Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Sabbia liquida

Sabbia liquida
33%
135 copie
all´obiettivo
74
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Agosto 2022
Bozze disponibili

Come l’uomo non può far a meno di respirare, così non può sottrarsi al folle turbinio dei sogni. Proprio da un sogno, folle e normale come ogni altro che facciamo, ha inizio questa surreale vicenda. Anelpide scopre di condurre, oltre alla carriera diurna come giornalista di seconda categoria, una vita onirica: capisce che i sogni che fa di notte non sono slegati tra loro ed insensati, bensì l’esatto contrario. Resosi conto dell’insoddisfacente vita che conduceva, voleva in ogni modo possibile scoprire se sarebbe riuscito a rifugiarsi per sempre nel mondo dei sogni. Cominciò così la sua folle indagine, che lo portò a compiere un viaggio in pieno deserto, alla sconclusionata ricerca dei luoghi che aveva visto così nitidamente in sogno. Negli stessi luoghi, qualche mese prima, la sua amata, Candore, era scomparsa durante una vacanza.
Alla ricerca dell’amore della sua vita e dei luoghi che ha sognato, terrà il lettore col fiato sospeso fino all’ultima riga.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro in pieno lockdown proprio grazie ad un’ispirazione venutami in sogno, come spesso mi accade, in realtà. Questa però aveva una connotazione particolare: avevo sognato di scrivere proprio un libro sui sogni e sull’importanza che essi hanno nelle nostre giornate. Da quella notte non guardo più ai sogni con gli stessi occhi: adesso sono diventati dimensioni tangibili: non trovo qualcosa di estraneo a me, trovo il mio Io, quello che nemmeno quando sono sveglio riesco a trovare

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Come l’uomo non può far a meno di respirare, così non può sottrarsi al folle turbinio dei sogni.

Proprio da un sogno, folle e normale come ogni altro che facciamo, ha inizio questa surreale vicenda.

Anelpide è come ognuno di noi, che periodicamente sogniamo e che a volte vorremmo persino vivere in uno dei nostri leggiadri sogni.

Ma spesso, alla luce della fredda razionalità, rischia di non rappresentare nessuno fra noi, in un mondo in cui i sognatori sono sempre più rari.

Ma proprio così si credeva il nostro Anelpide, immerso nel mare di coloro che sognano solo di notte, perché devono,

per poi scoprirsi il più sognatore degli uomini.

Sono convinto che alla fine della lettura darò luogo a una profonda riflessione, che ti guarderà dal profondo dell’animo e che ti farà rivalutare il ruolo del sogno: non cestino, come quello dei nostri computer, non un simpatico parco giochi notturno, bensì nostro secondo mondo, il luogo a noi più congeniale, dove il nostro io si smaschera da ogni alter ego.

E chi può dirci cosa sia giusto o sbagliato in sogno?

A volte noi stessi, altre volte neanche.

Continua a leggere

Continua a leggere

I

La storia che vede come protagonista Anelpide è probabilmente ignota a te, lettore, e sicuramente a me, scrittore.

Nulla di strano o incredibile ha avuto luogo quella notte, forse banale esito di un malessere corporeo o mentale.

Aveva fatto uno strano sogno, che lo vedeva come protagonista nelle vesti di un sovrano,

riverito e servito da un largo stuolo di fedeli cortigiani.

Si era appena alzato dal suo sfarzoso letto adorno di morbide coperte di seta e lino purissimo, decorate con un regale ricamo color porpora.

«Ben svegliato, Sua Maestà. Mi sembra ancora intontito dal sonno».

«Ma dove mi trovo?».

«Oh, Maestà, credo che una sostanziosa colazione la farà rinvenire totalmente dall’intorpidimento».

Sorrise. L’aggraziata serva guardava Anelpide con occhi ridenti e di un colore ceruleo guizzante. La sua veste, di scadente tessuto bianco, era avviluppata dal vento proveniente dalla finestra spalancata dinnanzi al letto del sovrano.

Era pieno giorno, la calda aria proveniente dal vasto deserto dorato poco riusciva a penetrare fra le stanze del castello, protetto da spesse mura di roccia che riuscivano a mitigare l’afa di quelle giornate.

Riluttante, Anelpide si alzò dal letto e fu subito aiutato dalla serva, pronta a sostenere ogni suo assonnato passo, che gettava a fatica.

Bastò un gesto della mano della donna affinché quattro esseri, chiamarli umani era un’iperbole, giungessero in tutta fretta nella stanza: erano di non ben chiaro sesso, molto esili e di statura bassa, coperti da capo a piedi da un lungo abito di sottile raso bianco, ben più usurato di quello della prima serva che aveva accolto Anelpide al risveglio, coperti in volto da una particolare maschera,  molto simile a quelle usate dagli Elleni nei loro antichi spettacoli teatrali, più scura della pece, zigomi molto marcati, un piccolo foro rotondo ad altezza della bocca e due fessure poco più grandi a forma di mandorla ad altezza degli occhi, anch’essi corvini.

Con movimenti rapidi ma aggraziati due servi gli misero le scarpe basse, di camoscio morbidissimo, e la vestaglia da camera, mentre gli altri due, rimasti dapprima in disparte, portavano fra le mani con rispettosa riverenza un piccolo scettro dorato impreziosito da diversi rubini e smeraldi.

Poiché vedeva che i servi indugiavano, Anelpide chiese smarrito:

«Ma cosa dovrei farci con questo scettro?».

«Come, Maestà?». Chiese incredula.

«Lo regga e mi segua, prego».

Dopo un lungo corridoio senza aperture esterne, costellato da alcune fiammelle danzanti che provenivano dai candelabri del tetto e delle mura, giunsero dinnanzi ad un portone.

Presto i servi mascherati invitarono il Re con gesti accorti a fare qualche passo indietro, affinché potessero aprirlo.

Dopo un lungo cigolio, la vista di Anelpide e di tutti gli altri servi accolse una meravigliosa sala conviviale: la porta era esattamente al centro della parete e appena entrati il tavolo, fatto di una strana roccia gialla e arricchito da numerosi ghirigori e incisioni lungo tutte le gambe, si lasciava ammirare; avrebbe tranquillamente potuto accogliere più di cinquanta convitati.

Sotto al tavolo ecco un tappeto porpora, contornato da corti fili bianchi, nei lati più corti, tutti intrecciati fra loro, e con diverse scene di vita regale: una battuta di caccia, l’incontro col popolo, una battaglia e un sovrano che pacificamente stava sul trono.

A capotavola vi era una sedia dallo schienale molto alto, con un rigonfiamento in pelle rossastra in corrispondenza della schiena e della seduta.

Era l’unica sedia presente attorno ad esso.

«Suppongo che mi debba sedere in quella sedia lì». Disse Anelpide, stranito da quella bizzarra visione di un immenso tavolo con una sola enorme sedia.

«Di certo, Maestà, abbiamo anche ritoccato quell’imperfezione sulla verniciatura del legno che ieri l’aveva profondamente turbata».

Disse l’unica serva che interloquiva con lui.

Anelpide, sempre più stranito, si adagiò sulla morbidissima sedia, che gli fece quasi ritornare il desidero del letto tanto era comoda.

«Presto, voi!».

Quando si rivolgeva ai cortigiani la serva cambiava totalmente tono.

«Avvisate le cucine, Sua Maestà desidera che gli sia servita la colazione».

Ogni volta che Anelpide udiva quella parola, “Maestà”, era come se provasse un sussulto, quasi un rigetto, sentiva che la parola “sovrano” non apparteneva alla sua vita e al suo essere.

Magari la colazione lo avrebbe aiutato a riflettere.

Dovette aspettare qualche minuto, che in una situazione quotidiana normale equivalgono ad un battito di ciglia, ma che nel deserto, senz’alcuna indicazione di tempo e senz’alcuna distrazione, equivalgono ad un’insopportabile eternità.

«Ma allora! Perché mai tardano?!».

Come la serva, anche lui si sentì incoraggiato ad utilizzare quelle parole dure con i cortigiani, ma nonostante ciò lo fece con poca decisione, poiché anche quel tono non era nelle sue corde.

Subito uno dei servi vestito di stracci malconci si avvicinò inchinandosi alla serva maggiore, bisbigliandole qualcosa all’orecchio.

«Baggianate! Sua Maestà ha ordinato quelle prede più di sei ore fa, dovrebbero essere ben più che pronte».

Disse urlando la serva maggiore, e scacciò via con un violento strattone il povero servo che cadde a terra.

Ed ecco che introdotte da un delicato scampanellio si aprirono le porte della cucina.

Cinque camerieri seguitavano quello che sembrava essere il cuoco di corte, per via dell’alta toque immacolata che portava sul capo.

«Carissimo Re Koùros, con non poche difficoltà, ma con immenso piacere, la cucina di corte è fiera di poter presentare al cospetto del Suo raffinatissimo palato le rare prelibatezze richieste».

Adesso lo sguardo di Anelpide divenne più che dubbioso:

«Come mi hai chiamato?».

«Cosa intende dire, Sua Maestà?».

La voce del cuoco era tremolante, come le fiammelle che rischiaravano il corridoio.

«Quello strano nome che avete usato qualche secondo prima…».

«Koùros, Maestà?».

Il cuoco strabuzzò gli occhi.

«Mi perdoni, non volevo in alcun modo mancare di rispetto alla sua persona chiamandola per nome, ma vede, ho voluto arrogarmi questa libertà vista la nostra datata conoscenza…».

Gli occhi di Anelpide erano divenuti due fessure; «Re Koùros, ma questo non è il mio nome! E poi Re? Ma sovrano di cosa? Ma dove mi trovo?».

Mentre Anelpide bisbigliava le sue confuse considerazioni, mentre lo sguardo guizzava da un volto all’altro dei presenti, i camerieri servirono con professionalità e dedizione tutto ciò che occorreva per la colazione, comprese le posate, i vari calici, un piatto e diversi piattini e dinnanzi ai piatti vi era un vassoio dorato coperto da una grande cloche.

«Permette, Maestà?».

Poiché vide che il Sovrano era totalmente immerso nei suoi pensieri, il cuoco si limitò ad adempiere i suoi compiti.

Sollevò la cloche e rivelò agli occhi dei presenti e di Anelpide un piatto che gli provocò non poco raccapriccio. Erano servite, allineate e ben presentate, delle grandi code di scorpione, alcune con uno strano liquido verdastro ancora grondante dal vistoso pungiglione, alcune con la quello che sembrava essere il sangue delle povere bestie.

«Vede, Maestà? Io e il mio gruppo di lavoro abbiamo impiegato ore ed ore per riuscire ad acchiappare quanti più scorpioni possibili, da quel grande nido che ieri le aveva provocato quell’orrenda piaga, mentre faceva la sua quotidiana passeggiata».

Anelpide aveva uno sguardo sempre più schifato ed inorridito, ma il cuoco non ci fece caso.

«Non con poche difficoltà, dicevo, poiché due camerieri della sua servitù si sono congedati nelle loro stanze per via delle dolorose punture. Spero possa essere misericordioso con loro, hanno sofferto molto, anche se data la loro insolenza nell’eseguire una missione reale in modo così superficiale non sarei stupito se decidesse di punirli».

Il cuoco sorrise cordialmente.

«Ciò detto, la lascio al suo pasto. Ossequi».

Ma Anelpide non aveva proferito parola, poiché da quando il cuoco ebbe sollevato la cloche dal vassoio non faceva altro che fissare inorridito quelle estremità anatomiche orribilmente mozzate, con ancora i liquidi vitali sgorganti da più parti.

«Io… Non capisco».

Disse inorridito Anelpide.

«Ma, Re Koùros, vede, era stato lei stesso a richiedere…».

«NON CHIAMARMI PIÙ CON QUEL NOME!» .

Da quelle parole lo stesso Anelpide rimase sbigottito, ma non tanto la sua servitù, che sembrava avvezza ad essere redarguita.

Dopo un profondo respiro, Anelpide disse:

«Io non so chi mai sia Koùros, il vostro sovrano, né tantomeno perché abbia deciso che gli venisse servita questa colazione».

Quasi allo stremo delle forze mentali e in preda a confusione, un barlume di ragione balenò nella mente di Anelpide:

«Che sia forse un sogno?».

E tutto si fece nero.

2021-11-07

Aggiornamento

🐫 #Sabbialiquida: il sogno🐫 Ben ritrovati in questa nuova rubrica in cui vi introdurrò diverse tematiche trattate in “Sabbia liquida”, il romanzo pubblicato con la casa editrice Bookabook qui (https://bookabook.it/libri/sabbia-liquida/). Oggi parleremo del sogno, la valenza che acquisisce nel romanzo e le fonti da cui ho tratto ispirazione 💭 I sogni sono una dimensione a noi molto familiare: durante il sonno percepiamo suoni, immagini, persone a noi familiari o apparentemente sconosciute 🧿 Vi sono due tipi di sognanti: chi vive passivamente il sogno, senza alcuna capacità di poter influenzare il decorso del sogno, e chi prende coscienza di esso e riesce a guidarlo e a poterne determinare il decorso. Quest’ultima abilità è detta onironautica, o sogno lucido 🔮, quindi l’abilità di “navigare nei sogni” 🚤. L’interpretazione dei sogni e i loro significati erano associati in passato a delle figure preposte alla lettura e all’ interpretazione, tale abilità era detta oniromanzia 🏺. L’importanza dei sogni nel passato è testimoniata da tantissime fonti, scritte e artistiche: basti pensare al disegno a carboncino delle grotte di Lascaux, probabile rappresentazione di un sogno 🦬; o al sogno raccontato da Gilgameš nell’omonima Epopea alla madre-dea, che vaticinò l’avvento di un “compagno forte”; o anche nella Bibbia, di cui voglio qui ricordare il notissimo sogno del Faraone delle 7 vacche grasse e 7 vacche magre 🐄: Giuseppe lo interpretò come una vera e propria teofania (θεός+φαίνομαι), ossia una manifestazione di Dio ☀️. In “Sabbia liquida”, Anelpide acquisisce, mano a mano che la narrazione avanza, una consapevolezza sempre maggiore sulla straordinarietà dei sogni ☁️💥 Tutto comincia una notte come un’altra, con un sogno come un altro: la particolarità non sta inizialmente in ciò che Anelpide sogna, di essere un sovrano e di partecipare ad un grottesco banchetto, ma nel fatto che egli, la notte seguente, prosegue il sogno della notte prima 🧶 Sta a voi lettori determinare se i strani sogni di Anelpide sono determinati, com’è razionale che sia, da suoi profondi desideri inconsci e coincidenze casuali 🧠 oppure se sono frutto di qualcosa di sovrumano, irrazionale e metafisico🪄 . Non sempre, durante la lettura del romanzo, si percepisce la netta differenza tra sogno e realtà, proprio perché spesso, anche nella nostra vita quotidiana, queste due dimensioni collidono, si interscambiano e si compensano 🪐: l’unica netta cesura tra le due sfere, del reale e dell’onirico, sta in una formula che ricorrerà spesso: “E tutto si fece nero” 👁‍🗨. Ma è il “nero”, l’oscurità dell’irrazionale o è il ritorno ad una dimensione non gradita, tetra e scura, quella della vita quotidiana e diurna? È il “nero” della mancanza di conoscenza o è l’Assoluto, la finitezza di pensiero? Fatemi sapere nei commenti e condividendolo con i vostri amici quale e quanta importanza attribuite ai sogni, se siete degli onironauticə o se preferite semplicemente interpretare o ricordare i vostri sogni ✨ • • • (img.: “Zingara addormentata”, dipinto di Henri Rousseau, fonte Google Arts & Culture)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    “Sabbia liquida” è uno di quei romanzi che coinvolgono il lettore e lo trasportano nello stesso ambiente dei personaggi. Anelpide è il personaggio che più mi ha colpito, disposto a commettere follie pur di raggiungere la sua meta. La sua è una lotta tra i propri sogni e la ragione, un’inquietudine che lo tormenta così tanto da portarlo a desiderare la fuga dalla vita quotidiana per trovare rifugio in quella parallela, ovvero i sogni.
    Consiglio questo romanzo perché la lettura è scorrevole, con momenti di riflessione introspettiva e profonde descrizioni dettagliate che lasciano il lettore col fiato sospeso fino alla conclusione.

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Ivan Di Marco
Ivan Di Marco ha cominciato a scrivere per passione fin da quando aveva 9 anni, esordendo con una poesia dedicata alla meraviglia che suscita la natura. Alcune tra le sue poesie, come “Mare bifronte”, “Terrena agonia”, “Estate scemante” ed altre, presenti nella silloge, sono state ritenute degne di pubblicazioni in alcune sillogi (“Poesie di strada”, ottobre 2020) o sono state premiate in diversi concorsi, nazionali (secondo posto concorso internazionale “Concetta Di Piazza” 2012, secondo posto sezione ragazzi premio “Enrico Furlini” 2019).
Oltre alla passione per la poesia, che ha dato frutto nel febbraio del 2020 alla prima auto-pubblicazione di una silloge, “Scintille di poesia”, durante il periodo in cui tutti eravamo rinchiusi in casa a causa della pandemia, ha avuto modo di dare stimolo anche alla passione per la prosa e la narrazione discorsiva, dando vita al suo primo romanzo.
Ivan Di Marco on FacebookIvan Di Marco on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie