Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Riotwave
54%
92 copie
all´obiettivo
79
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Dicembre 2021
Bozze disponibili

Dalla fantascienza distopica per sfociare nel Cyberpunk più splatter. Un paese ottuso dominato da un crudele tiranno ed i suoi scagnozzi: il Generale ed i suoi sette Comandanti. Una popolazione succube ed ignorante. Libertà nulle dipinte come scelte. Schiavi visti come uomini liberi. Guerre senza nemici. Pretesti senza prove e congiuntivi sbagliati. GAME OVER. L’ultimo dei ribelli non ci sta. Una strada impervia in stile videogame lo porterà a farsi largo tra le membra dei comandanti per trovare raggiungere il suo obiettivo: eliminare il Generale per liberare il Paese e raggiungere la pace tanto agognata.

Perché ho scritto questo libro?

Era un po’ di tempo che mi capitava di fare dei sogni stranamente vividi e avevo iniziato ad appuntarmeli su un taccuino. Una notte mi successe di riprendere il sogno dopo essermi svegliato per ben tre volte e nello scriverlo si delineò una storia molto personale dalle ambientazioni distopiche nitide e dalla geografia precisa. Ho deciso di pubblicarlo nella forma più fedele al sogno originale per trasmettere la dinamicità e l’importanza del messaggio racchiuso nel testo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1. Posto di merda

“Queste lezioni sono un parto… ma quanto dura un’ora?”

Il professore stava farneticando qualcosa riguardo al governo. Tra un pensiero ed un altro sentivo in sottofondo qualche sporadica frase del tipo “…ragazzi dovete essere grati al Generale….” oppure “….ci salverà dal demone straniero…” o anche “…bisogna preservare i buoni costumi della Grande tradizione…” Bah, non è che ne fossi molto convinto.

Da quando ero piccolo sentivo parlare del Generale, grande faro e speranza per il nostro grande Paese.

Continua a leggere

Continua a leggere

Mio nonno tuttavia mi raccontava una storia diversa, mi raccontava di quando da ragazzini correvano liberi nelle campagne andando a rubare la frutta ai contadini, di quando giocavano a pallone nei vicoli e di quando facevano i dispetti ai signori più vecchi che passavano giornate intere a giocare a carte nelle piazze.

Mi aveva anche raccontato di quando aveva conosciuto la nonna e di quando andavano in giro la sera facendo le ore piccole, una cosa che per me e quelli della mia generazione era impensabile. Per noi esisteva solo il coprifuoco e gli spostamenti autorizzati dal regime. Chi andava in giro senza il giustificativo era un senzatetto oppure ancora peggio: un ribelle. Il risultato era lo stesso. Doveva essere eliminato.

Spesso pensavo che mio nonno avesse una fervida immaginazione e che inventasse tutte quelle storie per evadere dalla realtà. Un po’ come stavo facendo io durante la lezione.

Avevamo studiato per anni la storia del nostro Paese nel periodo successivo all’instaurazione del regime, ma non avevamo la minima contezza di come o perché il Generale fosse salito al potere.

La cosa mi creava non poco disturbo.

Ripensando ai racconti del nonno volsi lo sguardo verso l’esterno attraverso le grate della finestra ingiallita e crepata.

La città sembrava una grande nave da guerra dismessa, tonnellate e tonnellate di acciaio logoro disegnavano torri alte fino al cielo.

Cielo era una parola grossa. Era più simile ad una massa densa di nuvole nere e giallastre. Quella fu la prima volta che realizzai di non aver mai visto il sole. Chissà se dalla cima di quei palazzi altissimi si riuscisse a vedere…

Girandomi dall’altra parte trovavo i miei compagni di classe trasognanti con lo sguardo pieno di orgoglio, infervorati da quello sproloquio patriottico. Servili teste di cazzo.

Sentire quelle frasi, vedere quei ragazzi in quell’aula fatiscente che sognavano un futuro migliore senza considerare che il governo nella migliore delle ipotesi avrebbe potuto ambire al mantenimento dello status quo mi dava un senso di profondo disagio. Cosa ci stavo a fare lì? Dovevo proprio nascere in una nazione ottusa e militarista devastata da una guerra senza nemico che durava ormai da 60 anni?

Sia io che i miei compagni vivevamo in condizioni di estrema povertà e quel poco che avevamo ci veniva sistematicamente tolto dai funzionari governativi. Quel poco che avevo era mia sorella. Mi fu tolta anche lei. Mi fu tolta per un capriccio di una viscida guardia in cerca di compagnia. Mi fu tolta perché si rifiutò di sottostare alle pretese di quell’uomo. Meglio così alla fine. Almeno era libera. Alla fine.

0

Molti dei miei compagni avevano vissuto storie simili alla mia eppure se ne stavano tutti lì, lobotomizzati da una fede tanto cieca quanto incrollabile in un sistema marcio, tutti tranne due.

