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Ci sono parole che credono di raccontare e racconti che cercano di rimanere vivi nella memoria, e ci sono memorie che resistono nei quotidiani gesti di esistenze stanche. Ci sono vite che s’accompagnano al destino e ne seguono il passo, altre l’anticipano quel filo, provando a destreggiarsi in un precario equilibrio, altre ancora saltano fuori dal binario evaporando come un sorso andato a male.
L’ineluttabile conclusione di un amore andato a male, il doloroso rimestare nel passato, la frustrazione di una quotidianità ripetuta e alienante. Sono i rumori il fulcro delle quindici vicende, delle quindici storie di quotidiana alienazione, che compongono la raccolta. Rumori. Eco, sottofondo e stridore, che la vita produce ogni giorno.

L’incidente

Occhi vitrei, assenti, viaggiano lungo il filo del giorno e seguono timorosi la linea bianca sulla strada. Un riferimento, una guida, una traccia, un cammino. Scorrono rapidamente, quegli occhi, e proiettano mille volti sulla parete di una mente offuscata. E mille voci ascolta, quella mente, senza riuscire a ricostruirne lo sguardo.

Dove sono andate a finire e quando? In che tempo le ha smarrite? E davvero sono andate perdute o quel riportarle alla memoria le chiama alla vita reale? E cosa può essere definito reale? E qual è la vita che lo attende e quale quella che ha vissuto fino a ora?

Un brillare di domande fragorosamente lo assilla, una centrifuga di parole lo serra. Rimane immobile di fronte all’ineluttabilità di un destino che ha voluto scegliere in sua vece. Le mani avvinghiate al volante si scostano solamente per il cambio di marcia e subito ritornano lì a stringer forte, per non perdere l’appiglio mentre folate rapaci, afose, spingono verso il cielo plumbeo. S’alzano, planano, disegnando all’orizzonte molteplici onde intente a giocare con l’asfalto. Le gocce di pioggia fuori stagione scese di primo mattino riflettono le carene delle automobili in transito.

Un solo colore, cangiante. Sfumature di esistenze sovrapposte scivolano incuranti l’una dell’altra. In ritardo, per il solito vezzo di costruire maschere ben presentabili, o in netto anticipo, schiave della naturale ansia che le spinge a mettersi in cammino ore e ore prima. Comunque, in entrambi i casi, sulla strada per l’appuntamento di una vita, mentre la vita stessa trema sul viso e copre il respiro. Scivolano, queste esistenze. Come ante su porte scorrevoli. Stesso solco, direzioni opposte.

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L’uomo alla guida ha le mani umide. Cerca con affanno tra le tasche della giacca madida. Il sudore lo accompagna dal mattino. Ogni piccolo movimento in quell’abitacolo maleodorante gli costa fatica. Un’angusta prigione ambulante che, senza una meta precisa, lo sta portando a zonzo dalle prime luci dell’alba. Cerca, tastandosi con indolenza, di scovare una cicca, magari lasciata distrattamente a metà, ma invano. Ricorda che l’ultima l’ha gettata in fretta dopo aver preso un orribile caffè mattutino. Entrato in silenzio nell’affollato bar cittadino, rifuggendo gli sguardi degli avventori, era riuscito a ritagliarsi un misero spazio al bancone e, sollevando impercettibilmente un dito, aveva ordinato il solito ristretto.

«Hai sentito di Valeria?»

«No, novità?»

«Gianni!»

«Gianni? Ma non stava con Carlo?»

«Appunto! Stava. Adesso non più. Li ha battezzati lo stesso Carlo, sul suo letto. Lei e Gianni. Li ha massacrati. Un casino da non crederci. Polizia, vicini. Denunce.»

«Oh, ma davvero il Milan ha preso quel portoghese? Come si chiama? Coso? L’ho sulla punta della lingua, cazzo!»

«No, non è portoghese… africano. Uno di lì, credo.»

«Ma che dite? Francese, è francese! M’è arrivata stamani l’e-mail. Mi sono iscritto a una mailing list, non appena ci sono trattative nuove mi avvisano in tempo reale. Una figata.»

