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Il ragazzo dalle ali di cristallo

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Consegna prevista Marzo 2021
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Michele ha solo 27 anni quando a sorpresa entra come deputato a Palazzo Montecitorio. Dietro un’apparenza riservata e schiva, nasconde traumi di un passato di bullismo di cui ancora non si è liberato. Al contrario di Nicolò, leader del partito di opposizione, dotato di una forza combattiva carismatica e trascinante. Due protagonisti, due partiti e due caratteri opposti, che si scontrano inevitabilmente nel gioco della politica. Ma tutto è destinato a cambiare quando un evento inaspettato li porta a dover collaborare.
Inizia così un viaggio introspettivo, in cui le maschere di entrambi cedono lentamente. Sullo sfondo, le vicende politiche si susseguono tra intrecci di potere, segreti e scontri. Lì si muove la figura di Marchesi, eccentrico segretario del partito di maggioranza, il cui passato si rivela legato inaspettatamente a quello di Michele.

Perché ho scritto questo libro?

È capitato per caso, circa sei anni fa, in cui ho visto al telegiornale due deputati scontrarsi in modo feroce nelle aule parlamentari. Ho immaginato le loro motivazioni e la loro storia, e i personaggi sono praticamente nati da soli, mentre mi scappava la voglia impellente di scrivere. Ho iniziato a pubblicare sul sito EFP quasi per gioco e un capitolo ha tirato quello successivo, anche grazie al sostegno di diversi lettori e lettrici.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Era tutto buio.

Buie le quattro pareti troppo vicine al suo corpo, buia anche l’aria che cercava a fatica di far entrare nei polmoni.

Non sapeva quanto tempo fosse passato da quando era finito lì dentro. Aveva urlato fino a perdere il fiato, picchiato la porta fino a farsi sanguinare le nocche. Era caduto a terra sulle ginocchia, fissando la debole luce che filtrava da sotto il legno spesso nell’inutile tentativo di frenare il panico.

«Fatemi uscire…» pregò, picchiando per l’ennesima volta la mano piccola contro la superficie della porta, unica pesante barriera che lo separava dal resto della scuola. Sentiva delle risate dall’altra parte. Erano voci giocose di bambini e chiunque, passando di lì, avrebbe solo visto cinque ragazzini che si stavano divertendo. Nulla di strano, nulla di anomalo.

«Michelino, hai paura del buio?»

Non riuscì a rispondere. I respiri si rincorrevano veloci, la testa pulsava dolorosamente, il sudore freddo gli aveva appiccicato la maglietta alla pelle. In mezzo a quel buio totale, le pareti dello sgabuzzino sembravano ancora più vicine tra loro. Provò a chiudere gli occhi per tranquillizzarsi, cercando di immaginare di essere nella sua cameretta, ma così facendo gli sembrava che l’aria mancasse ancora di più, e a nulla serviva la debole convinzione che il buco della serratura l’avrebbe salvato dal soffocamento.
Perché nessuno si era accorto che era chiuso lì dentro?

Perché nessuno si stava preoccupando per lui?
Il cuore gli batteva veloce, molto forte, facendogli male. Non voleva piangere, si rifiutava di dar loro anche la soddisfazione di vederlo debole, ma le lacrime sembravano voler uscire da sole. Erano lacrime di impotenza, perché in nessun modo avrebbe potuto liberarsi da lì se non gliel’avrebbero permesso loro. Nessun altro lo avrebbe salvato.
Si sedette per terra appoggiandosi alla porta, pensando che così avrebbe respirato la poca aria che entrava dalla fessura, ma quando sentì dei passi allontanarsi il panico prese il sopravvento.
«Ciao Michelì, ci vediamo in classe!»
«No! Aprite!»
Cercò di gridare, ma la sua voce si espresse solo in un debole rantolo di terrore. Riprovò, più e più volte, fino a che non sentì più alcun rumore. A quel punto la disperazione vinse l’ostinazione, e Michele crollò di nuovo a terra.
Più il tempo passava, più si illudeva che sarebbero tornati presto a tirarlo fuori. Quanto può durare uno stupido scherzo? Non si rendevano conto che aveva paura? Che poteva davvero soffocare?

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Perse la cognizione del tempo mentre piangeva e tremava, rinchiuso in un buio soffocante.
Negli anni successivi, non riuscì mai a ricordare vividamente il suo risveglio sul letto dell’infermeria. Nella sua mente erano rimasti solo dei flash in cui sua madre piangeva, suo padre lo scrollava violentemente per le spalle e suo fratello maggiore rideva di nascosto, mentre lui non diceva niente e fissava il vuoto.

