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Scassapagghiari

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Consegna prevista Luglio 2020

Alfio, giovane e spiantato, con l’aiuto dell’amico Stefano vuole ricattare il giovane ereditiere Pippo Del Lago, e il caso viene loro incontro: proprio la sera in cui vanno in missione per studiare la vittima, lo sorprendono insieme ad altri personaggi nel compimento di un efferato delitto.
Il loro piano avrà effetti inattesi: quello che sembrava il disegno mal abbozzato di due sprovveduti avventurieri finirà per gettare scompiglio nel sommerso tessuto di malaffare su cui si fonda la ricchezza dell’ereditiere, coinvolgendo i personaggi che vi gravitano attorno: il soprintendente di K. (teatro del racconto) – parvenu volgare e senza morale –, un poliziotto corrotto, un prete da quattro soldi e il vecchio boss del paese, che recita il doppio ruolo di gabbante e gabbato.
Nell’arco di un’estate afosa, le vicende dei personaggi si snodano lungo le tortuose vie del raggiro, del tradimento e dell’animalità che solo gli “scassapagghiari” sono capaci di percorrere senza remore o vergogna.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea me l’ha fornita Pippo Fava, che nel 1983 ha svelato a Enzo Biagi l’esistenza degli “scassapagghiari” (su YouTube trovate l’intervista integrale – ancora oggi attuale). Fava parlava di mafiosi, di delinquenti. Io ho voluto restituire l’aspetto meschino, miserabile, quasi grottesco di persone e situazioni apparentemente “normali” che quotidianamente abbiamo modo di sperimentare quando varchiamo la soglia di casa e ci tuffiamo nel mondo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Una volta tornato alla macchina, Jano si volse verso Dario e sfoggiò un sorriso monco di alcuni molari cercando di rassicurarlo sul fatto che sarebbe arrivato a casa sano e salvo e che più nessuno gli avrebbe fatto del male. Però doveva stare attento alle compagnie che frequentava – come quel ragazzino, ad esempio. Ma gli sembrava il caso di camminare con bambini del genere, lui che era figlio di un avvocato famoso in paese e che poco o nulla aveva che spartire con quella gente lì? Ma l’aveva visto in mezzo a quali baracconi abitava il suo amico, si era reso conto di essere dall’altra parte del paese rispetto a casa sua? Doveva stare attento, molto attento alle persone che frequentava.Continua a leggere
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Tra una raccomandazione e l’altra, mimando malamente il ruolo dell’adulto responsabile e che nella vita ne aveva viste tante dunque poteva a buon diritto elargir consigli a un bimbo spaurito, dopo esser riusciti a barcamenarsi nel traffico del paese, intenso e caotico nonostante la stagione estiva – d’altronde si trovavano sul mare, chi aveva bisogno di spostarsi per l’estate? –, il guidatore salì con la ruota anteriore destra sul marciapiede di casa di Alfio, con abili manovre perfezionò quel parcheggio fuori da ogni logica e mise in folle facendo ben attenzione a non spegnere il motore, pena l’addio all’aria condizionata.
Jano scese dall’auto e accompagnò il piccolo Dario al civico 15. Una targhetta sul citofono recitava “Studio legale D’Agata & associati”, mentre quella appena sotto diceva “D’Agata-Grimaldi”. Evidentemente studio e abitazione stavano uno sopra all’altro, l’avvocato era un uomo tutto casa e bottega. Citofonò al secondo campanello e attese risposta.
«Chi è?», rispose una voce distorta dall’apparecchio.
«Signora, buongiorno, sono Sebastiano Belfiore. Ho accompagnato a casa suo figlio Dario, posso accompagnarlo su?», fu lesto a replicare Jano – così lo conoscevano tutti – in perfetto e untuoso italiano.
Il portone si aprì, lo scatto provocò un clangore che durò un attimo solo, sufficiente a infastidire le orecchie del visitatore senza confidenza con quel rumoraccio.
Presero l’ascensore, pigiò il pulsante che saliva al quarto piano del palazzo, quello indicato dal bambino, e non appena le porte cominciarono ad aprirsi videro comparire la sagoma della madre di Dario. La signora Grimaldi in D’Agata era in preda all’agitazione, incapace di trattenersi dall’esprimere la tensione che la situazione le provocava.
«Ommioddio, Dariuccio, gioia di mamma, che è successo? Come stai? Perché questo gentile signore ti ha accompagnato a casa? Ma sei ferito!», lamentava mentre passava le dita sulla ferita al ginocchio e sui pantaloncini insanguinati come se il tocco di mamma potesse compiere il miracolo della rimarginazione istantanea.
«Buongiorno signora, piacere di conoscerla», fece Jano senza attendere che il piccolo aprisse bocca, «come le dicevo al citofono, mi chiamo Sebastiano Belfiore. Ho trovato suo figlio che correva attraverso le strade del centro. Sembrava non sapere dove andare, era inseguito da quattro ragazzacci, roba da non credere, in quattro a inseguire un bambino innocente! Chissà dove andremo a finire di questo passo… Comunque sia, l’ho visto in difficoltà e mi sono messo in mezzo per fermarli. Ho convinto quei quattro delinquentelli a cambiare strada e poi il suo ragazzo mi ha detto dove potevo accompagnarlo.»
«Oddio, oddio!», esclamò per tutta risposta la madre, scossa dal racconto e da quello che sarebbe potuto accadere ma che fortunatamente non era successo al suo angioletto, «signor Belfiore, la ringrazio, grazie, grazie, grazie infinite volte, non so che altro dirle… La prego, si accomodi, gradisce un caffè, un bicchiere d’acqua, qualcos’altro? La prego, entri, entri, non so proprio come fare a sdebitarmi con lei…»
Una volta in casa, la signora D’Agata ebbe cura di far accomodare l’ospite sul soffice divano del salotto buono, quindi fece un cenno per scusarsi e si rivolse al figlioletto: «Tesoro mio», disse prendendogli il viso tra le mani con la dolcezza e la premura di una madre amorevole, «ma che è successo, che volevano da te quei delinquenti? Madonna santa, ma stai bene? Hai fame? Vuoi che ti prepari un bagnetto caldo così ti lavi tutto per bene e ti rilassi un po’?».
Dario guardò quello strano individuo che lo aveva riportato a casa e che lo aveva spaventato tanto, poi guardò la madre e non seppe cos’altro fare se non raccontare la sua versione della storia, omettendo parte della verità perché impaurito dal truce sguardo di quel tale presentatosi alla madre come il suo salvatore.
Finito il racconto scoppiò in lacrime, era da troppo tempo che le tratteneva e ora non ne poteva più. Raggiunta casa e al sicuro tra le braccia di mamma, aveva abbandonato ogni accenno di resistenza al pianto e al dolore e dato libero sfogo a quella paura, quel terrore, quel senso d’impotenza che gli eventi della mattinata avevano fatto sorgere e assaggiare per la prima volta all’ingenua e innocente creatura che era.
Jano approfittò delle lacrime del piccolo per riprendere il timone della conversazione: «Grazie, signora, un caffè lo accetto volentieri, nonostante il caldo…», doveva interrompere la confessione, non sia mai si fosse fatto scappare qualcosa di inopportuno.
«Certo, certo, mi scusi un momento», rispose la donna, risvegliatasi dal racconto del figlio e di nuovo attenta all’inatteso ospite.
Urlò forte verso l’interno della casa – «Giuseppina!» – da dove giunse la domestica inamidata nell’uniforme stile retrò, rosa chiaro con maniche, colletto e finiture bianche: «Potrebbe preparare un caffè per il signore?».
«Certo signora, arriva subito.»
«Amore», continuò rivolta al figliolo, «va in bagno e datti una sciacquata al viso, togliti i vestiti così buttiamo via questi pantaloncini sporchi e domani gli andiamo a ricomprare nuovi, va bene? Su, vai che ti raggiungo e prepariamo il bagnetto, poi in camera a riposare un po’, io arrivo subito, non ti preoccupare, è tutto finito.»
«Sì, mamma», rispose a bassa voce Dario dirigendosi a capo chino verso il piano di sopra.
Assicuratasi che il suo piccolo avesse raggiunto il bagno sporgendo lo sguardo sopra le scale che collegavano i due piani della casa, la signora Grimaldi in D’Agata tornò dall’ospite. Prima, però, approfittò dell’occasione per passare dal bagno di servizio a sciacquarsi il viso e calmarsi dopo quanto appena sentito, e rientrò in salotto in attesa della domestica.
«Signor Belfiore, ecco, arriva il caffè», annunciò scorgendo la signora Giuseppina arrivare reggendo il vassoio con la moka, lo zucchero, le tazzine, i cucchiaini, i piattini da portata e un piccolo vassoio con un assortimento di biscotti e amaretti.
«Grazie mille, signora», rispose Jano, e aggiunse, «guardi, non si preoccupi per quello che è successo a suo figlio, sono cose da ragazzi, sono capitate a chiunque… In fondo non è detto che gli sarebbe successo nulla di male se non fossi intervenuto, possibilmente sarebbe tornato a casa sano e salvo e non le avrebbe raccontato nulla di quanto avvenuto. Sa come sono i ragazzi al giorno d’oggi, io ne ho due che non le dico, me ne fanno passare di tutti i colori. L’importante è che ora sia a casa, no? Perciò è inutile starsi ad agitare per niente, è d’accordo?», concluse sfoderando una consecutio temporum degna del Vate.
Era necessario ingraziarsi la signora, e in quell’ambiento ricco e borghese, benpensante e bengiudicante, Jano aveva giudicato che il miglior biglietto da visita possibile fosse una dizione attenta, ancorché sforzata, condita da un vocabolario ampio e articolato, ancorché in apparenza.
«Sì, sì, certo… Ringraziando il Signore non è successo niente, ma chissà, chissà?», sospirò la donna, «Con tutta la brutta gente che c’è in giro…»
«Ma no, ma no, ma che va dicendo? Sono cose da ragazzi, gliel’ho detto. Piuttosto, mi permette una domanda? Ma suo marito è il famoso avvocato D’Agata, che se ho ben capito ha lo studio qua sopra?»
«Sì, è lui. Ha trasferito lo studio qui da poco, prima si trovava all’altro capo del paese e così non lo vedevo mai a casa, sempre impegnato, sempre fuori. Ora invece, ora è molto più vicino… Ma perché me lo chiede? Lo conosce?»
«Solo di fama, ma mi piacerebbe conoscerlo personalmente. Sa, io gestisco una piccola attività di traslochi e ho avuto qualche problema per un dipendente che si è fatto male a causa di un problema strutturale nella casa di un cliente: il pavimento gli è come crollato sotto i piedi e lui per salvarsi ha dovuto lasciare andare una specchiera pregiata e molto costosa che stava trasportando. Si figuri che i proprietari mi hanno fatto causa per il danno alla specchiera, ma si rende conto? Quelli hanno il pavimento con le buche e il mio uomo avrebbe dovuto ammazzarsi, farsi del male, per salvare un vetraccio da quattro soldi? Ma si figuri! Comunque sia, non ho un avvocato di fiducia, per cui sarei felice di poter parlare con suo marito, se possibile ovviamente, e avere un parere legale da una persone competente in materia.»
«Oh, sì, certo, mio marito è su, non credo ci siano problemi. Ma potrebbe prima, per cortesia, raccontarmi un’altra volta per bene cosa stava succedendo a Dario, visto che lei si trovava lì?»
«Guardi signora, glielo ripeto: non c’è molto da raccontare. Mi trovavo lì di passaggio – vicino corso Capuana – a passeggio con una bibita rinfrescante dato il gran caldo, e ho visto il piccolo correre a perdifiato lungo la via. Dopo aver dato un’occhiata alle spalle del ragazzo mi sono reso conto che lo stavano inseguendo e successivamente suo figlio mi è passato nuovamente davanti – doveva aver ripetuto lo stesso giro senza rendersene conto. Così mi sono messo al centro del marciapiede per fermare questi ragazzi e le risparmio i dettagli circa quanto è uscito dalle bocche di quei mascalzoni. Tra l’altro, mi lasci dire, io prima non voleva farla preoccupare data l’agitazione del momento, ma devo dirglielo perché è una cosa che mi ha fatto perdere le staffe lì per lì: questi erano ben più grandi di suo figlio, almeno cinque o sei anni in più… Tutti più grandi e quattro contro uno, ma vogliamo scherzare? Ahiahi, signora mia, quando ero giovane io le cose erano diverse: si litigava, certo, si discuteva, si faceva a pugni, ma sempre ad armi pari, con onore! Comunque sia, la storia finisce qua. Non so cosa volessero da suo figlio, né lui mi ha raccontato molto in auto mentre lo accompagnavo, come può immaginare era molto scosso. Mi diceva, invece – mi scusi se cambio nuovamente argomento –, che suo marito è in studio, quindi? Posso disturbarlo?», domandò a conclusione del distorto racconto con cui aveva imboccato la signora per farle digerire ogni preoccupazione.
«Sì, sì, certo», rispose lei dopo alcuni secondi soprappensiero, «è al piano di sopra, abbiamo il telefono collegato. Salga pure, lo avviso che sta arrivando. Mi scusi se non la trattengo oltre, ma anch’io faccio fatica a mantenere la calma e la lucidità in questo momento.»
«Ma si figuri, signora, si figuri. Anzi, levo il disturbo e la ringrazio di tutto, è stata fin troppo gentile e cortese», chiosò sfoggiando un sorriso viscido e ruffiano.
Venne accompagnato alla porta dalla domestica, mentre dal salotto scoloriva man mano la voce della donna che lo ringraziava altre dieci, cento, mille volte per aver salvato il suo piccolo angelo dalle grinfie di quei mascalzoni.
Quindi la donna corse all’apparecchio, alzò la cornetta e avvisò il marito dell’ospite in arrivo, informandolo brevemente di quanto accaduto e sperticando lodi per la gentilezza e la generosità d’animo del signor Belfiore.
Povera donna: poteva mai immaginare che fossero tutte menzogne?

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Alessandro Liafanti
Lettore accanito di saggi filosofici, divoratore di classici della letteratura, avido di risposte alle domande che mette in bocca ai suoi protagonisti, con questo esordio narrativo raccoglie la rabbia e la speranza del figlio di una Sicilia amata al punto da volerne portare in evidenza le criticità senza peli sulla lingua né edulcorazioni di sorta.
Crede nella possibilità di un mondo giusto, equo, solidale, e nella forza della letteratura come veicolo di condivisione di saperi, ideali e visioni del mondo alternative. Crede nel confronto, nel dibattito, nel contraddittorio, ed è convinto che solo la via del dialogo e del costante domandare possano illuminare il futuro.
Quella che qui presenta non è una storia vera, e spera che per certi versi non lo sia mai.
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