Mark era un ragazzo magro, zoppo e coi capelli scuri, indossava vecchi vestiti lisi troppo piccoli per la sua altezza e portava degli occhiali spessi a cui mancava un’asta. Era nato da una grande famiglia benestante caduta in disgrazia in quanto accusata di opporsi al regime. Era l’unico sopravvissuto. Era l’unico sopravvissuto e doveva starsene lì a sentire elogiare i carnefici dei suoi cari. E se ne stava lì, immobile, senza sbattere le palpebre, fissando il professore con lo sguardo iniettato di sangue.

Yumi invece era una ragazza minuta e molto carina con un sorriso così meraviglioso che passavo ore intere a fissarla scordando di essere in quel posto di merda. Era sempre sulle sue e guardava spesso fuori dalla finestra assorta nei suoi pensieri. Era una delle poche persone che non aveva subito particolari traumi, suo padre era uno dei principali produttori di armi dello stato e pertanto godevano di un discreto tenore di vita. In classe c’erano anche i figli del Generale: Hideo e Alice.

Erano gemelli ed erano i ragazzi più viziati e sgradevoli che avessi mai conosciuto, anche se in tutta sincerità non posso negare che avessero molto talento e che riuscissero veramente bene in qualsiasi cosa si cimentassero. In più Alice era veramente una bella ragazza. Dettaglio del tutto ininfluente ma sempre degno di nota.

Hideo era il secondo miglior atleta dell’istituto, mentre Alice era la seconda miglior studentessa.

Per quanto riguarda me invece, sebbene fossi palesemente ostile al regime, avevo la fortuna di essere il miglior studente del nostro liceo. Il migliore in assoluto. Per questo motivo godevo di una certa libertà, cosa rara e preziosa ai giorni nostri. Forse era per questo che potevo farmi delle domande. Forse me le sarei fatte comunque. Non lo so.

Improvvisamente si spalancò la porta ed entrarono nell’aula otto soldati, o meglio, entrarono nell’aula il Generale in persona accompagnato dai suoi 7 comandanti.

Il professore scattò sull’attenti così come i miei compagni. Scocciato e non poco feci lo stesso.

I comandanti notarono la stentatezza del mio gesto e gridarono al professore: “E’ così che educa i nostri giovani?! Chiunque sarebbe onorato di essere al cospetto del nostro Generale!”.

Onorato un cazzo pensai.

Il professore tremava in maniera incontrollata, era palese che stesse cercando le parole giuste, tuttavia impiegò troppo tempo e fu colpito ripetutamente.

Mi dispiaceva per quel poveretto, però la cosa che mi dava ancora più fastidio era vedere la faccia di quegli stronzetti dei figli del Generale che se la godevano assistendo a quella scena di violenza gratuita.

Dovevo fare qualcosa o l’avrebbero ammazzato, in fondo era colpa mia.

Balzai in piedi e mi lanciai contro il comandante Jennsen.

Pessima scelta.

In una frazione di secondo mi trovai disteso per terra tra le file dei banchi con il naso che a momenti usciva dalla nuca.

“Porcaputtanachebbotta!” pensai.

1

Sembrava un po’ la versione nordica e incazzata di Paul di T*kken. “Johnny Br*vo di staminchia” bofonchiai arrogante.

Tentai di rialzarmi, ma niente. Mi girava tutto. Le vene pulsavano rumorosamente e un fischio acuto iniziò a risuonarmi nella testa. Dovevo vomitare.

Prima di riuscire a rimettere in fila i pensieri il comandante Gorbady mi salì su una gamba.

Sebbene fosse alto un metro e uno sputo era abbastanza in carne da superare comodamente i 150kg. Neanche a dirsi avere quella palla di merda sul ginocchio faceva un male del diavolo.

Quella faccia da infame e quel cazzoso cranio pelato mi stavano facendo salire il sangue alla testa, ad ogni mio tentativo di liberarmi il bastardo pigiava più forte allargando a dismisura quel ghigno beffardo.

I miei compagni assisterono alla scena in religioso silenzio. Il professore era svenuto a terra, tumefatto dalle percosse. Almeno avevano smesso di infierire.

Il Generale si stava avvicinando con un sorriso strafottente stampato sulla faccia, non l’avevo mai visto così da vicino. Era un uomo alto senza capelli dal viso truce e dall’aria autoritaria, dava una brutta sensazione. La sua testa era coperta di vistose cicatrici ed i suoi occhi erano bianchi e vitrei senza iridi.

Farfugliò qualcosa del tipo: “Hai le palle ragazzino… E’ un peccato doverti eliminare, ci saresti potuto tornare utile un giorno. Però alla fine sai come si dice, meglio un ragazzino in meno oggi che una grana domani…”

Quella voce bassa e roca lasciava chiaramente intendere che non stesse scherzando. Avevo decisamente pisciato fuori dal vaso.

Nell’udire quelle parole i suoi figliuoli Hideo e Alice si erano protratti verso di me per godersi meglio la scena. Nel loro tamburellare sul banco, le dita di Hideo lasciavano trasparire una certa impazienza.

