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Ricordi del cielo di quella notte

Ricordi del cielo di quella notte
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Consegna prevista Giugno 2021
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Katia è una giovane donna, insoddisfatta della sua vita e tormentata da un tragico ricordo. A malincuore si reca a una rimpatriata con i vecchi compagni di liceo, ma non può immaginare che questa serata sarà l’inizio di un vortice di eventi che la riporteranno a fare i conti con il suo passato. I suoi amici vengono brutalmente assassinati e lei riesce a salvarsi per pura fortuna, solo per scoprire che le forze dell’ordine non le saranno di alcun supporto nella lotta contro lo spietato assassino che la vuole uccidere. Ad aiutarla a sfuggire alla gelida morsa della morte, un investigatore privato, Giacomo, che scoprirà presto che la storia di Katia nasconde ben più di un tremendo omicidio. Mentre il ricordo di un agghiacciante evento torna a galla dalle profondità dell’oblio, i due ragazzi dovranno combattere soprattutto contro sé stessi per non soccombere a quel passato che entrambi credevano ormai sopito.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo scrivere un giallo che non trovasse il suo fulcro tanto nello scoprire l’assassino, quanto nei personaggi che scoprono sé stessi. Come reagisce una persona comune quando il passato torna a bussare alla porta? È questa la domanda a cui volevo rispondere quando ho ideato questa storia. Scriverla mi ha procurato delle emozioni e, nel proporla pubblicamente, spero che anche i lettori possano sentire le medesime sensazioni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1. Paura e Virgin Colada

Katia Favole

Giovedì 1° agosto 2019, ore 23.36

Di quella sera, la prima cosa che ricordo è il caldo, senza dubbio. Avevo addosso un vestito troppo lungo per quella stagione, ma era stata una scelta ponderata: non mi ero mai sentita a mio agio a mostrare troppo del mio corpo. Non mi sarei neanche dovuta porre il problema: tutte le altre donne presenti incedevano attraverso i corridoi delle ville sfoggiando striminziti tubini aderenti e ammiccando agli amici; alcune di loro erano a un’occhiata languida di distanza dal trasformare la festa in una scena di Eyes Wide Shut. Non c’era il rischio che l’attenzione ricadesse su di me e sul mio soffocante abito nero.

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La citazione mi viene facile, dopotutto quella serata aveva un nonsoché di misterioso nella sua organizzazione: quando ero arrivata alla villa con il taxi offerto dal nostro ospite, mi ero sentita proprio come un giovane Tom Cruise al femminile (purtroppo non figo come l’originale). Potevo quasi sentire il celebre brano di Gyorgi Ligeti suonare sommesso nella mia testa mentre mi avvicinavo a un cancello metallico chiuso, a delimitare l’ingresso di una strada privata. Davanti ad esso stavano due uomini alti, di mezza età, in abiti eleganti; mi scrutavano con volto serio mentre mi avvicinavo. Per un attimo temetti che mi potessero chiedere la parola d’ordine.

“Le posso chiedere il nome, Signorina?” chiese uno di loro con tono cortese, abbozzando un sorriso garbato.

“Katia Favole,” risposi, guardando di sottecchi il secondo che si limitava a fissarmi impassibile. “Ho ricevuto l’invito da Francesco.”

“Ma certo che ha ricevuto l’invito dal Sig. Mottura,” ribadì l’uomo, annuendo cordiale. “Posso gentilmente chiederle di mostramelo?”

Ricordo di aver sbuffato dentro di me. Iniziai poi a frugare nella borsetta alla ricerca dello smartphone, ma non lo trovai subito.

“Un secondo soltanto,” dissi imbarazzata, mentre passavo in rassegna il contenuto della borsa trovando due mazzi di chiavi, un portafoglio, un portamonete, un pacchetto di fazzoletti, un rossetto, un eyeliner, un assorbente e (finalmente, cazzo!) lo smartphone.

