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Roma odia

Roma odia
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Consegna prevista Giugno 2022
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Un’organizzazione terroristica neonazista insanguina le strade di Roma con una serie di attentati contro immigrati, omosessuali, ebrei, rom.
Nella crescente indifferenza della popolazione e dei mezzi di comunicazione, i terroristi del Quarto Reich alzano costantemente l’asticella del loro odio, fino a colpire da vicino anche i protagonisti di questa storia: Vincenzo, investigatore privato, e Achille, il suo amico e assistente. I due si ritrovano coinvolti in una storia più grande di loro. Ad aiutarli un colonnello dei carabinieri caduto in disgrazia, un gruppo di Rom e qualche personaggio del sottobosco criminale, uniche voci di dissenso dal coro di odio predominante.
Dovranno “scendere un livello sotto le fogne e infilare le mani nella melma per poterle tirare fuori pulite”. Scoperchieranno una pozza di segreti che lascerà una scia insanguinata e maleodorante difficile da cancellare.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è stato scritto per rispondere al clima d’odio crescente nel nostro paese, alimentato sui social da alcuni personaggi del mondo politico. Il 6 gennaio, davanti allo spettacolo dell’assalto a Capitol Hill a Washington, ho iniziato a modellare la “mia” distopia, nella speranza che non possa mai essere raggiunta dalla realtà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1 – Tu conosce delinquente?

Distratto dall’aspetto demoniaco delle unghie del cassiere cinese, saltellanti come golem imbizzarriti sui tasti del registratore di cassa, non ho notato subito l’uomo chiaramente sospetto che è appena entrato nel negozio. O meglio, ho notato il suo aspetto, ho notato la sua aria disperata, ma non sono stato allertato da tutto questo. Sembra il classico soggetto rinchiuso in un’esistenza ai margini della società, con i segni di una sospetta dipendenza dall’alcool ben visibili sul viso e uno sguardo carico di risentimento e rassegnazione; il tipo d’uomo che, in America, finisce sui notiziari per aver fatto la solita strage in una scuola o in un centro commerciale; il tipo d’uomo che trova normale uscire di casa con zoccoli di gomma e calzini di spugna, in qualunque periodo dell’anno. Incrocia per un attimo il mio sguardo e la sua espressione muta, in una frazione di secondo, dall’apatia allo stupore all’apatia.

«Cazzo, spostiamoci laggiù» dico ad Achille, indicando il punto del negozio più lontano dal nuovo arrivato.

«Che suc…» inizia a dire Achille, ma poi diventa superfluo continuare, perché l’uomo estrae una pistola e la punta sul cassiere.

«Svuota la cassa in una busta e finisce tutto in un secondo. Ah, mettici anche i soldi che tieni nella cassetta che tieni vicino al ginocchio destro» dice con voce priva di inflessioni, come quella di un assistente virtuale.

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Il cinese piagnucola spaventato e non riesce ad aprire la busta con le mani tremanti. Le sue unghie ricordano la superficie di una parete di roccia e sembrano in possesso dello stesso grado di durezza. Arriva in suo soccorso una donna, probabilmente sua moglie. Gli strappa la busta dalle mani e sputa una rabbiosa sequenza di sillabe nella sua lingua madre mentre afferra a manciate le banconote per trasferirle dalla cassa alla busta.

«Non ci credo!» dice Achille.

«È la tua prima rapina?» chiedo.

«No, macché. Intendevo, non l’hai riconosciuto?»

«Il rapinatore?»

«Sì, guardalo bene»

In realtà non faccio altro da quando ho intuito le sue intenzioni, giusto una frazione di secondo prima che le mettesse in pratica.

«Non mi dice niente. Sicuro che lo conosco?»

«Più che sicuro. Sua sorella aveva le tette più grandi della scuola…  nel senso che in tutta la scuola nessuno le aveva più grandi delle sue, non che le sue tette fossero più grandi della scuola.»

Una doverosa precisazione, tipica di Achille.

«Cerezo? Stai dicendo che quello è Cerezo?» E qui forse ho alzato troppo la voce, tanto che il rapinatore, sentendosi nominare, si volta verso di noi e incredibilmente se ne esce con un «Ciao Vince’, ciao Achille. Scusate ma vado di prescia» poi afferra la busta e si dilegua, urtando contro un espositore di bolle di sapone che barcolla minacciando di cadere ma resiste, ritrovando a fatica la verticalità. Lo vediamo salire sulla sua vespa e allontanarsi lungo via Ostiense.

«Tu conosce delinquente?» ci chiede la donna, infuriata. «Io chiama polizia. Noi lavora, paga tasse, dare lavoro. Questo brutto, no giusto.»

Il marito cerca di calmarla, ma lei inizia ad insultarlo tirandogli addosso oggetti presi a caso dal bancone della cassa. Lui subisce la pioggia di penne a forma di siringa, accendini, portatessere, con una certa dignità ma con sottomissione, come se sentisse di meritarla. Gli altri avventori hanno approfittato del momento per allontanarsi, dimenticando di pagare e nel negozio siamo rimasti solo io ed Achille.

