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Quando a Roma cala il sole

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Consegna prevista Agosto 2020

Pochi episodi per raccontare quello che potrebbe accadere in una città avvolta dalle ombre della sera, quando tutto è nascosto e tutto è visibile solo a chi vive interamente la sua città. Pochi personaggi, tutti diversi tra loro, ma anche tanto uguali nel dramma delle loro vite, lontano dai target di una vita cosiddetta normale, o forse anche fin troppo normale.

Perché ho scritto questo libro?

L’ho scritto perché alcuni di queste storie le ho vissute indirettamente, prendendo la metropolitana, girando per la città assistendo ad incidenti paurosi, parlando con gente che ha avuto un trascorso pesante e da dimenticare.
Ma anche per far pensare a tutti che la vita non è solo quello che si vive in prima persona, ma anche riuscire a vedere che c’è qualcuno che non ha tanta fortuna, ma nonostante tutto lotta ancora.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Fabio stasera ha staccato prima. È mezzanotte e mezza. Di solito prima dell’1,00 non stacca. Anzi, di solito ci sono sempre i rompipalle dell’ultimo minuto che ti fanno fare le 2,00 o le 3,00, cazzarando, ubriacandosi fino a non reggersi più in piedi e, spesso, molto spesso, vomitando in gabinetto o fuori dal locale. Fare il cameriere è un bel mestiere ma a volte ha dei risvolti abbastanza schifosi e rivoltanti.
Ma stasera Fabio ha staccato prima. Il suo capo, visto che non ci sono i su detti, ha deciso di chiudere prima, magari sperando di trovare la moglie ancora sveglia e riuscire finalmente a farsi una bella scopata, cosa che non gli riesce da almeno 2 mesi.Continua a leggere
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Lei da la colpa ai suoi orari. Ora vuole vedere che scusa inventa per non dargliela. Quindi si chiude e tutti a casa.
Fabio è felice. E’ da tanto che non torna a casa dalla sua compagna in un orario diciamo decente, e finalmente può coccolarsela un po’ di più.
Spinge la sua Smart a palla. Abita a 8 km dal ristorante, sulla Nomentana. Una cavolo di strada piena di semafori e di dossi. Spesso sente la sua scatoletta saltare come un grillo mentre ci passa sopra.
Arriva, parcheggia nel primo buco che trova, con la Smart non è difficile parcheggiare anche in un buco di tarallo.
È allegro, e pimpante sale in casa. Apre la porta, fa piano per fare una sorpresa alla sua Carla, che sicuramente è ancora in piedi a correggere i conti delle ditte che a lei si rivolgono come commercialista.
Si aspetta di trovarla seduta al tavolo del salotto circondata da scartoffie, sul suo bellissimo nasino i suoi occhiali da vicino, è un po’ presbite, e sicuramente sarà leggermente avvelenata per le tante cazzate che quegli idioti dei contabili, pagati profumatamente, fanno sbagliando anche un 2 +2.
Fabio si guarda intorno, ma non vede la luce in salotto.
“Forse si è addormentata, finalmente è andata a letto prima, una volta tanto” si dice dirigendosi verso la camera da letto.
Sente dei rumori, dei sospiri, dei gemiti. Apre piano la porta.
Carla è là sul letto che si dimena, ma non è da sola. Qualcuno è nel letto con lei che se la sta godendo al suo posto. Spalanca la porta di botto e questi si bloccano spaventati.
– Che cazzo succede qui? – urla come un pazzo.
Carla si alza dal letto, ma non è spaventata. Ha nello sguardo una freddezza glaciale. Gli si avvicina coprendosi con un lenzuolo. Poi, molto seccamente gli si rivolge con tre semplici parole: “Stavamo solo scopando”.
Fabio si sente cadere, ma prima molla una sberla alla donna facendola volare sul letto. L’uomo che era con lei si alza, gli si avventa contro, lo prende per il collo e lo solleva da terra con tutte e due le mani.
– Lascialo, Bruno, lascialo. Non ne vale la pena – e lo convince a lasciarlo.
Fabio cade a terra tossendo.
– Perché? – chiede.
– Perché?
Semplice, non ti amo più. Tutto ad un tratto ho scoperto di non amarti più, di non sentire per te niente altro che una specie di affetto. Forse sarà perché non ci sei mai, torni sempre tardi la notte, sei stanco e non si fa più niente, non c’è dialogo, niente.
Perché pensi che tutte le sere stavo fino a tardi a fare e rifare quei maledetti conti. Pensi per senso del dovere? No bello mio. Solo per tenere la testa occupata e cercare di non impazzire. Vivere con uno che la notte lavora, la mattina dorme fino a tardi e poi il poco tempo libero che ha lo passa a casa della madre e ti trascina con lui da quell’arpia che ho sempre odiato da quando l’ho conosciuta, odio reciproco tra l’altro, è come impazzire nel guardare le altre coppie intorno a te che hanno un dialogo, un affetto, anzi, un amore che ti dà la vera sensazione di cosa voglia dire vivere. No, Fabio. Non ti amo più. In cucina ci sono due valige con tutte le tue cose. I suppellettili li ho già spediti all’indirizzo di tua madre. Ora vattene. Io e Bruno abbiamo ancora un discorso da finire, visto che tu lo hai interrotto a quel modo. Ma chi cazzo ti credi di essere. Fuori e non azzardarti a cercarmi ancora.

