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Il re che inseguiva le nuvole

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Consegna prevista Giugno 2020

Ciò che è magico è inspiegabile, ma non tutto ciò che è inspiegabile è magico.
A Darraj, il regno più importante del mondo conosciuto, il principe ereditario Harago, ormai a un passo dalla corona, deve misurarsi con una maledizione che lo perseguita da sempre.
Sopra Darraj, a una distanza tale che gli enormi problemi del regno diventano un puntino nell’universo, un’astronauta diretta in tutt’altro luogo deve misurarsi con qualcosa di inspiegabile. Kim si rifiuta di definirlo magico.
Ma rifiutarsi di accettare qualcosa non fa sì che esso smetta di esistere. E la realtà è dura come l’impatto di un’astronave su un pianeta sconosciuto, senza alcun riferimento, né possibilità di chiedere soccorso. Kim deve contare solo sulle proprie forze.
Se soltanto quello che sta succedendo a Darraj non rendesse necessario accettare l’inspiegabile, e forse anche il magico…

Perché ho scritto questo libro?

L’incontro tra culture è un argomento affascinante che, se si vuole raccontare una storia, apre la strada a scenari virtualmente illimitati.
Cosa succederebbe se l’esponente di una civiltà tecnologicamente avanzata dovesse misurarsi alla pari – quindi senza le facilitazioni cui la vita moderna ci ha abituati – con una popolazione adattata a vivere in un contesto pre-tecnologico, tribalistico e, ahimè, magico?
Sarebbe avvincente.
Se capitasse a qualcun altro.
Scusa, Kim.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Nel buio, senza bisogno di chiedersi se fosse cecità o assenza di luce, se fosse sordità o mancanza di rumore, piano piano la sua coscienza riprese a pulsare.
Sgomitolandosi e muovendosi, agitando arti che ancora non sapeva se fossero braccia e gambe, oppure zampe e rostri, o ancora pinne e coda, divenne consapevole di tastare tutto intorno a sé. Le punte delle dita rimandavano indietro una sensazione di duro e freddo. Dopo un tempo imprecisato, i piedi toccarono una superficie liscia, scanalata. Fece un profondo respiro, diventando d’improvviso consapevole di trovarsi in un luogo da cui doveva uscire. Si dibatté, e il pulsare della sua coscienza divenne profondo come il terremoto: il panico dell’animale in trappola.
Morirò qui. Aiuto. Aiuto!
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Una strana sensazione, come se un uomo molto grande l’afferrasse sotto le ascelle e la spingesse in su, ridusse il pulsare del panico a un nodo di ragionevole paura, che si poteva gestire. Qualcuno l’aiutava, o qualcosa la spingeva in su, verso la via della salvezza. Poi scomparve.
Grazie…
Non sapeva se l’aveva detto o solo pensato. Aveva altre priorità. Strisciando e dimenandosi, affondando i polpastrelli nelle scanalature, riuscì a spingersi fuori. Il sapore che le cadde in bocca, a zolle e sassolini, stimolò il riflesso di sputare. Il sole le colpì gli occhi con la forza di un coltello, facendola gridare e raggomitolarsi su se stessa. Quasi nello stesso momento si ricordò che era una donna, che si chiamava Kim e che non avrebbe dovuto trovarsi lì. Proprio no.
Spinse via la terra sopra di lei, la scagliò a manciate, tossendo e sputacchiando la torba e il brecciolino che le cadevano addosso. Quando ebbe finito era talmente esausta che dovette rimanere sdraiata a riprendere fiato, ancora per metà sprofondata nel buio, il sole sopra di lei che si complimentava per la riuscita della difficile impresa. Sentiva la pelle bearsi di quel calore, e sorrise. Dopo un po’, quando il sole iniziò a esagerare con i complimenti e la pelle le disse che poteva bastare, trovò la forza di sollevarsi sui gomiti.