«Dovrei pagare questa» dice timidamente Achille, mostrando alla donna una lampadina.

«Voi d’accordo con lui. Voi aspetta polizia. Chille e Bicenzo, io ricorda che lui chiamato voi così.»

«Signora, noi non c’entriamo niente. Noi dovevamo solo comprare la lampadina.»

Lei urla frasi in cinese, guardando in alto come se si rivolgesse a un’entità sospesa sopra di noi.

«Quell’uomo…» inizio io, ma Achille fa di no con la testa.

«Amico vostro. Lui conosce voi» riprende lei. Il marito, nel frattempo, ha superato la cosa e sta sistemando al loro posto gli oggetti che la moglie ha scagliato contro di lui poco fa.

«Non è così. Non proprio. Noi andavamo a scuola insieme a lui, tutto qui. Trent’anni fa, signora. Non ricordo neanche come si chiama. Ricordo solo che tutti lo chiamavano Cerezo, ma non ricordo neanche perché lo chiamassero così» dico, ma lei non sta più ascoltando. Raccoglie il telefono dal bancone e attacca un lungo monologo in cinese, quindi probabilmente non sta chiamando la polizia.

«Posso pagare la lampadina ora?»

«Voi aspetta polizia, per favore. Lampadina regalo, sì? Noi mai stati rapinati, noi lavorare tanto. No giusto.» Le lacrime iniziano a scenderle sulle guance e di colpo la sua furia è scomparsa, sostituita da una profonda tristezza.

«Va bene.» dice Achille. «Ci dispiace tanto, signora. Ha ragione, non è giusto.»

Pochi minuti dopo arriva il figlio della signora, un ragazzo smilzo dallo sguardo sfuggente che parla un italiano piuttosto fluente, ma con un problema fonetico che fa somigliare il suo eloquio a quello di una persona che cerca di parlare con la bocca piena. La sua lingua sembra priva di una completa libertà di movimento e le sue corrette costruzioni grammaticali richiedono comunque un discreto tempo di elaborazione per essere comprese a fondo.

«Voi conoscete il rapinatore?» riesco a interpretare dal suo «Boi fonoffete il vapibatove?»

«Sì, cioè, non proprio. Lo conoscevamo tanti anni fa.» dice Achille.

«Però sapete come si chiama» Per comodità vostra, riporterò le sue frasi già tradotte.

«Cerezo. Lo chiamavamo tutti così, ma non è il suo nome…  è solo…»

«Soprannome?» interviene lui e noi annuiamo sincronizzati.

«Per favore, io ho chiamato polizia. Stanno arrivando. Potete aspettare e parlare con loro?»

Annuiamo di nuovo, fuori sincrono.

Quando i due poliziotti arrivano, iniziano a guardarsi intorno in silenzio con la loro aria svogliata di superiorità.

«Ce l’avete le cartine?» chiede il più basso dei due.

La signora scuote la testa. Il poliziotto più alto scuote la testa quando il collega non lo guarda. Non sembra avere una grande opinione di lui e ci tiene a sottolinearlo a nostro beneficio.

«Dunque, con chi parliamo? Lei parla italiano signora?» chiede il più basso.

«Poco. Mio filio, lui parlare bene. Parla con lui, io dice lui e lui dice a voi, sì?»

«Va bene. Allora, ci vuole dire cos’è successo?»

La donna inizia a raccontare al figlio e lui, di tanto in tanto, la ferma per tradurre. Il poliziotto più basso alza una mano per fermarli entrambi, con gesto imperiale. Poi, teatralmente, si volta verso di noi. Di nuovo, il suo collega abbassa lo sguardo e scuote la testa.

«Ma voi, di preciso, che ci fate qui? Siete dei testimoni?»

«Esatto. Anzi, se ci fa dire quello che sappiamo ce ne andremmo a fare quello che abbiamo da fare.» dico. Achille, forse ispirato dal poliziotto più alto, abbassa lo sguardo e scuote la testa.

«Ah, scusi maestà. Le stiamo facendo perdere tempo?» dice il poliziotto. «Hai sentito Mancuso? Sbrighiamoci perché sua signoria ha da fare.»

Mancuso e Achille scuotono la testa, in sincrono. Ormai sono in sintonia.

«Dai, Moretti, lascia stare. Non penso che il signore volesse…» interviene Mancuso.

«Visto che oggi mi girano i coglioni di brutto, ora voi ve ne state lì, vi sedete su quegli sgabellini di…   cos’é…   Baby shark?…   e ve ne state buoni mentre io raccolgo le deposizioni della signora. Poi passiamo a raccogliere le vostre.» sbraita lui.

Ora la testa la scuoto io, assicurandomi che Moretti mi veda.