Immerso in una dimensione assente, lontano dal chiacchiericcio denso di pettegolezzi, di rinnovate corna e auspicabili acquisti per la nuova stagione calcistica alle porte, s’era sentito avvelenare dal sorso mandato giù in fretta. Orribile, come il ricordo dei pomeriggi trascorsi a litigare furiosamente con lei. Aveva cercato di rimediare accendendo l’ultima sigaretta, ma un inatteso attacco d’ansia l’aveva spinto a lasciarla fumante sul gradino d’ingresso del bar. S’era infilato velocemente in auto e da allora, ormai da più di quattro ore, è in viaggio senza destinazione.

Inizia ad avvertire una profonda stanchezza. Le mani pesanti e le gambe molli sul sedile di pelle consunta. Il volante gli pesa a ogni sterzata, fatica più del dovuto ad affondare la frizione per il cambio di marcia. Considera, piccola distrazione in quel mattino di intenso flusso d’immagini, che farebbe bene a sostare per rinfrescarsi un po’. È solito portare con sé un ricambio, perché spesso s’è ritrovato imbottigliato nel traffico e ha dovuto sorbirsi ore e ore di stramaledetta afa, quel tipo di tortura quotidiana che annienta ogni possibilità di respiro per la mente; così esce al primo autogrill, scende repentino dall’auto incandescente e, presa l’inseparabile ventiquattrore, si fionda al cesso. Lancia la solita moneta da cinquanta centesimi all’addetto di turno, quasi a volerlo colpire, e prova a rimettersi a nuovo, per quanto possibile. Poi riprende il cammino verso il prossimo cliente.

Quel mattino però non c’è nessuno ad attenderlo. Una domenica d’agosto in cui ogni studio professionale che si rispetti resta serrato. Famiglie intere traslocate da un lido all’altro, cariche di aspettative, equipaggiate a dovere. Partite ad anticipare l’alba nella speranza di scansare il traffico da bollino nero e puntualmente rimasteci dentro, all’inferno. Conosce bene quella sensazione di impotenza. Dipendere dal lento, estenuante e mai risoluto movimento altrui. C’è rimasto spesso invischiato, per lavoro. Qualche volta, con una speranza di sorriso in più, si è sobbarcato ore e chilometri infiniti soltanto per il gusto di accontentarla. Ormai sono trascorsi mesi dall’ultima volta che lei gliene ha concesso uno, e lui inizia a perdere l’immagine di quel sorriso, cangiante come i colori delle infinite automobili che ha incontrato al mattino.

Di certo non avrebbe trovato niente di buono sulla superstrada, seppur ancora scorrevole. Ma fino a quando? È necessario uscire al primo svincolo. Senza pensarci troppo s’infila rapido sulla destra, tanto da dover abbozzare una lunga frenata per evitare di finire spiaccicato sul guardrail come i moscerini sul vetro delle moto.

Il cartello indica il primo centro abitato a cinque chilometri. Non ricorda quel nome, eppure è certo di esserci passato almeno una volta per lavoro. Lo crede di ogni paese nel raggio di duecento chilometri. S’è convinto che, in più di vent’anni di viaggi, ha toccato anche solo di passaggio ogni centro, conosciuto ogni faccia, assaporato ogni voce.

Spesso gli accade, lungo il tragitto, di azzerare il volume della radio, un modello d’antiquariato moderno con ancora il mangianastri funzionante, lasciandosi andare a quei pensieri astrusi del genere filosofico che tanto avevano avuto presa su di lei. Sovente ricorda gli episodi che a suo insindacabile giudizio meritavano d’essere mantenuti vivi nella mente. E poco importa se alla fine quei pensieri, flashback influenzati dagli innumerevoli film visti insieme, risultino anni luce distanti dalla realtà vissuta in transito. Si crogiola come un gatto al sole d’inverno a far le fusa su melanconici ricordi.

Crede d’avere marchiato a fuoco nella mente il primo istante in cui la vide. L’istante zero. Quando, a suo dire, la vita aveva preso una piega irrinunciabile verso un punto di non ritorno.

Crede che lei indossasse allora un tailleur blu elettrico, aderente, che ne esaltava i floridi fianchi, dimenticando che era pieno inverno e che lei, come sempre, s’era imbacuccata nel suo comodissimo giubbotto bianco da montagna.

Crede di averle ceduto il passo gentilmente, facendola accomodare per prima al bar che li avrebbe visti tubare per settimane, dimenticando che era maldestramente inciampato sullo stupido zerbino che malediceva di continuo.

Crede molte cose che trovano riscontro esclusivamente nella sua mente.

Luminoso e surreale, sperso tra grigie palazzine, quasi sospeso su una via che pare non svoltare mai, si ritrova davanti un esplicito cartello che lo invita a sostare per il pranzo.

Menù turistico: primo (a scelta spaghetti aglio olio e peperoncino o mezzepenne rigate al pomodoro) + secondo (a scelta bistecca di carne arrosto o cotoletta panata) + contorno (a scelta patatine fritte o verdure a vapore) + bibita (a scelta Coca-Cola o acqua minerale, alcolici esclusi) a soli 9,50 euro.

Decide che è giunto il momento di fermarsi. Sente d’esser quasi diventato tutt’uno con il coprisedile, la pelle aderisce perfettamente alla sagoma. Accosta, spegne il motore e rimane immobile per alcuni istanti. Poi si volta, come se avvertisse la presenza di qualcuno, ma ovviamente non vede nessuno, perché nessuno può vedersi. Ne è certo.

Entra nel localino. Tipica trattoria di paese. Accolto da una zaffata di carne ai ferri mista a un odore che non è in grado di identificare, ma che non fa presagire granché bene. Una donna minuta dal fare vigoroso lo accoglie con un sorriso aperto e gli incisivi assenti, che spingono il viaggiatore a un moto di disgusto. Nonostante il primo impatto orrido, l’uomo riesce in pochi attimi a smorzare il ribrezzo in un cordiale sorriso di ricambio. La donna lo invita ad accomodarsi.

«Solo?»

«Sì.»

«Qui può andare bene?»

«Sì.»

La sala è pressoché vuota. Due signori si confutano a vicenda profonde verità politiche, sostenendosi con un cicchettino di rosolio davanti e qualche bicchiere di troppo sulle gote.

«Te lo dico io, è necessario cambiare strategia. Non abbiamo possibilità, se continuiamo su questa strada. Bisogna rinnovare l’alleanza. Creare un nuovo asse. I tempi stanno cambiando e chi rimane sulle proprie posizioni, ancorato a stupidi ideali stantii, non ne esce vivo.»

«Ma Anselmo, il partito…»

«Quale? Dove? Il partito? Ancora con questa storia del partito, tu e i tuoi cortigiani! Dobbiamo superare le vecchie logiche. Andare oltre il partito. Trasversali! Dobbiamo coltivare alleanze trasversali e raccogliere più consensi possibili.»

«Ma su quali basi?»

«Sulle basi solide che ci consentiranno di reggere al comando per altri cinque anni! Cazzo!»

In fondo, a sinistra, un tizio distinto consuma in silenzio il suo menù.

Il viaggiatore, dopo aver ordinato mezzepenne + cotoletta + verdure + acqua, chiede gentilmente indicazioni per il bagno. Uno sgabuzzino adibito a toilette. Stesso ingresso per la cucina, ma immediata svolta a destra. Corridoio angusto e inequivocabile simbolo di ristoro da vescica piena. Armeggia qualche secondo con la lampo incagliata a una cucitura male in arnese e svuota con un sospiro liberatorio tutto lo stress accumulato nelle ore precedenti. Lava accuratamente le mani, le strofina con l’inseparabile goccia di Amuchina e ritorna in sala poco sorpreso di ritrovarsi già al tavolo la prima portata del luculliano pranzo.

Mangia lentamente, per inerzia, come sente doveroso fare, senza alcun gusto. Gli capita spesso. Il vuoto che si proietta davanti ai suoi occhi viene riempito dal pensiero della sera prima.

Piccola sala anche quella, locale intimo, luce soffusa, profumi migliori, senz’ombra di dubbio. E lei a fissarlo senza pronunciare una sillaba. Ostinata nel suo silenzio.

Da settimane il viaggiatore insisteva. Pesantemente. Telefonate a ripetizione, su tutte le schede che gli erano note. Wind, Vodafone, Tim, aveva perfino resuscitato il vecchio numero Coop Voce. A ogni tentativo partivano automaticamente le varie segreterie telefoniche. E poi SMS invasivi, invadenti, offensivi. E le solite frasi a doppio senso su Facebook. Dopo un tampinamento massiccio lei aveva infine accettato di rivederlo, la sera precedente. Aveva indicato il locale, l’orario e perfino fissato il tempo massimo. Entro le dieci avrebbero dovuto concludere la cena o quel che poteva definirsi tale. Un impegno preso giorni addietro non le dava la possibilità di sforare di un minuto.