Gli occhi si erano abituati, la mente, pur un po’ malvolentieri, aveva ripreso a collaborare, e il sistema nervoso le assicurò che non aveva riportato fratture. Non c’erano emorragie in corso, non aveva lasciato organi vitali da nessuna parte e poteva provare ad alzarsi. Le piacque, il suo sistema nervoso. Era simpatico perché dava belle notizie.
Con un sospiro che riepilogava quanto accaduto e prologava quello che doveva accadere, Kim si mise seduta.
La conca era simile all’interno di una scodella, perfettamente rotonda, con la pendenza tale che per risalirla occorreva aggrapparsi ai sassi e alle radici; un paio di alberi pencolavano pericolosamente, carbonizzati dalla parte del cratere, ancora verdi dall’altra.
Kim era soltanto stupita di essere incolume. La tuta era intatta, senza bruciature o strappi. Tirò su la manica, ma gli unici colori che trovò sulla pelle erano quelli delicati dei suoi tatuaggi. Non aveva neppure un livido.
“Sono viva.”
Alzò gli occhi al cielo, lontano dallo sguardo del sole che cominciava a diventare molesto. La tuta la proteggeva da scottature e insetti, ma faceva davvero caldo. Sperò di non rimanere lì tanto a lungo da pensare a doversi adattare.
“C’è qualcuno?”
Qualcuno mi ha tirata fuori prima che rimanessi sepolta viva. Mi ha spinta su…
Le risposero la brezza e il cinguettare degli uccelli.
Studiò l’orizzonte: il cielo terso era appena dipinto di vaghe pennellate come l’acquerello di un giglio visto dall’alto, la scia della caduta ormai quasi cancellata dai venti. Nel precipitare aveva aperto le nuvole d’alta quota come i petali di un fiore e si era lasciata dietro una scia lunga e dritta, che in condizioni meteorologiche tranquille impiegava ore a sparire; poteva quindi ragionevolmente supporre che dal momento dello schianto fosse trascorso un tempo pari o superiore.
Quelle riflessioni la sfinirono. Era viva, per il momento non sarebbe successo niente, quindi decise di ritirarsi all’ombra delle radici e dare un po’ di tregua alla sua coscienza.
Non dovrei essere qui.
Si addormentò, mentre sopra di lei gli alberi si piegavano e scricchiolavano, proiettando sul cratere la fresca ombra delle foglie.
Si svegliò che era notte, era ancora lì, ancora sola, e la precarietà della sua situazione le piombò addosso come un carico di mattoni.
Senza preavviso, tanto non c’era nessuno da preparare all’evento, scoppiò a piangere. Non era giusto. Non doveva essere lì. Non era mai stata schizzinosa riguardo le proprie mete – quando viaggi a scopo umanitario non puoi esserlo – ma non sopportava che fosse successo così. Che fosse successo adesso.
Che fosse successo mentre si augurava ancora, con tutte le sue forze, di essere ancora impegnata nella missione precedente.
“Devi imparare a mantenere le distanze,” le dicevano sempre, “non puoi farti coinvolgere emotivamente.”
“Non mi faccio coinvolgere emotivamente,” rispondeva ogni volta, arrossendo perché era una balla troppo grande per dirla con disinvoltura, “empatizzo per integrarmi meglio.”
Suo padre era stato più diretto.
“Ti affezioni troppo facilmente. Questo ruolo non è adatto a te.”
In risposta, Kim aveva firmato per accettare il nuovo incarico. “Sto bene.”
Se fosse rimasta a casa, nella tranquillità e nell’opulenza e nella totale assenza di tutte le persone con cui aveva condiviso gli ultimi diciotto mesi di vita, sentiva che sarebbe crollata.
I bambini malati, le donne incinte, i feriti e i grandi ustionati, e poi i contadini delle aree alluvionate, così malnutriti che sputavano i denti mentre cercavano di salvare il salvabile, si erano trasformati in torme di allegri monelli e neonati paffuti, in convalescenti che ingannavano il tempo intrecciando cesti, e in appezzamenti regolari, verdi del colore tenero dei germogli. Missione compiuta. C’era riuscita. Poteva andarsene.
Non era giusto.
“Non ho bisogno di riprendermi.”
Ho bisogno di dimenticare. Ho bisogno di non pensare che stanno rifiorendo, e io non lo vedrò.
“Ti identifichi troppo con il contesto sociale in cui ti inserisci,” aveva sospirato suo padre, “devi ancora maturare.”
Ah, e come? Non ho mai visto niente maturare. Appena le cose vanno meglio devo andarmene. Cosa succede a maturazione avvenuta?
Quando cominciava ad avere simili pensieri Kim sapeva che era arrivato il momento di caricare i suoi viveri, i suoi farmaci, i suoi prodotti basilari per garantire lo standard igienico minimo, e ripartire. Quello di cui aveva bisogno non era il riposo che l’assediava di pensieri, ma trovare un posto nel quale sentirsi utile. Almeno, si diceva, se non posso rimanere, posso trovare un altro posto dove ricominciare. Quindi si era subito rimessa in viaggio. Un lungo, noioso viaggio tra le stelle.
E, mentre si annoiava tra le stelle pensando che la nuova missione sarebbe stata diversa e che stavolta avrebbe mantenuto il dovuto distacco, che non si sarebbe lasciata coinvolgere, un asteroide, un mezzo non segnalato, o una forma gigante di formaggio, per quel che ne sapeva o gliene importava, l’aveva speronata facendola precipitare.
Ricordava di essere riuscita all’ultimo ad evitare di finire in mare, cosa niente affatto facile visto che sotto di lei la distesa azzurra era sconfinata, con solo qualche screziatura verde e marrone di grosse isole. Ricordava di avere pensato beh, almeno non mi ritroverò a piangere per settimane, dopo, perché non voglio andarmene, poi tutto era diventato bianco e abbacinante e la sua mente aveva deciso che non valeva la pena lavorare ancora per un’idiota come lei.
Kim pianse, sentendosi sola e stupida, mangiata viva dalla nostalgia per un mondo lontano che non avrebbe rivisto mai più. Pianse fino a sentirsi male, e poi pianse ancora.
Infine, mentre guardava le stelle e provava la malinconia lacerante di chi ha perso la strada di casa, sentì tornare un po’ di ottimismo.
La situazione non era brutta come sembrava. Era illesa. La tuta era intatta, e il tessuto ignifugo forniva una protezione contro colpi d’arma da taglio e colpi da impatto. Scavando la terra, ridotta a morbido terriccio dopo essersi fusa, riuscì a trovare lo sportello. Era chiuso ermeticamente, impossibile da scassinare a mani nude; ma, paradossalmente, un’ottima notizia. Il carico era intatto.
Spazzò la superficie lucida con la mano e si guardò: pallida, sporca, gli occhi arrossati per la stanchezza e il pianto. Il color nocciola diventava quasi nero sotto le palpebre livide. Di corporatura snella, agile, dotata di una forza che era quasi tutto nervo, Kim si sentiva più giovane e sprovveduta che mai, e si chiese quanto di quella sbiadita ragazzina avessero visto gli altri, quando aveva preteso di partire senza darsi il tempo di elaborare il distacco. I capelli penzolavano come corde, sfuggiti alla coda di cavallo. Tornò ad annodarli, sentendoli secchi e rovinati dal sole. Anche le labbra erano secche, e la punta del naso si iniziava già a spellare. Il sole picchiava. Si spostò dallo sportello perché il riflesso la scottava.
Se è tutto chiuso, se lo schianto non ha distrutto niente, come sono uscita?
Nel buio era difficile capire, ma probabilmente quella sensazione di essere presa di peso e spinta in su voleva dire che era stata eiettata fuori. Una bella fortuna, anche se non c’era traccia del punto da cui era uscita, nemmeno una depressione nel terreno. Il cratere era una concavità perfetta.
Magari qualcuno mi ha davvero presa in braccio e spinta fuori, pensò con cupo umorismo. E poi ha richiuso la porta per non rischiare che il carico si deteriorasse.
Batté il pugno sul portello chiuso. “Ehilà?”
Quasi non si sarebbe sorpresa se, da dentro, qualcuno avesse risposto “Sì? Chi è?”, ma naturalmente non successe. La sensazione di essere stata salvata era, evidentemente, solo una sensazione. Le uniche due certezze, al momento, erano che si trovava nei guai e che doveva gestirli da sola.
