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Il respiro della Terra

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Adriano è un giovane giornalista sopravvissuto a un tragico evento, il maremoto dell’Oceano Indiano del 2004, dove vede morire sua madre. Da allora Adriano non si dà pace e da quando ha dodici anni continua a fare ricerche statistiche sui terremoti avvenuti in Italia e nel mondo, cercando di fare prevenzione e di superare il lutto, grazie anche alla preziosa collaborazione del dottor Akin Ras. Nel frattempo, in città, c’è un losco personaggio incappucciato che compie aggressioni e intimidazioni contro gli omossessuali. Anche Adriano e il suo compagno, Marco, vengono bersagliati, prima con un biglietto minatorio, poi con un’intrusione in casa, fino a una vera e propria aggressione.
In balìa degli eventi ma sempre fedele alla sua missione, Adriano riuscirà a mettere insieme tutti i tasselli della sua vita, unendo ricerca scientifica e storie individuali che riemergono dal suo passato, che non sono altro che preziose testimonianze della storia collettiva italiana, colpita dai sismi, ma sempre in grado di rialzarsi, con grande coraggio e dignità.

PROLOGO

Visso, provincia di Macerata, Marche, regione dell’Italia centrale, ore 21:15 del 26 ottobre 2016.

Di tutti i comuni colpiti Visso è il più popoloso, con 1.107 anime. Fantasmi. Gli abitanti del paese si aggirano per le strade come morti viventi, imbalsamati dal terrore del fragoroso scuotimento che la terra ha provocato alle ore 19:11, quando la luce del giorno si era già spenta. Nella piazza davanti alla chiesa gotica Collegiata di Santa Maria alcune donne sono inginocchiate e pregano, disperate, nel tentativo di mettersi in contatto con un dio che è troppo indifferente per rispondere alle suppliche. Nell’aria fredda e umida e sotto la pioggia incessante aleggiano le grida di chi ha perso tutto.

Castelsantangelo sul Nera, provincia di Macerata, nelle Marche, regione dell’Italia centrale, ore 21:16 del 26 ottobre 2016.

Il sindaco Mauro Falcucci è in piazza, circondato da poche decine di altre persone, per la maggior parte colleghi del comune. Ha da poco rilasciato una dichiarazione telefonica al giornalista di SkyTG24, che nel frattempo ha tempestivamente inviato degli operatori sul territorio colpito da questo nuovo sisma, di magnitudo 5.4 della scala Richter, con epicentro proprio a Castelsantangelo. Ancora non è chiara l’entità del danno.

«Siamo rimasti senza parole. Eravamo in Comune in riunione con dei tecnici quando è iniziato lo sciame sismico. Ora siamo in quindici nella piazza davanti al Comune, ma non riusciamo a dire se ci siano stati crolli perché è andata via la luce, è buio e sta piovendo.»

La luce ritorna a intermittenza irregolare, e, ogni volta, lancia come dei flash terrificanti, che mostrano la fotografia di alcuni edifici, soprattutto quelli storici, ormai in rovina.

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Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Roma, nel Lazio, Regione dell’Italia centrale, ore 21:17 del 26 ottobre 2016.

Gli studiosi sono al lavoro sui programmi di calcolo, per verificare con estrema precisione la magnitudo dell’evento e l’esatta posizione di epicentro (corrispondenza sulla superficie terrestre del punto in cui si è verificata la rottura della faglia che ha generato il terremoto) e di ipocentro (profondità a cui si è verificato l’evento sismico). Giusto pochi minuti prima il direttore del Centro Nazionale Terremoti Alberto Michelini aveva rilasciato una dichiarazione importante.

«Quello di stasera si può definire un “after shock” del 24 agosto scorso, una replica grande, che si colloca al margine nord della zona sismica di questa estate. Il meccanismo è lo stesso. Noi non possiamo mai escludere una replica più forte delle altre. L’importante è essere preparati.»

Ussita, provincia di Macerata, nelle Marche, regione dell’Italia centrale, ore 21:18 del 26 ottobre 2016.

Eccolo! Arriva. Arriva di nuovo. Arriva come un tuono. Un tuono violentissimo, che risuona senza sosta nelle orecchie di chi lo subisce. Sorprende tutti nel buio, come un mostro spaventoso che ha intenzione di emergere dalla terra con la sua potenza terrificante. La gente grida in preda al panico. Le urla si propagano veloci quanto le violente onde sismiche che si schiantano sulla superficie terrestre, stroncando definitivamente gli edifici già resi inagibili dal precedente terremoto. Pochi secondi di pura distruzione. Nuvole di polvere si sollevano dalla strada, mescolandosi alla nebbia causata dal maltempo che imperversa sulle regioni centrali della penisola, come se la natura, in tutte le sue forme, vi ci si fosse tremendamente accanita.

Visso, provincia di Macerata, nelle Marche, regione dell’Italia centrale, ore 21:18 del 26 ottobre 2016.

Il sindaco Giuliano Pazzaglini è costretto a interrompere l’intervista telefonica con SkyTG24: «È la più forte di tutte. Si è sentita adesso. Ora devo lasciarvi!».

L’uomo viene subito circondato da una folla di persone terrorizzate, le quali osservano, inermi e sbigottite, gli intonaci che saltano via dalle pareti delle loro abitazioni e grosse fenditure aprirsi sul manto stradale, sotto i loro piedi.

Una vecchia alza lo sguardo al cielo, imprecante: «È la fine del mondo!» urla, portandosi le mani crepate dal freddo sul viso solcato dai segni di una vita di lavoro e sacrifici.

Un uomo, che è tornato in casa solo per prendere alcuni beni di prima necessità, rimane ferito sull’uscio della sua stessa dimora, quando un cornicione si stacca e gli precipita sulla spalla, slogandogliela. La moglie si avvicina, preoccupata, con in braccio il suo bambino, mentre la scossa prosegue imperterrita per altri interminabili secondi. Lei grida e quasi non riesce a stare in piedi.

Il giovane si rialza da terra.

«Sto bene, non ti avvicinare!»

Poi si dà un ultimo slancio verso la strada aperta, quando il tetto della casa collassa sull’intera struttura. Il rombo di distruzione, mentre le macerie rotolano sull’asfalto bagnato, si attutisce quando l’uomo riesce a ricongiungersi alla famiglia. Il bimbo piange, scioccato.