Si volta verso la cassa e, con gesto papale, allarga le braccia e invita la signora a riprendere il suo racconto, ma lei, senza preavviso, scoppia a piangere e non riesce ad andare avanti. Il marito cerca di consolarla poggiandole una mano indecisa sulla spalla. Il figlio, imbarazzato, guarda altrove.

«Ecco, ci mancava anche la crisi di pianto.» dice tra sé Moretti, tirando fuori il cellulare e dandoci una rapida occhiata. «Visto che sei così bravo pensaci te, Mancuso. Io aspetto in macchina. Tanto…  »

«Forse è meglio.» dico io, senza riuscire a trattenermi, ma lui finge di non aver sentito e si allontana digitando qualcosa sul display del cellulare.

«Allora» esordisce Mancuso «vediamo di venire a capo di questa cosa. Quindi voi conoscete il rapinatore, ma non sapete come si chiama, ho capito bene?»

«Sì, è un nostro vecchio compagno di scuola. Lo chiamavamo tutti Cerezo a quei tempi. Più che altro era famoso solo per essere il fratello di sua sorella.» spiega Achille inviandomi uno dei suoi sguardi eloquenti che – almeno in questo caso – voleva invitarmi a tacere e a lasciare che fosse lui a parlare.

«Capisco…» dice Mancuso, appuntando qualcosa su un taccuino. «Potreste fornire una descrizione?»

«Ha un aspetto di merda, sembra ben indirizzato verso una vita da barbone.» intervengo. «Aveva gli zoccoli di gomma, quelli da infermiere per capirci. Con i calzini. Altezza…  direi sul metro e ottanta per…  sessanta chili. Capelli pochi, unti e lunghi fino alle spalle. Indossava una maglietta rossa, piuttosto stinta con una scritta quasi del tutto sbiadita. Pantaloni felpati tagliati all’altezza delle ginocchia, neri o blu scuro. E’ salito sulla Vespa (uno specialino bianco messo piuttosto male) e si è allontanato in direzione San Paolo. Ora possiamo pagare la lampadina e andare?»

Mancuso mi guarda con aria indecifrabile. «Ovviamente dovete lasciare le vostre generalità, prima. Non voglio farvi perdere altro tempo. A differenza del mio collega, io sono qui solo per fare il mio lavoro.»

«Achille Turone. E lui è Vincenzo Falqui.»

«Achille Turone…» ripete il poliziotto tra sé, per riportare alla memoria il motivo per il quale quel nome gli suona familiare.

«Il delitto della Garbatella, due anni fa. Sono stato il primo sospettato.»

«Ma certo, ecco perché anche la sua faccia mi diceva qualcosa. Dunque, questo Cerezo, cosa potete dirmi di lui?»

«In realtà nient’altro oltre quello che le abbiamo già detto. Ma non credo che vi sarà così difficile rintracciarlo. Non sembra proprio un genio del crimine.»

Con un gesto silenzioso, Mancuso ci congeda deluso.

Achille paga finalmente la lampadina e cerca di trasmettere un po’ di conforto ai tre dietro al bancone, attraverso alcune frasi che mi provocano un certo imbarazzo. La donna, dopo la crisi di pianto, ha deciso di liberarsi della quantità di catarro apparentemente cospicua che le alberga nel torace. Scaracchia rumorosamente, caricando con impegno pallottole verdi che sputa nel cestino posto accanto alla cassa. Per me, questo, è il chiaro segnale che il mio tempo all’interno di questo negozio ha già superato il limite massimo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Stefano Federici

    (proprietario verificato)

    Semplicemente bello e assolutamente da leggere. Per la storia in sè, per i personaggi e per le tematiche “molto attuali” che affronta. Quando leggo un libro di Emiliano Misici (è il terzo dopo ‘Killers’ e ‘In una delle molte feritoie della notte’) vengo ogni volta rapito dai continui colpi di scena, come nei migliori thriller che amo vedere in tv, ma soprattutto dai personaggi e dal loro modo di essere così semplici ed eroi allo stesso tempo. Mi sono addirittura affezionato ad alcuni di loro e non nascondo che nel caso di questo suo ultimo libro, mi sono anche commosso alla fine (senza fare spoiler).
    E’ un CHIARO messaggio contro l’odio, contro la violenza, contro una società ormai evidentemente razzista e di contro, simpatia per i deboli e per chi indaga per le giuste cause. C’è molta attualità e soprattutto c’è sempre Roma sullo sfondo, con i suoi pregi e suoi (molti) difetti.
    E’ un giallo senza respiro, ma non è solo questo. E’ un libro che fa riflettere.
    Ancora una volta, bravo Misici.

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Emiliano Misici
Emiliano Misici è nato a Roma nel 1973 dove vive, lavora, scrive, ama, suona il basso e sogna. Non necessariamente in quest'ordine. Ha pubblicato nel 2007 il romanzo Nessun maggior dolore, nel 2016 Killers: Gente che uccide e nel 2020 In una delle molte feritoie della notte.
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