Ricordate quando vi ho detto, poco fa, che l’organizzazione aveva un nonsoché di misterioso? Tutto era iniziato con l’invito. Ovvio, direte voi, tutte le feste iniziano con un invito; certo, ma non con uno del genere. Era la domenica di un paio di settimane prima, ero a casa a guardare Netflix e, svaccata sul sofà piazzato sotto il Daikin, stavo pensando di ordinare una pizza per cena. Cazzo, che giornata perfetta!

Purtroppo l’idillio che stavo pregustando venne turbato dallo smartphone che vibrò per avvisarmi di una nuova notifica. Abbassai distrattamente lo sguardo sul bracciolo del divano e corrugai la fronte per qualche secondo, rimanendo a fissare inebetita lo schermo illuminato. Incapace di distogliere gli occhi, tastai il divano alla ricerca del telecomando per mettere in pausa l’episodio di Star Trek; il fermo immagine del fascinoso William Shatner mi fece compagnia mentre afferravo il telefono e aprivo la mail che avevo appena ricevuto. “FESTA DI PRIMO AGOSTO” era l’oggetto della mail, il mittente un certo G.O.D. Ricordo di aver detto qualcosa come “ma che cazzo?” mentre scorrevo le prime righe del testo.

L’indirizzo mail del mittente non era presente e mi chiesi come fosse possibile: era indicata solo quella stupida sigla, G.O.D. Proseguii verso il basso per leggere il resto del messaggio: “Gentile Katia Favole, sicuri di farLe cosa gradita siamo ad inviarLe in allegato invito per la nostra festa di Primo Agosto. LasciandoLe scoprire ulteriori dettagli tramite allegato, per conto del Sig. Francesco Mottura, Le auguriamo una serena domenica e Le porgiamo cordiali saluti. Era firmato Alessia Campos. Lessi quelle parole quattro volte, ogni volta decodificando qualche elemento in più; “ma che cazzo!” dissi ancora, fermando lo sguardo sul nome di Francesco Mottura.

Non vedevo Francesco da dieci anni, ma ne avevo spesso sentito parlare. Avevamo fatto il liceo insieme e, dopo il diploma, ognuno per la sua via, come sempre accade, e la sua strada era stata molto, molto fortunata. Figlio unico della famiglia Mottura ed erede della loro redditizia società immobiliare, Francesco si era sempre sentito di una pasta diversa rispetto a quella dei suoi compagni di classe che, dal canto loro, non lesinavano sul ricordargli quanto persone come lui non fossero benvolute dal volgo comune. Lo ricordo al liceo come un ragazzo puntiglioso, piuttosto bruttino e magrolino, ma, all’occorrenza, in grado di farsi rispettare grazie alla parlantina piuttosto elaborata. Tentava spesso di porsi su una sorta di piedistallo e cercava, credo, il consenso da parte di chi lo circondava; finiva però tutte le volte ignorato ed evitato a causa della sua arroganza. Non mi stupisce che non si fosse mai più fatto vedere o sentire dai suoi vecchi colleghi di studio. Fino a quella domenica di metà luglio, ovviamente.

Sempre con la fronte corrugata e ripetendo una serie di “ma che cazzo” piuttosto lunga, aprii l’allegato della mail: mi si presentò un file PDF elaborato a foggia di antica pergamena nel quale la Sig.na Katia Favole era invitata a partecipare a una festa che sarebbe stata pretesto per ritrovarsi con tutti i vecchi compagni di scuola e passare un’allegra serata in amicizia all’insegna dei ricordi. L’invito era accompagnato da un voucher elettronico per due corse in taxi e da orario e luogo dove si sarebbe tenuto il party; googlando l’indirizzo più tardi, avrei scoperto essere una strada privata su cui si affacciano una manciata di grosse ville, nell’hinterland a sud di Milano.

«Ma col cazzo che ci vado!» protestai, chiudendo l’e-mail con prepotenza. Appoggiai il telefono senza tante cerimonie e ripresi a guardare la mia serie tv, facendo finta di nulla. In cuor mio, mi ero resa ormai conto che la bella giornata era sfumata e che avrei passato quelle due settimane successive a rimuginare su Francesco, i miei vecchi compagni del liceo e quel voucher per il taxi.

“Signorina, l’ha trovato?” Il tono dell’uomo a guardia del cancello si era fatto seccato.

