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Scrivi di Noi - Il Dubbio, il Culo e il Desiderio

Scrivi di Noi - Il Dubbio, il Culo e il Desiderio

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2021

Scrivi di Noi è la storia di un percorso di crescita personale fatto di cadute e risalite, pregiudizi ottusi e slanci di consapevolezza che avviene attraverso il necessario Incontro con l’altro.
Una sorta di Odissea in salsa psicologica, ironica ed in alcuni tratti emozionale.
Al, il protagonista, si muove nel percorso della sua vita attraverso l’incontro con 7 personaggi di cui descrive il primo Incontro e soprattutto la Fine, perché nella fine è riassunto tutto il significato dell’incontro stesso.
Si partecipa all’evoluzione di Al, dapprima preda delle emozioni primarie, paura e rabbia che lo spingono verso un’idealizzazione individualistica e narcisistica in cui l’altro è unicamente soddisfazione del bisogno, poi, con lo sviluppo del pensiero che gli incontri facilitano, verso un’idea di esistenza sempre più centrata sulla relazione e sul riconoscimento della Degnità dell’altro da sé, come uniche dinamiche in grado di rendere davvero la differenza tra esistenza e vita.

Perché ho scritto questo libro?

L’intento era quello di scrivere qualcosa di totalmente opposto ai vari manuali di self help che vanno molto di moda, ma che insistono unicamente su una visione individualistica e in cui sembra che tutte le risorse necessarie per cambiare siano a disposizione degli individui a cui basta seguire qualche regoletta per vivere felici e soddisfatti.
Il senso e la necessità di cambiamento, esiste sempre e solo nell’Altro da noi

ANTEPRIMA NON EDITATA

A ben vedere esiste grossa differenza nel dire “folgorato sulla via di Damasco” invece che “abbagliato sull’autostrada tra Alessandria e Masone”.

Sono due pesi differenti, addirittura due rappresentazioni del mondo, persino due modi diversi di interpretare la vita o il proprio futuro.

Quale personaggio illustre o celebre, certo del proprio destino, camminando con passo fiero e sguardo altero, illuminato dal sole dei saggi e degli dei può essere il testimone di una siffatta situazione in un luogo esotico e misterico come “la via di Damasco”?

L’autostrada che passa da Alessandria e Masone è quel tratto di strada che per molti piemontesi significa vacanze, week end e relax e che dalle fredde pianure padane e dolci colline del monferrato porta al mare, alla Liguria.

Per molti ma, non per tutti.

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Per alcuni come il sottoscritto rappresenta la costante, quotidiana via del lavoro, fatta incessantemente tutte le settimane con tempi e ritmi quasi rituali.

Un meccanismo mentale autonomo che salito in macchina ti porta direttamente a destinazione, senza bisogno di particolare attenzione se non agli sparuti camion che, ogni tanto, decidono gare improvvisate con destinazione il porto di Genova.

Una sorta di campionato mondiale di corsa in autostrada.

Italiani contro francesi, algidi germanici contro rubicondi rumeni e avanti verso una manifestazione internazionale di pressapochismo automobilistico o, utilizzando un neologismo, ornitocefalia su ruota.

In macchina, dicevo, tutto è autonomo e indipendente.

Il telefono usato come stereo, la musica, sempre la stessa, una sigaretta accesa che misteriosamente si consuma al di là della tua volontà e poi metri, chilometri di strada grigia e continua a disposizione per i più svariati pensieri, per permettere alla mente di allontanarsi dalle solite beghe quotidiane.

E così un giorno dopo l’altro, un chilometro dopo l’altro, il vorticare caotico dei pensieri prende improvvisamente forma.

E quando lo fa?

Tra Alessandria e Masone, in un piccolo autogrill, l’ultimo baluardo piemontese prima dei monti liguri, l’ultimo luogo in cui si incrociano due culture cosi differenti e cosi vicine geograficamente, alla faccia della globalizzazione e del livellamento delle differenze.

Come se il Turchino fosse il mare nostrum al tempo dei romani.