«Va tutto bene, è finito adesso…» cerca di consolarlo, accarezzandogli delicatamente il viso bagnato. La madre trattiene i singulti di panico, mentre avvicina le labbra all’orecchio del marito: «Dimmi che è finito. Dimmi che è finito davvero, ti prego». Le lacrime le scivolano da sole fuori dagli occhi. Lui non risponde. Ansima incredulo e dolorante, mentre la terra, finalmente, smette di tremare. Per un attimo il rombo del silenzio si fa più pesante di quello del terremoto. Rimangono soltanto il buio, la polvere e il terrore.

L’EVENTO DEL 26 OTTOBRE 2016

Passo del Cimirlo, provincia autonoma di Trento, nel Trentino-Alto-Adige, regione del Nord Italia, ore 21:19 del 26 ottobre 2016.

In questa piccola frazione di Povo, circoscrizione facente parte del comune di Trento, vi è una pace assoluta. È appena finito di piovere e l’aria è molto umida e fredda. Presto le nuvole lasceranno spazio ad ampie schiarite sulla volta celeste. La temperatura si è leggermente alzata ed è arrivata a toccare i + 6,5°C nel piccolo valico fra la Marzola e il Monte Celva, a circa 730 metri di altitudine.

Il ristorante-pizzeria, chiuso per ferie per tutto il mese di ottobre, con la sua grande struttura domina la piccola piazza deserta. Nello stesso complesso, sul lato posteriore, proprio sopra le cucine del locale, vi è un appartamento con terrazza e giardino esterno. Tutto sembra immobile, quando nel buio, avvicinandosi alle inferiate che delimitano la proprietà, si vede la sagoma di un cane che comincia a ringhiare.

Il ringhio diventa presto un guaito di terrore. Il cane si guarda intorno, annusando ogni piccola pietruzza del terreno, poi fa come dei balzi, restando all’erta, con la coda irta e le orecchie tirate indietro. Continua ad abbaiare, senza sosta.

All’interno del bilocale vi è un giovane, seduto su un giro-panca di legno, davanti allo schermo di un computer, appoggiato su un elegante tavolo massiccio. L’ambiente sembra molto fresco e arioso, come fosse appena stato ristrutturato. Le pareti sono dipinte a strisce verticali bianche e rosse della larghezza di venti centimetri ciascuna. Altri elementi decorativi, come la tavola in legno corredata da giro-panca a muro, le tende della finestra, anch’esse rosse, la lampada di sale come unica fonte di illuminazione e la stufa a pellet, rendono l’atmosfera presente nella stanza, già di per sé molto caratteristica, quasi surreale. Il lampadario, attualmente spento, sta oscillando impercettibilmente da qualche secondo.

I mobili della cucina, disposti sulle due pareti adiacenti alla porta d’ingresso scricchiolano e la grande televisione, appesa al muro, vibra. Adriano, guardando il computer, in quel momento, avverte un leggero senso di spossatezza. Distoglie lo sguardo dallo schermo e si guarda intorno. Sembra non accorgersi di quello che sta succedendo, tuttavia, ora che non è più concentrato, sente i continui lamenti del cane.

Il buio del giardino, che si affaccia a un sentiero sterrato circondato da piante infestanti da un lato e alberi dal fusto snello e alto dall’altro, viene presto spezzato da una luce dalle colorazioni rosacee, quando si apre la porta dell’abitazione.

«Trudi, allora. La smettiamo?» asserisce Adriano, stressato dal continuo guaire.

La cagnolina, che ora viene illuminata dalla flebile luce, si avvicina al padrone, con sguardo colpevole. Ha l’aspetto di una lupetta, anche se l’incrocio è evidente.

Adriano si inginocchia e le accarezza la testa, mentre lei sbadiglia, cercando di calmarsi.

«Ok, che ne dici se entriamo tutti e due? Fa un po’ freddo ora» afferma Adriano, sorridendo all’animale, che subito capisce e comincia a scodinzolare, per poi precipitarsi nell’appartamento. Il ragazzo, moro e dagli occhi azzurri, con una barba incolta e un aspetto da studioso, rivolge per un istante lo sguardo al cielo, notando alcuni spazi sereni attraverso i quali è possibile osservare la bellezza della notte stellata. Sorride, poi sospira malinconico e rientra in casa, chiudendo la porta dietro di sé. Quando gira la chiave nella serratura avverte come una presenza alle sue spalle. Si volta di scatto, spaventato.

«Marco!» esclama, sospirando rassicurato.

Un altro uomo, sulla trentina, è appoggiato all’architrave della porta che conduce alla stanza matrimoniale. Si presenta in intimità, indossa solo gli slip. «Hai sentito qualcosa?» domanda, assonnato, grattandosi una tempia.

«No, non ho sentito niente» risponde Adriano, sconcertato. «Per caso alcuni clienti del ristorante stanno urlando sotto la finestra della nostra camera da letto?» domanda, sogghignando.

«No, figurati. E poi sono chiusi, non ricordi?» risponde Marco, avanzando verso il frigorifero, posto vicino alla stufa a pellet.

«Allora cosa?» chiede insistentemente Adriano, tornando a sedersi al tavolo.

Marco apre il frigo e tira fuori uno yogurt.

«Forse solo un’impressione. Ma per un attimo mi è sembrato di sentire vibrare il letto» afferma, avvicinandosi ai pensili della cucina per cercare un cucchiaino.

Adriano alza di nuovo lo sguardo sul compagno, dapprima serio, poi sorride: «Sei un bugiardo. Perché mi devi prendere in giro?».

«Non ti sto prendendo in giro» controbatte Marco distrattamente, mentre apre la confezione di yogurt con cereali al cioccolato.

«Te ne approfitti solo perché in questo momento non posso verificare, visto che non funziona la connessione Internet» aggiunge, disturbato.

«Ancora non funziona?» si interessa Marco, avvicinandosi ad Adriano.

«No. È dalle sette che non so cosa sta succedendo nel mondo. Non mi sono mai sentito così tagliato fuori» asserisce Adriano, innervosendosi.

Marco rovescia i cereali nello yogurt. «Prova a disconnettere manualmente e poi riconnettere» suggerisce, mentre mescola accuratamente il suo snack.

«Ci ho già provato, non funziona. Qualche altra idea geniale?» risponde Adriano, esacerbato.

«Mmmh, sì. Una» esclama Marco, non curante della spinosità mostrata dal coniuge. «Tienimi questo» afferma poi, porgendo la confezione di plastica ancora piena ad Adriano e prendendo una sedia da sotto il tavolo.

«Che fai?» domanda incuriosito Adriano, mentre assaggia lo yogurt.

