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Il rumore del silenzio - Le radici

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Consegna prevista Aprile 2021

Due vite, due realtà, due mondi agli antipodi.
Sara, prossima a realizzare il sogno di diventare una giornalista e Lorenzo, giovane imprenditore di successo, si scontrano con difficoltà tanto dolorose quanto all’apparenza insormontabili.
Cercando di superare le dure prove della vita, è possibile non perdere se stessi?
Sullo sfondo di una caotica Roma e di una frenetica Milano, prenderà forma un viaggio a doppio binario costellato di eventi inaspettati. Un viaggio che sembrerà riservare più drammi che gioie, nel quale il senso di solitudine si farà greve, opprimente, e l’unico modo per proseguire sarà non perdere mai la speranza di cambiare il proprio destino.

Perché ho scritto questo libro?

Questa storia parla di vita, di solitudine, di amore e di compromessi.
Ho voluto raccontarla per me stessa, per ricordarmi che ogni volta che mi sento sprofondare nell’oscurità devo solo accendere una luce.
Tutto é possibile, perfino cambiare, basta non perdere mai la speranza.
Attraverso la storia che ho scelto di raccontare vorrei condividere come un cammino tortuoso non volti mai le spalle alla voglia di raccogliere il fiore che si trova lungo la strada, anche se il percorso è impervio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

SARA

Il suono della notifica richiamò la sua attenzione. Non era mai stata una tipa molto socievole, e le poche persone che aveva a cuore la conoscevano abbastanza da sapere quanto lei odiasse rispondere ai messaggi. Lo smartphone si trovava a portata di mano, lo prese, aprì WhatsApp e ciò che lesse le gelò l’anima: “Ogni giorno che passo senza di te è un giorno vuoto, senza significato, solo io posso renderti felice, torna da me.”
Il mittente del messaggio non era registrato in rubrica, nessuna immagine del profilo, ma lei sapeva benissimo di chi fossero quelle parole.
Il vuoto riecheggiò dentro di lei e il terrore le strinse lo stomaco: l’aveva trovata, di nuovo.
Era stata accorta, aveva fatto tutto con un’attenzione maniacale per i dettagli, aveva cambiato numero e perfino casa, voleva proteggersi, rimanere anonima.
Ma ora si trovava dov’era già stata, senza sapere cosa avesse sbagliato.
Scoppiò in un pianto angosciato, e per niente liberatorio; lacrime amare le solcavano le guance lentigginose mentre componeva l’unico numero che sapeva di poter chiamare senza doversi giustificare.
La sponsor rispose al secondo squillo: «Sara, va tutto bene?»
Lei emise una sorta di grugnito, un macigno le troncava il respiro.
La conversazione non durò molto, l’appuntamento era per l’indomani mattina alle 10:00, poi sarebbe andata direttamente al lavoro.

Continua a leggere

«Mi chiamo Sara, ho ventisette anni e sono laureanda alla Facoltà di Lettere…» Quella situazione era nuova per lei, si sentiva emozionata e fuori posto al contempo. Non avrebbe mai pensato di poter accettare quel genere d’aiuto, ma ormai era in ballo e non aveva molte altre opzioni a disposizione. Si guardò attorno, sedute sul divano vicino a lei c’erano due ragazze all’incirca della sua età, una alta e mora, col viso affilato e un trucco pesante, l’altra bassa e biondina con grandi occhiali tondi.
Erano lì per il suo stesso motivo.
L’ora finì prima che potesse riprendere la parola, avrebbe continuato la volta successiva. Sapeva che sarebbe potuto accadere, ma questo le faceva male, ultimamente tutto sembrava farla stare male.
Mentre aspettava la metro, Spotify suonava uno dei suoi pezzi preferiti e Sara si ritrovò a muovere le labbra sulle note di Jeremy. La gente intorno prendeva le distanze da lei probabilmente temendo che fosse una squilibrata, e sorrise tra sé al pensiero di quanto le loro opinioni fossero vicine alla realtà. Il lungo stridio del treno sovrastò la musica che le vibrava nelle orecchie, così non perse tempo e si affrettò a salire in mezzo alla folla. Odiava quella situazione, essere circondata da sconosciuti le metteva un disagio freddo addosso, tutti pigiati gli uni sugli altri… era una cosa alla quale non si sarebbe mai potuta abituare.
Gettò uno sguardo nervoso all’orologio: era in ritardo, di nuovo.
Cazzo.
Prese subito il telefono per avvisare il suo capo, aprì WhatsApp ma si bloccò, il messaggio era ancora lì. Le prime parole, dopo circa un anno e mezzo di silenzio, la fissavano, l’ansia l’assalì e in un attimo annegò nei ricordi.