Dovette ripararsi all’ombra quando il calore si fece insopportabile. Meno male che tutto attorno c’erano alberi e foresta, o avrebbe seriamente temuto che la temperatura salisse ancora, diventando incompatibile con la vita… anche se, mancando di cibo e acqua, per lei non cambiava poi molto…
Il morale le si impennò quando, raspando nel terriccio, incagliò le dita nella cinghia di uno zaino, gonfio di tutto il necessario alla sopravvivenza in condizioni estreme. E non solo. Sotto, sepolto da quel tesoro che era, vide scintillare il prezioso refrigeratore. Squadrato. Cromato. Perfetto.
Era pesante, servivano due mani per sollevare la maniglia rigida. Kim rimosse il coperchio con attenzione, imponendosi di non avere aspettative, ma quando vide non seppe trattenere un grido di gioia. Tra le pareti che sprigionavano lento vapore gelato, mantenendo la temperatura costante, le file di fialette erano intatte nei loro imballi antiurto, che per ragioni ergonomiche erano i sacchetti sterili delle fleboclisi, su un pavimento di meravigliose compresse. Accanto, il generatore che poteva sintetizzare qualunque farmaco o vaccino, se vi venivano immessi i giusti componenti, vibrava dolcemente, intatto. Era più semplice, economico e gestibile, per chi doveva operare in situazioni dove non si poteva sapere in anticipo se occorresse arginare un’epidemia, prevenirla, eradicarla, o soltanto salvare il salvabile, sintetizzare sul posto i farmaci necessari. Antibiotici. Sulfamidici. Cortisonici. Antistaminici. Combinazioni tra essi, non presenti nel refrigeratore né sintetizzabili nel generatore, ma che rientravano nelle competenze di Kim.
Inoltre, con lo zaino d’emergenza entrava in possesso di un rotolo di strumenti chirurgici d’acciaio inossidabile, filo da sutura, antidolorifici della gamma più raffinata ed efficace, siringhe riutilizzabili virtualmente all’infinito (il refrigeratore aveva funzioni, oltre che di sintesi, di sterilizzazione, perché era progettato per l’utilizzo in situazioni di carenza di attrezzature), coperte, sacco a pelo, una coppia di coltelli da caccia – classificati non come armi ma come utensili, molto divertente – pacchi di razioni che sarebbero bastati per sei settimane almeno, una borraccia con microfiltri che potevano depurare anche le acque nere, confezioni di prodotti per l’igiene personale, dallo spazzolino da denti alle coppette mestruali. Una torcia stilo, che intascò perché era il tipo di oggetto che occorreva avere sempre sottomano.
Non c’erano solo buone notizie. Mancavano i dispositivi di comunicazione e qualsiasi strumento che potesse essere adattato all’uso. Gli zaini erano fatti per essere distribuiti alla popolazione stremata. Si dava semplicemente per scontato che chi li riceveva si trovasse dove doveva trovarsi, e si era pensato di ottimizzare gli spazi: niente rilevatori di posizione. In compenso aveva tantissimi biscotti.
“Altrimenti sarebbe troppo facile, vero?” chiese alle stelle, che ammiccarono come per confermare.
Le coperte erano termiche, troppo calde per quel clima, così Kim ne utilizzò una come cuscino. Cenò con una barretta energetica, molto buona. Se non altro, era così stanca che si addormentò subito.
La mattina dopo, sapendo che i soccorsi non sarebbero arrivati finché non avessero avuto un’indicazione su dove venirla a cercare – l’universo era una stanza molto grande per giocare a nascondino – decise che era il momento di risolvere qualche problema. Piangere e rimpiangere non l’avrebbe fatta tornare a casa. Avrebbe fatto fronte a qualsiasi situazione avversa, e i problemi, evidentemente, gradirono molto il suo approccio: cominciarono a presentarsi, a coppie e gruppi, e non la finirono più.

28 settembre 2019

Aggiornamento

Illustrazione della bravissima Serena Marina Marenco.
Credo che Kim sia il personaggio più schierato politicamente che abbia mai ideato.
È buffo, se ci ripenso.
Quando ho pensato a lei covavo molto risentimento per una situazione politica che insinuava dubbi sull'operato di altri medici, di altre persone, come se gli esseri umani non potessero sentire il bisogno/dovere di aiutare chi è meno fortunato.
Così, un po' per sfogarmi un po' perché la storia lo richiedeva, ho introdotto uno di quelli che 'aiutano a casa loro' in un romanzo di narrativa fantastica, della serie: se non ci credete nella realtà, credeteci nella finzione.
Per fortuna, dopo tre anni o giù di lì le cose sono cambiate, e sempre più gente ci crede, nella realtà. A me, però, rimane la buffa sensazione di far conoscere la sua storia proprio adesso, che di queste persone si parla più che mai.
Dal romanzo:
"Fece un profondo respiro, diventando d’improvviso consapevole di trovarsi in un luogo da cui doveva uscire. [...] Il sole le colpì gli occhi con la forza di un coltello [...]. Quasi nello stesso momento si ricordò che era una donna, che si chiamava Kim e che non avrebbe dovuto trovarsi lì. Proprio no."
Il re che inseguiva le nuvole, di Laura MacLem

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Aspettavo questo libro da mesi e l’attesa non ha deluso. Quello che ho letto, per adesso è la bozza in pdf, in attesa che sia possibile scaricare l’epub.
    Quello che mi viene da dire è che questo libro è uno splendido fantasy in cui all’azione si intrecciano perfettamente le descrizioni sia dei personaggi che dei luoghi, senza per questo rallentare la narrazione. I personaggi sono profondi ed approfonditi, le storie di ognuno si incontrano e si scontrano a creare la “Storia”. I protagonisti, tutt’altro che scontati, si svelano pian piano ( a dire il vero, in questa prima parte resta ancora moltissimo mistero) ed è interessantissimo vedere come si incontrano/scontrano su cose che per l’una sono scontate e per l’altro pura “magia” e viceversa.
    Si vieni immersi in un mondo diverso, per certi versi strano e minaccioso, per altri familiare e quasi confortante, al punto che arrivata all’ultima pagina ho sofferto a lasciare i personaggi lì dove sono e a non sapere cosa accadrà loro.
    Lo consiglio a chiunque voglia leggere un bel fantasy, scritto bene e fluentemente, che ha voglia di scoprire le meraviglie di Darraj e di immergersi negli intrighi di Dei, mortali e…

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Laura MacLem
Autrice innamorata e non corrisposta delle materie scientifiche, ma ricambiata dalle discipline umanistiche, o almeno così le piace credere. Legge un po' di tutto, scrive esclusivamente narrativa fantastica in Italia. Le hanno spesso suggerito di cambiare genere, lei ha cambiato suggeritori.
Vive in una regione che ha del leggendario, il Molise, che fornisce la cornice ideale per creare narrazioni fantasy di luoghi inesistenti.
Ritiene che chi parla di sé in terza persona sia un caso umano da compatire.
Laura MacLem on FacebookLaura MacLem on Instagram
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