«I problemi esistono perché c’è una soluzione» dice Marco, portando la sedia vicino al frigorifero. Poi, ci sale sopra e allunga un braccio per raggiungere una mensola alta, quasi attaccata al soffitto, dove stanzia il modem, impolverato. Marco gli dà una leggera passata con le dita, dopodiché lo gira e preme il tasto di spegnimento. In seguito lo riaccende e lo depone nuovamente sulla mensolina lignea.

«Ecco, fra poco dovrebbe andare!» asserisce infine, scendendo dalla sedia con un piccolo salto e rimettendola a posto.

Marco sorride.

«Grazie.»

«Ora devi aspettare solo un minutino, mentre si riavvia la connessione» spiega Marco, riprendendosi lo yogurt. «Ehi, me ne hai mangiato la metà!» esclama infastidito.

«Sei il solito esagerato. Torna a dormire!» ribatte Adriano, provocatorio.

«Be’, vedo che comunque hai trovato lo stesso il tuo da fare anche senza Internet» afferma Marco, facendo riferimento ad alcuni fogli di carta sparsi sul tavolo.

«A te potranno sembrare numeri a caso ma mi servono per ricavare un dato statistico importante…» così Adriano glieli mostra, uno per uno.

«Il primo praticamente è una ricerca iniziale sulla base dei dati a oggi disponibili1

1 Per maggiori approfondimenti relativi ai terremoti, alla loro incidenza e alle statistiche si rimanda all’appendice., ovviamente confrontati con diverse banche dati, tenendo conto del fatto che il resoconto più accreditato è quello dell’INGV. Ho raccolto quindi tutti i dettagli degli eventi con magnitudo pari o superiore a 5.8 della scala Richter.»

Marco spalanca gli occhi: «Stai scherzando?! Sono così tanti?» domanda, incredulo.

«Cosa credevi? Viviamo in una terra sismica!» risponde Adriano, spostando l’ultimo foglio volante che ha mostrato al suo uomo, con il suo modo di fare saccente.

«E quindi?» chiede Marco, aggrottando le sopracciglia.

Adriano lo guarda. «Quindi cosa?»

«A cosa ti servono questi dati?» puntualizza Marco.

Adriano sorride, sollevandosi gli occhiali scivolati sul naso con un gesto fulmineo. «Be’, mi servono per avere un’idea chiara del quadro generale della storia sismica italiana. E… per questo» risponde pazientemente, mostrando a Marco un altro foglio.

«Questo è l’elenco degli anni in cui si sono verificate le cosiddette crisi sismiche italiane, tenendo sempre conto dei terremoti superiori a magnitudo 5.8 della scala Richter. Come puoi vedere tu stesso ci sono crisi scaturite dalla medesima fonte sismogenetica e altre, invece, costituite da scosse anche avvenute a grandi distanze fra loro, quindi, forse, non direttamente correlabili l’una all’altra.»

Marco rimane perplesso: «Perché è così importante sapere queste cose? Se una sequenza sismica con al suo interno terremoti di magnitudo superiori a 5.8 si verifica in media ogni trentatré anni, a te cosa ne viene? Comunque è un dato statistico, quindi inefficace ai sensi della prevenzione. No?».

Adriano non sembra offendersi, ma alza il tono di voce e comincia a gesticolare, atteggiamento tipico di chi capisce di non essere compreso appieno. «Quindi credi che non serva a niente sapere queste cose? È ovvio che è importante essere a conoscenza del dato statistico, poiché ci dà un quadro generale indicativo del tempo che abbiamo per fare più prevenzione sismica. Hai letto il dato statistico, no? Un terremoto di magnitudo compresa fra 6.5 e 6.9 si verifica in media ogni trentasette o trentotto anni. Ma potrebbero essere trentasei, come trentanove, o quaranta, o di più, ma a breve accadrà di nuovo ed è ovvio che noi, volenti o nolenti, lo vivremo. L’ultimo terremoto di questa entità si è verificato trentasei anni fa, quello dell’Irpinia; potremmo non avere troppo tempo prima del prossimo. Certo, è solo un dato statistico, ma questo dato può voler dire tutto. E inoltre, se correliamo questo dato statistico a quello delle crisi sismiche, è ipotizzabile che il terremoto del 24 agosto scorso possa aver innescato una perturbazione tale da incidere sull’attivazione di altri segmenti di faglia rimasti silenti per decenni o, peggio, per interi secoli. Lì l’energia accumulata potrebbe sprigionarsi tutta insieme, generando terremoti veramente molto, molto violenti, determinando la morte di centinaia, se non migliaia di persone e una distruzione estesa non solo a pochi comuni, ma a tutto l’Appennino centrale.»

Adriano ha lo sguardo fermo, assolutamente certo del fatto che quello che ha appena spiegato racchiude l’essenza delle preoccupazioni delle istituzioni che si occupano della prevenzione sismica in Italia.

Marco annuisce, ora più convinto, anche se gli rimane qualche piccolo dubbio. «Però, a oggi, nello sciame sismico conseguente al terremoto del 24 agosto non si è registrata nessun’altra scossa di magnitudo superiore a 5.8 della scala Richter.»

Adriano aggrotta le sopracciglia e il suo tono di voce si fa più grave: «Tuttavia il 2016 non è ancora finito».

Marco rimane spiazzato e si zittisce.

«E comunque vi sono stati casi in cui le sequenze sono durate mesi o addirittura anni, come sull’Appennino Centro-Settentrionale, fra Emilia-Romagna e Toscana, quando la crisi sismica iniziò nel 1917 e terminò solo nel 1920, raggiungendo il suo apice proprio con l’ultima scossa di 6.5 nel Lucchese. Quattro anni di terrore per le popolazioni colpite. Spero vivamente che non si stia per verificare una condizione simile, tuttavia, lo sappiamo, sperare non serve. La storia si ripete, questa è la realtà. E si ripeterà di nuovo a prescindere dalle speranze di noi piccoli uomini impotenti…» conclude Adriano, sorridendo malinconico, con gli occhi gonfi di amarezza e lacrime.

Marco gli si avvicina, sedendoglisi accanto. Posa sul tavolo la confezione di yogurt ormai consumata, che si rovescia per il peso del cucchiaino sul tavolo in legno. Prende la mano del compagno e gli sorride teneramente. Adriano ricambia un fugace sguardo imbarazzato, poi si asciuga una lacrima appena scivolata sul viso.

«Tua madre sarebbe fiera del tuo lavoro» afferma Marco, orgoglioso.

