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Rintocchi segreti

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Consegna prevista gennaio 2020
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Primo libro della trilogia dei Rintocchi.
In un mondo sopravvissuto alla guerra degli androidi, che lo ha riportato all’epoca vittoriana, vive Luce, una giovane ragazza promessa sposa a un collega del padre. Mentre i due si conoscono per affiatarsi si ritrovano nel bel mezzo di un attacco dei ribelli, che fanno esplodere una statua della regina durante i festeggiamenti per la fine della guerra. I due si separano e Luce si ritroverà rapita dai ribelli e rinchiusa nel loro nascondiglio. Riuscirà a opporsi o rimarrà assuefatta dalle loro parole che mettono in dubbio tutto ciò in cui lei credeva?

Perché ho scritto questo libro?

Non c’è un perché, l’ho sentito. Sapete quella strana sensazione che parte dalla pancia e vi fa fare quella cosa d’istinto? Per me quella cosa è stata prendere carta e penna e iniziare a scrivere la trama di Rintocchi segreti e solo alla sua conclusione, per un po’, quella sensazione, quella voglia di mettere le proprie idee nero su bianco si è attenuata.
E poi volete mettere, l’avere tra le mani il vostro romanzo, sentire quel profumo di libro nuovo e sapere che quello è proprio il tuo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lasciamo la carrozza con il cocchiere lungo la strada principale per passeggiare un po’ prima di arrivare al caos del parco, camminiamo mano nella mano e mi sento felice come non mai.
«È una serata bellissima» dico guardando le stelle nel cielo sereno, lui scioglie la stretta tra le nostre mani e mi stringe sul fianco.
«Sì, magnifica» mi dà un lieve bacio sui capelli.
Proseguendo troviamo sempre più ressa fino ad avere difficoltà ad avanzare all’altezza delle bancarelle che vendono oggetti di bigiotteria, lavori fatti a mano e tanti dolci. Scivoliamo tra le persone per raggiungere il parco venendo travolti da odori dolciastri e pungenti; riusciamo finalmente ad arrivare alla piana dalla quale si vedono i fuochi d’artificio e ormai è difficile trovare un posto dove accomodarsi sull’erba: tutto è coperto da plaid o coperte occupate da coppie, amici o famiglie; i bambini corrono cercando di non calpestare quelle altrui senza riuscirci ma ormai sarà il gioco della serata fino a che i fuochi non attireranno la loro attenzione.

