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Ritorno a Elsinore

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Consegna prevista Giugno 2020

Danimarca, inizio maggio 1614. Una compagnia teatrale dovrà esibirsi a Elsinore. Ma presto si apprende che è solo un pretesto per nascondere il vero motivo dell’esibizione, cioè fare luce sul finale della tragedia di Amleto, di una dozzina d’anni prima.
Non ancora realmente deceduto, un medico al seguito di Fortebraccio gli propinò un antidoto.
Fu affidato alla Compagnia esibitasi davanti a Re Claudio, mentre era in coma profondo, e dopo circa 5 anni, al suo risveglio, privo di memoria, venne convinto d’essere Tèlamo, un attore che durante le prove fu vittima d’un grave incidente.
Dopo circa 12 anni, Leonora, figlia del capocomico, all’epoca una bambina, e Tèlamo s’innamorano.
Orazio e Fortebraccio, venuti a conoscenza di questo fatto, decidono di rivelare a Tèlamo la verità, ma con le dovute cautele.
A seguito di un violento choc, Tèlamo riacquista la memoria.
Gli eventi precipitano e tutti vengono colti di sorpresa.
Toccherà ad Amleto, ora, affrontare i nuovi problemi: come gestire il rapporto con Leonora? Quale sarà il suo ruolo a Elsinore?

Perché ho scritto questo libro?

Circa 15 anni fa mi ha assalito un dubbio: e se Amleto non fosse morto?
Lo sostiene un dato: Amleto è stato solo sfiorato dalla punta avvelenata della spada di Laerte, quindi fisicamente è rimasto integro.
Dovevo verificare se anche la tempistica dell’opera potesse sostenerlo.
Ho rilevato che, dalle ultime parole di Amleto all’arrivo di Fortebraccio e al finale di tragedia, trascorrono poco più di due minuti. Quindi,  sicuramente, un medico al suo seguito ha potuto accertarsi del trapasso non definitivo di Amleto e intervenire.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1 – La convocazione

L’uomo bussò discretamente all’uscio di una delle tante case di Odense, di quelle da gente comune, né sfarzosa né misera.

Era già buio e il suo bussare, normale per chiunque altro, era, invece, un chiaro segno di riconoscimento per Èscalo e Armonia.

Data l’ora tarda, Leonora, loro giovane figlia, non pensò nemmeno d’andare ad aprire né si sorprese che neanche la madre lo facesse, per cui continuarono senza scomporsi a trafficare coi costumi di scena che, anche se a breve non erano previste esibizioni, era bene tenere sempre in ordine. Rammendando laddove occorreva mettere una toppa, ricucendo laddove bastava ridurre uno strappo.

Perciò era naturale che fosse Èscalo ad andare ad aprire e con la dovuta calma: a differenza di altre occasioni, stavolta non doveva preoccuparsi di eventuali occhi e orecchie indiscreti.
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– Vi attende domattina, a circa un’ora dopo l’alba, al solito posto.

Bisbigliò l’uomo non appena fu con Èscalo a qualche passo distante dall’uscio.

– D’accordo – rispose con fermezza Èscalo – riferite che sarò puntuale e che verrò con mio cognato.

Soddisfatto l’uomo salutò Èscalo che, ricambiatolo, rientrò in casa.

Nessuna delle due donne gli chiese qualcosa ma, non essendo per natura un uomo taciturno, per non destare sospetti, gettò lì un:

– Domattina dovrò incontrare un impresario, spero vi sia la possibilità di un lavoro.

– Occorrerà avvertire Tèlamo, allora – intervenne Leonora.

– No, stavolta andremo solo io e tuo zio. Conosco il tipo, è più facile che non se ne farà niente, perché cercherà di offrirci delle condizioni capestro. Meglio non dargli la possibilità di pensare che abbiamo bisogno di lavorare, vedendo troppa gente che accorre interessata alla sua richiesta d’incontro.

L’argomento fu abbastanza convincente per Leonora, non era la prima volta che degli impresari di pochi scrupoli tentavano di accaparrarsi le prestazioni della rinomata Compagnia. Per molti anni era stata costretta a ridurre l’attività in quanto non in condizione di coprire lunghe distanze.

Per Leonora, come per altri, oltre alla precaria salute di Tèlamo dei primi anni e a una situazione di crisi d’ingaggi per la Compagnia, ciò non aveva causato problemi di natura economica, anzi, da quel lato erano stati ben ripagati per il loro adoperarsi, affinché nulla venisse a mancare di quanto fosse necessario alle cure e all’assistenza di Tèlamo.

Molti attori, però, col tempo e alla spicciolata, avevano preferito rivolgersi ad altre Compagnie, non essendo disponibili a sacrificare la loro attività più di tanto. Così, infine, la Compagnia s’era ridotta a soli sei elementi: Èscalo, sua moglie Armonia, la figlia Leonora, il cognato Balto, vedovo fratello di Armonia, il figlio di quest’ultimo Goffredo, coetaneo di Leonora, e l’ormai ristabilito Tèlamo.