«Lo so» esclama Adriano, pronto a ritornare subito operativo. «Be’, la tua soluzione a quanto pare non è servita a risolvere il problema della connessione Wi-Fi» aggiunge poi, guardando il desktop del PC.

«Ah. Cacchio. Mmmh…» Marco non sa cosa dire, così distoglie lo sguardo per qualche istante. Poi torna a osservare i profondi occhi azzurri di Adriano. «Meglio, così posso averti nel letto con me…» afferma, sorridendo malizioso.

Adriano sogghigna. «Scordatelo. Devo lavorare al mio libro. Accendimi la televisione, per favore!» afferma subito, scrollandosi di dosso la mano del coniuge.

«Ma di solito non guardi mai i telegiornali per aggiornarti. Dici che non sono affidabili o dettagliati» puntualizza Marco.

«Accendi la televisione, Marco. Ho perso fin troppo tempo» taglia corto Adriano, tornando a battere sulla tastiera del suo portatile e fissando con incredibile attenzione lo schermo davanti a sé, come fosse un interlocutore dal volto umano.

Marco sbuffa, esasperato. «Agli ordini, capo» asserisce dispiaciuto, alzandosi dalla sedia e avvicinandosi al televisore appeso alla parete.

«Grazie» afferma freddamente Adriano, continuando a scrivere imperterrito.

Marco rivolge lo sguardo al compagno. «Allora io… direi che torno a letto.» Adriano non dice niente.

«Buonanotte!» esclama Marco, infine, avvicinandosi alla porta dell’anticamera, quando appare sulla televisione a schermo piatto l’immagine di una devastazione infinita.

«Terremoto: nuova violentissima scossa nel cuore dell’Italia pochi istanti fa. A essere gravemente colpita questa volta è la zona fra le province di Perugia e di Macerata, alcuni chilometri più a nord rispetto all’epicentro del terremoto del 24 agosto…»

Marco s’immobilizza, come pietrificato da quelle notizie tremende, scioccanti. Non si volta.

Le dita di Adriano si paralizzano sui tasti che stava per schiacciare e che avrebbero digitato la parola “terremoto” per l’ennesima volta nel suo scritto. Alza gli occhi dallo schermo del computer e li aggancia a quello della televisione. Le scene che si possono vedere sono le medesime ogni qualvolta si verifica un evento sismico di rilevante intensità. Un inviato di SkyTG24 sta raccontando il disastro di Ussita, piccolo centro gravemente danneggiato. Un altro a Camerino, noto polo universitario della regione Marche, inquadra la Chiesa di Santa Maria in Via, dove s’intravede, fra le macerie disseminate sui bolognini, quello che doveva essere il campanile, ora disintegrato al suolo. E come un vecchio in bilico con il suo bastone, in piedi sull’autobus durante una brusca manovra dell’autista, si è lasciato cadere; non ha potuto fare altro che crollare rovinosamente a terra, tentando in modo disperato di aggrapparsi all’angolo di una casa adiacente, con l’unica possibile conseguenza di asportarne irrimediabilmente una porzione importante, per fortuna, senza causare nuove vittime.

«Dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia arrivano nuove conferme sulla magnitudo di questo importante evento, conseguente a quello delle 19:11 – lo ricordiamo – di magnitudo 5.4 della scala Richter. L’evento di pochi minuti fa, delle 21:18 sembra aver avuto un’intensità ancora più elevata: magnitudo 5.9, distintamente avvertita da Napoli a… Bolzano.»

Marco si volta verso Adriano. «Cazzo. Due ce ne sono state. La seconda io l’ho sentita, ma non ne ero certo» esclama poi, tornando indietro verso la cucina.

Guardando le immagini si mette una mano fra i capelli e l’altra a coprire la bocca. Non aggiunge altro.

Adriano sembra particolarmente riflessivo, più che sconvolto. Socchiude le labbra. «Non è ancora finita…» sussurra fra sé e sé, sicuro che il dramma assumerà, molto presto, proporzioni ben più elevate.

TERREMOTO CONTINUO

Trento, provincia autonoma di Trento, Trentino-Alto-Adige, regione settentrionale dell’Italia, ore 11:40 del 27 ottobre 2016.

La città si sveglia sotto un cielo sgombro di nuvole e con temperature superiori alla media stagionale del periodo. Tutto è assolutamente armonico. Gli autobus arrivano alla fermata prevista con la cadenza regolare di un orologio svizzero. La Piazza della Fiera, da poco ristrutturata, dominata a est dal Palazzo del Vescovo e a nord dalle antiche mura di cinta con i caratteristici merletti ancora presenti, appare in tutta la sua vivacità.

Un’anziana attraversa la strada, tenendo saldamente ancorata la borsetta al suo fianco, mentre alcuni ragazzini stranieri le passano davanti. Lei li guarda con diffidenza, come fossero i grandi nemici dei più vecchi, totalmente indifesi; nemici delle donne; nemici del territorio. Loro contraccambiano con uno sguardo insolente, uno le ride in faccia, dicendole qualcosa nella sua lingua d’origine, molto probabilmente un’offesa.

«Sì, parlate. Parlate come volete. Ne abbiamo abbastanza di avere paura. Non si può proprio stare tranquilli. Andate via da qui. Via!» grida la vecchia, una volta abbastanza lontana, suscitando i commenti contrastanti di alcuni dei passanti che assistono alla scena. I ragazzini si allontanano, ridacchiando fra loro. Qualcuno li guarda in cagnesco. Niente di che. Tutto nella norma.

Qualche istante dopo, in Piazza del Duomo, un gruppo di turisti americani scatta una foto vicino alla bellissima fontana del Nettuno, con la cattedrale di San Vigilio e la Torre Civica come sfondo. Per loro è un momento indimenticabile. Loro vengono da New York, dove non si possono trovare edifici antichi. Quando torneranno a casa e faranno vedere quelle foto ai loro amici questi ribolliranno d’invidia.

La stessa vecchia che prima tremava al cospetto di quei tre ragazzini nordafricani passa davanti a quei baldi giovani, sorridente e felice. Li saluta con un cenno amichevole. Due dei ragazzi del gruppo si guardano negli occhi, poi scoppiano a ridere. Uno le urla qualcosa nella sua lingua: «Crazy old woman, you will die soon!» poi si scatta un altro selfie con la fidanzata.

Che simpatici giovanotti. Almeno loro si confondono con noi… pensa fra sé e sé la vecchietta, tutta soddisfatta. Poi sospira e prosegue nel camminare per le vie del centro storico, con l’idea di fare la spesa necessaria alla sopravvivenza per gli ultimi giorni del mese con i pochi soldi che le rimangono prima di ricevere il nuovo assegno pensionistico, probabilmente molto basso.