“Sì, un attimo di pazienza!” risposi, e l’energumeno si schiarì la voce senza dire nulla.

Smartphone alla mano, aprii la mail misteriosa e voltai lo schermo per mostrargli l’invito. Da un punto imprecisato oltre l’ingresso proveniva della musica, un tormentone estivo, seguito da alcune risate lontane.

La parola d’ordine parve corretta perché il buttafuori sorrise con garbo e mise mano a un piccolo telecomando nero: con una pressione di un pulsante il cancello iniziò a scorrere di lato, accompagnando la musica con un ronzio elettrico.

“Prego,” disse infine. “Si goda la festa!”

Non posso che ripensare a quella frase. Sono sicura che lui sapesse tutto fin dall’inizio.

Con un sorriso oltrepassai la soglia. Mentre camminavo attraverso quella piccola strada, feci poco caso al suono del cancello che si richiudeva alle mie spalle. Sulla via si affacciavano cinque ville a due piani, a giudicare dall’architettura erano state ricavate da antichi casolari di campagna. Non dovetti cercarne una in particolare, sembrava che la festa fosse ovunque: gli ingressi erano tutti spalancati e da ciascuna delle abitazioni usciva musica di genere diverso. Sulle piazzole davanti agli edifici, occupate di solito dai parcheggi privati, erano state allestite delle postazioni bar che servivano drink (ovviamente offerti) agli invitati. Neanche a dirlo, sul retro si aprivano ampi giardini che ospitavano ricchi buffet disposti lungo le siepi ben curate. Rimasi basita mentre camminavo attraverso quello sfoggio di ricchezza: tutto quello era stato disposto solo per ventisette persone.

Ricordo di aver sentito un brivido lungo la schiena mentre passeggiavo attraverso i corridoi illuminati di una delle abitazioni fino a raggiungerne il giardino; all’inizio pensai fosse a causa del caldo soffocante, ma era un pensiero stupido: non è il caldo a causare i brividi, è la paura.

Mentre mi guardavo intorno spaesata, chiedendomi che cazzo ci facessi io in un posto del genere, incontrai le prime persone. Riconobbi alcuni dei miei ex compagni di liceo, seguirono saluti e chiacchiere di pura cortesia come “oh, ma quanto tempo”, “ti vedo dimagrita”, “come mai non hai un fidanzato?”, e altre stronzate che si dicono quando non si ha nulla di serio di cui parlare.

Chiesi un Virgin Colada a uno dei baristi in attesa davanti all’ingresso di una delle case, l’uomo mi scrutò con volto serio, poi annuì secco e si mise all’opera. Mi sembrò un gesto molto militaresco (un Virgin Colada, cazzo! E subito! Signorsì, signora!), ma sul momento non mi sembrò molto strano: quei barman dovevano sentirsi fuori luogo a quella festa quasi quanto me, dopotutto c’era abbastanza personale per alimentare un ricevimento da duecento invitati e loro erano lì a servire ventisette giovanotti. Attesi il mio drink qualche minuto; il Tenente Colada (l’avevo ribattezzato così mentre aspettavo) mi porse il bicchiere senza dire una parola, ma le sue iridi azzurre mi scrutavano inquisitorie. Lo ringraziai e mi allontano di fretta, mi sentivo a disagio sotto quello sguardo gelido ed ero ansiosa di sfuggirgli.

Tornai da Luca e Amanda che mi avevano aspettata poco più avanti, intenti a raccontarsi (parlandosi sopra in modo molto irritante) le loro esperienze lavorative. Non partecipai molto al discorso, mi limitavo ad annuire e ridere per finta ogni tanto, facendo del mio meglio sia per non sembrare annoiata sia per evitare che l’attenzione cadesse su di me. Che cos’avevo da dire, dopotutto? Che non avevo un fidanzato (neanche uno straccio di scopamico, per dirla tutta), che lavorare come segretaria in quello studio notarile mi faceva sentire morta ogni giorno e che l’unico barlume di soddisfazione lo provavo quando andavo agli allenamenti? No, non avevo proprio voglia di essere compatita anche quella sera.