Dal grave infortunio di Tèlamo erano trascorsi circa cinque anni, prima di poter riprendere l’attività ai ritmi precedenti ma n’erano trascorsi già altri due e ancora gli effetti del forzato drastico rallentamento si facevano sentire. Molti degli antichi rapporti cogli impresari s’erano deteriorati, a causa delle eccessive rinunce, e stentavano a recuperarli. Cosa che rendeva difficile anche l’ingaggio di nuovi attori, nonostante il gran daffare che si dava Tèlamo.

Il suo dinamismo, in verità, non era solo frutto della sua indole vivace. Comprendeva benissimo che non aveva avuto alcuna responsabilità, per l’incidente subito in quell’infausto giorno a Elsinore, così come ripetutamente gli era stato assicurato. Ciononostante, la consapevolezza che il suo infortunio aveva giocato un ruolo determinante nell’attuale situazione, gli dava una carica in più.

Non ricordava nemmeno quando e come fosse precipitato giù da una scala, durante le prove di uno spettacolo. Battendo violentemente la testa e lasciandolo in coma per circa cinque anni. Al risveglio non ricordava più nulla, il suo passato era stato azzerato ed Èscalo aveva potuto raccontargli quel poco ch’egli conosceva. Fortunatamente, la sua forte tempra gli aveva consentito di bruciare i tempi durante la necessaria riabilitazione e da lì a poco aveva potuto iniziare lo studio di alcuni testi dell’ormai perduto repertorio.

2 – L’appuntamento

Orazio non aveva chiuso occhio tutta la notte. Una miriade di pensieri e di timori gli si accavallavano nella mente in spasmodica combutta tra loro, quasi a volere ciascuno sopraffare l’altro, reclamando una precedenza d’importanza. Destinata, però, a sfocarsi e a dissolversi, senza ch’egli se ne rendesse conto, non appena l’uno annientava prepotentemente l’altro. Salvo, poi, richiamarlo alla propria attenzione non appena tornava a rendersi conto che quel pensiero lì, quel timore lì, non era ancora giunto ad una soddisfacente soluzione.

Gli fece, perciò, l’effetto di una sorsata d’acqua fresca ad una gola per troppo tempo tormentata dall’arsura, quel bussare discreto d’un servitore della locanda che l’avvisava dell’alba appena sorta.

– Sì, va bene – gli rispose ad alta voce, mentre saltava giù dal letto, scrollandosi in un sol gesto tutto quel pesante fardello notturno – tra mezz’ora portami la colazione!

L’attendere speditamente a tutte le incombenze che richiedeva la cura della sua persona appena levato, gl’impedì di ricascare nell’assillo.

Di lì a poco arrivò il servo con la colazione, consumando la quale riordinò un po’ le idee circa l’argomento da trattare coi due uomini che attendeva.

Dopotutto, anche s’era intervenuta un’imprevista complicazione, era da considerarsi la benvenuta se, guardandone il lato positivo, avrebbe avuto l’effetto d’un grosso masso scagliato nella torbida acqua d’un secolare stagno. Al pari di quello, infatti, avrebbe potuto riossigenare l’ormai putrido liquido, riportando a nuova vita ciò che sembrava destinato, invece, all’oscuro oblio.

Il discreto bussare lo sorprese, pertanto, quando l’ansia notturna s’era ormai dissolta e la colazione era stata consumata già da una decina di minuti.

– Avanti!

– I signori che attendeva sono arrivati signore – esordì il servitore appena entrato.

– Bene, falli accomodare e porta via il vassoio. Bada che nessuno si trovi a sostare vicino alla porta.

– Sarà fatto, signore – replicò ossequioso l’uomo, lo stesso che la sera prima aveva avvisato Èscalo, come già faceva da parecchi anni, fedele messaggero di Orazio in città. Quindi uscì, richiudendosi la porta alle spalle, riaprendola poco dopo per introdurre Èscalo e Balto. Introdotti i due, andò spedito a prelevare il vassoio coi resti della colazione di Orazio e tornò ad uscire definitivamente.

– Accomodatevi amici – l’invitò Orazio mentre si portava dietro a un tavolo – col Re Fortebraccio abbiamo ponderato per giorni il da farsi, dopo la novità di cui m’informaste qualche settimana fa. Non vi nascondo che la decisione è stata piuttosto sofferta ma, infine, siamo giunti ad una conclusione… Quanto tempo v’occorrerebbe per preparare, da oggi, la venuta di tutta la Compagnia a Elsinore?

Èscalo e Balto, che dal loro arrivo e dal successivo ossequioso saluto a Orazio erano rimasti in assoluto silenzio, pur pronti ad affrontare qualcosa di non propriamente gradevole, furono colti un po’ di sorpresa dalla domanda. Si guardarono un attimo in faccia, poi Èscalo si rivolse a Orazio.

– Beh!… attualmente non abbiamo impegni di sorta né sono previsti nell’immediato futuro… Noi ci teniamo sempre pronti per qualsiasi evenienza, perciò direi che – tornando a guardare Balto per averne una tacita conferma – un paio di giorni dovrebbero bastarci per essere pronti a partire.

– Bene! In quanti siete e quanti carri pensate di allestire?

Siamo rimasti solo in sei, signore. Oltre noi due, solo mia moglie, mia figlia, mio nipote e Telamo. Penso che allestiremo due carri, dovrebbero bastare.

– Quindi, presumo che in tre giorni e un paio di notti dovreste farcela ad arrivare a Elsinore, giusto?

– Sì signore, partendo all’alba e se il viaggio scorrerà liscio, in meno di una settimana da oggi potremmo essere a Elsinore.

– Andrà tutto bene, non temete. Dalla vostra partenza e fino al vostro arrivo, una staffetta di adeguate scorte veglierà sul vostro viaggio. Non sorprendetevi se, guardandovi intorno, non scorgerete anima viva. Siate certi che qualcuno, invece, non vi sta perdendo di vista, pronto a intervenire in caso di pericolo, ma anche qualora intravedesse una vostra richiesta d’aiuto.

A questo punto Èscalo non riuscì più a trattenere la domanda che fin dalla sera prima, subito dopo la convocazione, gli si era prepotentemente palesata in testa.

– Perdonate, signore… comprenderete la nostra apprensione ma… potreste dirci qualcosa in più su come voi e il Re avete pensato di affrontare la questione?… Comprenderete, è di mia figlia che mi preoccupo e, al ritorno a casa, anche mia moglie avrà bisogno di sopire una qualche apprensione!

– Comprendo perfettamente, Èscalo, né io né il Re possiamo pretendere più di quanto ci avete concesso finora. Perciò non ho alcuna difficoltà a riferirti quanto abbiamo deciso – rallentando soprappensiero, perdendo lo sguardo nel vuoto, palesando un’improvvisa preoccupazione – almeno fin dove e cosa c’è stato possibile considerare.

Quindi si fermò, come se avesse intravisto un pericolo fin allora celato. Gli altri si volsero tra loro, a cercare ciascuno conferma nello sguardo dell’altro d’un oscuro rischio, col fiato sospeso a pendere dalle labbra di Orazio che non promettevano nulla di buono.

Finalmente, dopo qualche secondo di eternità, Orazio si decise a riprendere, tornando sui due.

– La nostra idea, mia e del Re, dopo aver consultato Croto per averne la necessaria approvazione, è quella di riportare Tèlamo a Elsinore con tutta la Compagnia, per una esibizione.

Non ponetevi limiti di tempo, rimarrete a Elsinore quanto sarà necessario per giungere ad una soluzione. Le incognite sono ancora tante, ma una è la certezza a cui, giunti a questo punto, occorrerà attendere, a prescindere da qualsiasi conseguenza: Tèlamo dovrà riappropriarsi del suo passato.

È ormai scesa l’oscurità e nella piazzola antistante il castello di Elsinore, oltre alle guardie che sorvegliano l’ingresso, il cortigiano Persille sta in evidente attesa di qualcuno.

Improvvisamente, in lontananza, una fiamma solca l’oscurità. Persille l’osserva indifferente.

Dopo alcuni secondi dal castello esce Honirio, gran cerimoniere di Corte, che va da Persille con evidente apprensione.

– Allora?… Novità? – interrogandolo.

– Niente. Non si vede nessuno. Ho visto solo una stella salente.

– Cadente! Vorrai dire.

– No no, proprio salente!

Honirio lo guarda con rassegnata sopportazione per qualche secondo. Poi distoglie lo sguardo nella stessa direzione di quello di Persille, da dove s’attendono gli arrivi. Ancora qualche attimo e si rivolge repentinamente verso Persille con evidente allarme.

– Salente hai detto? Idiota, quella era una freccia infuocata… stanno arrivando.

Honirio rientra frettolosamente nel castello seguito a ruota da un mortificato Persille.

Raggiungono nell’atrio Orazio, l’antico fraterno amico di Amleto, ora ciambellano di Fortebraccio, Re di Danimarca designato dallo stesso Amleto in punto di morte, e Dianea, sedicenne sua sorella, Honirio lo informa dell’imminente arrivo, poi si dileguano: Orazio e Dianea da una parte, Honirio e Persille verso l’uscita del castello.

Elsinore, finalmente. Appena entrati nella piazzola del castello, restano solo Balto a cassetta del primo carro, Goffredo su quella del secondo e Tèlamo su quella del terzo. A terra Èscalo, Goffredo, Armonia e Leonora si appressano a Honirio e Persille. Dopo i convenevoli dei saluti, Honirio si rivolge a Persille.

– Occupati dei cavalli e dei carri. Poi ci raggiungi insieme agli altri tre.

Persille fa cenno a Tèlamo di seguirlo, sale a fianco di Balto e partono coi carri. Honirio si rivolge a Èscalo.

– Venite con me voi. Vi accompagno alle vostre stanze, vi darete una ripulita e tra un’ora esatta vi verranno a prendere per la cena.

Quindi rientra nel castello seguito dagli altri.

Negli appartamenti del Re frattanto, Fortebraccio e Orazio sono in trepida attesa. Dopo un po’ sentono bussare. Mentre Fortebraccio si reca dietro un tavolo, Orazio, appressandosi all’uscio:

– Avanti!

Entra Honirio. Inchinandosi a Fortebraccio:

– Maestà!

Orazio non sta più nella pelle e, sorprendendo l’ignaro Honirio, gli chiede ansioso:

– Allora?

– Sono arrivati ed ho già predisposto tutto come ordinatomi. Tra circa un’ora staranno a cena.

– Bene!… Honirio… probabilmente ti sarai poste delle domande sul perché di tanto interesse da parte del nostro Re per una comune Compagnia di teatranti. Ecco… il motivo è che la Compagnia tanto comune non è.

Oscillando con lo sguardo ora sull’uno ora sull’altro, Honirio fa sfoggio della sua diplomazia:

– E chi sono io per sentirmi in diritto di pormi delle domande sulle decisioni del Re?

– Non è questo il punto. La vicenda, per essere condotta a buon fine e con la necessaria delicatezza, abbisogna della tua discreta collaborazione.

– Non dovete fare altro che ordinarmi ciò che prontamente mi premurerò di eseguire.

– Ti racconterò sinteticamente una storia di cui conosci già una parte…

Orazio tira un profondo respiro, per raccogliere l’energia necessaria a fargli rivivere quei dolorosi momenti e mettersi in condizione di poterli raccontare. Poi riprende.

– Ricorderai il tuo arrivo qua, alla corte di Danimarca, al seguito del Re Fortebraccio, circa una dozzina d’anni fa e dei tragici avvenimenti che s’erano appena conclusi… Nella sala del castello, nei pressi del trono, giacevano i cadaveri di Re Claudio e, un po’ più scostato, quello della Regina Gertrude. Ancora più discosto, giaceva il cadavere di Laerte e, poco oltre, quello di Amleto. Tu eri rimasto più indietro, con il codazzo di luogotenenti e altri componenti il seguito del Re; per cui non hai potuto ascoltare quanto ci stavamo dicendo né capire cosa accadeva realmente. Il Re m’aveva raggiunto affiancato da Croto, il suo medico di fiducia, il quale, mentre mi relazionavo con il Re Fortebraccio, a un certo punto si staccava da noi e si recava a visionare i cadaveri. Si accertava abbastanza celermente delle condizioni di Claudio, di Gertrude e di Laerte. Poi si soffermava, pietoso, su quello di Amleto.

31 ottobre 2019

Aggiornamento

E se Amleto non fosse morto? Questo il titolo dell'articolo, frutto di un'intervista.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Idea brillante e originale, quella di far rivivere Amleto. Forse anche Shakespeare aveva in mente di scrivere qualcosa di simile, ma non ha avuto modo di farlo. Lo ha fatto ora Sebastiano Privitera, con una prosa piacevole e di facile lettura. Credo, e spero, che questo libro ottenga il successo che merita.

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Sebastiano Privitera
Nasco a Siracusa il 29 giugno 1953.
Ancora quattordicenne, scrivo le prime poesie.
Nel ‘69, durante la lezione di Lettere, m’imbatto in “Il bugiardo” del Goldoni. Ne resto folgorato e comincio ad ingozzarmi di teatro.
L’anno successivo, per un concorso dedicato ai ferrovieri, scrivo un atto unico, "La Befana del ferroviere". Il concorso viene annullato perché unico partecipante.
Nel ‘76 mi trasferisco a Reggio Emilia. Il lavoro mi impedisce di fare pratica di teatro, lo posso seguire solo tramite libri, TV, e abbonamenti stagionali.
Nel 2000 mi iscrivo ad un Corso di Teatro per principianti e, usufruendo della montagna di teoria trentennale, brucio le tappe.
Nel 2004 creo l’Associazione culturale “Di Prosa in Prosa”.
Nel 2015 scrivo la sceneggiatura di "Ritorno a Elsinore".
Nel 2016 riduco e integro la novella di Pirandello "La casa del Granella".
Nel 2019 "Ritorno a Elsinore" diventa anche un romanzo.
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