All’improvviso la nostra compagna Yumi esclamò: “Guardate! La città va a fuoco!”

Il Generale si voltò verso la finestra.

A terra dov’ero non riuscivo a guardare fuori, però a giudicare dalle loro facce doveva essere la verità.

Neanche il tempo di pensare “Checculo!” che il comandante palla di merda mi aveva stampato un calcio sui denti.

—————————————————–

Mi svegliai di soprassalto.

Perché avevo fatto quel sogno? Perché mi era tornato in mente quel ricordo? Mi faceva male la gamba.

Erano passati parecchi anni da quando avevo abbandonato la scuola per diventare un ribelle, chissà che fine avevano fatto i miei compagni.

Yumi e Mark erano anche loro nella Resistenza, la prima come medico, il secondo come ingegnere. Hideo ed Alice erano finiti nell’esercito regolare al fianco del Generale.
Gli altri non lo so. Spero siano ancora tutti vivi.

2

Impiegai qualche secondo per realizzare di trovarmi all’interno della base: un labirintico complesso di gallerie sotterranee che raggiungeva i 50 chilometri di diametro costruito 20 metri sotto la capitale. In quanto ufficiale di alto grado avevo diritto ad una piccola stanza privata, lusso raro considerati i tempi difficili.

La camera era spartana ma accogliente. Aveva un letto e un armadio, niente finestre e niente luce.

Esistevano solo tre uscite che portavano nei diversi quartieri dove riuscivamo ancora a recuperare dei generi di prima necessità; i tempi erano sempre più difficili, la crescente fame portava i miei compagni ad essere meno cauti negli approvvigionamenti. Era solo questione di tempo prima che i bastardi trovassero una delle entrate e scoprissero la posizione della base, inoltre i civili disposti ad aiutarci erano sempre meno.
Le nostre fazioni più estreme ed avventate, apparentemente spinte dalla disperazione, avevano iniziato ad agire nella stessa maniera dei nostri oppressori seminando così panico e risentimento nella popolazione civile.

Non riuscivo a togliermi di dosso la brutta sensazione che questa deriva violenta non fosse nata spontaneamente. Dannate paranoie.

Non avevamo ancora subito un attacco diretto ed esporre una teoria del genere senza prove concrete non avrebbe fatto altro che compromettere ulteriormente un equilibrio già precario generando un clima di profonda diffidenza. Inutile dire quanto sarebbe stato dannoso.

Era necessario creare un vantaggio strategico. Il tempo era contro di noi e si era reso necessario definire rapidamente un piano d’azione efficace. Dovevo parlare con il Colonnello: una delle poche persone di cui mi potessi fidare.

Le linee telefoniche erano state tagliate anni prima così come i principali mezzi di informazione: era rimasto un solo canale televisivo controllato dal ministro della propaganda.

Per le nostre comunicazioni interne avevamo ripristinato la vecchia linea telegrafica.

Erano cambiate parecchie cose da quando ero ragazzino: molte fabbriche avevano chiuso oppure erano state riconvertite a scopo militare, la fonte principale di energia era tornata ad essere il carbone che regalava al Paese un cielo di un bel grigio scuro. I dipendenti delle fabbriche avevano trovato lavoro come soldati, le ville e le case signorili erano state rase al suolo per fare spazio a minacciosi parallelepipedi di cemento che arrivavano fino al cielo.

Mi era capitato di entrare in uno di quei palazzi una sola volta durante una missione e mi aveva stupito il fatto che dalle finestre dei piani superiori al decimo non si vedesse nulla se non una fitta coltre buia.

Si diceva che ci fosse un solo grattacielo in tutta la regione così alto da superare le nuvole e che vi abitasse una sola persona: il Generale. Considerando il fitto strato di inquinamento ed il divieto tassativo di sorvolare la nazione non vi era modo di sapere quale fosse l’edificio. Tutti i nostri sforzi per identificarlo erano risultati vani fino a quel momento.

Perso nei miei pensieri non mi ero reso conto di quanto tempo fosse passato e di quanti chilometri avessi percorso facendo avanti e indietro nei due metri e mezzo per quattro della mia stanza.

-“Dai torna a letto che è ancora notte fonda” La voce di Yumi mi aveva riportato alla realtà.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Riotwave”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Massimiliano Villani
Massimiliano Villani, nato a Torino nel lontano 1992, è un compositore Italiano che ha studiato Matematica teorica all’Università degli Studi di Torino per poi laurearsi successivamente in Management. Con diverse pubblicazioni musicali all’attivo sotto lo pseudonimo di Chen Domodossola, inizia a trascrivere i propri sogni in seguito ad una forma di disturbo del sonno provandoci sempre più gusto anche dopo avere superato la fase critica. Le sue opere hanno un forte contenuto sociale espresso in chiave distopica Cyberpunk e sebbene siano state scritte per puro diletto personale, sono attualmente in fase di pubblicazione. Riotwave è il primo sogno trascritto fedelmente.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie