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Il re dello spazio infinito

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Consegna prevista Novembre 2020
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In un torrido Ferragosto di un anno incerto, molte cose misteriose accaddero a Palermo. A una signora esplose il cagnolino. Un vigile urbano si spogliò nudo, si arrampicò in cima al teatro Politeama, si appollaiò su uno dei cavalli di bronzo che ne ornavano la facciata e si mise a cantare con voce da soprano. L’ufficio di un commercialista si riempì di rospi e altri viscidi anfibi. I diavolicchi della Zisa scapparono; volarono via come uno sciame di pipistrelli, dopo secoli che stavano dipinti nel castello, e nessuno era riuscito mai a contarli. Sacchetti della spazzatura s’animarono di vita propria. I gelati del Bar “Troppo Fresco” si squagliarono, senza che si riscontrasse alcun guasto ai frigoriferi. In una stalla nacque un vitello a due teste. Ma la più misteriosa di tutte fu la sparizione di Monte Pellegrino, la Montagna Sacra di Palermo, per salvare la quale uno sparuto gruppo di anime pure si lanciò in una nobile e disperata impresa, degna di essere raccontata per iscritto.

Perché ho scritto questo libro?

Che ci sia la nebbia a Palermo, è cosa alquanto rara; che ci sia poi in primavera, par quasi impossibile. Eppure fu un mattino d’aprile che uscii in giardino, e Monte Pellegrino non c’era più, avvolto da un velo caliginoso che ne oscurava la vista. E in quel preciso istante mi vennero in mente le mani mummificate del ladro sbranato dai lupi di San Galgano, che vidi anni fa. Quale filo misterioso univa queste immagini? Ho seguito varie tracce, le ho messe insieme, e il risultato è questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

VII.

Se sulla mano di morto abbiamo trovato qualche riscontro storico, per quanto riguarda sostituzioni più grosse la questione è del tutto differente, e leggermente più complicata. Il fatto è che queste cose sconvolgono la gente, distraendola dalle incombenze quotidiane, come lavorare, pagare le tasse, obbedire, sposarsi e fare figli, che andranno a scuola e poi a lavorare anche loro. Di conseguenza, chi è al potere, in ogni tempo e in ogni luogo, cercherà di minimizzare, nascondere, fare dimenticare tali eventi, facendoli passare tutt’al più per allucinazioni collettive.

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Un esempio abbastanza recente: nel 1975 il mega shopping center di Wilbur, Minnesota, al km 138 della trafficatissima Ash Avenue, scomparve per tre giorni, dopo i quali al posto suo sorse dal nulla una collina color cenere, piena di minacciosi tumuli funerari mai visti prima, grosse tane di talpa da cui si alzava un filo di fumo. Il Dipartimento di Stato entrò in confusione. Il Segretario Oliver Mendez, la cui scrivania fu sommersa di fax e fonogrammi, al punto che il portafoto con l’immagine di sua moglie e delle sue due figlie biondine in vacanza a Miami fu spinto oltre il bordo e si schiantò sul pavimento, decise di affidare tutto alla CIA. E la CIA utilizzò anche stavolta il piano X329, cioè quello che utilizzava di solito quando non sapeva che pesci pigliare, piano che consisteva nel versare nell’acquedotto dell’area in questione massicce quantità di sostanze allucinogene, in genere LSD24 sequestrato in laboratori clandestini. Il problema fu che, anziché i consueti elefanti rosa e puttini disneyani, la popolazione di Wilbur e dintorni cominciò a vedere schiere di indiani con un’espressione estatica sulla faccia dipinta, che danzavano in cerchio lanciando alte grida al cielo. L’area fu sgombrata e transennata, i residenti trasferiti, tranne quelli, in tutto 54, che rimasero allucinati anche dopo che l’effetto della droga era svanito. Questi ultimi furono condotti in uffici segreti della CIA, e vi rimasero per undici anni, fino a quando un’inchiesta del settimanale radicale “Cry Freedom” di Sausalito (CA) fece venire alla luce lo scandalo (testimonianze video dei sopravvissuti si trovano sul sito www.abductedbycia.org).
Per fortuna disponiamo di un prezioso catalogo, redatto dal sig. Oskar Gudmundson, portalettere dell’isola di Farö (SV). Il sig. Svensson dedicò la sua breve vita (fu stroncato da una leucemia a 48 anni, nel 1972) alla collezione di documenti che testimoniano fatti inspiegabili di ogni genere. Il materiale è conservato negli archivi della fondazione Nostalghia a Parigi, consultabile su prenotazione. In mezzo alla sterminata mole di eventi collezionata dall’infaticabile postino (e si pensi che egli non disponeva di internet, visto che il materiale fu raccolto tra il 1954 e il 1970), quelli che riguardano fatti simili a quello che coinvolse il monte sacro di Palermo sono almeno una trentina.
La maggior parte di essi non sembrerebbe aver avuto effetti particolarmente degni di nota. La sostituzione di un lago siberiano con uno quasi uguale fu notata solo da un deportato moscovita, Oleg Alexandrovič Panovsky, cantautore dissidente, che, mandato a prendere acqua nel lago che si era appena disgelato, intravide la sagoma di un plesiosauro. Questo influì sul suo destino personale, giacché il rettile che finalmente si liberava dai ghiacci gli sembrò un invito alla libertà, e Oleg Panovsky fu invaso da forza sovrumana, che gli permise di evadere dal Gulag, e percorrere a piedi distanze inimmaginabili, fino ad approdare in America, dove ebbe infine un certo successo come cantante folk in California, incise diversi dischi in cui mescolava temi country con melodie tradizionali russe, si sposò ed ebbe un figlio affetto da sindrome di Asperger, al quale si dedicò interamente, ritirandosi dalle scene. A Sausalito (CA) è affrancata la lettera conservata nella collezione Gudmundson (fatto abbastanza singolare, Panovsky collaborava alla pagina musicale del sopracitato settimanale “Cry Freedom”). Ma, a parte il singolo fato del cantautore, sembrerebbe che la sostituzione non abbia avuto altri effetti significativi.
Altri eventi invece ebbero conseguenze memorabili. Nel cuore della Cina scomparve per un’intera notte una città di 50.000 abitanti. Quando riapparve all’alba, la città era la stessa, ma ad abitarla c’erano solo bambini. Non si capì se erano i bambini che c’erano prima, e gli adulti erano scomparsi, o se erano scomparsi proprio i bambini, e questi che affollavano la città erano gli adulti che erano tornati bambini. Un filosofo taoista avrebbe tessuto argute disquisizioni sull’argomento, ma sfortunatamente il fatto avvenne nel 1958, l’anno in cui il Presidente Mao aveva decretato il “Grande Balzo in Avanti”, e a quei tempi non si andava tanto per il sottile. I bimbi vennero prelevati su camionette che li portarono negli orfanotrofi di partito, dove vennero accuditi e indottrinati. I giovani che ne uscirono costituirono il nucleo più agguerrito delle Guardie Rosse, che distrussero le ultime vestigia del taoismo in Cina. Gudmundson riuscì ad intervistarne uno, che aveva cambiato sesso e faceva la prostituta in un bordello di Shangai, The Naked Dragoness.
Tra questi estremi, eventi che, pur comportando sparizioni e trasformazioni di elementi molto grandi, come palazzi, chiese, postriboli e foreste, causarono alla storia cambiamenti così impalpabili che ci vollero molti anni per accorgersene.
Purtroppo, scomparso l’eroico portalettere, nessuno ha raccolto testimonianze dettagliate di quello che accadde in varie parti del mondo quel 15 agosto 2011, il giorno in cui Monte Pellegrino fu sostituito, pertanto anche di ciò non si parlerà più, sebbene abbiamo sufficienti ragioni per ritenere che accaddero cose altrettanto strane un po’ dovunque.

Quello che resta uguale

VIII.