Agli italiani dovrebbero dare soldi. Non agli extracomunitari, si dice infine.

Qui il terremoto non ha causato né danni né paura fra la popolazione e tutto va avanti normalmente, come sempre. Ognuno con i suoi doveri, i suoi diritti, i suoi pensieri e le sue idee. Ma a soli 500 chilometri di distanza, più a sud, tutto è diverso adesso. Molto diverso!

Camerino, provincia di Macerata, Marche, regione del Centro Italia, ore 11:40 del 27 ottobre 2016.

Gli ultimi studenti rimasti hanno passato la notte nelle autovetture parcheggiate appena fuori dalla zona rossa del centro storico della città. Molti di loro sono stanchi, spaventati e infreddoliti. È piovuto tutta la notte, ma ora c’è un bel sole pieno, stagliato sul cielo terso, anche se spira un vento pungente, che solleva la polvere degli edifici ora sbriciolati e in rovina dalla strada e la spruzza in faccia a chi, testardamente o coraggiosamente, ha deciso di rimanere.

Un ragazzo indiano, un giovane iscritto alla sezione di geologia dello storico Ateneo fondato nel 1836, è seduto sul cordolo di un marciapiede. Si guarda intorno. Il paesaggio è spettrale.

Un coetaneo di origini lombarde gli si avvicina e gli si siede accanto. All’inizio entrambi si sorridono, imbarazzati.

«Ehi…» sussurra in un singulto il giovane italiano.

«Ciao» risponde l’altro, abbassando lo sguardo.

«Hai passato anche tu la notte qui?»

L’indiano annuisce. «Purtroppo sì. Non ho trovato nessuno che mi potesse portare via da qui.»

L’universitario di nazionalità italiana si interessa: «Dove devi andare?».

«All’aeroporto di Roma. Devo tornare in India. Ieri ho perso il volo, magari l’avessi preso. Almeno non avrei passato la notte così» il ragazzo si asciuga le lacrime dal viso.

L’altro sorride: «Non ti preoccupare». Si alza in piedi e tende la mano al coetaneo.

«Ti ci accompagno io» esclama, infine.

Il ragazzo seduto sul ciglio della strada contraccambia il sorriso e stringe la mano del nuovo amico.

Qui, dove il terremoto ha colpito con intensità rilevante, tutte le differenze sociali, razziali o religiose sono state spianate, proprio come quei paesi martoriati dalle continue scosse. Servirà tutto l’aiuto possibile per ricominciare da zero.

Il futuro non crolla, come afferma coraggiosamente l’hashtag lanciato dagli studenti dell’Università di Camerino, #ilfuturononcrolla. Non può crollare, non può essere motivo di deterioramento interiore. Bisogna rialzarsi e camminare, ricostruire e tornare a studiare, giocare, lavorare… vivere.

Trento, provincia autonoma di Trento, Trentino-Alto-Adige, regione settentrionale dell’Italia, ore 11:50 del 27 ottobre 2016.

Immagini terrificanti di un sisma potentissimo. Si vedono delle palme che oscillano schioccando le loro esili foglie come fruste nel vento, persone che non riescono a stare in piedi, che pregano, disperate, e, infine, la grande onda di tsunami, che sommerge le coste esposte.

Adriano è lì, nell’aula, dove viene proiettato il video, in mezzo a tantissime altre persone, che fissano scioccate le riprese. Abbassa la testa, in preda all’angoscia. Troppo pesante per lui rivivere quell’esperienza, ancora una volta. Gli occhi azzurri ricadono sugli appunti per il suo libro. Altre ricerche, altri dati statistici.

Intanto il video è andato avanti, mostrando altri eventi importanti, come quello dell’11 marzo 2011 in Giappone e quello del 25 aprile 2015 in Nepal, fino al terremoto di Amatrice del 24 agosto, in Italia. E proprio sull’immagine della torre di Amatrice, con le lancette dell’orologio congelate alle 3:37 del mattino, appare la scritta “Terremoto Continuo”. Le luci della grande aula si riaccendono e Adriano solleva lo sguardo.

Un uomo, un professore, alto e dal portamento elegante, si avvicina al leggio di legno al centro del palco.

Si accosta il microfono alle labbra, già piazzato sull’asta di ferro. «Bene. Allora…» si sistema gli occhiali sulle orecchie. «Queste sono le immagini che abbiamo visto tutti, più e più volte, su tutti i canali di tutte le televisioni del mondo. Scene spettacolari, in quanto si vede tutta la furia della natura che dimostra di essere indomabile, e tremende allo stesso tempo, per via delle centinaia di migliaia di vittime causate da questi immensi cataclismi.»

L’uomo, sulla sessantina, fa una breve pausa. China il capo sul leggio a guardare quei fogli con soprascritte le solite frasi di circostanza. Li ignora e torna a guardare la platea.

«Ebbene, oggi ci troviamo a dover fronteggiare nel nostro Paese una situazione, sicuramente meno tragica dal punto di vista delle perdite umane rispetto ai terremoti recenti di Indonesia, Cina, Giappone, Cile, Haiti, eccetera, tuttavia molto più devastante per quanto riguarda l’immenso patrimonio artistico andato perduto. Per non parlare poi degli sfollati, perché la vera disperazione è di chi rimane spoglio di ciò che aveva prima del momento in cui la terra ha cominciato a tremare, ancora e ancora. Tremende le ultimissime immagini di quei borghi storici rasi al suolo ieri sera, distrutti dall’ultima violenta scossa di magnitudo 5.9, avvertita perfino entro i territori della nostra provincia. Ecco dunque il senso di quest’incontro informativo che si è voluto tenere oggi: il terremoto, cause ed effetti. Le cause ce le ha spiegate prima il direttore del reparto geologico del Museo Civico di Rovereto e ci ha spiegato anche la differenza fra i violenti terremoti generati dalle faglie dell’Oceano Indiano e di quello Pacifico rispetto ai terremoti che avvengono sulla nostra penisola, meno potenti, tuttavia molto distruttivi. Ora vorrei vedere insieme a voi gli effetti di questo particolare evento – lo ricordiamo – fra i più forti della storia sismica moderna. Ma come? Come possiamo veramente capirne appieno gli effetti?»

L’uomo fa una pausa e guarda ciascuna persona presente in sala: «Con i numeri?».

Il professore scende dal palco, estraendo il microfono dall’asta. Cammina lentamente, come uno spettro errante, avvicinandosi al pubblico.