Una sola, vivida immagine era rimasta impressa nella sua memoria. Il sole, fuori dalla finestra, stava tramontando dietro le case, e questo voleva dire una cosa sola: per almeno otto ore era rimasto chiuso dentro uno sgabuzzino.
Aveva undici anni.

L’aula di Montecitorio era gremita per il voto di fiducia.
Dalle tribune si sentivano continuamente partire raffiche di click quando entrava un deputato importante, ma per il resto dello spazio non volava una mosca.

Michele appuntò sulla sua agenda tutto l’intervento della De Santis, cosa non molto semplice, perché la parlata era tutt’altro che spedita.

«Guarda come se la ridono quelli» Thomas indicò i banchi del Nuovo Partito Popolare, «tutti i ministeri chiave sono loro. Scommetto che Marchesi gli ha promesso di tutto pur di farci andare al governo».
«Ne sei sicuro?» chiese Michele. Non poteva credere che avrebbero dovuto sottostare completamente al programma di quel partito di stampo conservatore, molto distante dai loro ideali.
«Vedrai quando inizieranno ad arrivare le proposte di legge. Ci sarà da ridere, se non da piangere».

Restarono a discutere, coinvolgendo anche i colleghi a fianco, finché Goffredo, il presidente del partito, si voltò. A quel punto Arturo impose il silenzio con un gesto secco della mano e tutti si ammutolirono all’istante.
Per Michele era impressionante vedere quanto quell’uomo godeva di un rispetto fortissimo all’interno di Sinistra Democratica. Non sapeva tantissimo sulla sua storia, almeno non più di quello che sapevano anche gli altri, perché Arturo era sempre stato riservato. Sapeva che da parlamentare aveva condotto una grande lotta contro la mafia, scrivendo delle leggi insieme ai magistrati e alle vittime delle stragi. Poi però il PCI si era sciolto, lui si era candidato per la segreteria della neonata Sinistra Democratica e, dopo aver perso, si era ritirato dalla vita politica finché non aveva conosciuto Michele.

Gli interventi da parte dei gruppi parlamentari si susseguivano velocemente. Michele cercava di appuntare tutto, Thomas invece parlava in continuazione con chiunque gli desse corda.
«Chiede la parola il deputato Nicolò Andreani per il Fronte per l’Indipendenza. Ne ha facoltà» annunciò a un certo punto il presidente della Camera.
«Non è un altro il capogruppo del Fronte? Un certo Chiarelli?» chiese Michele, ricordandosi di aver visto recentemente sul giornale la foto di un uomo con le folte sopracciglia e i capelli a caschetto. Già dalla faccia quell’uomo gli era sembrato uno strambo, quasi quanto Thomas.
«Sì, ma all’ultimo momento hanno deciso di far parlare questo. Dicono in giro che sia uno che ha fatto tanti comizi a Milano e che si è preso qualche decina di migliaia di preferenze» rispose Thomas, senza nascondere una certa invidia.
L’intervento di Andreani non assomigliava per niente a quelli degli altri deputati. Anzi, non assomigliava nemmeno a un qualsiasi intervento mai pronunciato da un politico. Le sue parole rompevano gli schemi della formalità con una sicurezza disarmante. Era evidente che quell’uomo era abituato a fare comizi in piazza.
«Dunque, la presidente De Santis farà sicuramente meglio perché è donna, dicono i popolari. È molto bello vedere che i centristi rivalutano le donne, dopo averle volute per anni in casa a figliare».
Tutto il gruppo di Andreani rise e applaudì. Il resto dell’aula era chiuso in un silenzio imbarazzante, e anche i deputati vicino a Michele si guardavano perplessi.
«Ma i nostri migliori auguri vanno al ministro dell’agricoltura! Dov’è? Ah, eccolo! Buongiorno!» Andreani salutò con la mano il ministro, il quale fece però finta di non vederlo, «per fortuna che almeno c’è un ministro di sinistra in questo governo! Ah, in effetti è indagato per riciclaggio. Sembrerebbe che tra le fila di SD non ne hanno trovato uno senza un processo in corso».
Scattarono altri applausi da parte del Fronte. Qualcuno di Sinistra Democratica si alzò per fischiare, ma Pasqui riuscì velocemente a farlo tacere.
Michele sentiva il cuore battere forte, incerto se fosse per l’indignazione o per l’imbarazzo di sentire parole così forti e così arroganti in quello che lui aveva sempre considerato il tempio della democrazia. Cercò subito con gli occhi l’autore di quell’intervento e vide un uomo in piedi, con giacca nera e camicia rossa, circa tre file più in basso a sinistra di lui. La pelle era leggermente scura, i capelli castani erano raccolti in una specie di codino. Tra le mani teneva dei fogli che in realtà non sembrava neanche stesse leggendo, muovendoli da una parte all’altra con una mano, mentre con l’altra gesticolava rivolto verso la presidenza.
«Il nostro, quindi, è di sicuro un no alla fiducia a questo governo. Non aspettatevi però che ci fermeremo e che vi permetteremo di danneggiare questo Paese con le vostre leggi scellerate. Auguri, soprattutto per i vostri processi in corso.»
Finito l’intervento ci fu un’ovazione da parte del Fronte. Una macchia di giacche nere e camicie rosse si alzò in piedi, applaudendo per un bel po’ di tempo, sotto gli occhi sprezzanti dell’aula.
Michele aveva notato Pasqui continuare a scrivere di getto durante quell’intervento, in preda a una rabbia compulsiva. Arturo, invece, mostrava una certa preoccupazione nel viso scavato nelle rughe, ma non diceva niente.
Subito dopo toccò proprio a Pasqui parlare. Il suo intervento era abbastanza prevedibile: complimenti alla De Santis, difesa del programma di governo, e un attacco a volto scoperto al deputato che aveva appena parlato.
«Trovo disdicevole, parlo a nome del mio gruppo, che si usi quest’aula del Parlamento come un mercato del pesce, dove si urla e la si spara grossa. Pregherei al deputato Andreani di tornare a fare comizi nelle piazze. Questo è un posto per gente seria, non per buffoni».
Applaudì tutto il gruppo. Thomas si alzò addirittura in piedi. Dai banchi del Fronte si levarono fischi, ma ormai la discussione era chiusa. La fiducia venne approvata con 427 voti.

 

*

Ci furono abbracci, pacche e strette di mano. Chiarelli, il capogruppo del Fronte, ci mise un bel po’ a riuscire a separare Nicolò dalla comitiva di onorevoli che lo stavano per portare in trionfo, esaltati dall’energia trasmessa da quell’intervento.

«Ti ringrazio per aver accettato di parlare al posto mio. Sai, alla scorsa legislatura non ho mai parlato tanto, avevo paura di non fare un intervento efficace. Tu invece sei bravissimo, li hai lasciati tutti a bocca aperta, avresti dovuto vedere le loro facce…»
Nicolò si stupì per quel riconoscimento. Non gli stava molto simpatico il capogruppo, ma rispose al sorriso e gli strinse la mano. Quello era sempre stato il suo modo di fare, ovunque si trovasse. Così era diventato qualcuno: regalando una buona parola a tutti.

«Ti ringrazio io per avermi fatto parlare. Sei certamente un capogruppo molto capace. Dovremmo agire sempre con questo spirito di unità».
A fine serata, Nicolò prese la via di casa con il suo nuovo motorino. Passò per via Cavour, osservando i turisti che passeggiavano per la città senza una meta. Poi costeggiò Santa Maria Maggiore e percorse tutta via Merulana fino al suo appartamento a San Giovanni.

Restò a osservare a lungo il tramonto dal balcone. La città non gli piaceva così tanto, anzi, Forse era una delle peggiori nella quale era finito, per la confusione e la sporcizia. Eppure, in qualche modo, quelle guglie irregolari che tagliavano il tramonto stavano iniziando a dargli un senso di serenità.

Per ora sarebbe stato quello il suo posto.

«Mi ha praticamente asfaltato!» borbottò il deputato romano con tono mogio, mentre faceva passare dalla mano alla bocca la spianata che Michele gli aveva portato.
«Non hai dato proprio il meglio di te» commentò Arturo, sfogliando distrattamente il giornale.
Era un tranquillo lunedì a Montecitorio. Michele aveva notato che quel giorno c’erano ancora meno deputati che in tutti gli altri giorni della settimana. Alla buvette c’erano solo loro tre e pochi altri.

«Avrei voluto vedere te!» abbaiò Thomas, «non è facile parlare quando ogni parola che dici viene usata per tirare fuori uno sproloquio senza capo né coda! Ma hai sentito ‘sto soggetto? Minacciato dalla mafia! Ma chi si crede di essere?»
Il deputato romano smise di mangiare e iniziò con la mano a tirarsi indietro il ricciolo biondo in modo quasi ossessivo. Gli occhi strabici erano contornati di rosso, segno che quella notte non aveva dormito.
Michele gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Dai, andrà meglio la prossima volta. Se Andreani è un buffone, tu devi usare la forza degli argomenti».
Thomas gli sorrise e il giovane calabrese fece per tirargli una pacca amichevole di consolazione, ma poi sentì una mano estranea afferrare la sua spalla, costringendolo a voltarsi.
«Come mi hai chiamato, scusa?»
Era Andreani. I suoi occhi verdi perforarono quelli di Michele come due raggi laser. Il giovane, preso alla sprovvista, simulò una parvenza di calma, mentre sentiva il battito cardiaco accelerare contro la sua volontà.
«Dicevo che ti ho visto in TV ieri sera. Non hai fatto una bella figura» disse velocemente, curandosi di non alzare troppo la voce. Si sentiva intimidito da quella vicinanza e faceva fatica a mantenere il contatto visivo per la differenza di altezza.