In una tiepida giornata di primavera, l’acqua era piacevole e i loro corpi talmente avvinghiati che lei non aveva più coscienza del proprio essere, sentiva solo il pulsare del sangue nelle vene di lui, si vedeva riflessa, minuta e accaldata, nei suoi profondi occhi d’ebano. Quei capelli neri così arruffati e i lineamenti marcati l’avevano colpita fin da subito. Muoveva le mani sul suo corpo asciutto, e lui la stringeva a sé togliendole il respiro.

«Prossima fermata Re di Roma.»
L’altoparlante la scosse. Doveva scendere, e lo fece senza risparmiare gomitate agli sconosciuti. E come previsto, non appena mise piede nel bar trovò Camilla pronta a farle cenno che il capo la voleva subito nel retro.
Lei aprì lentamente la porta, e fece per giustificarsi ma non ebbe modo di parlare che l’uomo di fronte a lei era già paonazzo di rabbia; sebbene non la superasse di molto in altezza riusciva a incuterle timore, con la sua stazza la sovrastava e lei non poté che chinare il capo con mestizia. Doveva smetterla di fare tardi o avrebbe perso il posto. Si ripromise di eliminare il messaggio alla fine del turno, e si buttò a capofitto in quella che sembrava un’altra intensa giornata di lavoro.
Erano le 23:00 quando iniziò a pulire il bancone, Cami era uscita prima e lei avrebbe dovuto chiudere da sola. A volte le piaceva rimanere in quella placida tranquillità, fare tutto con calma e per bene le dava soddisfazione, ma non quel giorno.
Quel giorno era troppo in ansia, aveva troppi pensieri.
Scese in magazzino, doveva rifornire il frigo, ma il cuore perse un battito quando sentì la porta d’ingresso aprirsi. Rimase lì, immobile, con l’odore di caffè che le pizzicava le narici, finché non udì uno scalpiccio, dei passi… e la porta che si richiudeva alle spalle di qualcuno.
Quando trovò il coraggio di salire, il bar era deserto.
Che diavolo…?
Non era il caso di indugiare, chiuse in fretta la serranda e si diresse alla fermata: il notturno la stava aspettando per il lungo tragitto che l’avrebbe riportata a casa.
Quella notte Sara fece di nuovo lo stesso sogno, ciò che aveva vissuto era rimasto impresso sul suo corpo come nella sua anima. Si svegliò a notte fonda con la paura ancora sottopelle e aspettò l’alba alla finestra. Di fronte a lei, un immenso mare di cemento.
Il suo stomaco l’avvisò che era ora di mettere qualcosa sotto i denti, e quando si diresse nell’angolo cottura del suo minuscolo appartamento si accorse che la moka era ancora lì sul fornello, sporca dal giorno prima. Decise che avrebbe potuto investire in una golosa e rassicurante colazione al bar, dopotutto era pur sempre il suo compleanno.
La strada era piuttosto trafficata per essere una normale domenica di settembre. Sara, col vento che le donava un singolare rossore alle guance e le mani aggrappate alla cinta della borsa, svoltò l’angolo e in pochi passi fu da “Rosy”: non era di certo un posto chic, ma tranquillo sì, e soprattutto il personale non era mai invadente. Il suo giorno di riposo era capitato di domenica e il caso aveva voluto che fosse proprio il 20 settembre. Sorseggiò il suo cappuccino di soia, pagò e si mise a camminare.
Percorreva le strade della periferia senza una meta precisa, il sole a illuminarle i lunghi capelli rossi raccolti in una crocchia.