Il Virgin Colada era fresco e alleviò la sensazione di calura che mi attanagliava il corpo, sentivo alcune ciocche di capelli umidicci incollarsi alle orecchie e sperai che nessuno si accorgesse che stavo sudando.

«Cazzo, quello è il Forra?» chiese di botto Amanda, interrompendo a metà Luca e il suo chiacchiericcio sull’ultima bufala politica. Ci voltammo tutti a guardare: merda, era proprio Andrea Forragoni! Parlava con Serena e Luca (un altro Luca, ne avevamo due nella stessa classe, che nome banale), e sorrideva appena; i suoi occhi scuri, cerchiati da pesanti occhiaie, continuavano a balzare da una parte all’altra del cortile, come se avesse paura di qualcosa. Sul momento, osservandolo, l’unica cosa che riuscii a provare fu una profonda angoscia, ma fu solo dopo aver sperimentato la vera paura che iniziai a capire veramente ciò che il Forra dovesse aver passato. Mi viene da piangere tutte le volte che ripenso a lui.

“È uscito, allora,” disse Luca in un sussurro.

“Mi pare evidente,” replicò Amanda, acida. “Da un anno, forse. La cosa ha fatto scalpore, pare la pena dovesse essere più lunga.”

Deglutii, la gola si era fatta secca all’improvviso; bevvi una generosa dose del Virgin Colada.

“Se governassi io,” esordì Luca, corrugando la fronte e grattandosi quella ridicola barbetta da quindicenne, “la gente che guida ubriaca la sbatterei in galera per tutta la vita!”

“Negli Stati Uniti c’è la pena di morte, sarebbe una gran cosa da avere anche qui!” rilanciò lei con tono feroce.

“È solo in alcuni stati, non in tutta la nazione.” Mi permisi di correggerla con voce roca. Entrambi si voltarono a fissarmi, probabilmente offesi che non avessi proseguito a completare un grazioso terzetto d’ingiurie; mi schiarii la voce e bevvi ancora. Sentivo farsi strada lungo le viscere una fastidiosa sensazione di disagio: il mio drink era troppo dolce ed ero sicura che se avessi ingoiato un altro sorso avrei potuto vomitare lì davanti a tutti.

Notai il Forra girarsi nella nostra direzione, come se avesse percepito quello che stavamo bisbigliando a metri di distanza. Luca e Amanda fecero ciao ciao con la manina mentre i loro volti si trasformavano in maschere di allegria (Oscar come miglior attore non protagonista per entrambi!). Gli occhi stanchi di Andrea Forragoni, però, si posarono sui miei, il sorriso appena accennato; mi guardava come se stesse aspettando qualcosa da me.

Sentii lo stomaco ribaltarsi e il Virgin Colada mi tornò su di botto. Serrai le palpebre e mi poggiai una mano sulla fronte (era bollente) mentre avvertivo delle fastidiose goccioline di sudore colarmi lungo le gambe. Non sarei mai dovuta andare a quella merda di festa.

“Katia, cos’hai?” La voce di Amanda giungeva da lontano, quasi da un altro universo.

“No… niente,” dissi, tornando a osservarmi intorno. Andrea Forragoni aveva smesso di guardarmi, si era voltato verso Serena e si stava allontanando insieme a lei.

“Io, io… io credo di avere solo molto caldo,” continuai, incespicando sulle parole.

Non sarei riuscita a reggere quello sguardo troppo a lungo, il malessere che provavo era insostenibile. In quel momento, la consapevolezza di aver sbagliato tutto nella vita mi si scaraventò addosso e sentii gli occhi bruciare fino riempirsi di lacrime.

“Devo andare in bagno.”

Con la scusa più antica del mondo mi defilai, veloce come Flash, senza lasciare possibilità di replica ai miei vecchi amici.

Corsi all’interno della prima villa che trovai, quasi scontrandomi con un paio di ragazze dagli abiti succinti, senza riuscire a riconoscerle. Lasciai cadere da qualche parte, forse un tavolino, il bicchiere mezzo vuoto e vagai nei corridoi fino a trovare il bagno. Chiusi la porta a chiave, mi sporsi sulla tazza e vomitai la metà del Virgin Colada che non era rimasta nel suo contenitore abbandonato. Il sapore dolciastro ripercorse a ritroso esofago e gola e alimentò la nausea. Vomitai finché l’aspro gusto del cocco non venne sostituito da quello amaro della bile. Stupida, stupida, stupida! Avrei dovuto saperlo. Che cazzo pensavo di fare? Andare lì e fare come se non fosse mai successo nulla? Guardarlo in faccia, sorridergli e magari anche andare lì da lui e fargli: “ehilà, come va? Tanto che non ci si vede?” Cazzo!

Abbassai la tavoletta del water e mi sedetti ansimando, avevo smesso di trattenere le lacrime e avevo iniziato a piangere come una bambina. Avrei voluto essere da tutt’altra parte, ma sentivo che non meritavo neanche quel poco che avevo e che dovevo proseguire in quel supplizio, un po’ come una sorta di pena speculare a quella che il Forra aveva dovuto scontare. Bel cazzo di momento per avere una crisi di nervi.

Mi concessi qualche minuto per calmarmi: presi respiri profondi, sistemai il trucco sbavato e uscii dal bagno. Raggiunsi di nuovo Luca e Amanda; entrambi mi guardarono con occhi colmi di genuina preoccupazione, dovevo avere una faccia tremenda.

“Non sembri stare per nulla bene, dovresti andare a casa,” fu lo sgarbato commento di Amanda.

“Andiamo a casa! Vuoi buttare via tutto?”

La voce giunse da un lontano meandro dei miei ricordi.

Nessuno poteva più dirmi cosa fare.

“No, sto bene,” risposi secca. “Non preoccuparti.”

Fu in quell’istante che Francesco Mottura fece la sua prima comparsa alla festa: dall’alto di uno dei balconi che si affacciavano sulla strada, si sporse verso il basso e richiamò l’attenzione di tutti.

“Signori, buonasera!” enunciò con voce limpida. Ostentava un sorriso affabile che non riusciva però a celare una scaltrezza da animale selvatico. Era difficile ricondurre quella persona, a prima vista affascinante, quasi avvenente, al ragazzino cupo e presuntuoso che ricordavo dai tempi del liceo.

Tutti gli invitati si radunarono sotto il balcone: alcuni avevano applaudito alla comparsa di Francesco, altri avevano riso. Io non avevo fatto né una cosa né l’altra. La repulsione che avevo provato poco prima non voleva abbandonarmi, così come la sensazione che ci fosse qualcosa di molto sbagliato in quella serata. Spoiler: non mi sarei dovuta ricredere.

“Non vi tedierò a lungo,” proseguì il nostro ospite. Era lontano, ma vedevo un tenue luccichio sinistro nei suoi occhi scuri, probabilmente causato dalle luci, mi dissi.

“Non vedo ciascuno di voi da circa dieci anni, siamo stati compagni di scuola per tanto tempo e poi il nulla. Questo ti porta a pensare a quante persone ci gravitino intorno per poi andarsene per sempre: individui insignificanti. Io non voglio essere una persona poco importante per voi, e mi fa piacere vedere che siete tutti qui questa sera.”

In risposta a quella frase sbuffai senza curarmi di non essere sentita, Luca mi lanciò uno sguardo strano. “Coglione”, pensai, “sei ricco, sono tutti qui per leccarti il culo”; siamo tutti qui per leccarti il culo, era la frase più corretta. Non ero così tanto diversa da loro: dopo giornate sprecate a ponderare sull’andare o no a quella festa del cazzo, avevo ritenuto che sarebbe stato utile accettare l’invito di un ex amico ricco sfondato, dopotutto le occasioni vanno colte nel momento in cui si presentano. Si sarebbe potuta presentare un’opportunità per migliorare la mia vita: Francesco avrebbe potuto notarmi, saremmo finiti a chiacchierare del più e del meno, io mi sarei accorta che non era solo ricco ma anche bello, affascinante e intelligente e lui avrebbe visto in me qualcosa che gli altri non riuscivano a vedere e… e invece ero soltanto una povera cogliona che non era in grado di cambiare la sua esistenza da sola, così frustrata dalla realtà da abbandonarsi a insulse fantasie.

“Il mondo è pieno di uomini irrilevanti,” continuò Francesco, “ma voi siete stati fondamentali per me, vi devo molto: nei nostri cinque anni di liceo mi avete insegnato la vera natura delle persone.”

Percepii un sottile cambio di timbro nella sua voce e alzai lo sguardo verso di lui.

“Le persone sono ignoranti, egoiste e invidiose,” annunciò, il sorriso si mutò per un istante in una smorfia. “Mi avete dimostrato quanto fosse impossibile educarvi senza le maniere forti: vi siete sempre rifiutati di darmi la giusta attenzione, ignorandomi ed evitandomi, erigendo una barriera di diffidenza e indifferenza.”

“Ma che stronzate!” protestò Amanda, tenendo la voce a un tono impossibile da udire da lontano. Anche altri stavano mormorando qualcosa esibendo facce offese. Un sinistro campanello d’allarme iniziò a suonarmi nel cervello e mi tornò in mente il ronzio del cancello che si serrava dietro di me.

“Questa sera ho tutta la vostra attenzione.” Il signor Mottura tornò a sorridere, sistemandosi la cravatta scarlatta in quello che doveva essere un gesto ormai inconscio. “Infine mi guardate e mi ascoltate come avreste dovuto fare già anni fa. Questa è l’unica maniera per ottenere la considerazione dalle persone. Vi ringrazio per avermi aiutato a capirlo e voglio fare un regalo a tutti voi!”

Francesco mostrò la mano: reggeva un’Iphone, probabilmente l’ultimo modello. Un attimo dopo, l’atmosfera venne invasa da suoni, brani musicali e strani jingle irritanti; ci misi qualche istante per rendermi conto che erano suonerie e che i telefoni di tutti i presenti stavano squillando all’unisono. Sentii la mia borsetta iniziare a tremare, seguendo la vibrazione dello smartphone all’interno.

“Oddio, ma quanto cazzo gli è costato?” rise Luca, infilando una mano nella tasca interna della giacca per estrarre il suo smartphone.

Anche tutti gli altri presenti avevano il loro telefono in mano e si stavano guardando intorno con aria divertita. Io invece ero ancora intenta ad aprire la borsa e, con lo stomaco sottosopra, mi stavo dicendo che non c’era proprio nulla da ridere in quella strana situazione; davvero ero l’unica a pensarlo? Perché tutti quanti si limitavano a ridacchiare e chiacchierare come se fosse normale quello che stava succedendo?

Il cellulare vibrava in modo fastidioso e sembrava sgusciare come una lucertola negli angoli della borsa, intenzionato a sfuggire alla mia mano. Perché cazzo doveva andare sempre in quel modo? Potevo, almeno una volta nella vita, riuscire a trovare quel cazzo di affare senza dover patire pene infernali?

I suoni reiterati degli altri apparecchi si mescolavano al ronzio della vibrazione dello smartphone e quella cacofonia di rumori mi si infilava nei timpani come un ago rovente.

“E chi cazzo sarebbe god?” proruppe Amanda. Lanciai un’occhiata verso la mia ex amica: aveva in mano il suo Samsung e stava guardando lo schermo con un sorriso ebete disegnato sul volto. Luca stava facendo lo stesso, ma il suo sguardo era perplesso.

“Sarà un bot,” ipotizzò lui, grattandosi la barba.

Inalando dalle narici, tornai a concentrarmi sulla mia borsa: avevo trovato il secondo mazzo di chiavi e avevo sentito con la punta del mignolo l’angolo del telefono, coperto dal pacchetto di fazzoletti e incastrato tra il portafogli e il portamonete. Sembrava vibrasse con più forza, quasi a voler trasmettere un senso di urgenza.

“Avanti!” disse Francesco con tono mellifluo dall’alto del balcone, facendo sventolare a destra e a sinistra il suo Iphone. “Rispondete!”