«Quindi io sarei un buffone? Hai il coraggio di ripetermelo in faccia?»
Il tono di Andreani era fermo e pacato, tanto da risultare minaccioso. Michele resse poco quello sguardo. Gli occhi verdi di quell’uomo sembravano trapassarlo da parte a parte.

Si guardò in giro, non sapendo cosa fare, finché intervenne Arturo.
«A posto le mani, giovane».
Gli altri pochi presenti li guardavano, incuriositi. Michele sentì la mano allentare lentamente la presa, mentre quegli occhi erano ancora puntati dentro i suoi. Non riusciva a dire niente, e ogni secondo che passava sapeva di dover dire qualcosa per spezzare la tensione, ma la sua mente in quel momento era completamente annebbiata.
Un uomo prese il braccio di Andreani, staccandoglielo del tutto dalla sua spalla. Poi fissò per un attimo il suo collega negli occhi, come per comunicargli qualcosa. Era il capogruppo del Fronte, Augusto Chiarelli.

I due se ne andarono per il corridoio. Michele cercò di riprendere il ritmo regolare del respiro, mentre delle immagini stavano riaffiorando davanti ai suoi occhi, contro la sua volontà.
Sangue. Buio. La gola secca per la troppa corsa.
Risate. Il riflesso dei suoi occhi arrossati nello specchio di camera sua.
«Avanti, scappa!»
Arturo lo toccò piano.

«Tutto bene?»
Michele ingoiò quelle immagini nei suoi occhi scuri. Guardò i suoi amici e compagni con un finto sorriso tranquillo sulla faccia.

«Sì».

Thomas gli diede uno spintone amichevole.
«Dillo che ti piace cacciarti nei guai, Miché!»

Nicolò Andreani percorse con lo sguardo i banchi di Sinistra Democratica. Fino a quel giorno sapeva chi fosse Michele Martino solo per alcune brevi interviste. In quelle prime settimane si era documentato su molti deputati della maggioranza, alla ricerca di qualche scheletro nell’armadio che un giorno poteva essergli utile in caso di attacco. Aveva seguito in modo maniacale tutte le interviste, i telegiornali e i talk e alla fine aveva scoperto che erano tutti uguali: difendevano bene o male la linea del loro partito senza tante storie. Alcuni argomentavano bene, altri facevano pena, ma nessuno aveva un pensiero personale di spessore. E tal Michele Martino era solo un pesce piccolo che sembrava esser finito lì per caso. Sempre a posto, pulito, obbediente e in ordine come uno scolaretto. Vomitevolmente mediocre.
Nelle sue interviste, Nicolò aveva visto chiaramente quanto quel deputato non pensava nemmeno una delle parole che diceva. Bastava notare il tremolio della sua mano o i suoi occhi che cambiavano direzione.

Inoltre, giravano voci che Martino fosse uno raccomandato. Era stato Arturo Costa, ex deputato del PCI ed ex candidato alla segreteria a curargli in ogni dettaglio la campagna elettorale. Nessuno di così giovane, senza esperienza e senza talento, avrebbe mai preso da solo quella decina di migliaia di preferenze, e Nicolò sentiva già l’odore inconfondibile della mafia. Doppiamente vomitevole.

Il suo sguardo si soffermò su di lui, in alto sui banchi c’entrali. Incrociò i suoi occhi per un secondo solo prima che l’altro deviò lo sguardo, e tinse la sua espressione di tutto il disprezzo di cui era capace.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elena Frigerio
Nata nel 1995 in un piccolo paese in provincia di Como, ho iniziato ad appassionarmi alla politica all'età di 16 anni. Mi sono trasferita a Roma per frequentare il corso specialistico dell'Università La Sapienza in "Comunicazione integrata per gli enti pubblici e non profit", conseguendo la laurea nel gennaio del 2020, con una tesi sulla comunicazione politica e l'esclusione sociale.
Credo nella bellezza della fragilità umana, nel caso che guida sottilmente le nostre vite e nella forza della penna, la vera spada dei timidi.
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