LORI

La tensione nella stanza era palpabile, e probabilmente le loro voci avevano raggiunto volumi inappropriati quando qualcuno bussò piano alla porta.
«Scusate l’interruzione» il viso paffuto e rotondo del segretario fece capolino dalla soglia, «signor Malone, è desiderato in sala stampa per l’intervista delle undici.»
«Sì, sì, grazie Gian. Qui abbiamo finito, sarò pronto tra pochi minuti.»
L’uomo annuì appena e scomparve così com’era entrato mentre Val ripartì alla carica, furibonda: «Come sarebbe a dire abbiamo finito?»
«Ascolta Val» la bloccò subito Lori, «dovresti sapere su quali principi si fonda l’azienda e che, se il consiglio direttivo dice no, le strade da battere sono davvero poche. Ora scusami, devo andare a sistemare l’ultimo casino che hai combinato» concluse richiudendosi la porta dell’ufficio alle spalle, senza ammettere repliche.
Val era ancora arrabbiata col fratello, ciononostante non sarebbe riuscita a tenergli il broncio a lungo; non poteva ignorare ciò che lui aveva fatto, e continuava a fare ogni singolo giorno, per lei.
Sfinito, Lori poggiò le chiavi sul tavolo dell’ingresso e sfilò le scarpe controvoglia: aveva decisamente bisogno di una birra ghiacciata e di una doccia calda. L’accostamento perfetto per concludere un’altra pesante giornata.
Fu mentre stappava la sua Strong che il cordless dell’appartamento iniziò a squillare. In un primo momento pensò di non rispondere, dopotutto troppo spesso si attardava in ufficio e poteva essere difficile trovarlo a casa prima delle 23:00, poi realizzò che solo un pugno di persone aveva quel numero e che ognuna di loro avrebbe chiamato solo per necessità.
«Pronto?» La sua voce suonò forse fin troppo seria.
«Lori?»
Era suo padre, voleva sapere del Consiglio e della reazione della sorella, nulla che lasciasse intendere che si stesse preoccupando per lui. La conversazione finì poco dopo, e lasciò Lori con un retrogusto amaro in bocca. Era stanco, stanco di essere il tramite tra sua sorella e i genitori, stanco che tutti si aspettassero tanto da lui senza preoccuparsi mai del peso che gravava sulle sue spalle. Si diresse in bagno, aprì il rubinetto e si buttò sotto la doccia sperando che l’acqua lavasse via tutto.
La mattina dopo erano circa le 9:00 quando qualcuno suonò il campanello. Val si era presentata all’improvviso con la sua colazione preferita tra le mani, caffè americano e ciambelle, due cose che lo rimandavano al suo breve soggiorno a New York, e ovviamente a Jenny. Jenny… gli sembrava quasi di vederla, con la sua minigonna jeans e i capelli ricci ribelli tenuti su una spalla.
La voce decisa di Valery lo riportò al caffè bollente che ora si trovava tra le sue, di mani: «Senti Lori, ho pensato, ma se chiedessimo una conferenza stampa? Credo che se i media facessero pressione sul Consiglio, magari accetterebbero la mia proposta.»
Lori distolse l’attenzione dalla ciambella che si apprestava ad assaggiare per affondare lo sguardo negli occhi giada di lei: «Non è il momento di mettere pressione al Consiglio, Val. Devi avere un po’ di pazienza, so che non è facile» soprattutto per te, pensò tra sé, «ma il momento è decisivo, stiamo attuando dei cambiamenti importanti e a volte questi richiedono tempo.»
Lo sguardo di Val dapprima entusiasta si spense, e le parole che le uscirono dalla bocca ferirono Lori con una tale violenza che lui, orgoglioso com’era, non volle mostrare.
«A volte mi chiedo se tu sia sincero quando dici di essere dalla mia parte, o se stai solo fingendo per non allontanarmi come hanno fatto mamma e papà.»
Silenzio.
Lori prese un respiro, girò le spalle e in quel silenzio si rifugiò nella cabina armadio. Lì, sarebbe stato finalmente solo con i suoi pensieri.
Era difficile ammetterlo, ma anche lui si era posto quella domanda parecchi anni prima, chiuso in una stanza d’ospedale: “I sentimenti troppo spesso sono complessi e contrastanti tra loro per definire davvero cosa siamo l’uno per l’altra, ma è ovvio che tieni a Val, siete legati e questo non cambierà mai.” Le parole di Jenny erano rimaste impresse a fuoco nella sua memoria, trovava incredibile come quella frase si potesse applicare a molteplici situazioni e chissà se lei stesse pensando veramente a Val, dicendole, o se più semplicemente si riferisse a loro due. Questo, lui, non l’avrebbe mai saputo.
Decise di indossare la tuta e andare a correre, magari un po’ di esercizio lo avrebbe aiutato a schiarirsi le idee.
«Non vai da mamma e papà oggi?» Si era quasi dimenticato di Val; sicuramente avrebbe voluto riprendere il discorso, spiegargli le sue motivazioni, ma lui non aveva minimamente intenzione di rigettarsi in quella conversazione. «C’è il sole, allenarmi un po’ mi farà bene. Dopotutto è ancora presto, farò in tempo ad arrivare da loro per pranzo.» E così dicendo prese la porta, lasciando la sorella, sola, nel proprio attico.
La voglia di andare a trovare i suoi era pari a zero, questo era certo, ma ormai aveva esaurito tutte le scuse. Quando giunse nel viale di Villa Malone, Majid gli venne incontro con aria gentile, si offrì di parcheggiare l’auto e lo invitò ad accomodarsi perché i suoi genitori lo stavano aspettando, gli disse. Lui gettò un’occhiata a quella che era stata la casa della sua infanzia, l’imponente dimora non riusciva a nascondere i segni del tempo: l’edera aveva ricoperto completamente una parete, ma s’intravedevano le crepe nell’intonaco color corallo.
«Lori, caro, non startene lì fuori a ciondolare, entra!»
Sua madre doveva averlo visto dalla finestra ed era uscita nel portico il cui mattonato era ormai sbiadito; certe cose, però, non sarebbero mai cambiate.
«Ciao mamma, come stai?» le chiese, monotono, abbracciandola.
«Bene, bene caro, ti stavamo aspettando. Io e papà, sai, non vedevamo l’ora che tu fossi qui… abbiamo una grande notizia!»
Lori non vedeva la madre così esaltata da parecchio tempo, la sua voce era tutto un trillo e uno squittio; la faccenda iniziava a preoccuparlo, ma non voleva rovinarle l’entusiasmo.
Il pranzo proseguì placidamente tra chiacchiere di lavoro e altre questioni domestiche: «Dovrei chiamare il meccanico per fargli controllare la mia Jaguar.» Il tono del padre era apprensivo, e Lori sapeva bene che se qualcosa poteva preoccuparlo era la “salute” di una delle sue adorate automobili.
Fu solo dopo il dolce che sua madre si rianimò in quella sorta di stato febbricitante d’eccitazione: «Gianni, caro, possiamo dare a Lori la notizia ora? Non sto più nella pelle!»
«Va bene» acconsentì l’uomo puntando i suoi occhi algidi sul ragazzo.
Caspita.
Lori non poté fare a meno di notare quanto quei due fossero diversi. In realtà, lo erano sempre stati. Due opposti che avevano imparato a completarsi.
Austero e distaccato, lui.
Vivace e nervosa, lei.
E chissà come, riuscivano ad andare d’accordo.