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Le coppie si scambiano dolci effusioni in attesa dell’evento, i più prevenuti stanno ritirando gli avanzi della cena nella cesta da pic-nic; altre coperte sono vuote o con oggetti di poco valore sopra per tenere il posto mentre i proprietari guardano le bancarelle; mi guardo intorno per trovare uno spazio libero dove vedere i fuochi incamminandomi verso il centro della piana.
«Rimaniamo più indietro, c’è più spazio» mi dice Jack fermo al bordo del mare di coperte.
«No dai, andiamo più avanti, qui ci sono le luci dei mercatini» lo guardo supplichevole, mi sorride dolcemente assecondandomi.
«Va bene» proseguiamo tra le coperte cercando uno spiazzo ancora libero.
«Guarda là, mi pare che ci sia un posto» dico felice e lui allungandosi per vedere meglio me ne dà conferma.
Arriviamo vicini alla statua di Leonora Johnson, prima Regina di Dralit: ogni grande città ha una statua e un parco in suo onore. Jack stende la coperta e mi accomodo attendendo pazientemente lo spettacolo pirotecnico, lui si siede al mio fianco abbracciandomi.
«Sta arrivando l’aria della sera, ti conviene coprirti»
«Grazie» rispondo stringendo il suo braccio con cui mi ha avvolta, e il suo profumo di acqua di colonia mi circonda, lo respiro a pieni polmoni sperando che non se ne accorga.
Finalmente si sentono i primi botti, cala un silenzio quasi irreale, tutti osservano il cielo sereno, la luna è un piccolo spicchio luminoso; Jack mi stringe più forte e ricambio la stretta.
Il rosso, il giallo e il verde squarciano il cielo con eleganti giochi di colori, pioggia d’oro fin quasi a sfiorarti la pelle, luci intermittenti, scintille, uno spettacolo mozzafiato ed ecco il finale, la piana si illumina a giorno, tanti fuochi esplodono in contemporanea, si aggiungono dei colpi assordanti. Nel parco torna la notte ma i botti proseguono imperterriti, mi guardo intorno incuriosita da quel particolare spettacolo, osservando se anche i nostri vicini sono incuriositi quanto noi; mi cade l’occhio sulla statua, che è illuminata.
«Eh?» commento incredula, Jack mi distrae da quello strano spettacolo.
«Dobbiamo andare via» capisco a malapena quello che mi sta dicendo, mi fischiano le orecchie, Jack mi aiuta ad alzarmi e mi tira verso il viale principale lasciando tutto ciò che avevo appoggiato a terra sul prato. Guardo di nuovo verso la statua e la vedo crollare e infrangersi a terra in mille pezzi: trattengo a stento un urlo.
Corriamo per metterci al sicuro mentre gli altri ci passano a fianco, spintonandoci; qualcuno mi pesta l’abito, lo strattone fa scivolare la mia mano dalla sua e rimango più indietro; mi alzo il vestito quel tanto basta da non inciampare e ricomincio a correre, vedo Jack che cerca di arrivare a me ma la fiumana di gente lo allontana, continua a controllare dove sono e continua ad allungare una mano verso di me, per quanto urli il suo nome lui non riesce a sentirmi, credo che continui a chiamarmi ma neanche io lo sento, corro tra le spallate della gente che mi vuole superare mentre sono senza fiato, qualcuno mi spinge da dietro per farmi scansare e cado inesorabilmente a terra, incrocio gli occhi sgranati di Jack mentre crollo. Lotto con tutte le mie forze per potermi rialzare in piedi ma la folla in panico continua a pestarmi e spingermi giù senza preoccuparsi che lì per terra c’è qualcuno da aiutare, qualcosa mi colpisce alla nuca, diventa tutto nero e svengo tra la folla.

