle e posano a terra le pesanti valigie. Il maschio di uomo entra in bagno dirigendosi verso il water e inizia a evacuare i suoi fluidi mentre la femmina va verso la camera da letto e apre la finestra lasciando entrare aria fresca; l’uomo aziona il temibile vortice di acqua e si avvia verso il corridoio, non prima di essersi fermato a sbirciare dietro la porta: sta guardando il secchio con il mio nido. La gioia che ho provato nel rivedere il mio cibo preferito sta mutando in terrore.

«Cara, hai lasciato il secchio per lo straccio pieno di acqua, c’è una puzza terribile in bagno.»

La voce della donna risuona più debole dalla camera: «Eh lo so, svuotalo invece di borbottare».

L’uomo risponde uscendo dal bagno: «Io non lo voglio toccare, c’è pure della robaccia strana dentro». Io, paralizzata dalla paura, non mi accorgo neanche che il maschio mi ha visto e sta provando a schiacciarmi con una mano: riesco per poco a schivarla, a entrare nel bagno e a nascondermi dentro un asciugamano.

La voce adesso ovattata della donna dice: «Ora lo svuoto io, tanto non ho più la speranza che tu faccia qualcosa qui dentro».

«Ho quasi ucciso una troia di zanzara.»

«Non ne hai mai presa una… comunque sistemo la valigia e poi svuoto il secchio.»

Ormai le cose sono chiare: tutta la mia prole sarà distrutta entro qualche minuto. I pensieri che mi affollano la testa sono talmente tanti che sento di essere sul punto di perdere i sensi. Cerco di riordinarli e ora si presentano, uno dopo l’altro, con estrema chiarezza. Come posso spostare duecento larve dal secchio? E poi dove potrei metterle, non c’è più acqua qui dentro. Non ho molto tempo ormai e le idee per salvare i miei figli stentano a presentarsi. Mi chiedo come riuscirei a vivere serenamente il resto dei miei giorni dopo aver perso per la seconda volta la mia nidiata; mi chiedo dove troverei le forze per andare avanti, per uscire da lì e cercare miei simili che possano darmi conforto, ora che l’autunno ha nascosto le zanzare che popolano la città.

Esco dal mio nascondiglio lentamente e mi avvicino al mio nido, rassegnata a un destino crudele che mi impedirà ancora una volta di veder crescere la mia prole. Guardo le mie larve che si muovono sotto la superficie dell’acqua, inconsapevoli della vita e della morte tanto che non sono neanche riuscite a percepire l’attimo in cui hanno vissuto. Improvvisamente un’idea agghiacciante mi avvolge: devo mangiarle. Incredula per questo orripilante pensiero cerco di ragionare, ma questo sembra essere l’unico modo per non far precipitare la mia prole in quel vortice di distruzione. Sento che la donna si sta avvicinando al bagno. Entra, chiude la porta e si siede nuda sulla tazza urlando: «Oscar ma non senti il fetore che c’è qui? Potevi svuotare questo secchio no?». Il maschio non risponde. Devo agire in fretta.

Solo qualche ora più tardi mi rendo conto di quello che ho fatto: ho divorato i miei figli, li ho uccisi io per evitare che lo facesse un essere umano; da fonte di nutrimento sono diventata causa di morte. Ora sono sola, saziata dal pasto peggiore che si possa fare, immobile sul ciglio di un secchio vuoto come la mia anima.

Ho trascorso gli ultimi giorni sul lampadario della cucina, immobile, ancora sazia del pasto indigesto nonostante la possibilità di abbandonare questa casa che ormai è un inferno. Le finestre si aprono spesso, potrei fuggire via per provare a iniziare una nuova vita altrove, magari facendomi fecondare, ma i pensieri più oscuri mi inchiodano su questo freddo metallo. Potrei nutrirmi dei residui di cibo e della succosa emoglobina degli umani ormai tornati stabilmente, ma da quel giorno un senso di nausea mi inibisce l’appetito. Mi trovo in questo limbo senza speranze, con giorni davanti agli occhi troppo lunghi da affrontare, con troppi incubi da sognare. C’è un’unica via di fuga da questa tragica esistenza ormai schiacciata dal rimorso: la morte.

La luce è accesa e il lampadario si sta surriscaldando; gli umani stanno consumando il loro consueto pasto serale davanti alla televisione che li tiene fermi e silenziosi. Mi stacco dal lampadario e plano lentamente verso la mano della femmina umana, il maschio è talmente imbranato che riuscirebbe a mancarmi anche se restassi immobile. Mi appoggio sulla pelle calda e preparo la mia ultima puntura. Inizio a succhiare il sangue ripensando all’acqua, fonte di vita per tutte le zanzare, ma causa di morte per le larve che ho partorito. È il pasto più lungo e disgustoso che abbia mai fatto. La donna si accorge di me: «Eccola la bastarda!». Sento un forte spostamento d’aria e cerco di restare ben salda sulla carne.

Arriva, sono prontissima.

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Giacomo Proia
Giacomo Proia è nato a L’Aquila il 31 ottobre 1986. Ha una formazione classica seguita da studi di comunicazione e esperienze come redattore e critico musicale. Musicista, ha composto colonne sonore per video e prodotto due album di pop elettronico chiamati entrambi proia. I suoi scritti sono stati pubblicati da la Repubblica e le riviste Pastrengo, The Trip e il Cartello. Ora scrive, studia filosofia e gestisce un ostello.
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