«Con le immagini?» avanza ancora verso la platea divisa a metà. Tutti lo guardano pendendo dalle sue labbra, come fosse un incantatore di serpenti con quella voce cupa, il tono grave e la capacità di scandire bene ogni parola.

«Con i dettagli tecnici dell’evento?»

Adriano si infila i suoi appunti nella borsa nera da lavoro, chiude la cerniera, nervosamente, mentre l’uomo si avvicina a lui. Egli si ferma e lo guarda, dall’alto, nei suoi occhi azzurri, colmi di tormento. È come se ci vedesse il torbido agitarsi delle acque del mare quando la terra trema, scuotendo i fondali degli abissi più profondi.

«Con le testimonianze dei superstiti?» domanda, infine, rivolgendosi proprio al giovane, che quasi non riesce a sostenere lo sguardo.

Il professore sorride e torna indietro, verso il leggio, con passo spedito. «Lo chiediamo a un ospite speciale che è venuto qui, oggi.»

Si volta verso il pubblico, mentre incastra nuovamente il microfono nel supporto nero di ferro battuto: «Chiamo sul palco Adriano Anteo, giovane giornalista scientifico sopravvissuto a quel tragico evento dall’altra parte del mondo: il maremoto dell’Oceano Indiano del 2004». Applaude, sorridendo.

I presenti, mentre i battiti delle loro mani riecheggiano nella grande aula magna, cercano con lo sguardo questo ospite, che sembra mimetizzarsi con gli altri. Infine, Adriano, scocciato, si alza e percorre il corridoio centrale che divide la platea. Ecco che l’applauso si fa più incoraggiante. Gli sguardi di chi lo vede avanzare sono lacrimosi e pieni di messaggi positivi.

Alcune delle persone sedute vicino al corridoio, gli sfiorano le mani e le braccia, in segno di affetto. Adriano sussulta a ogni breve contatto, odia queste circostanze. Sorride imbarazzato, senza riuscire a nascondere il suo disagio. Quando arriva vicino al presentatore smette di sorridere. Spegne il microfono per un istante.

«Sei un bastardo!» esclama, adirato.

Il professore gli si avvicina, mettendogli le mani sulle spalle: «Non puoi scrollarti via di dosso queste mani davanti a tutti». Infine lo abbraccia, calorosamente.

«Perdonami!» esclama poi, scendendo frettolosamente dal palco, andando a sedersi in prima fila. Tira fuori un fazzoletto dalla tasca dei suoi pantaloni e si asciuga le guance rugose, inumidite dalle lacrime di commozione. Adriano non può che fare finta di non vederlo, mentre apre la borsa e si sistema gli appunti sul leggio.

«Allora, comincio con il ringraziare il professor Anteo che mi ha invitato qui oggi per informarvi su quello che sta succedendo nel cuore del nostro paese. Io sono solo un giornalista e in genere faccio io le domande, ma… cercherò di abituarmi alla mia attuale condizione…» si introduce, sorridendo sulle ultime battute.

Il pubblico ridacchia, incuriosito. Sullo schermo appare l’immagine satellitare che mostra la deformazione Terremoto continuo del suolo avvenuta nei luoghi del cratere sismico.

«Bene. Scusate, ma… proprio non riesco a resistere, quindi credo proprio che dovrò farvi delle domande per andare avanti» afferma, divertito.

Il pubblico reagisce con una risata fragorosa. «Già. Deformazione professionale. Lo faccio anche per testarvi. Allora, chi di voi sa dirmi qual è stato il più violento terremoto registrato in Italia di cui si hanno notizie documentate?»

Diverse persone alzano le mani. Adriano spalanca gli occhi e si sposta un ciuffo di capelli ribelle adagiato sul bordo superiore degli occhiali.

«Wow. Devo ammettere che c’è molto coraggio in quest’aula. Di solito alle conferenze ci si annoia mortalmente, invece vedo che questo tema vi tiene molto attenti. Benissimo. Allora… lei. Il signore con la giacca rossa. In sala c’è un gelato da passare al signore? Così tutti possiamo sentire la sua risposta. Grazie.»

Subito un giovane tecnico si avvicina, con uno scatto, porgendo il microfono all’interessato. L’uomo di mezz’età si schiarisce la voce: «Il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1910» afferma poi.

Un brusio continuo si disperde nell’aula. «Lei forse si riferisce al terremoto del dicembre 1908» puntualizza Adriano.

«Sì, quello.»

«Be’, no. In realtà quello è stato il più distruttivo e quello che ha causato il numero maggiore di vittime in suolo italiano, ma non il più potente in assoluto. Qualcun altro?»

Molti di quelli che prima erano convinti di sapere la risposta abbassano la mano.

«Il ragazzo con la sciarpa verde. Scusate se faccio appello ai vostri vestiti per identificarvi, ma… è il modo più facile» afferma Adriano, sorridendo, mentre il signore fa in modo di passare il gelato al ragazzo.

«Forse… il terremoto più forte è stato quello di ieri sera?» domanda, cercando il consenso del pubblico. Qualcuno sembra annuire con il capo. Adriano osserva gli atteggiamenti di tutti i presenti e guarda il professor Anteo, seduto in prima fila, impassibile.

«Scusa, ragazzo, posso sapere qual è il tuo nome?» chiede cortesemente Adriano.

«Francesco.»

«Cosa studi, Francesco?» domanda Adriano, incuriosito.

«Ho da poco iniziato Geologia» risponde.

Adriano rimane impietrito. «Ah… e dimmi, la studiate la storia sismica, Francesco? Immagino di sì, giusto?» chiede sconcertato.

«Sì.»

«Sì. Bene, chi è d’accordo con il signor Francesco? Mi era parso di capire che molti lo fossero. Alzate le mani, per favore.»

Una decina di persone su un totale di circa sessanta alzano le mani.

Adriano rimane come paralizzato. «Ok. Ehm… per favore, potete cambiare diapositiva? Andate avanti fino a quando non vi dico basta.»

Sullo schermo cominciano a scorrere vari articoli di giornale: “26 Dicembre 2004, il grande terremoto dell’Oceano Indiano”. Molte persone del pubblico cominciano a parlottare fra di loro non appena leggono il titolo del primo articolo.

«Lui è sopravvissuto a quel terremoto…» sussurra una donna, in prima fila.

Adriano fa finta di niente.