Mi sveglio di colpo trovandomi in una stanza d’ospedale illuminata solo da lampade ad olio, sento la testa pulsare; strizzo gli occhi come se mi aiutasse a far calmare tutto il trambusto che ho in testa.
«… al parco l’altra sera?» sento una voce di donna adirata dietro il separé.
Cavoli, non credevo di essere così grave da essere portata in ospedale.
«Cosa dovevo fare? Lasciarla lì? Era in una pozza di sangue! Aveva una ferita grave in testa ed era svenuta! Se non l’avessi portata qui con le nostre cure mediche forse non sarebbe neanche sopravvissuta!» risponde a tono una seconda voce.
Cerco di mettermi seduta ma come una forza soprannaturale mi ributta sul letto facendomi girare ancora di più la testa.
Non conosco la voce di chi mi ha portato qui, e Jack? Mi ha lasciato lì per salvarsi? Non ci credo. Eppure qualcosa mi dice che non sono in ospedale e non capisco dove altro potrei essere.
«Non era un problema tuo! E adesso cosa ne facciamo, la buttiamo in un angolo ancora svenuta? Se la teniamo qui e si sveglia, ci scopre e cosa facciamo?» ribatte la prima voce.
Ok, non sono in ospedale, e non mi piace per niente l’idea, quello di cui stanno parlando; essere buttata in un angolo svenuta. Ma che hanno fatto? Mi hanno rapita? sento il cuore battermi a mille e cerco di trattenermi immobile.
«Ma sei impazzita? Se ha un trauma cranico grave? Dobbiamo prima vedere come sta e poi valuteremo la situazione»
«Valutare la situazione? Ci vedrà in faccia! Non saremo più al sicuro! Se lei se ne va, noi siamo a rischio! E io non ho alcuna intenzione di rischiare tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora per un bel faccino!»
La mia incredulità sta prendendo il sopravvento, ne ho sentite tante, ma dopo tutto l’impegno che ho messo nell’imparare educazione e maniere non permetto ad una donna dalla voce insipida di definirmi solo un bel faccino.
Sento un colpo come di pugni che sbattono su qualcosa di metallico e rimango immobilizzata.
«Stai zitta! Non sai neanche chi è! Non puoi sapere quello che farà quando si sarà svegliata! È una ragazza per bene, non ci metterà nella merda se le spieghiamo la situazione»
«Parli come se la conoscessi!» sibila la voce femminile
Quella frase inquisitoria e un silenzio imbarazzante, vuoi dirmi che lo conosco? Che ho già incontrato la persona che mi ha portato qui?
Inizio ad ascoltare quella voce per cercare di collegare un volto senza risultati.
«Fatto sta che non ci posso credere che i rivoluzionari bellici abbiano fatto una cosa del genere! Non puoi pensare di demolire una statua e che il popolo sarà dalla tua parte, prima devi far capire le ragioni, devi accompagnarli nell’apprendimento di una nuova epoca storica, non puoi mettergli le nozioni in faccia sperando che le accettino di colpo, come se avessero spiegato qualcosa poi… E come se non bastasse, ora cercheranno tutti i gruppi dei rivoluzionari e anche noi non potremo più fare le nostre ricerche in pace!»
Chi sono i rivoluzionari? Non ne ho mai sentito parlare…
No aspetta… non sono rivoluzionari, sono i ribelli! Sono stata rapita dai ribelli, e conosco uno di loro? Mi conosce abbastanza da fidarsi di me e sapere che starò zitta? Stringo i pugni tirando il lenzuolo che copre il materasso cercando di rimanere ferma. I ribelli hanno più fazioni? E io in che fazione sono finita? Fanno ricerche? Su chi o cosa? Le faranno su di me? E perché si fanno chiamare rivoluzionari?
Se mio padre lo sapesse… sarebbe un’informazione molto interessante, scoprire le fazioni dei ribelli, ed eliminarle una ad una. Ma se mi conoscono, sanno chi sono, non mi lasceranno mai libera.
Sono sconvolta da tutto quello che ho scoperto anche se inizio ad avere dei dubbi se ciò che ho appena sentito sarà tutto vero o sia frutto della mia immaginazione. Rilassati e vedrai che ti sveglierai con calma nella tua stanza. Attendo pazientemente che i due interlocutori escano dalla stanza per alzarmi ma ho il cuore che batte talmente forte che ho paura di attirare l’attenzione; cerco di fare dei respiri profondi per far calare la tensione. Ascolto attentamente i loro suoni nell’attesa di rimanere sola: sento dei fogli strusciare, vengono sfogliate delle pagine, uno sbuffo, commenti con termini medici che non riesco a comprendere e dopo un tempo che sembra infinito, finalmente sento la porta chiudersi.
Rimango in attesa pochi secondi ma non sento altri suoni, tiro un sospiro di sollievo. Volto lo sguardo e vedo il mio abito sgualcito, strappato e sporco di sangue incrostato appeso ad una gruccia, alzo quindi la coperta e noto di avere addosso una tunica bianca.
Ripenso alla sera dei fuochi, Jack che voleva salvarmi e tornando non avrà trovato nulla se non una pozza di sangue, a come si sentirà in colpa per avermi dato retta ed esserci inoltrati per vedere i fuochi. Cerco di rimettermi seduta sul lettino ma devo tenermi la testa da quanto continua a girare e mi porta ad avere un conato di vomito.
«Alla tua destra c’è un secchio, se devi vomitare» sento la stessa voce maschile di prima, lo spavento del sapere di non essere sola mi blocca il senso di nausea, cerco di vedere oltre il separé per capire chi sia questa persona che conosco e che mi ha salvato. Lo vedo seduto alla scrivania che continua a scartabellare fogli.
[…]
«Come ti senti?»
«Mi sembra bene» rispondo poco convinta.
«Ti conviene rimanere sdraiata, hai preso una bella botta; rischi confusione, nausea, forti mal di testa e vertigini»
«Credo di avere tutto» guardo verso il basso incurvandomi, sembra che aiuti ad attenuare tutti i miei sintomi.
«Dato che ti sei svegliata, se non ti spiace vorrei poterti visitare per vedere se è davvero così»
Sono davvero incerta, è un ribelle ma mi sembra impossibile che mi abbia salvato, sembra molto più “umano” di come vengono descritti, da mio padre in primis e dai giornali, anche se è per colpa loro che sono qui. Sento che non dovrei fidarmi ma il mal di testa è talmente pulsante che non voglio ribattere. Mi fa sedere appoggiando la schiena al cuscino, osserva i miei riflessi e la vista, seguono dei cenni positivi della testa e le sue spalle si rilassano.
«Come ti chiami?»
Alzo un sopracciglio guardandolo malfidente.
«È per capire se hai avuto danni alla memoria, quella a breve termine c’è, dato che ti ricordi di me, ma vorrei controllare meglio» sospiro.
«Mi chiamo Luce»
«Ottimo, e i tuoi genitori?»
Ci penso, mi devo sforzare.
«Sì sì, ce l’ho sulla punta delle lingua» mi stringo le mani intorno alla testa rendendomi conto che è fasciata. Ecco perché non avevo capelli che mi finivano davanti agli occhi. «Sì, sono Patrick e Lynette. Ne sono certa. Non offenderti ma non ho intenzione di raccontarti altro sulla mia vita, ho capito di non essere in ospedale e non mi sento molto a mio agio» mi stringo le braccia; il suo sguardo gentile sparisce, il suo sorriso diventa una linea rigida ma non si scompone e ignora i miei commenti.
«Se riesci a stare seduta e girarti ti controllo la ferita, mi spiace ma ho dovuto tagliarti un po’ di capelli, la ferita era profonda e dovevo medicarla con cura»
Faccio un respiro profondo per auto convincermi che andrà tutto bene se gli volto le spalle, se avesse voluto farmi del male mi avrebbe lasciato nel prato, Kris srotola la benda con delicatezza e strizzo gli occhi per sopportare il fastidio senza lamentarmi della garza che viene staccata dai capelli, lo sento fare dei “mh mh” positivi; mi cambia la garza e rifascia la testa.
Finalmente mi posso risedere, lui sposta il separé e si avvicina alla scrivania.
«Allora mmhh Kris, davvero non potrò più andarmene da qui?» si irrigidisce e si appoggia alla scrivania per guardarmi, incrocia le braccia.
«Da quanto hai ascoltato il nostro discorso?»
«Quanto basta per poter fare questa domanda. A casa ho delle persone preoccupate della mia scomparsa! I miei genitori e il mio fidanzato saranno atterriti!» si sente quanto anche io sia preoccupata per loro e allo stesso tempo quanto non mi fidi di lui; sospira sonoramente.
«Senti, se non ti avessi salvata ora saresti potuta essere in coma, avere un’emorragia cerebrale senza considerare che magari avresti potuto rischiare la perdita della memoria, non c’è da scherzare con le botte in testa; sempre se non fosse stata fatale»
Con questa frase mi zittisce, ho pensato solo a me stessa, senza neanche ringraziarlo che forse, se non fosse stato per lui, ora non sarei neanche viva; non ho neanche pensato a lui, è vero, è un estraneo, ma si era preoccupato per la mia incolumità e da come parlava con quella ragazza ha rischiato molto portandomi qui.
«Scusami, hai ragione. Grazie per avermi salvato» rispondo sinceramente, lui lo capisce e mi mostra un timido sorriso.
«Domani proverò a sentire Trevor per sapere se potrai tornare a casa, non ti assicuro niente, non è mai successo che qualcuno dopo essere entrato nella nostra sede sia tornato alla vita di tutti i giorni; ma non voglio toglierti la speranza»
«Non puoi sentirlo subito?» chiedo supplicante.
«Sono le 11 di sera, ed in questo momento non è qui, quindi devo per forza sentirlo domani» controllo la mano, l’orologio e l’anello sono ancora al loro posto.
«Per quanto tempo sono rimasta incosciente?»
«2 giorni, stavamo iniziando a preoccuparci»
«Cosa?!» esclamo stupefatta.
«Già, quasi 48 ore spaccate» assimilo la notizia rendendomi effettivamente conto di quanto tempo manco da casa.
«Stai bene? Sei impallidita di colpo!» Kris è già vicino a me tenendo le braccia a distanza ma pronto a prendermi se dovessi avere un mancamento.
«Sto bene, pensavo solo come staranno male i miei dato che manco da due giorni. Non sono mai stata lontana da casa e sicuramente sapranno che l’ultima volta che sono stata vista stavo cadendo in mezzo ad una folla impazzita»
«Mi dispiace, ho dovuto agire di fretta, non me la sono sentita di lasciarti lì, non ho potuto abbandonare qualcuno che aveva bisogno di cure urgenti» sembra davvero frustrato per questa scelta.
«Grazie» lo risveglio dai suoi pensieri e si allontana di nuovo. «Posso farti delle domande?» chiedo intimidita.
«Non potrò rispondere a tutto, ma vedrò cosa posso fare, spara» si rimette come prima, ma il suo viso è disteso.
[…]
«Ma quindi qui cosa siete, dei ribelli/dottori? Avete delle sale per le visite se mi hai portato qui e con quello che mi hai detto prima, avete medicinali e credo che abbiate anche dei macchinari che in ospedale non hanno» lui corruccia la fronte per racimolare le idee e spiegarmi al meglio.
«Non è che siamo ribelli dottori, noi siamo dei rivoluzionari, e abbiamo deciso di dedicare la nostra vita allo studio, o meglio alla riscoperta, delle tecniche curative, solo che per fare questo abbiamo dovuto saccheggiare i vecchi ospedali abbandonati dopo la rivoluzione degli androidi e ora dobbiamo ristudiare il funzionamento dei macchinari e adeguarli a ciò di cui disponiamo oggi. Ma dato che l’evoluzione è stata bandita siamo stati definiti ribelli»
«L’evoluzione non è stata bandita! È che non possiamo più evolverci per via di quell’esplosione elettromagnetica! Ha fatto sparire l’elettricità, bloccando tutti gli androidi, e siamo tornati a questo periodo storico dove viviamo tutt’ora» dico convinta, sento la stessa convinzione che aveva mio padre nel suo discorso al mio compleanno, e sono certa che sarebbe stato orgoglioso di me per questa certezza; lui invece mi sorride come si fa a un bambino che fa tenerezza.
«Perché allora per curare delle persone malate dobbiamo portarle qui? Perché non possiamo lasciarle in ospedale dove c’è gente pagata per curarle?»
«Non ci credo che lo Stato non aiuti i malati! Se ci fosse qualsiasi cosa che potesse fare per aiutarli sicuramente lo farebbe» gli rispondo convinta.
«Non è tanto la questione del curare dei malati, quanto uccidere la speranza e la credenza di poterci evolvere. Non possono permettere che solo determinate aree scientifiche, per quanto importanti, possano crescere e migliorarsi: o tutte o nessuna. Fidati quando ti dico che se fossi stato certo di poterti portare all’ospedale e che avresti ricevuto le migliori cure possibili, allora ti avrei portato lì»
Fidarmi di lui… lo guardo scettica storcendo le labbra, non ho le forze per mantenere un’espressione neutra ed educata: cambio argomento per sapere il più possibile.
«E i ribelli bellici? Sono stati loro che hanno demolito la statua se non ho capito male? Loro rimodernizzano armi quindi? Cercano di realizzarle più evolute di quelle del governo? Perché hanno fatto esplodere la statua della Regina Leonora? Quante fazioni ci sono?»
Lui sospira amareggiato guardando l’orologio.
«Stai andando un po’ oltre, ma se dovessi rimanere qui, potrei rispondere ad altre domande»
«Aspetta, perché tu sei qui? Perché hai deciso di entrare nei ribelli? Perché in questa fazione?»
Si blocca e per un secondo riesco a scorgere qualcosa di doloroso in lui.
«Siamo rivoluzionari, non ribelli!» ribatte quasi urlando ed esce sbattendo la porta.
«Cosa faccio il resto della notte?» gli urlo a porta già chiusa e non mi degna di risposta.
Mentre il tempo passa continuando a ripensare ai miei ultimi momenti con Jack, il suo sguardo carico di terrore, mi immagino la scena in cui trova la pozza col mio sangue, di come cerca di dirlo ai miei genitori, di loro che soffrono, decido che devo provare a uscire da lì subito, senza aspettare nessun responso: loro hanno bisogno di me, loro hanno bisogno di sapere che sto bene. Mi avvicino alla porta e la apro, la richiudo ripensando a Kris, ma scaccio quel pensiero, i miei familiari sono più importanti; la riapro senza ulteriori remore trovandomi in un corridoio, tengo la destra e proseguo lentamente, a piedi nudi sul pavimento freddo, cercando di fare meno rumore possibile, a pochi passi da me sento lo scatto di una porta che si apre e il termine di un discorso. Mi accuccio nella speranza di non essere vista e la persona uscita si allontana nella mia stessa direzione senza notarmi.
Proseguo per diversi corridoi, nella speranza di andare nella direzione giusta, ma più mi allontano dalla stanza dov’ero più sento pervadere l’aria dall’odore di fumo.
Arrivo a una grossa porta in metallo socchiusa, osservo oltre e trovo un mondo completamente diverso, se dove sono ora sembra di essere in ospedale, lì davanti a me ho una cantina abbandonata, si vede il pavimento sporco, le pareti piene di aloni dovuti all’umidità; l’odore di muffa mista a fumo mi avvolge quando apro la porta quel tanto che basta per controllare che non ci sia nessuno all’interno.
«Hey, cosa ci fai qui?» mi urla una voce femminile alle mie spalle, cazzo!
Spalanco la porta ed inizio a correre, non so dove sia l’uscita ma in fondo allo stanzone trovo una rampa di scale, inizio a salire facendo gli scalini due a due; la nausea e i giramenti di testa aumentano e inizio a vedere dei puntini bianchi davanti agli occhi ma non posso permettermi proprio ora di fermarmi, scaccio i puntini scuotendo la testa ma rimangono e la mia stabilità peggiora.
Proseguo imperterrita annaspando e aggrappandomi al corrimano per tre rampe di scale, alla fine noto delle finestre da cui intravedo la luna, ottimo, non sono più nei sotterranei, esco dal vano scala e mi ritrovo in una sala con una trentina di persone che mi stanno guardando incuriosite, sono fregata, la loro espressione cambia quando vedono che sono inseguita. Mi guardo intorno prendendo fiato e calmando i giramenti di testa; vedo in una finestra poco distante una via di fuga: provo il tutto per tutto e corro per saltare fuori ma colpisco qualcosa all’altezza dello stomaco: una fitta mi pervade in tutto il corpo e trattengo il fiato.
«Meno male, l’hai presa» dice affannata la stessa donna che mi ha visto, mi rendo conto di essere stata presa al volo da un uomo.
«Chi è?» chiede tenendomi ancora a mezz’aria mentre mi divincolo, mi sento un fuscello mentre mi tiene col suo braccio muscoloso; i suoi occhi scuri mi fissano aggressivi mentre lo scruto con altrettanta cattiveria.