Dopo epici sforzi, riuscii ad afferrare il bordo dello smartphone con due dita e tirai per liberarlo dal caos che si era formato all’interno della borsetta. Lanciai uno sbuffo irritato mentre alzavo trionfante la mano con cui avevo finalmente afferrato il mio trofeo. Luca, Amanda e tutti gli altri si stavano portando il telefono all’orecchio mentre il mio continuava a vibrare con foga, come per liberarsi dalle grinfie del suo aguzzino. Emanava uno strano calore, come quando lo si tiene in carica per una notte intera. Doveva fare davvero un cazzo di caldo, pensai.

“Pronto?” cinguettò Amanda, un risolino le incrinò la voce.

Complice il sudore che mi ricopriva la mano, lo smartphone riuscì nella sua fuga e mi scivolò dalle dita. Lanciai una colorita imprecazione, mentre ne seguivo la caduta con occhi intrisi di furia.

Un secondo prima sei viva e tranquilla a bere un Virgin Colada. Un secondo dopo il tuo telefono esplode a mezz’aria investendoti il bacino con una fiammata improvvisa.

Ricordo che provai prima una sensazione di tepore avvolgente, e il dolore venne subito dopo. Lanciai un grido e caddi sull’asfalto, alzando gli occhi appannati appena in tempo per vedere un lampo di luce e l’orecchio destro di Amanda che veniva abbracciato da un’ondata di fuoco che si propagò per tutto il cranio.

2020-10-03

Aggiornamento

Abbiamo superato il 30% del goal! Di nuovo grazie a chi sta sostenendo questo progetto! In concomitanza con questo traguardo, voglio ringraziare il blog "Le Tazzine di Yoko" per le bellissime parole mi hanno dedicato! https://www.letazzinediyoko.it/anteprima-ricordi-del-cielo-in-quella-notte-di-stefano-somaini/
2020-09-11

Aggiornamento

Sono passate poco meno di quarantotto ore dall'inizio della campagna e abbiamo già superato il 20% del target! Vorrei ringraziare tutti quanti per il sostegno che avete dimostrato a me e al mio racconto. Grazie di cuore!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Da persona che solitamente legge tutt’altro genere, mi è piaciuto questo romanzo perché è si un thriller ma diverso dal solito, la trama non è niente affatto scontata e con i giusti colpi di scena; lo stile di scrittura è moderno e giovanile, preciso nelle immagini che evoca, senza essere artificioso. E la narrazione permette di immedesimarsi con tutti i personaggi principali.
    Spero di poter leggere presto la versione definitiva editata.

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima di questo splendido romanzo e non ho potuto non restare affascinata dalle atmosfere descritte e dalla personalità della protagonista. Continuando la lettura, sono stata rapita anche dagli altri personaggi (nei quali è molto semplice immedesimarsi): sono persone vere, interagiscono in modo realistico e si muovono in una trama fitta di misteri e ricca di dettagli mai lasciati al caso!
    Il finale, poi, lascia senza parole!
    Davvero un ottimo thriller con risvolti inaspettati e una narrazione fluida, mai pesante!
    Consigliatissimo!

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Stefano Somaini
Sono nato a Milano nel 1989 e, fin dai primi anni di scuola elementare, ho sempre adorato leggere e scrivere, anche se a quei tempi scrivevo più che altro brevi racconti sulla falsariga dei Piccoli Brividi per cui andavo matto. Ho continuato a scrivere, prevalentemente per me stesso e per i miei amici, fino alla laurea in Mediazione Linguistica e Culturale, dopo la quale mi sono buttato nella vita reale tra lavoro, matrimonio e famiglia, trovando sempre meno tempo per coltivare la mia passione. Ho ripreso in mano la penna solo da un anno, riscoprendo con gioia l'effetto terapeutico che scrivere ha su di me.
Al momento lavoro come receptionist d'hotel e scrivo nel tempo libero, cercando di ritagliarmi del tempo ogni giorno in mezzo agli impegni e agli altri hobby da nerd che coltivo.
Stefano Somaini on FacebookStefano Somaini on Instagram
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