«Avanti!» esclama, indicando all’operatore di slittare oltre. Al titolo “Terremoto di magnitudo 7.2 del 28 Dicembre 1908 nello Stretto di Messina”, Adriano sussulta. «Aspetta, ferma, per favore. Grazie. Ok, vedete questo? Questo è il terremoto di cui parlava prima il signore. Il peggiore della nostra storia. Ha fatto bene a menzionarlo, proprio perché ci fa capire quanto il nostro territorio sia estremamente fragile. Come potete leggere voi stessi nell’articolo il 90% degli edifici di Messina non resistette alla tremenda scossa – lo ricordiamo – di magnitudo 7.2 della scala Richter, molto, molto più violenta quindi della scossa di ieri sera. Così ho colto la palla al balzo per rispondere anche alla teoria del giovane studioso di geologia e di chi, come lui, credeva erroneamente che la scossa di ieri potesse essere una delle più forti. Quindi, se neanche quella del 1908 è la più forte, allora quale magnitudo avrebbe potuto avere la scossa a cui mi riferisco io? Quella più forte in assoluto?» Nessuno ha più la mano alzata.

«Ecco la risposta» afferma, facendo cenno all’operatore di passare alla diapositiva seguente, che mostra la classifica dei terremoti maggiori o pari a magnitudo 7.0. Il più violento è quello che colpì la Sicilia Orientale nel 1693, con magnitudo stimata 7.4 della scala Richter.

«Ecco. E qui si arriva a un altro punto importante. Terremoto più forte non è uguale a terremoto più mortifero o distruttivo. Perché? Perché ogni terremoto è assolutamente a sé. Difficile paragonare due eventi come quello del 1693 e del 1908. Cause differenti, epicentri differenti, ipocentri differenti, effetti differenti, numeri differenti costituiscono terremoti differenti. Chiaro?»

Il pubblico rimane ammutolito davanti a quei dati terrificanti.

«Non solo, per quanto riguarda danni e vittime provocati da eventi sismici deteniamo il triste primato in Europa. Se infatti osserviamo i dati pubblicati dall’INGV possiamo notare lo spaventoso numero di morti – teoricamente approssimativo – causato dagli eventi più nefasti del nostro paese.»

Un uomo del pubblico si alza, allacciandosi la giacca, sdegnato. Adriano storce il naso: «Scusi, perché se ne sta andando? Sembra disturbato. È per qualcosa che ho detto?» chiede subito.

«Pensavo che avremmo ascoltato una testimonianza che ci avrebbe dato speranza. Non mi aspettavo di venire qui per… deprimermi con questi dati assurdi» risponde l’uomo, schietto.

«Testimonianza? Quale testimonianza, scusi?» domanda educatamente Adriano, sorridendo in modo provocatorio.

«La sua, giovanotto.»

«Temo che lei sia stato male informato. Io sono qui per mettervi al corrente della situazione sismica italiana, visti i recenti terremoti. Sono qui per informare la popolazione» smentisce freddamente Adriano.

L’uomo s’infervora: «Dicendoci cosa? Eh? Dicendoci cosa? Che si verificherà un altro terremoto a breve? Che dobbiamo essere pronti?».

Adriano non esita: «Sì. Esatto».

«Nessuno può prevedere i terremoti, questo è noto a tutti» puntualizza l’uomo, voltando le spalle ad Adriano e avviandosi verso l’uscita, con le mani in tasca.

«Non ho la presunzione di sapere quando e il luogo preciso in cui si verificherà il prossimo evento. Sarei un ciarlatano se lo facessi e lei farebbe bene a uscire, insieme a tutti gli altri, ma io non ho detto questo. Però sono sicuro, come lo è la comunità scientifica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che vi è ancora energia immagazzinata nelle faglie adiacenti a quelle che si sono già rotte. È un sistema molto complesso quello dell’Appennino. Fra le province di Macerata e Umbria, come sappiamo – dati storici alla mano – sono possibili terremoti fino a magnitudo 6.5, nei casi più estremi, come nel 1279, a Serravalle del Chienti. Inoltre, chi conosce la storia sismica italiana, sa che a livello statistico un terremoto pari o superiore a magnitudo 6.5 e fino a 6.9 si verifica una volta ogni trentasette o trentotto anni circa. E l’ultimo sapete quando si è verificato?» Adriano alza la voce per attirare l’attenzione di tutti. L’uomo s’immobilizza sull’uscita. Rivolge lo sguardo verso il palco, sogghignando, indifferente.

«Aspetta, non me lo dire…» borbotta, ironicamente.

«Trentasei anni fa. 23 Novembre 1980, Irpinia. Tutti se lo ricorderanno.»

«E quindi? Il senso è che ci siamo quasi? Come fa a dirlo?» chiede insistentemente il signore.

Adriano diventa più serio, quasi colpito, forse commosso. «Non decido io i tempi della natura. Posso solo cercare di capire e di studiare, per essere informato e per informare. Ma il suo atteggiamento è quello tipico degli italiani. I problemi non li vogliamo vedere fino a quando non ci siamo dentro fino al collo, quando ormai è troppo tardi, quando non ci resta che piangere» cala il silenzio più totale.

Tutti i presenti sono sconvolti.

«So perché voi siete venuti qui. So che cosa volevate. Volevate sentire la storia di un superstite. Volevate sentire come sia stato possibile che un bambino di dodici anni sia sopravvissuto a un evento di tale potenza. Volevate sapere della tragedia della mia faglia, spezzata da questo violentissimo terremoto. Terremoti che così violenti da noi non si possono verificare. Una storia lontana, che vi potesse rincuorare in questi giorni nefasti. Tuttavia spero che non sia così per tutti. Spero che qualcuno sia venuto qui… con il reale intento di essere informato su ciò che potrà accadere. Su ciò che prima o poi accadrà.»

Adriano abbassa lo sguardo, melanconico, mentre si risistema gli appunti sul leggio, trattenendo le lacrime. Si piega per recuperare la borsa nera. Vi infila i fogli in modo disordinato.

«Grazie» conclude amareggiato, avviandosi verso l’uscita. Arriva alla porta.

«Io andrò in Umbria a fare visita a un amico, a Norcia» esclama l’uomo, fermo vicino alla porta da un bel pezzo. Il giovane giornalista si ferma, passandogli accanto. Lo guarda intensamente negli occhi. «Buona fortuna» poi spinge il maniglione antipanico e sparisce nella luce del giorno. Il rumore della porta di ferro che sbatte riecheggia nell’aula dove tutti sono rimasti di sasso.

Il professore si alza e rivolge il suo sguardo al pubblico presente. «Signori, vi ringrazio per la vostra partecipazione a quest’incontro informativo e…»

Gli spettatori sono in rivolta. «Ma dov’è la storia del ragazzo?» domanda qualcuno.