Prese le valige, Fabio si avvicina alla porta. La apre senza neanche guardarla. Sta raccogliendo le sue forze. Poi si gira di scatto e con tutta la sua forza colpisce Bruno alla mascella facendolo svenire.
“Ora siamo pari, bastardo. Va bene, puttana, me ne vado. Ti auguro di vivere tutta la tua vita come una puttana quale sei. Perché non sei altro che una puttana” e le sputa in viso.
Lei si china su Bruno dopo essersi pulita il viso con il lenzuolo che ha addosso, e prova a risvegliarlo con leggeri colpetti sul viso, mentre sente la porta che si chiude alle sue spalle.

Fare le scale con le valige non è facile. Maledetto il giorno che hanno scelto una casa senza ascensore, al 4° piano per giunta. E non c’è neanche una tromba delle scale per scaraventarle giù, visto che hanno come divisorio solo i corrimano a pochi centimetri di distanza.
Ma arriva finalmente al pian terreno. Apre il portone con rabbia, la mano gli fa ancora male per il pugno scagliato a Bruno. Ma è un dolore ricco di soddisfazione. Per fortuna la Smart è vicina. Le due valige ci entrano a stento, ma ci vanno.
Sale, mette in moto, ingrana la Diretta e via. Il non dover cambiare marcia, col cambio automatico, è un regalo di Dio in certi frangenti. Si lancia ad alta velocità.E’ rabbioso, le lacrime gli scendono copiose e gli annebbiano la vista. Ma ha voglia di correre. Tre rossi li ha già saltati. Si fottessero tutte le regole. E’ per essere sempre stato rispettoso delle regole che ora si trova in queste condizioni, ma ora basta, basta.