Il viaggiatore intento a rosicchiare la sua cotoletta sfibrata sorride tra sé pensando come, alcuni mesi prima, lei sarebbe andata su tutte le furie per un tipo di appuntamento del genere. Non accettava che il tempo a lei dedicato fosse limitato o limitante. Pretendeva l’esclusività di pensiero e di gesti. Ora, invece, si ritrovava a concedergli il suo preziosissimo tempo.

«Gianna, non possiamo andare avanti così, almeno io. Non lo reggo più.»

Silenzio.

«Ti pare possibile che un mattino ci si svegli, stretti uno nell’altra sotto le lenzuola che tu hai scelto, e che tu sospiri annoiata dicendo candidamente che non mi ami più, che è da tempo che volevi dirmelo?»

Silenzio.

«Cane al guinzaglio che annoia si molla sulla strada?»

Silenzio.

A quell’ennesimo rifiuto verso ogni forma di dialogo o conciliazione sperata, il viaggiatore aveva vibrato un colpo secco sul tavolino, tanto da far tremare bicchieri e astanti. Eppure lei non aveva reagito affatto. Glaciale lo aveva fissato, annoiata sempre più, poi aveva estratto il telefonino dalla borsa e come se nulla fosse aveva risposto al messaggio appena ricevuto.

«Signore, gradisce un dolcino, un amaro, un limoncello?»

Nella mente le immagini di lei che s’alza, il sorriso accennato di compassione, le cinquanta euro lasciate sul tavolo come elemosina. Tutto sfuma nell’eco delle parole della piccola donna vigorosa dalla dentatura alternata.

«No, grazie. Va bene così» riesce a dire con voce tremante dalla rabbia.

Da sempre si immedesima profondamente negli episodi che gli rimbalzano nella mente, cercati o trovati che siano. Un leggero tremito lo scuote, la mano destra vibra senza che lui l’abbia autorizzata e la forchetta lentamente abbandona le dita per posarsi rumorosamente sul piatto sguarnito. Prova a respirare, sorride privo di convinzione, paga senza chiedere il resto ed esce. Per la seconda volta nella stessa giornata è stato sorpreso da una morsa d’ansia che gli ha gelato il sangue.

Il sole ancora alto picchia violento sull’asfalto. Niente più tracce di pioggia, evaporata come i pensieri. Dalla strada sale un puzzo penetrante che sostituisce l’odore pesante della trattoria. La stretta alla gola non l’ha del tutto abbandonato. Rimane in piedi a pochi passi dalla porta cigolante del locale e annaspa. Prova a respirare, forte e a lungo, come nei suoi ricordi di bambino gli chiedeva di fare la madre dopo il solito pianto capriccioso, quando anche allora agitava le braccia al cielo in cerca di aria da dare ai polmoni. Con moto repentino scioglie il nodo della cravatta e quasi si ritrova a gettarla per terra. La blocca ancora in volo e in quel fare inizia a sorridere, come soltanto ai matti aveva visto fare prima. Riesce in qualche modo a stabilizzarsi, e a passo di marcia si indirizza verso l’auto. In pochi rapidi gesti mette in moto e sgomma senza sapere verso dove.

Gli occhi si riempiono di lei nella notte trascorsa. Ne segue il passo leggero incurante di ciò che lo circonda. Svolta l’angolo e come lei s’avvia verso l’automobile. La fulgida Mercedes d’annata. Esita. Voci e pensieri senza alcun preavviso gli entrano nella mente, in una ressa di suoni da perdere la testa, mentre lei continua con la sua falcata regale a voltargli la schiena, in un invito che a quel punto gli appare inequivocabile. Il vialetto silenzioso ripete il tempo dei loro passi, il tacco alto della donna svetta e segna il ritmo, lui si adegua avvicinandosi sempre più. Allunga il braccio a sfiorarle la spalla scoperta. Lei, infastidita come in tutta la serata, si scosta e lo guarda di traverso. I suoi occhi affondano sulla pelle dell’uomo come lame incandescenti.