La mattina del 15 agosto 2011, Matilde Garraffa si trovò davanti a diverse scelte, ciascuna delle quali ebbe a generare una miriade di universi paralleli, dei quali siamo scarsamente a conoscenza. La prima scelta fu se rispondere o no al telefono, che continuava a squillare anche se erano appena le 6.15, e lei la sera prima aveva preso una pillola per dormire. Scartata la seconda ipotesi (che avrebbe generato, tra gli innumerevoli altri, un universo parallelo in cui la sua decisione di non rispondere al telefono avrebbe condotto, in virtù di bizzarre concatenazioni, ad una fine precoce del sistema solare), Matilde si imbatté in un nuovo bivio: una volta risposto, doveva mettersi ad ascoltare o doveva mandare direttamente a fanculo la persona che chiamava a quell’ora? Quest’ultima possibilità fu inghiottita dal gorgo degli universi infiniti quando riconobbe la voce di Carmela Mangiaracina, alterata dall’ansia che la portava su un registro di falsetto, con improvvise cadute nel baritonale sulle interrogative.
“Matilde, ci sei? Stavi dormendo?”
“Carmela, a quest’ora? E che ci fu?”
“Scusa, Matilde, scusa. È che Aspano sta troppo male. È messo sul letto a culo a ponte che non si può catamiare, e dice che le reni gli stanno scattando. Mi pare pure che ha un poco di temperatura. Ci feci gli impacchi di spiritu c’u pipareddu, ma non gli stanno facendo niente”.
“Io non lo so se posso venire. Mi sento un poco debole…”
“Scusa, Matilde, scusami tanto, scusa. Vabbe’ non ci fa niente, non ti preoccupare. Magari più tardi gli faccio la puntura”.
Mentre Carmela pronunciava queste parole, Matilde, udì, o le parve di udire, un lamento straziante sullo sfondo, come l’ultimo strillo di un maialino da latte davanti al plotone d’esecuzione.
“No, va bene Carmela. Mi vesto e vengo. Il tempo dell’autobus”.
“Grazie, Matilde, grazie. U’ signuri t’u paga! Se fossero tutti come te, il mondo sarebbe un posto troppo bello”.
Dopo una lunga serie di velocissimi ciao, l’ultimo dei quali quasi un bip che segnalava la fine della conversazione, Matilde posò il ricevitore, e si guardò intorno. La stanza era di nuovo tutta in disordine. Doveva chiamare l’esorcista? Padre Brunello sarebbe venuto, eccome se sarebbe venuto, a dimostrare che, vuoi o non vuoi, di Dio non ne puoi fare a meno, e che prima o poi le pecorelle smarrite tornano all’ovile, con quel suo sorrisetto sarcastico e quell’insopportabile parlata toscana, con le “c” talmente aspirate da sembrare rantoli, che Matilde detestava perché le ricordava una persona che aveva conosciuto tanti anni fa, un dirigente dell’Unione Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti-Maoisti, inviato dal partito per mettere ordine nella sbandata sezione locale, di cui si era innamorata e con cui aveva perso in modo alquanto sbrigativo la verginità, salvo poi scoprire che si sbatteva tutte le ragazzine dei collettivi. Lei preferiva pensare che quel fenomeno che ormai da quasi due mesi infestava la sua camera da letto fosse qualcosa legato alla meccanica quantistica o robe simili.
Poco importa, pensò. Sistemo dopo. Il problema era trovare, in quella stanza che sembrava un mercato arabo, col pavimento pieno di cumuletti di stoffe colorate, un vestito decente. Si risolse per una maglietta a righe e un paio di jeans, se non altro perché stavano in cima ad uno dei mucchi e non erano troppo stropicciati. Qualcuno avrebbe potuto pensare, vedendola vestita in quel modo, con i capelli attaccati a coda di cavallo: “Ma guarda questa signora di mezza età che si veste come sua figlia”, non sapendo che sua figlia Mani, che viveva a Berlino ed era una rinomata performer, iniziatrice di quel movimento che poi si sarebbe chiamato Alche-Manic Art, si vestiva solo di pelle sintetica e latex.
Matilde si riscaldò un poco di caffè avanzato dal giorno prima, aggiunse un goccio di latte e se lo bevve lentamente, seduta al tavolo della cucina. Fuori dalla finestra c’era un merlo, appollaiato sull’albero di fichi del piccolo giardino, che pasteggiava con un frutto tardivo già assaggiato dalle vespe.

Sant’Isidoro era una specie di oasi nel mezzo della città. Tra i casermoni proletari del CEP (Centro Edilizia Popolare), e i casermoni piccolo-borghesi di Via Leonardo da Vinci, s’incuneava con la discreta grazia di un piccolo borgo antico, con la sua fontana al centro della piazza, dove becchettavano i colombi, e la chiesetta col campanile (retta dal molesto padre Brunello, che ad ogni scoccar d’ora scampanava). Le case erano di tufo, col tetto di tegole che una volta erano state rosse e adesso erano di un bel marrone muschiato, e ognuna aveva il suo minuscolo pezzo di terra.
Si dice che in ciascuno dei nostri occhi ci sia un puntolino dove i nervetti che acchiappano la luce si riuniscono, per dirigersi tutti insieme verso il cervello. Quel punto è cieco. Se qualcosa intorno a noi si trova in quel punto esatto, noi non la vediamo, e nemmeno ci accorgiamo di non vederla, in quanto il cervello, che come abbiamo detto non può soffrire il vuoto, ricopre quel punto con il materiale che trova intorno. Questa era almeno la lettura di Matilde: il borgo era scampato alla bulimia della speculazione edilizia perché non era stato visto. In qualche modo inesplicabile, era un punto cieco. Padre Brunello, ovviamente, la pensava in modo diverso. Per lui, a garantire la sopravvivenza dell’antico borgo era stato il santo, sant’Isidoro appunto, eremita del XIV secolo, che aveva vissuto per 72 anni nella piccola grotta ipogea sulla quale era stata costruita la chiesa; laggiù, ogni anno si faceva il presepe.
Quando Matilde uscì di casa, a Sant’Isidoro non c’era nessuno. Qualche uccello faceva casino sugli alberi, per festeggiare il sole nascente, e in un’aiuola la gallina della signora Catena, che il precoce figlioletto Christian di quattro anni aveva chiamato Indiana Jones per la sua propensione all’avventura, beccava il verme mattiniero. Voltato l’angolo della piazzetta, Sant’Isidoro non c’era più. Intendiamoci: non nel modo in cui era sparito Monte Pellegrino; semplicemente usciva dal raggio della percezione di un passante distratto.
Al suo posto c’era una lunga strada senza marciapiedi, costellata di buche e monticelli d’asfalto non spianato. Ai due lati della lunga strada correvano due lunghi muri. Dietro quello di sinistra, già bagnato a tratti dalla luce del sole che si arrampicava faticosamente nel cielo estivo, si intravvedevano le cime degli alberi più alti dei giardinetti di Sant’Isidoro; il muro di destra, decisamente superiore in altezza e irto di cocci di bottiglia, dava invece sui cortili dei palazzi dell’altro lato, due o tre altalene in mezzo al cemento, e qualche aiuoletta di gerani moribondi, sui quali incombeva una lunga teoria di edifici giallini tutti uguali, alti 14 piani. Dopo qualche passo, Matilde si trovò nella zona d’ombra di uno di questi palazzi, e si voltò a guardarlo: col sole alle spalle, era un’enorme sagoma oscura di forma squadrata, e dietro ce n’era un’altra, e poi un’altra ancora. Sembrava una flotta di navi spaziali Vogoniane appena atterrate.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Vivido, ironico e magico! Non vedo l’ora di leggere il resto!!

  2. (proprietario verificato)

    che dire? Una esplosione di colori, idee, immagini, suoni, una lettura dalla quale ci si stacca a fatica…intrigante e visionaria ti immerge in una Palermo fantastica nella quale intravedi vizi e virtu che ci appartengono deformati dallo specchio della scrittura esilarante di Salvo Pitruzzella. gRAZIEEEE!

  3. Coinvolta….incuriosita…..immersa in vicende un tantino surreali ho sorriso….e un attimo dopo ho avuto modo di riflettere……e…..dunque….Non vedo l’ora di continuare
    Complimenti Salvo!!!!!

  4. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora!

  5. Sono arrivato a circa un quarto della pre-lettura: pirotecnico e sornione, ride per non piangere ma comunque … ci appartiene. Il resto tra una cinquantina di pagine 😀

  6. (proprietario verificato)

    Una lettura da non perdere! Grazie mille all’autore.

  7. (proprietario verificato)

    Svariate vicende a confine tra reale e surreale si susseguono e s’intrecciano. I personaggi s’incontrano per una missione comune, incontro che ho atteso con curiosità, appassionandomi alle loro storie. Una scrittura coinvolgente, capace di far entrare con immediatezza in scenari pittoreschi, capace di trasmettere la bellezza delle parole dialettali. Un romanzo meritevole di lettura e occasione di riflessione su temi significativi che si possono scorgere. Grazie Salvo!

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Salvo Pitruzzella
Sono nato e vivo a Palermo, con la mia famiglia e altri animali, tra cui i miei preferiti: i gatti.
In gioventù, ho lavorato come attore e drammaturgo. In seguito mi sono specializzato in teatro terapeutico, e nel 1998 ho fondato la prima scuola di Drammaterapia in Italia, a Lecco. Nel 2013 ho realizzato un sogno che rincorrevo da tempo: la fondazione dell’EFD (European Federation of Dramatherapy), che raccoglie 14 paesi europei. Dal 2012 insegno Pedagogia dell’Arte e Scrittura Creativa presso le Accademie di Belle Arti di Bari e di Palermo. Ho pubblicato diversi libri, in italiano e in inglese, sulla drammaterapia, sui processi creativi, e sull’educazione alle arti, e nel 2010 il mio primo romanzo, L’ultima vendemmia. Oltre ai gatti, adoro la musica di Bach, le spezie in cucina, i viaggi, e la poesia, soprattutto Blake, di cui ho tradotto il poema visionario Vala, o I Quattro Zoa.
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