*

Alessio ha 25 anni, è un bel ragazzo, ricercato dalle donne, rispettato dagli amici e pieno di stima da tutte le parti per il suo genio, la sua capacità organizzativa, il suo grande intelletto e la sua grande umanità. Si perché nonostante abbia verso di lui tutta l’ammirazione del mondo e tanti pregi, non è un ragazzo montato. Si è fatto da se. Se avesse aspettato che i suoi genitori pensassero al suo futuro, beh, stava bene così. Suo padre si è fatto più anni di galera lui di Totò Riina, pur essendo un ladruncolo da strapazzo. Il suo mantenimento veniva proprio da questi suoi colpetti, anche se ogni tanto finiva nelle mani degli assistenti sociali perché veniva arrestato durante alcuni dei suoi colpi più maldestri. Sua madre era alcolizzata. Non poteva far altro per vivere insieme con un uomo che la prendeva con la forza, la picchiava, le strappava le mutande quando questa si rifiutava di avere dei rapporti con lui, e prendeva sganassoni anche senza motivo apparente. Il solo gusto di picchiarla rendeva l’uomo una bestia. Alessio avrebbe voluto ammazzarlo, ma per la madre il suo papà era un brav’uomo, un pezzo di pane.
“ Tutto quello che fa vostro padre è per non farvi mancare niente” urlava in direzione di Alessio e di Elena, la sua sorellina minore, di appena 14 anni ma già con una bella reputazione a scuola nei suoi confronti. Una famiglia disastrata, insomma. Ma Alessio ha resistito. Non voleva finire come il padre. Lui voleva essere diverso e cazzo, c’è riuscito. Stasera è al ristorante, su Viale Regina Margherita, e sta festeggiando la sua laurea in ingegneria. Tra una settimana partirà per Londra, dove l’aspetta un ingaggio da paura, con il quale potrà ricominciare tutto da capo e vivere finalmente da cristiano, da uomo libero e soprattutto in maniera onesta.
Siamo al momento dei regali. Li apre con gusto, le lacrime agli occhi, ha anche bevuto un po’, ma che gli frega, è la sua festa. E poi stasera dormirà da Stefania, una sua compagna di corso. In quella casa non ci metterà mai più piede.
Un altro brindisi, il caffè e poi tutti a casa. Alessio ringrazia di cuore tutti i suoi amici, tutti i partecipanti alla sua festa, al suo orgoglio. I soldi per pagare la cena glieli ha dati Zio Fernando, fratello di mamma, che ha sempre creduto in lui e ha sempre finanziato i suoi studi cercando di salvarlo da una brutta fine. Alessio gli sarà grato eternamente. Non ha partecipato alla cena perché è a letto con l’influenza, ma col cuore è con lui. Lascia una lauta mancia ai camerieri che gli fanno l’inchino mentre esce e si avvia verso casa di Stefania, che abita a due isolati da là. L’unico ostacolo è il semaforo sulla Nomentana, ma a quell’ora non passa anima viva. Sono le 3.0, ormai, chi vuoi che passa a quell’ora. E’ abbastanza sbronzo. Barcolla un po’, ma è abbastanza lucido da pigiare il bottone sul palo del semaforo e aspettare che di fronte a lui diventi verde. Ecco, ora è verde, si avvia per attraversare. E’ felice, la sua mente è piena di sogni, sorride alla sua vita, canticchia, lanciando baci al cielo. Ma non si avvede della macchina che a tutta velocità, non curante del semaforo rosso, lo investe in pieno, lanciandolo ad almeno 10 metri in volo, frantumandogli le ossa del bacino in migliaia di pezzi, la schiena fa un crack tremendo, e nell’impatto col terreno il suo collo assume una posizione innaturale.
E’ fermo in terra, il volo è finito. Un’ultima parola: “ Perché”, ma poi si fa buio su lui e sui suoi sogni.