Anche l’autogrill può diventare un rito, un comportamento autonomo del quale non possiedi alcun controllo.

Immerso nel vorticare dei pensieri entri e il cassettino comportamento in autogrill si attiva.

Cosa si fa in un autogrill?

Si beve un caffè, una bottiglietta d’acqua per il viaggio, il più delle volte se ti capita di entrare direttamente in contatto visivo con i panini esposti, basta soltanto aprire la bocca e la tuo voce produrrà automaticamente delle parole, che più o meno suonano cosi: “mi scalda anche un Camogli?”. ( letto con accento piemontese)

Alla fine, partito più o meno un’ora prima, dopo una abbondante colazione, ti ritrovi a consumare un panino che in realtà non volevi, con un caffè che non rappresenta proprio l’abbinamento ideale e una bottiglietta d’acqua che finirà inevitabilmente nel cimitero delle bottigliette che occupa metà del bagagliaio della tua auto.

E infine c’è il bagno e le sue leggende.

Apri la porta spingendo con il piede, abbassi la manica della camicia utilizzandola come guanto ed entri nel decimo girone infernale.

Dante non poteva saperlo, il girone degli automobilisti, obbligati per tutta la vita a pisciare tutt’intorno alla tazza del water. Senza parlare, per pudicizia o per schifo, di coloro che, probabilmente per dissonanze congenite, hanno l’intestino corto e il culo a spruzzo.

E poi c’è il famoso sciacquone automatico.

La storia più accreditata narra che alcuni ricercatori, hanno scoperto che ogni volta che l’acqua scende, nebulizza tutto lo schifo e i residui fecali presenti sulle pareti del water e quindi, come minimo ti sporchi i vestiti di merda e se ti va male ti prendi tutte le infezioni genitali presenti su wikipedia.

Ho visto persone attuare le più svariate strategie per aggirare il maledetto sciacquone.

Personalmente entro di soppiatto e mi irrigidisco come una statua, attuando movimenti lenti e circolari, una sorta di Qi Gong urovescicale.

Quella volta però non andò cosi.

La volta che tutti i pensieri presero forma come i puntini di Jobsiana memoria.

La volta che, sceso dall’auto ed entrato in autogrill mi diressi direttamente in bagno, davanti al mega specchio che rifletteva un’immagine, la mia immagine.

Alzai lo sguardo e fui abbagliato!

Si, certo, anche le lampadine da mille watt che contornano lo specchio contribuirono all’abbaglio.

Smessi gli occhiali da sole dalle lenti mogano anche un comune lumino cimiteriale potrebbe, fiero e altezzoso, riuscire ad abbagliarti, figuriamoci tutta quella luce insieme.

Insomma, fosse per la luce, fosse per gli occhiali o per la nuova, inusuale forma dei pensieri, nello specchio vidi riflessa un’immagine che non conoscevo.

Mi ero lasciato qualche anno prima, trentenne dalle belle speranze e dal percorso garantito e mi ritrovavo dieci anni dopo, più stanco, più confuso e con uno strano bagliore negli occhi.

In ogni storia che si rispetti, c’è sempre un colpo di scena, un momento in cui un percorso cambia e succede qualcosa che vale la pena di essere descritto.

Mi rendo conto che un colpo di scena nel bagno di un autogrill tra Alessandria e Masone non è proprio avvincente o scioccante, ma come qualcuno mi disse molto tempo dopo, la Verità forse è una ma le strade sono molte!

Hai presente la storia dei tre ciechi e dell’elefante?

L’elefante per i tre rappresenta la vita.

Uno dei tre tocca la proboscide, lunga e grinzosa e con la mano sfiora buona parte della lunghezza interpretando i tanti solchi come gradini, e da ciò evince che la vita è una lunga scalata verso il proprio destino.

L’altro abbraccia una gamba, alta e massiccia e stringendo l’arto muscoloso e forte dell’animale evince che nella vita sono importanti i valori fondamentali che, come colonne portanti, sorreggono la volta del proprio destino.

Il terzo, con un movimento veloce e repentino allunga il braccio e, evitata d’un soffio la coda, immerge la mano nello sfintere del povero animale che prima si agita e poi emette una sonora scoreggia per tentare di liberarsi del corpo estraneo.

E l’uomo?

Sopraffatto dall’odore e dalla sensazione sul palmo delle dita, costruisce il proprio pensiero.

La vita è un lungo tunnel buio e umidiccio dal quale vieni espulso verso un destino, che nel migliore dei casi, puzza di merda!

E allora qual è la Verità?

La Verità è la tua, la personale Verità che quotidianamente culli a tua insaputa e che ogni tanto, dismessi i panni del cieco osservi e accetti nello sguardo ceruleo dell’elefante.

E l’elefante?

L’elefante è l’altro da noi che si staglia come un enorme massa grigia, sino a quando non ne delineiamo i contorni e ne riconosciamo lo sguardo.

Lo sguardo che è in grado, insieme al nostro atto di Volontà, di permettere di trasformarci, di divenire altro da noi, di modificare i nostri eterni equilibri statici.

Ed eccolo il colpo di scena.

Davanti allo specchio, perso davanti allo sguardo, il nuovo sguardo, preso da una sorta di forza estranea, iniziai ad aprire tutti i rubinetti dell’acqua calda.

Lo spirito del bagno turco si era impossessato di me e dopo circa mezz’ora, il piccolo bagno si era trasformato in una sauna.

Il vapore aveva invaso tutta la stanza.

Al centro dello specchio iniziò a prendere forma una parola… Viola.

E poi un’altra e un’altra ancora: Isabella, Tecla, Rebecca, Ilenia, Ophelia.

Sei nomi di donna.

Sei femminili che, come l’elefante, avevano segnato le tappe delle mie modificazioni, dei miei cambiamenti.

Di tutto ciò che, nel bene e nel male, aveva costituito i riti di passaggio di quel personaggio che di fronte a me, riflesso nello specchio, stava inebetito e assente ad osservare la scena.

Io!

Alqun, acronimo di AltroQuando.

Colpa di mia madre, ossessiva divoratrice di libri, passionaria della letteratura di Robert A. Heinlein e simpatica creatrice di acronimi. Per forma e inconsistenza aveva dovuto rinunciare al nome AQ e dirottarsi verso Alqun, dinanzi all’imbarazzo e allo stupore dell’omino dell’anagrafe.

Il primo femminile e la prima netta direzione della vita.

Provate voi ad affrontare elementari, medie e liceo con un nome così.

Poi ad una certa età ti mandano dallo psicologo che ti dice che sei introverso… per forza!

Nel piccolo autogrill quindi, finalmente il colpo di scena.

Ora però un momento, andiamo con ordine o, almeno, tentiamo di farlo.

Capitolo 1

La psicoadolescenza, psicoaffettiva, dello “spettinato”

Viola

(il Regno)

Neve.

Neve, qualcuno avrebbe detto tempo dopo, come se piovesse.

Obliqua che ti penetra negli occhi e non permette di vedere.

Neve, dannunzianamente parlando, scivolosa, scialacquante, spiaccicata neve.

Un passo dopo l’altro, moonboot di 4 taglie più grandi, camminando per dieci metri dalla porta al cancello come il Frankenstein dei peggiori B movie.

Postura rigida, incorniciato, stretto nel giubbottino bianco di mia madre di 2 taglie in meno.

Magra mia madre, troppo magra per un figlio grasso, troppo grasso.

Noti maggiormente la differenza.

Ti confronti con un femminile, il primo, che mai potrà comprenderti e quindi accetti.

Accetti che tu e il femminile sarete due cose differenti, lontane, altro che Marte e Venere.

La luna e il pozzo.

Capelli incolti, imbiancati dai fiocchi di neve quasi a delineare una psoriasi esfoliata in età precoce, camminavo verso il cancello.

Un passo dopo l’altro, goffamente, nel tentativo di arrivare al maledetto “cricchetto” che avrebbe aperto la porta a quell’incosciente, malcapitato che aveva deciso di suonare il campanello in una giornata cosi infame.