09 giugno 2019

Evento

Vercelli - Libreria Mondadori
Durante il festival del fumetto "Vercelli tra le nuvole" presenterò presso la libreria Mondadori "Rintocchi Segreti" con un'intervista e successivamente sarò presente in Piazza Cavour presso lo stand "MoguWork" per chi fosse interessato a conoscermi e parlare del libro.
Vi aspetto numerosi!

Commenti

  1. Mari

    (proprietario verificato)

    Luce ha tutto quello che sognerebbe una vera principessa; famiglia ricca, privilegi, e un fidanzato sì scelto dai genitori, ma innamorato e gentile. Eppure lascia tutto quando incontra, in un momento drammatico, i ribelli, e scopre una realtà che non avrebbe mai immaginato.
    Il mondo che conosce è stato completamente ridisegnato da quando si sono fermati gli androidi, anzi sono stati fatti fermare!
    La parte di romanzo che ho letto mi ha colpito per la crescita di Luce e i misteri di questo mondo steampunk, sono davvero curiosa di leggere il resto!

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Cinzia Zallot
Nata il 13 agosto 1987 in un’importante città del vino piemontese; studia e si diploma come geometra ma dopo diverse esperienze comprende che non è la sua strada. A 15 anni si avvicina alla lettura grazie a un libro regalato per caso e come un colpo di fulmine non riesce più a farne a meno; successivamente si rende conto che leggere non le basta più e inizia a scrivere alcune fan fiction e un racconto breve. Infine prende coraggio grazie al supporto del marito Alessandro e scrive il suo primo romanzo “Rintocchi segreti”.
Cinzia Zallot on sabinstagramCinzia Zallot on sabfacebook

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