Ormai non respira quasi più, né pensa. La cinge alla vita e la porta con uno scatto violento a sé. Preme le sue labbra contro la nuca mentre la donna prova a dimenarsi. Sente un vigore che non avvertiva da anni, come quando da ragazzino, dopo pomeriggi interi trascorsi a nuotare, usciva in spiaggia con il petto gonfio e le braccia pesanti. La stringe ancor più forte fino a che la donna riesce ad assestargli una taccata di striscio allo stinco destro. La donna è confusa, non c’è più alcuna traccia della superbia di alcuni istanti prima, gli occhi sono piccoli e luccicano, il petto ansima.

L’uomo, dopo averla lasciata per pochi secondi, si avventa con ferocia inaudita verso la preda. Non più al fianco, adesso le sue mani di stagno premono con decisa violenza lungo le venature dell’esile collo, mentre il volto di lei s’infiamma come spesso era accaduto nelle notti dei rumorosi amplessi. Adesso il rossore sulle gote non è piacere che svanisce in un battito di ciglia, ma dolore che si protrae in eterno.

La donna si arrende completamente e senza forze scivola giù, priva di grazia, sui tacchi. Uno si spezza e rotola leggero verso il vicino tombino, restando sospeso tra le maglie della grata di ferro. L’uomo ha la forza della paura che lo tiene ancora dritto sulla schiena. Rapido estrae le chiavi e apre l’automobile. Con delicatezza estrema, si potrebbe dire con amore perfino, adagia il corpo della donna dentro al bagagliaio. Poi lo richiude, come al batter di ciglio.

Il viaggiatore si ridesta un attimo e dopo interminabili minuti di black-out ritorna a pensare. Eppure la mente non risponde a dovere. Ancora voci, ancora ricordi, ancora lo sguardo indolente di lei che non cede d’un passo alle sue richieste. D’improvviso si guarda intorno, consapevole del fatto che una realtà lo circonda. Altri esseri umani pronti a parlargli, chiedere e sapere. Ma non scorge anima viva.

In quel medesimo istante, venuto fuori dal ricordo in un altro momento zero, consapevole di non avere nessuno vicino, una violenta e insensata accelerazione in curva lo scaraventa dall’altra parte della corsia. D’istinto prova a rimettere in carreggiata l’auto che ormai sbanda senza alcuna possibilità di controllo. La disperata frenata che segue lo scaraventa con violenza contro la massicciata sulla destra, devastando il luccicante fronte della sua preziosa automobile.

A poche centinaia di metri, l’autista di un TIR proveniente da Oslo, con più d’un giorno di cammino sul piede destro, senza chiudere occhio, stenta a credere. Repentino scarta sulla sinistra devastando lo spartitraffico e finendo come un animale impazzito sull’altra corsia. Una sfilza di automobili prova disperatamente a scansare il bisonte, in pochi riescono, altri terminano la loro storia fracassando la fragilità dei corpi. Sangue, sudore e lamiere rimangono nel silenzio di un istante, mentre le sirene accorse immediatamente scuotono i sopravvissuti e seppelliscono i resti.

La stradale giunta sul luogo dell’incidente prova a ricostruire con fatica la dinamica. Tra testimonianze balbettanti e pianti isterici di chi s’è visto morire ma ancora vive.

Poche centinaia di metri oltre, alcuni poliziotti iniziano a urlare ai colleghi che hanno trovato qualcosa a ridosso della scarpata. Sembrerebbe una Mercedes, dicono. Due di loro scavalcano il guardrail deformato dall’impatto e si avvicinano al mezzo. La ruota posteriore sinistra ancora gira. L’auto pare sospesa, ma gli agenti non capiscono come possa restarsene in equilibrio.

Nessuno s’avvicina oltre, potrebbe precipitare definitivamente. Provano a capirci qualcosa e dalla loro prospettiva riescono a scorgere il conducente sbalzato fuori a metà, con il cranio fracassato sul vetro, e fuori dal bagagliaio la sagoma di un polpaccio tornito di donna.

21 Novembre 2017
"Ne è trascorso di tempo da allora", dall'inizio della campagna, ma ora il libro è finalmente arrivato! Giovedì esce "Rumori" e questo è il video realizzato dall'autore Massimiliano Città, buona visione! https://bit.ly/2z7TLR4

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Massimiliano Città
Massimiliano Città, nato a Cefalù nel 1977, si laurea nel 2005 in Musicologia al DAMS. Cresciuto nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici, partecipa al “Sulmona Festival Daolio” con la band DorianGray e con un gruppo blues gira la Sicilia fino al 2007. Già autore di due romanzi, Rumori è la sua prima raccolta di racconti.
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