Neve.

Neve che non permette la visibilità.

A “brezza” toscanamente parlando.

Giunto al “cricchetto” mi abbassai per aprire.

La neve non permetteva di guardare innanzi a me.

Aperta la porta, prono, vidi.

Un paio di scarponcini bianchi contornati di pelo si muovevano nervosamente.

Salii con lo sguardo.

Jeans, fasciavano un paio di gambe evidentemente femminili che seguivano il tempo dei piedi.

Innervosite, tese, affusolate.

Quelle gambe.

Salii con lo sguardo.

Una giacca a vento nera copriva una parte delle gambe.

Deliziosamente imbiancata dalla neve a rasentare la perfezione degli opposti.

Salii con lo sguardo.

Il cappuccio, tutto contornato di pelo.

Imbiancato dalla neve.

Deliziosa neve.

Le braccia, incrociate davanti al declivio del seno appena annunciato dalla massa eccessiva di vestiario.

E il cappuccio dicevo.

Al centro del cappuccio un viso.

Neve.

Che permette uno sguardo differente, che attenua i colori e gli eccessi, che riflette la luce della Luna.

Impietrito, inebetito e balbettante provai a proferire parola.

Capelli color del miele facevano capolino dagli spazi lasciati liberi dal cappuccio.

Un viso dalla bellezza sconcertante mi stava innanzi imbronciato e sfidante.

Le labbra, perfettamente incorniciate nel viso.

Le labbra come “attimi incerti in mezzo al falso al vero”.

Quelle labbra avrebbero potuto dire qualsiasi cosa.

Bloccato sulle labbra, fisso, senza respirare passai attimi eterni oppure istanti nell’osservare ogni piccolo dettaglio.

Le labbra si mossero.

Parlava.

Stava parlando.

Alzai la testa incrociando gli occhi.

Uno sguardo sorpreso tra – sei idiota o semplicemente strano – mi stava scrutando.

Innervosito e freddo.

Gli occhi, color dell’ebano, profondi.

Occhi che se ti getti dentro non trovi il fondo.

Occhi che possono farti sentire l’imperatore del mondo o il peggiore dei reietti.

Meravigliosi occhi, incantevole sguardo.

– scusa mi senti? –

ritornai alla realtà, la sacrosanta, odiosa, umida realtà.

– si scusa, sai la neve… – balbettai.

– Ciao! Sono Viola, cerco mia sorella, è qui da voi? Non ho le chiavi di casa e devo rientrare. –

Daniela.

La fidanzata di mio fratello.

Mio fratello, nove anni maggiore di me, era il mio mito e la mia nemesi.

Bello, interessante, intelligente e adorato dalle donne.

Il mio mito.

La mia nemesi.

Viola fu la prima apparizione femminile della mia vita.

Elementari e medie erano passate nell’assoluta indifferenza delle ragazze.

Prima non considerate, poi considerate come assolutamente irraggiungibili.

Ragazzo di 15 anni, sino ad allora avevo vissuto una vita spesa tra un disturbo ossessivo legato alla disposizione dei soldatini sul plastico rappresentante un campo di battaglia, che inevitabilmente mio fratello, la nemesi, urtava con intenzione facendomi ricominciare da capo e una relazione incestuosa con il salame e il “tosto alla francese”, disposizione inumana di fette di pancarrè, formaggio, burro, salame, prosciutto, besciamella e sugo di pomodoro precedentemente cotto con il burro, che una delle mie zie, la più abbondante, 120 chili di massaia cremonese, mi propinava per merenda come ricordo almeno tri settimanale del suo unico viaggio al di là delle alpi.

Avrei scoperto anni dopo, collezionando diversi viaggi nel paese di gallica memoria, che il “tosto alla francese” non esiste o almeno non esiste cosi come partorito dalla mente culicriminale di mia zia.

Salame, tosto alla francese, gli amici di sempre riuniti nella discarica a cielo aperto che allora era ancora considerata “salutare” e ogni sorta di parolaccia o bestemmia che mente umana possa

generare, che annotavo con fare pedissequo ogni qual volta mi trovavo a dover passare interi pomeriggi tra operai e falegnami dell’azienda di mio padre.