13 July 2020

Aggiornamento

Buonasera a tutti! Da sabato sul mio profilo Instagram è possibile vedere il booktrailer del romanzo, organizzato in collaborazione con alcuni studenti della scuola di arte cinematografica Gian Maria Volontè di Roma.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Livia. Stile asciutto, conciso, efficace. Ritmo e ottima scansione. Viene voglia di saperne di più, su questa donna ….

  2. Una Storia coinvolgente,piena di emozioni e sentimenti forti,che non vediamo l’ora di leggere!

  3. (proprietario verificato)

    La storia mi sembra molto interessante, sono convinto che il tema sia molto importante, che non se ne parli a sufficienza. Mi piace moltissimo anche il modo diretto con cui si esprime l’autrice e la sincerità delle sue parole. Mi intriga e spero veramente che si raggiunga l’obbiettivo per poterlo vedere sugli scaffali delle librerie!

  4. (proprietario verificato)

    In queste brevi tracce, percepisco il desiderio di mirare/cogliere un fiore anche se il sentiero che stiamo percorrendo appare invalicabile… il valore della speranza/fede che ci permette di fare gesti semplici, capaci di accendere una luce nel buio di certi momenti di solitudine…. Gesti che spesso smarriamo condannandoci al baratro. Mi prende quet’idea di queste storie che sotto l’opprimente peso del gelo invernale si snodano tra ostacoli e intrighi sono spinte da un desiderio interiore di cogliere comunque il fiore di primavera per aprirsi sbocciando.

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Martina Calisti
Martina Calisti nasce a Roma nel Febbraio 1988 fin da giovane ha sperimentato le arti in più sfaccettature, dalla musica alla scrittura, divenuta col tempo la sua più grande passione. Lettrice accanita, solo in età adulta ha iniziato a mettere le proprie esperienze nero su bianco dando vita a personaggi, e vite, paralleli che crescono, cambiano e maturano insieme a lei, alla continua ricerca di emozioni e parole che non ha trovato in altri.
Il rumore del silenzio – Le radici è il suo romanzo d’esordio.
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