*

Un rumore sordo, il parabrezza che va in frantumi, i vetri dei fari che si spaccano, perde il controllo della macchina che si mette di traverso e si cappotta rotolando su se stessa almeno tre volte.
Fabio si ritrova tra le lamiere della sua piccola Smart, che ora sembra enorme per quanti pezzi ha seminato per strada. E’ ancora vivo, anche se sanguina copiosamente dal naso. Si volta dietro di lui e vede qualcosa per terra. Non ha realizzato cosa ha urtato, è stato tutto così veloce. Corre verso l’ombra in terra. “ No, Dio, no, Dio, ti prego, no” urla squarciando il silenzio della notte. Ma quando arriva tutte le sue paure diventano realtà.
Davanti a se vede il volto terrorizzato di questa povera anima. È un ragazzo, ancora un bambino, anche se cresciuto. Prova a toccarlo, ma i suoi occhi fissi già dicono tutto, troppo. Intorno a lui una pozza di sangue che si allarga di continuo.
“Perdonami, ti prego. Non volevo, cazzo, non volevo. Mi dispiace” dice inginocchiandosi al suo fianco.
Prende il cellulare meravigliandosi che si a quasi illeso e che funziona ancora. Compone il 112, il primo numero che gli è venuto in mente. Perché non il 113 non lo sa, o il 118. Ma non è importante. Dall’altro lato risponde seccamente una voce.
– Nucleo mobile dei Carabinieri. In cosa possiamo servirla? – ma Fabio esita impaurito. Non importa, ormai che senso ha nascondersi.
– Chi parla? Non stiamo qui a giocare, sa? – il brigadiere sente un pianto dall’altra parte.
– Mi dica cosa è successo e mando subito qualcuno – insiste.
– Sono sulla Nomentana, all’altezza di Viale Regina Margherita. Ho ammazzato un ragazzo. Sono un assassino e merito solo di morire – risponde scoppiando in un pianto a dirotto.
Il Carabiniere si sente gelare il sangue. Mi dica cosa è successo. Nel frattempo mando una volante e un’ambulanza. Lei sta bene? – ma la linea cade e nessuno parla più. Il numero è memorizzato, quindi rifà il numero e prova a richiamare, ma Fabio ha scagliato via il telefono per strada. Non si è aperto, e suona, suona.
Fabio cerca di prendere il ragazzo. Non sa perché, ma vuole tenerlo tra le sue braccia in cerca di perdono. Le ossa del poveretto si muovono in maniera innaturale, quasi fossero di gomma. Il sangue sporca la sua felpa,
ma si fa forza e lo porta verso il marciapiedi. Là si siede, avvicinando il suo viso alla testa del ragazzo. Ricorda un po’ la Pietà di Michelangelo, ma in maniera molto più struggente. Piange, urla, chiede perdono. Ma per la strada nessuno scende, in una omertà schifosamente cinica. E’ solo col suo dolore, con la sua rabbia, con la sua vita finita.
Sente le sirene in lontananza. Sono più di una. Vede i fari avvicinarsi sempre di più. Una scintilla intanto ha fatto prendere fuoco alla Smart, ma che gli frega della sua arma. Si sente un assassino e meriterebbe di bruciare tra quelle fiamme.
La macchina dei Carabinieri si ferma con una brusca frenata, l’ambulanza subito dopo. Al volo scendono i portantini ed un medico. La barella fatta scendere al volo è pronta per accogliere il corpo di Alessio, ormai esanime.
“Lo lasci” intima il Carabiniere con gli occhi lucidi nel vedere tanta disperazione. È abituato a pirati della strada che di notte investono e scappano vigliaccamente senza prestare soccorso. Raramente qualcuno soccorre la sua vittima.
Fabio non fa storie, ma bacia lo sconosciuto sulla fronte sporcando la sua bocca di sangue. Sente scivolargli dalle braccia il corpo, e il freddo della sera impossessarsi di lui. Non ce la fa neanche ad alzarsi. Probabilmente ha qualcosa di rotto anche lui, oltre all’anima distrutta ed il cuore in pezzi.
“Ce la fa ad alzarsi?” gli chiede il Carabiniere.
Fabio fa cenno di no con la testa. Si sente paralizzato dalla cinta in giù. Forse la corsa verso il corpo è stata l’ultima sua corsa. Sta sanguinando dalle orecchie, sente un sibilo infernale e tutto si sta annebbiando. Il campanile di una chiesa vicina sta battendo le 3 e mezza. Tutto è finito, tutto è silenzio, tutto va via col pianto di un’ambulanza senza sirena.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Roberto Gallaccio
Inizio a scrivere nel 1979, in piena terza media, realizzando la mia prima poesia "E la zattera va". Da allora non ho mai smesso, migliorando il mio italiano scrivendo, realizzando parecchi scritti tra poesie e racconti, con piccoli testi teatrali, avendo frequentato per un anno un corso teatrale presso il Teatro L'Aura di Laura Monaco e Rossella Serrato. Alterno la scrittura alla pittura e ad altri stili d'arte.
Terzo al concorso Poesia del terzo millennio con la poesia La mia libertà.
Secondo posto al concorso un testo per un regista su 500 partecipanti.
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