Un’infanzia sradicata avrebbe detto tanto tempo dopo il mio analista.

Immaginatevi l’adolescenza.

La relazione affettiva con il salame e tutto il resto avevano naturalmente lasciato il segno e io mi ritrovavo ragazzino di 15 anni con la fisicità di una burrata, l’autostima di uno scarabeo stercorario e la capacità seduttiva di un semaforo, rosso.

Confuso, alienato e recalcitrante ragazzino con una serie infinite di sfighe sociali, il buon Dio però aveva visto bene di ripagarmi con 3 doni di cui mi aveva fatto fare doppia fila, il giorno in cui prima di nascere, aveva distribuito a me e agli altri pre-nascituri le caratteristiche che ci saremo portati avanti tutta la vita, accentandole come doni o rifiutandole come fardelli.

Ricordo ancora la scena.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Cristiano Longoni

    (proprietario verificato)

    Ciao Gladys tante grazie!!! 😊
    Difficile, è stato difficile, almeno per me… non a caso ci ho messo 4 anni 😄
    In ogni caso Scrivi di Noi non è un vero e proprio racconto di sè.
    Intendo che, anche fortunatamente, non è in autobiografia 😄
    È il racconto di Incontri reali con personaggi naturalmente romanzati che hanno svolto funzioni che si potrebbero definire “archetipiche”.
    Qualcuno ha detto che però, in fondo, si scrive sempre di sè o almeno di quelle funzioni del Sè, mitizzate, alle quali abbiamo donato dignità di riconoscimento.
    Al di là di come andrà, per me è stato un passo fondamentale per fare “pace” con questi primi 40 e più anni.
    Spero di averti risposto. 😊
    Un abbraccio grande!

  2. (proprietario verificato)

    Ciao Cristiano, ho letto con piacere i primi capitoli. Vorrei sapere, se puoi condividerlo, qual’è la difficoltà più grande, dal punto di vista psicologico, dello “scrivere di sé”. Complimenti, per quello che ho letto direi che hai fatto un ottimo lavoro, capace di suscitare emozioni e desideri! 😉

  3. (proprietario verificato)

    E dunque rimango in attesa di leggere il libro in versione integrale, grazie, un saluto

  4. Cristiano Longoni

    (proprietario verificato)

    Ciao Laura il Lei mi sembra eccessivo 😊
    Il rapporto con lo scrivere è rimasto sempre uguale, come una delle forme più importanti di pacificazione con sè stesso… è sempre stata una necessità e continua ad esserlo.
    Solo, con l’avanzare degli anni, è diventato un po’ meno caotico e spigoloso.
    Grazie tante della domanda.
    Un abbraccio

  5. (proprietario verificato)

    Buongiorno, mi piacerebbe porle un quesito: com’è il suo rapporto con la scrittura, e come e se è cambiato nel tempo.
    Grazie anticipatamente,
    Laura

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Cristiano Longoni
Cristiano Longoni nasce a Milano il 7 Aprile 1973.
Vive a Novara dove lavora come Psicologo-Psicoterapeuta.
Esperto in psicologia delle Cure Palliative e psicologia dello Sport, ha sviluppato durante gli anni di esperienza un modello di pensiero definito “situazionale”.
Amante distratto della parola in tutte le sue forme, è cantante e narratore con il gruppo di teatro-canzone PPCP di Novara che si occupa di raccolta fondi per differenti realtà di volontariato locale e ha all’attivo un libro di poesie dal titolo: “il patibolo del buonsenso” con la prefazione di Francesco Guccini.
Formatore in ambito sanitario, sportivo e aziendale, fa della potenza trasformatrice della relazione umana, il centro del suo stile professionale, con un assioma che regge tutta la struttura teorica: “Noi siamo ciò che riusciamo a pensare e pensiamo solo ciò che siamo in grado di immaginare”.
Cristiano Longoni on FacebookCristiano Longoni on Instagram
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