«Sì, chi ce la racconta ora? Io voglio sapere. Com’è sopravvissuto?»

«Io volevo sapere cosa intendeva il giornalista? Quando si verificherà il prossimo terremoto? Dobbiamo essere preoccupati?»

Le voci da isolate si fanno sempre più diffuse fino a diventare un brusio assordante di polemiche e contestazioni.

«Vi prego, signore e signori…» cerca di mediare il professore, senza ottenere successo. Con un gesto quasi scorbutico chiama un suo collaboratore. «Occupati di loro, io vado a parlare con lui» gli ordina, infine. Poi si dilegua fra la folla imbizzarrita. Adriano si allontana lungo la strada, asciugandosi le lacrime dal viso. Dietro di lui la porta si spalanca di nuovo. «Adriano!» urla il professore.

Il giovane lo ignora, continuando a camminare a passo spedito con il respiro affannato. «Adriano!» lo chiama ancora, cominciando a correre verso di lui.

«Ti supplico, fermati!» grida, afferrando un lembo della sua giacca.

Il ragazzo si volta di scatto. «Vaffanculo!» lo spinge, infuriato.

L’uomo perde l’equilibrio, inciampa su se stesso e cade rovinosamente a terra.

Dopo un primo momento di shock da parte di entrambi, i due tornano a respirare convulsamente. Adriano resta lì, in piedi, senza dire o fare niente. Comincia a camminare avanti e indietro. Il professore sospira profondamente, sollevato di non essersi ferito. «Quando la smetterai di odiarmi, Adriano?»

Il giovane non risponde, troppo concentrato sul suo dolore. «Che cosa hai voluto dimostrare? Eh? Che la gente è scema? Lo sapevo già, questo!»

«No, Adriano. Volevo soltanto farti capire cosa la gente si aspetta da te.»

«Cioè?»

«Una soluzione, Adriano. Tu non hai fatto altro che parlare di dati, di morte e distruzione. Come puoi pensare che la gente ti ascolti? Che l’italiano medio ti ascolti? Ora tutti parleranno di te come il giornalista che predisse la scossa che non si verificò mai. Passerai alla storia come terrorista. Lo capisci?»

«Avresti preferito che io avessi mugugnato qualche frase piagnucolosa, commuovendo tutti?»

«Avrei preferito che tu ti fossi liberato di questo peso, Adriano. Un peso che ti trascini sulle spalle da troppo tempo.»

Adriano si calma. Si avvicina al professore e gli porge la mano tesa. L’altro l’afferra e si rimette in piedi.

«Hai bisogno di parlare, io lo so…» insiste l’uomo più maturo.

«Come fai a sapere di cosa ho bisogno?»

«Si legge nei tuoi occhi. Chiunque lo potrebbe vedere.»

«Ho bisogno di andare a casa» ribatte Adriano, voltando le spalle al professore.

«Non riesci a star bene nemmeno lì, a casa tua, con tuo marito!» esclama l’uomo.

Adriano viene paralizzato da un senso di soffocamento. Poi torna a fissare il professore coi suoi occhi di ghiaccio. «E come fai a dirlo? Hai piazzato una telecamera per avere ancora il controllo su quello che dico o che faccio? Pensi di conoscere i miei pensieri, papà?»

«Mi ha chiamato Marco…» risponde il professore, a bruciapelo.

Adriano è confuso.

«Mi ha parlato del tuo libro. Lui lavora alla casa editrice dove hai inviato il manoscritto, giusto?»

«Marco ti avrebbe chiamato per dirti che ho scritto un libro?» chiede Adriano, amareggiato e incredulo.

«Sì, pieno zeppo di dati statistici e numeri di vario genere riguardanti i terremoti.»

«Sì, e allora?» inveisce Adriano, scocciato.

«Mi ha detto anche che la vostra relazione ultimamente vacilla. Che tu da mesi non lasci più spazio alla vostra intimità.»

«Non ci posso credere!» esclama Adriano, esasperato. Riprende a camminare a passo spedito, cercando di allontanarsi il più possibile.

«Un libro privo di emozioni non te lo pubblicheranno mai, Adriano. E anche se lo facessero non avrebbe la visibilità che tu ti auguri. Se vuoi informare tutti devi dare delle soluzioni ai problemi che poni, Adriano. Devi dare speranza! È l’unico modo!» grida il padre del ragazzo.

Adriano si blocca, di nuovo. Respira, angosciato. Poi si volta. «Nessuna speranza, papà. Il terremoto di strugge la vita e non lascia spazio a nient’altro. Proprio come nel nostro caso…» Trattiene le lacrime, prima di ricominciare a camminare verso la sua auto.

Il padre rimane lì, fermo e sconsolato, da solo.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    “Il respiro della terra” un libro a mio parere ben scritto, scorrevole, piacevole alla lettura. Parla della storia sismica Italiana e non solo, grazie al quale sono venuto a conoscenza ed ho imparato cose che prima non sapevo su tale argomento. Consigliato!

  2. (proprietario verificato)

    Argomento, molto interessante, e vasto, perché comprende molteplici aspetti! Finalmente è arrivato il momento di nn sottovalutare la richiesta sempre più forte della “Nostra” amata TERRA. ?

  3. Questo libro tratta un tema di grande attualità,che porta il lettore a riflettere sulle problematiche legate alla sismicità sul territorio italiano e in particolare su zone dove il fenomeno si ripete più costantemente…è un gran bel libro complimenti a questo giovane scrittore!!!

  4. (proprietario verificato)

    Da quello che è possibile leggere in anteprima , sembra un libro scritto molto bene che affronta diverse tematiche sociali e molto attuali, poi trovo molto interessante il fatto che sia basato sul mettere a conoscenza la storia sismica italiana e i possibili rischi che si corre non facendo ciò che dovrebbe essere fatto per evitare tante tragedie! Consigliato 🙂

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Luigiandrea Luppino
Luigiandrea Luppino, classe 1992, vive in Trentino Alto Adige. Diplomato nel 2013 all’Istituto d’Arte, segue un corso di doppiaggio e ottiene il suo primo ruolo importante in un film americano. Dal 2016 collabora per la Fondazione Museo Civico di Rovereto, doppiando dei documentari della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico. Collabora con alcune testate online, pubblicando articoli storico-scientifici, spesso inerenti alla sismicità in Italia e nel mondo. Il respiro della Terra è il suo romanzo d’esordio.
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